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Le ali di D'Annunzio: I pionieri dell’aviazione che volarono insieme al Vate

Le ali di D'Annunzio: I pionieri dell’aviazione che volarono insieme al Vate

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Le ali di D'Annunzio: I pionieri dell’aviazione che volarono insieme al Vate

Lunghezza:
204 pagine
2 ore
Pubblicato:
8 set 2019
ISBN:
9788834182321
Formato:
Libro

Descrizione

Il Volo su Vienna, le sortite su Pola, Trieste, Trento, il bombardamento su Cattaro. Sono solo alcune delle più celebri imprese aviatorie compiute da D’Annunzio. Il Vate, che non fu mai in possesso del brevetto di pilotaggio, partecipò in qualità di “osservatore”, oltre che di ideatore, fautore e protagonista principale.
A guidarlo tra le nuvole in queste azioni mirabolanti furono alcuni dei più prodi aviatori della storia d’Italia. Da Glenn Curtiss, che lo iniziò al volo, a Mario Calderara, da Ermanno Beltramo a Giuseppe Miraglia, fino a Luigi Bologna, Maurizio Pagliano, Luigi Gori, Natale Palli e Daniele Minciotti. Ma l’Imaginifico strinse rapporti con decine di pionieri dell’aria. Di alcuni ne celebrò la memoria, di altri ne seguì le imprese con entusiasmo, di altri ancora ne rimase amico sincero oltre che ammiratore. Molti lo seguirono a Fiume.
La lunga storia d’amore tra D’Annunzio e il volo è fatta di colpi di scena, di incidenti, di tragedie e di rapporti umani sinceri. Il volume rappresenta così una sorta di tributo alla memoria di quanti rappresentarono l’ispirazione, l’entusiasmo e le ali del Vate.
Pubblicato:
8 set 2019
ISBN:
9788834182321
Formato:
Libro

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Le ali di D'Annunzio - Daniele Dell'Orco

A cura di Daniele Dell’Orco

Le ali di D’Annunzio

I pionieri dell’aviazione che volarono insieme al Vate

Le ali di D’Annunzio

A cura di Daniele Dell’Orco

© 2019 Idrovolante Edizioni

Ala tricolore

1 edizione – settembre 2019

Gabriele D’Annunzio

laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi

¹


1 Gabriele D’Annunzio, Alcyone – Libro Terzo. Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, Grandi tascabili economici Newton, Roma 1995 p. 587.

l’ala sul mare

Ardi, un’ala sul mare è solitaria.

Ondeggia come pallido rottame.

E le sue penne, senza più legame,

sparse tremano ad ogni soffio d’aria.

Ardi, veggo la cera! È l’ala icaria,

quella che il fabro della vacca infame

foggiò quando fu servo nel reame

del re gnòssio per l’opera nefaria.

Chi la raccoglierà? Chi con più forte

lega saprà rigiugnere le penne

sparse per ritentare il folle volo?

Oh del figlio di Dedalo alta sorte!

Lungi dal medio limite si tenne

il prode, e ruinò nei gorghi solo.

in servizio di aviazione

4° gruppo aeroplani – 1ª Squadriglia

Proposta di ricompensa al Valor militare per il Capitano Gabriele D’Annunzio

Zona di guerra, 15 settembre 1917

Si ha l’onore d’informare codesto comando che il Capitano di complemento nell’arma di Cavalleria Gabriele D’Annunzio ha partecipato a numerose azioni di offesa aerea assolvendo le missioni prefissesi con l’entusiasmo e l’arditezza da esse voluti.

Ritornato alle imprese di volo dopo la ferita gloriosa riportata in servizio di volo, bombardò: Muggia, Parenzo, Opcina, i cantieri navali di Trieste, il Verh, Gargaro, Chiapovano, Medeazza, con apparecchi Voisin, Farman ed idrovolanti.

Nelle notti sul 3-4-9 agosto con audacissima perseveranza portò la più lontana offesa su Pola, trionfando su condizioni atmosferiche avverse per forte vento e bassi strati di nubi, e sull’intensissimo tiro di sbarramento della piazzaforte.

Ideatore della lotta concorde delle armi terrestri con la milizia celeste, attuò durante l’offensiva dell’agosto 1917 l’arditissimo impiego tattico dell’Ala Italiana in ausilio all’avanzata delle fanterie, secondo il vero stile del combattimento nuovo.

