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Il filo rosso - delitto sui colli

Il filo rosso - delitto sui colli

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Il filo rosso - delitto sui colli

Lunghezza:
257 pagine
3 ore
Pubblicato:
19 lug 2019
ISBN:
9788834158562
Formato:
Libro

Descrizione

Sbagliando non si impara, si muore…
Un giallo che coinvolge con la sua giusta dose di mistero, suspense e azione. Nel giro di poco tempo sei persone vengono assassinate a Bologna. C’è un sottile filo rosso che le unisce in un tragico destino. Una fatale casualità che dimostra quanto sia costoso trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per le forze dell’ordine è dura sbrogliare questa complicata situazione. Ed è ancora più difficile avendo tra i piedi il solito cronista ficcanaso, il salentino Saru Santacroce: le sue fonti gli permettono di sapere sempre qualcosa in più dei colleghi. Ma molto spesso il diritto di informare non collima con le esigenze investigative, pertanto lo scontro con gli investigatori è sempre dietro l’angolo.
Intanto il clima a Bologna sta diventando incandescente. Una tale violenza non si vedeva dai tempi bui della banda della Uno bianca. 
Pubblicato:
19 lug 2019
ISBN:
9788834158562
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Cesario Picca (1972), salentino di origine, vive a Bologna. Per 25 anni ha lavorato come giornalista di cronaca nera e giudiziaria, ora si occupa dei suoi gialli e del protagonista Rosario Saru Santacroce ed è relatore e moderatore in numerosi dibattiti e convegni. Ha pubblicato (2005) il saggio giuridico Senza bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa.Il suo amore per i gialli è sbocciato con Tremiti di paura dove il cronista salentino Rosario (Saru) Santacroce segue le indagini per scoprire l'autore di un cruento femminicidio. Questo è il primo giallo di una lunga serie. Vi fanno parte, infatti, Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione, Il dio danzante - delitto nel Salento, Vite spezzate ambientato a Londra e dedicato alle vittime di abusi, L'intrigo - guanti puri e senza macchia e Il filo rosso - delitto sui colli.C’è molto di Cesario Picca in Saru Santacroce. Stessa età, stesse origini, stesso modo di vivere vita e lavoro. Laureato in Economia all’Università di Lecce, Cesario Picca si è trasferito a Bologna per lavoro. Si è occupato per molti anni di cronaca nera e giudiziaria lavorando per il quotidiano L’Informazione-Il Domani e collaborando con l’agenzia Adn Kronos.Nel 2002 è stato insignito del premio 'Cronista dell’anno Piero Passetti' grazie a un’inchiesta giornalistica.Cesario Picca was born and bred in Salento, in South Italy. For 25 years he worked as a crime and judicial reporter so it was very simple start writing thrillers. In his books, like Broken Lives and Murder in the Tremiti Isles, there are many real stories crossed with fantasy.He has already published (2005) the juridical essay Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Ungagged - the developing concept of freedom of the press).His love for thrillers blossomed with Murder in the Tremiti Isles (She, the other and death...) in which the main character, the reporter from Salento, Rosario Saru Santacroce, is involved in a femicide. But you can find Saru Santacroce in thrillers Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione (Because transgress also means dying...), Il dio danzante - delitto nel Salento (It is hard to deal with our own certainties...), Broken Lives (The monsters from the past destroy the future...), a psychological thriller set in London, dedicated to victims of abuse and inspired by Criminal Minds, Il filo rosso - delitto sui colli and the esoteric L'intrigo - guanti puri e senza macchia.The main character of his thrillers is a rough and rational man, talkative, charismatic, ready to savor every moment of life as if it was the last. Nicknamed Saru (the nickname that is given in Salento to those named like him), the reporter Rosario Santacroce covers the city's crime beat. As often happens, occasionally work also follows him on holidays because a real reporter is destined (almost) never to unplug. And that is probably why he gets entangled in murders.Maybe, between Saru Santacroce and Cesario Picca there are many points in common; they love life and they think life is a gift. They love footing and untill now they have run 30 marathons. A good way, in their opinion, to relax and feel good.In 2002 Cesario Picca was awarded the Piero Passetti prize for 'Reporter of the year'. He is a speaker or moderator at numerous conferences and participates in many radio and television broadcasts.


Anteprima del libro

Il filo rosso - delitto sui colli - Cesario Picca

Capitolo 1 - La testimone

«Ho visto gli assassini di via di Sabbiuno. Glielo giuro, signor maresciallo. Che possa diventare cieca all’istante se non ho visto con i miei occhi quei due delinquenti».