Dell’audacissimo volo egli scrisse le regole nel maggio 1917 e nell’agosto ne diede l’esempio magnifico.

Capo Gruppo di una squadra aerea egli seppe in numerosi voli renderne l’azione concorde ed efficacissima nella simultaneità dell’offesa ed ottenne che unanimi fossero l’entusiasmo, la fermissima volontà e l’arditezza.

Compì con il grande velivolo da bombardamento quanto nessun altro fece mai.

La mattina del 19 agosto, eseguito con cura massima a tre riprese il lancio delle bombe che sopraccaricavano l’apparecchio ed incurante del pericolo sempre crescente, si abbassò a trecento metri sulle immediate retrovie nemiche mitragliando trincee, movimenti di truppe ed appostamenti d’artiglierie durante 45 minuti, esposto ad un infernale tiro di fucileria, mitragliatrici e batterie, ed alla traiettoria dei nostri stessi tiri. Con l’apparecchio leso in 16 parti ritornava nel pomeriggio nel cielo del campo di battaglia e, dopo il lancio delle bombe, con rinnovato ardore mitragliava il nemico per 50 minuti da 300 metri di quota. In quel solo giorno riportava 38 fori di tiro di artiglieria, fucileria e mitragliatrice, lanciava 40 bombe e sparava 1300 colpi di mitragliatrice su obiettivi scelti con cura estrema nel momento del pericolo più grave.

Il giorno 20, 21 e 22 ripeté mattina e sera con audacissima insistenza il bombardamento e mitragliamento del nemico da bassissima quota, e superando nell’ardore del combattimento ogni precedente audacia scese fino a 50 metri di quota sulle trincee nemiche. L’incalzare delle azioni di bombardamento non permise neppure la provvisoria riparazione del velivolo ed il Capitano D’Annunzio ritornò sul nemico con enormi carichi di bombe e l’apparecchio leso e forato in ogni parte. Non potendo rientrare alla propria base per gravi guasti riportati al velivolo, dovette dopo le azioni atterrare tre volte al campo di Aiello.

Il giorno 21, ripartito da Aiello dopo riparazione ad un motore, giungeva al campo della Comina nell’istante stesso in cui le altre unità partivano per l’azione.

Senza indugio il Capitano D’Annunzio ordinò il rifornimento dei motori ed il carico delle bombe e mezz’ora dopo ritornava sul nemico.

In quattro giorni il velivolo del Capitano d’Annunzio riportò 127 fori, ebbe elica, crociere di comandi, tubazioni spezzate, radiatore forato; un proiettile d’artiglieria traversò il timone di profondità producendovi ampio squarcio.

Nell’azione del 21 mattina quattro granate dirompenti scoppiarono simultaneamente ai quattro lati del velivolo ed una scheggia, lacerato il guantone del Capitano D’Annunzio, gli produsse una ferita al polso sinistro.

Durante la stessa azione l’osservatore di poppa ebbe la giacca di cuoio forata da due proiettili di fucileria ed altri proietti colpirono parti dell’apparecchio vicinissime ai piloti ed al Capitano D’Annunzio.

Da tutti i voli, riportò numerosissime fotografie da bassissima quota che diedero modo ai Comandi superiori di avere preziose informazioni. Così in una di esse, eseguita a 100 metri di quota, fu finalmente possibile al Comando della 3 Armata).

Il Capitano D’Annunzio nell’ostinatissima insistenza dell’offesa sempre più grande, seppe di combattimento in combattimento superare la sua stessa arditezza, la perizia sua stessa rendendole ogni volta più pronte e più acute.

Il 4 settembre il Capitano D’Annunzio eseguiva un volo di nove ore ed un quarto – con tragitto di oltre 1000 chilometri. (Comina, Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Milano, Novara e tragitti secondarii) ostacolato costantemente da condizioni atmosferiche avverse per basse nubi, temporali e forte vento. Il volo venne compiuto con velivolo appositamente attrezzato giusta sue indicazioni, come esperimento per l’attuazione del volo sopra Vienna, da lui stesso disegnato, preparato e sollecitato, e dimostrò con la brillante riuscita la perfetta giustezza del piano.

Il Capitano Comandante la Squadriglia

Maurizio Pagliano

La condotta tenuta dal Capitano D’Annunzio nell’offensiva di agosto è stata di esempio per tutti gli equipaggi della squadra di cui egli era il Comandante.

Lo scrivente che ha partecipato a qualche azione durante la stessa offensiva ha potuto personalmente ammirare il suo valore e il suo ardimento.

Lo si ritiene meritevole d’una medaglia d’Argento al valor militare.

Il Comandante del IV Gruppo Aeroplani

Darli Cesare

saggio introduttivo

gli eroi alati

Alfredo e il piccolo Totò si fissano a lungo. Lo sguardo tipico del padre buono come solo un papà acquisito sa essere che incrocia quello di un bambino vispo e dispettoso, per cui tutto è meraviglia.

Al centro, tra Philippe Noiret e Salvatore Cascio, un proiettore. Il vero simbolo di quella dichiarazione d’amore verso il cinema che Giuseppe Tornatore intitolò nel 1989 Nuovo Cinema Paradiso. Il fotogramma, presumibilmente opera di quel fine direttore della fotografia che è Blasco Giurato, rende giustizia a uno dei più efficaci attori non protagonisti nella storia del cinema italiano: il proiettore Prevost. Una macchina sensazionale, frutto del genio di un altro artista nostrano con pochi paragoni, Attilio Prevost. Ingegnere, imprenditore, inventore.

Sì, perché già verso la fine degli anni Venti realizzò e produsse nel leggendario stabilimento di via Ripamonti 43, a Milano, il primo tavolo per il montaggio cinematografico al mondo con piano di lavoro orizzontale e scorrimento della pellicola con moto continuo, che utilizzava per la proiezione un sistema di compensazione ottica da lui brevettato². Questo meccanismo permetteva di spostare la pellicola in modo continuo anziché intervallato (come nel meccanismo a croce di malta) e, al prezzo di una nitidezza lievemente minore, riduceva il rumore e permetteva di visionare la pellicola fino a dieci volte la velocità nominale, riducendone anche l’usura. In breve tempo, chiunque in Europa decise di mettere in panchina la moviola statunitense brevettata da Iwan Serrurier. E anzi, per contrappasso, nel 1936 persino una delle più grandi star della storia del cinema, Orson Welles, fece sbarcare nei suoi studi americani due Prevost 16/35. Moviola che, ovviamente, divenne popolare tra il grande pubblico solo decenni più tardi con La Domenica sportiva, trasmissione cult della tv italiana degli anni Settanta.

Del valore del suo prodotto tennero conto anche i nazisti, che il 18 settembre 1944 occuparono lo stabilimento milanese e spedirono in Germania i proiettori per continuare la martellante campagna propagandistica di proiezioni di film che tenessero alto il morale delle truppe tedesche. Gli operai della Prevost li sabotarono tutti, inserendo invisibili granelli di sabbia negli ingranaggi che, sul più bello della proiezione, si inceppavano, mandando all’aria la visione del film e facendo infuriare Heinrich Himmler, comandante delle SS.

Più d’ogni altra cosa, però, Attilio Prevost fu un creativo. Uno dei più sensibili. Uno dei primi a recarsi sui teatri di guerra col ruolo di fotoreporter. Di lui si disse che aveva lo sguardo di Robert Capa vent’anni prima. Durante la Prima guerra mondiale immortalò gli Alpini in assetto di guerra appostati sul Monte Santo di Gorizia, gli assi dell’aviazione Francesco Baracca e Fulco di Calabria, il maestro d’orchestra Arturo Toscanini mentre dirigeva un concerto improvvisato per ingannare il tempo in trincea. In tutte queste occasioni, così romantiche, così genuine, così elegiache, Prevost era lì. Ed era lì anche quando il 9 agosto 1918, quando dall’aeroporto di San Pelagio Gabriele D’Annunzio e Natale Palli decollarono a bordo di un Ansaldo SVA 10 per andare a buttare 50mila fogli di propaganda tricolori su Vienna.