Il tenente colonnello Francesco Morini, comandante del Reparto operativo del Comando provinciale di Bologna, non riusciva a credere alle proprie orecchie. Erano tre mesi che lui e i suoi uomini facevano salti mortali e turni massacranti per trovare almeno un indizio che potesse portare alla soluzione del caso. E ora, come per miracolo, avevano trovato una testimone. Comparsa dal nulla, dopo cento giorni, una donna era pronta a raccontare tutto quello che aveva visto quell’11 marzo.

Era un pomeriggio quasi primaverile quando Salvatore Totaro, detto Totò, venne ucciso con un colpo di calibro 9 alla nuca. Secondo il medico legale erano le cinque quando l’uomo era stato freddato in una stradina tanto panoramica quanto isolata da cui ammirare sia le Due Torri che il santuario di San Luca. C’era dunque ancora luce quando i sicari avevano premuto il grilletto contro l’imprenditore edile, titolare di un’azienda con tante commesse e proprietaria di numerosi palazzi tra il capoluogo emiliano e la provincia.

Ma in quel posto, a quell’ora, non c’era nessuno che avrebbe potuto vederli. E loro evidentemente lo sapevano, anche se non avevano fatto i conti con quella donna. Una vedova di settant’anni, fumatrice incallita nonostante fosse costretta a sottoporsi a ossigenoterapia. Madre di due figli, viveva in un appartamento finemente ristrutturato al quinto piano di uno stabile alla periferia di Bologna. Nella sua vita apparentemente normale c’era una sola crepa: non si dava pace per la scomparsa del figlio diciassettenne Gianni.

«Cosa ha visto quella mattina di tre mesi fa in via di Sabbiuno?» le chiese il tenente Michele Marra, il vice del colonnello, con una domanda a trabocchetto.

«Intanto, per essere precisi, non era mattina bensì pomeriggio, e come vi ho già detto ho visto due persone che uccidevano quell’uomo di cui hanno tanto parlato i giornali e la televisione» spiegò la donna, superando il primo superficiale test di attendibilità al quale era stata sottoposta.

«Si riferisce forse all’imprenditore Salvatore Totaro?».

«Sì, proprio lui. Hanno messo tante volte la sua foto sui giornali» disse gesticolando. Continuava a parlare roteando le mani in direzione di chi la stava interrogando, come se in tal modo riuscisse ad accreditare meglio la propria tesi o potesse esprimersi con più scioltezza di quanta non ne dimostrasse già.

«Signora, mi scusi l’insistenza, ma lei è davvero sicura di quello che sta raccontando? Comprende l’importanza che potrebbe avere la sua testimonianza per riuscire a trovare quei delinquenti?» le disse il maresciallo Vittorio Mastro, il responsabile della sezione omicidi del Reparto, con quel suo modo di fare quasi ecumenico.

«Giovanotto, lei non mi crede, vero? Magari pensa pure che io sia pazza. Ma io le dico che ho visto i due assassini che ammazzavano quell’uomo» insistette la signora Maria Bruni.

«Sarebbe in grado di riconoscere i sicari se li vedesse?» le domandò il tenente colonnello Morini.

«Certamente. Mi dia qui l’album delle foto» gli disse sicura l’anziana, staccando la schiena dalla spalliera della sedia e appoggiando i gomiti sulla scrivania in attesa delle foto segnaletiche.

«Quale album?».

«Non avete il libro con tutte le faccine poco raccomandabili come quelli che si vedono nei film polizieschi?» domandò ancora la Bruni. Pareva quasi divertita dall’essere in quel posto. Ma, con quel suo modo di fare, dava agli interlocutori la spiacevole sensazione di trovarsi lì perché non aveva davvero nient’altro da fare. Solitamente molti suoi coetanei amavano trascorrere il tanto tempo libero chiacchierando nell’anticamera di uno studio medico. Lei, al contrario, dava l’impressione di aver voluto fare un salto di qualità provando un’ebbrezza diversa.

«Adesso provvediamo» la rassicurarono i militari, dai cui sguardi emergeva tutta l’incredulità che questa sconosciuta inevitabilmente portava con sé.

«Bene, aspetto. Però, mi raccomando, fate in fretta; devo andare via presto, altrimenti mi perdo la mia telenovela preferita».

Gli investigatori continuavano a guardarsi in silenzio, come se stessero cercando una risposta ai numerosi interrogativi che quella presenza tanto inaspettata quanto misteriosa stava generando. Non sapevano se credere o meno al racconto di quella donna che in un’afosa giornata di giugno si era presentata negli uffici di viale Panzacchi, avvolti da una calura senza pari per via dell’aria condizionata rotta. Il tecnico non si sarebbe fatto vedere prima della settimana successiva e intanto il caldo li aveva colti di sorpresa, proprio come la simpatica vecchina che aveva messo su uno show al quale avevano poca voglia di assistere.