Pochi secondi prima di staccare le ruote da terra, entrambi si voltarono verso sinistra, mettendosi quasi in posa. Fissarono la camera di Prevost, che rese eterna la documentazione di una delle imprese aviatorie più incredibili di sempre. Allo stesso tempo, però, creò un equivoco di proporzioni gigantesche, eguagliato solo dalla gloria del Folle volo. D’Annunzio, seduto davanti, venne da allora considerato, nell’immaginario collettivo, il pilota. La storia tuttavia, oltre a dirci chiaramente che il Vate ebbe tante doti ma non il brevetto di pilotaggio, è in questo caso, se possibile, persino meno ardita della realtà. Una realtà che racconta il retroscena della presenza del poeta in quella foto.

Il volo su Vienna era stato progettato dallo D’Annunzio più di un anno prima, ma difficoltà tecniche e politiche legate soprattutto al problema dell’autonomia degli apparecchi per un volo di mille chilometri avevano indotto il comando supremo dapprima a negare il consenso e poi a ordinare cautamente delle prove di collaudo. In più, c’era il rischio che l’impresa fallisse, e che D’Annunzio venisse catturato dai nemici, con conseguenze propagandistiche catastrofiche. Il 4 settembre del 1917 D’Annunzio compì con un Caproni Ca3, pilotato dei tenenti Maurizio Pagliano e Luigi Gori, un volo di dieci ore e 1000 chilometri senza particolari problemi ma, a ridosso della successiva partenza per Vienna, l’autorizzazione venne definitivamente negata. In verità, D’Annunzio aveva già considerato il problema dell’autonomia di volo, sottoponendolo ai tecnici della Pomilio, la fabbrica torinese che all’epoca costruiva gli SVA. Il problema era stato brillantemente risolto, attraverso una serie di piccole modifiche aerodinamiche e strutturali, da Ugo Zagato, un giovane caporeparto della Pomilio, destinato a divenire il fondatore di una delle aziende di realizzazione di carrozzerie per automobili più famose al mondo³.

Proprio perché D’Annunzio non fu mai pilota, si rivelò necessario approntare delle modifiche strutturali affinché uno SVA potesse divenire biposto. Il velivolo personalizzato andò però distrutto in un banale incidente pochi giorni prima dell’impresa. Ma D’Annunzio, di restare a terra, proprio non aveva voglia. Si recò personalmente presso le officine della Ansaldo e chiese che un secondo velivolo, approntato in tempo record da Giuseppe Brezzi, venisse messo a disposizione modificando il serbatoio del carburante a forma di sedile. Di fatto D’Annunzio, nella foto di Prevost, è seduto sul carburante. Una postazione che passò alla storia col nome di seggiola incendiaria. Lo SVA modificato, pilotato dal capitano Palli, prese così parte al Folle Volo, dopo che l’autorizzazione necessaria arrivò sotto forma di un bizzarro messaggio che avrebbe voluto attingere al dannunzianesimo⁴:

Il volo avrà carattere strettamente politico e dimostrativo; è quindi vietato di recare qualsiasi offesa alla città [...] Con questo raid l’ala d’Italia affermerà la sua potenza incontrastata sul cielo della capitale nemica.

Sarà vostro Duce il Poeta, animatore di tutte le fortune della Patria, simbolo della potenza eternamente rinnovatrice della nostra razza.

Questo annunzio sarà il fausto presagio della Vittoria.

È tuttavia opportuno sgomberare il campo dall’equivoco che vorrebbe squalificare l’attività aviatoria di D’Annunzio solo perché effettuata da chi pilota non era. Anche a prescindere dall’ovvia considerazione di come l’intero equipaggio si esponesse allo stesso rischio senza distinzioni di ruolo, bisogna tenere conto del fatto che durante la Grande Guerra l’osservazione fosse la missione principale e che il capo-velivolo non fosse il pilota ma l’osservatore. Di più: salvo che nelle squadriglie da caccia, i comandanti di reparto erano spesso osservatori, e alcuni dei quali conseguirono il brevetto di pilotaggio solo nel dopoguerra o dopo essere transitati nella nuova Regia Aeronautica. Sarebbe arbitrario, pertanto, ritenere che l’osservatore fosse quella sorta di zavorra ambulante in cui si sarebbe trasformato più avanti. Allo stesso modo, però, è necessario riconoscere a Palli, e agli altri piloti che solcarono i cieli in compagnia

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