E pareva non smuoverli neppure la sicumera con la quale la pensionata ribadiva di aver visto in azione i killer quel venerdì pomeriggio, mentre la città si svuotava nel primo weekend soleggiato dopo il rigido inverno. Così come poco interesse sembrava riscuotere la sua certezza di poter riconoscere chi aveva ammazzato l’imprenditore edile dalla fedina penale immacolata.

«Signora Bruni, scusi l’insistenza, ma ho bisogno che lei mi tolga una curiosità» proseguì il colonnello Morini con la sua peculiare seraficità a metà strada tra quella di un lord inglese e quella dell’anziano portiere di un palazzo signorile del Vomero in attesa della pensione.

«Sono venuta qui apposta; mi dica ben, bel giovine» rispose la donna, con un inconfondibile accento bolognese, rivolgendosi a Morini che, viaggiando verso i cinquantacinque, proprio giovane non era. E probabilmente nemmeno bello.

«Mi spiega perché è venuta a trovarci solamente adesso?».

«Perché? Ho forse sbagliato giorno?» rispose lei, quasi saltando sulla sedia sulla quale era seduta ordinatamente con la borsa appoggiata sulle gambe e ben stretta tra le mani. Con i suoi gesti e le sue mimiche facciali dava davvero l’impressione di essere una commediante intenzionata a mettere alla prova la pazienza degli interlocutori.

«No, signora. Vorrei solo sapere perché ha aspettato tre mesi prima di venire a parlare con noi» proseguì Morini, facendo appello a tutto il suo stoicismo per mantenere la calma di fronte a una situazione che gli ricordava quelle ingarbugliate e incredibili tante volte lette nei racconti di Kafka.

«Tre mesi? Oddio, non mi pareva che fosse passato così tanto tempo. Però, sa com’è? Una ha tante cose a cui pensare che finisce per scordarsi. Giovanotto, alla mia età può anche succedere» gli disse guardandolo negli occhi, con piglio quasi severo da navigata maestra delle elementari.

«Che aveva di tanto importante da fare da scordarsi di un omicidio?» le domandò con delicatezza il colonnello, i cui dubbi sull’attendibilità della teste erano ormai diventati certezze.

«Ma non lo so. Cosa vuole che mi ricordi? Ho così tanto da fare che non mi posso mica ricordare di tutto».

«Cosa fa di solito, signora?» insistette Morini.

«Se permette, queste sono cose personali. Io ho la mia privacy da salvaguardare. Non penserà forse che l’abbia ucciso io?».

«A questo, francamente, non avevo ancora pensato. Non le nascondo, però, che sarei molto curioso di sapere cosa l’ha tenuta lontana da noi così a lungo».

«Non è colpa mia se è passato tutto questo tempo. Io l’avevo detto a Manuela di prenotare prima dalla parrucchiera, altrimenti l’appuntamento sarebbe stato troppo in là».

«Chi è Manuela?» le chiese ancora l’ufficiale, la cui pazienza cominciava a vacillare.

«È la ragazza che mi dà una mano nei lavori di casa e che mi accompagna ovunque».

«E ora dov’è?».

«Oggi è il suo giorno libero. Ce lo debbo dare, altrimenti mi denuncia ai sindacati» spiegò la signora.

«Chi l’ha accompagnata qui?».

«Sono venuta in bus da sola».

«E la parrucchiera che c’entra?».

«Giovanotto, non vorrà che alla mia età vada in giro con i capelli in disordine? Una persona perbene si sistema prima di incontrare qualcuno. Non lo sa? Io ci tengo molto a queste cose. Il mio povero marito me lo diceva sempre: Accanto a te faccio proprio una bella figura!. E anzi, sa che le dico? Che anche lei dovrebbe farsi fare un bel taglio. Non sta mica tanto bene, così. Non me ne voglia, ma con quei capelli lunghi mi sembra tanto un eremita».

Ormai Morini era praticamente certo di avere a che fare con una persona per nulla in sé. Una signora ben curata, vestita con una sobria eleganza che metteva in luce uno splendore passato. Doveva essere stata veramente una gran bella donna, e probabilmente anche il vanto del marito buonanima. Ma, giunti a quel punto, il colonnello l’avrebbe volentieri mandata via a calci per avergli fatto perdere del tempo. E, soprattutto, per avergli fatto balenare in testa per un momento l’idea di essere a una svolta. Però era una persona perbene e non riusciva ad arrabbiarsi nemmeno in circostanze di quel genere, che spesso archiviava facendosi persino spuntare un sorriso sulle labbra. In fin dei conti, con il lavoro che faceva, di gente non proprio a posto ne aveva incontrata davvero tanta. E poi, lo sapeva pure lui che avrebbe dovuto approfittare più spesso del barbiere che l’Arma metteva a disposizione dei suoi uomini a un prezzo molto contenuto. 

Capitolo 2 - Un delitto dai contorni mafiosi

Totò Totaro, quarantasette anni, era originario di Bergamotto, un paesino della provincia di Palermo. Da lì era partito venticinque anni prima con un borsone sgualcito e semivuoto al seguito, con dentro i quattro stracci che i suoi gli avevano comprato firmando una cambiale. Per loro era stato un grosso sforzo, ma non avevano altro da offrirgli se non la speranza di un futuro migliore. In terra sicula, quel quinto figlio non avrebbe potuto trovare altro se non un treno che lo portasse via dalla miseria più nera.

E Totò non si era fatto pregare per fuggire da quel posto in cui l’unico modo per trovarsi qualche soldo in tasca era affiliarsi alla cosca locale. Quella era stata la scelta di molti suoi amici d’infanzia: avevano fatto tanti soldi in fretta, ma anche una brutta fine, che lui voleva assolutamente evitare. Con le lacrime trattenute a stento e il cuore soffocato dall’emozione, era partito per Bologna. Per nulla felice di lasciare la famiglia e le sue origini, ma soprattutto Mariella, con cui si era fidanzato dieci anni prima.

Aveva intrapreso quel viaggio verso il continente con la promessa di fare bene in terra emiliana e di portare con sé Mariella il prima possibile. Sotto le Due Torri aveva trovato lavoro in un’impresa edile, grazie a un suo cugino che aveva convinto il titolare ad assumere quel ragazzo del Sud che gli amici consideravano nu ciucciu te fatica¹. Perché Totò era abituato a faticare anche fino a dodici ore di fila sotto il sole cocente della sua terra senza mai lamentarsi.

L’impatto con il capoluogo emiliano non era stato facile, ma il forte spirito di adattamento l’aveva aiutato. Non aveva mai vissuto in una città, e gli enormi palazzi che si era trovato di fronte appena uscito dalla stazione in piazza Medaglie d’oro gli avevano fatto venire una certa angoscia. Si sentiva quasi soffocare da tutto quel cemento che d’estate diventava una fornace a cielo aperto. Più che un paese, infatti, Bergamotto era un villaggio di cinquemila anime, la maggior parte delle quali sopra i cinquant’anni. Era costruito intorno all’unica piazza, c’erano due soli bar, che non facevano altro che organizzare tornei di briscola e tressette per rubarsi i clienti, e un minimarket in cui era possibile trovare solo l’indispensabile.

Nei tempi ormai passati, la piazza era stata il punto nevralgico di Bergamotto. Ogni sera, che fosse buono o cattivo tempo, gli uomini vi si radunavano per trovare lavoro per il giorno dopo e per quelli a venire. Il valore aggiunto di quel paese erano certamente le immense distese di verde, i colori della campagna, il profumo degli agrumeti e il mare distante appena una decina di chilometri. Ma anche l’aria pura e cristallina, come l’acqua che veniva giù dalle alture delle Madonie. Era così buona da aver reso inutili persino i lavori per la costruzione dell’acquedotto al quale erano allacciati in pochi perché restii ad abbandonare l’abitudine di usare il pozzo che non mancava in nessuna abitazione.

Il traffico non era un problema in quel polmone verde poi diventato parco, e nemmeno l’inquinamento e i parcheggi. A Bergamotto si conoscevano tutti. E percorrere le poche centinaia di metri che separavano il paesello dalla campagna poteva anche diventare una cosa lunga e faticosa perché era d’obbligo salutare e scambiare quattro chiacchiere di cortesia con chi si incrociava lungo il cammino. In città, invece, spesso non ci si salutava nemmeno tra dirimpettai dello stesso pianerottolo, neppure dentro l’ascensore. E ciò rappresentava un problema per chi desiderava integrarsi. Che sia colpa della nebbia e dell’umidità? si domandava spesso Totò senza riuscire a trattenere un sorriso amaro.

A Bergamotto, dopo cena, con l’arrivo della bella stagione, era frequente che la contrada si riunisse. In quei grandi crocchi si parlava di qualsiasi cosa e si scambiavano pareri su quanto accaduto nella zona. Solitamente gli episodi che attiravano maggiore attenzione o curiosità erano quelli che avevano come protagonisti spiriti, fantasmi, santi e briganti.

L’arrivo in città gli fece apprezzare particolarmente un aspetto della sua terra: l’assenza di quegli enormi palazzoni. Al suo paese la gente non era costretta a vivere in grandi scatole divise in piccoli box, come animali in gabbia, perché ogni famiglia aveva la propria abitazione. Poteva essere più o meno dignitosa, ma almeno era indipendente e aveva tanto terreno intorno in cui piantare alberi da frutto, ortaggi e odori.

I più fortunati potevano permettersi una stanza e la cucina. Gli altri erano costretti a stare in otto o dieci in un solo locale di quattro metri per quattro con le camere da letto, se così si potevano definire, ricavate in nicchie nascoste da un drappo. A scandire la vita familiare era solitamente il camino, che usavano per illuminare, scaldare, cucinare e bollire la biancheria: non essendoci la lavatrice, per i lavaggi ad alte temperature si usava far cuocere le robe in un pentolone pieno d’acqua e sapone.

In casa di Totò erano in dieci, e gli unici che in un certo senso stavano più comodi erano i genitori. I figli, invece, dormivano in quattro nello stesso letto. Le sorelle in una nicchia e i maschi nell’altra. Solitamente il bagno veniva costruito un po’ lontano dall’abitazione, e nella maggior parte dei casi consisteva in una grande buca ricoperta di cemento sulla quale veniva fissata la tazza. Spesso non c’era nemmeno quella e il water altro non erano che quattro mattoni incollati tra loro, con un foglio di compensato a fare da coperchio. Solitamente veniva usato da tutte le famiglie che vi abitavano intorno. Non esisteva l’intimità, ma quello probabilmente era davvero il male minore, dal momento che nei pensieri della gente del Sud c’era solo la battaglia quotidiana per procurarsi il minimo vitale.

Pian piano, però, dopo aver messo a fuoco le costanti, Totò era stato capace di adottare le variabili giuste per risolvere l’equazione. E aveva trovato la soluzione che gli aveva permesso di integrarsi molto bene nel tessuto emiliano. Da tempo non avvertiva più quel fastidioso senso di precarietà e alienazione che costituisce un fardello nella vita di qualsiasi immigrato. Dopo dieci anni da manovale era riuscito a creare la sua impresa personale, facendo fortuna e soldi a palate.

Il giovane aveva fiuto per gli affari: acquistava terreni, costruiva palazzi e vendeva appartamenti alla velocità della luce. Non ostentava mai la propria ricchezza che usava per godersi la vita senza dimenticare la parsimonia dei tempi difficili imparata dai propri genitori. Di sicuro non aveva più l’aspetto posticcio e trasandato di quando era arrivato sotto le Due Torri. Quell’aspetto tipico di chi nella propria esistenza ha conosciuto solo miseria e povertà e si affaccia per la prima volta ai margini della società. Soprattutto quella opulenta e disperata, come l’aveva definita in una sua omelia l’ex arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi.

Ora che aveva i mezzi, vestiva con gusto, frequentava bei locali e cominciava pure ad apprezzare il teatro, la lettura e i luoghi in cui si respirava cultura. Da uomo d’onore qual era, si era ricordato della ragazza che lo attendeva a Bergamotto e l’aveva sposata nel corso di una cerimonia alla quale erano state invitate oltre trecento persone. Nel suo curriculum personale non c’era nessuna crepa, nemmeno una multa per divieto di sosta, a parte l’interesse per l’altra metà del cielo: a suo modo di vedere, non c’erano legami che potessero impedire un’avventura, anche se questa propensione l’aveva portato qualche volta a calpestare l’aiuola di qualcun altro. Durante l’inchiesta, gli inquirenti avevano scoperto che nel suo letto era finita la femmina di un suo corregionale che aveva giurato di vendicare l’affronto.

Ed era stata proprio questa l’ipotesi investigativa seguita dagli uomini del tenente colonnello Morini nei primi momenti successivi all’omicidio. Del resto, l’esecuzione era tipica del modus operandi mafioso, e da quelle parti di assassinii del genere ne avevano visti davvero pochi. Dopo tre mesi, però, si erano accorti di essere finiti in un vicolo cieco, nonostante le avessero provate tutte. Ovviamente non avevano tralasciato di controllare i conti correnti della vittima, le amicizie, i conoscenti, i tabulati del suo telefonino, quelli del telefono dell’impresa e di casa, ma non era emerso niente. Era tutto apparentemente a posto. I flussi di denaro che scorrevano sui conti dell’azienda Totaro erano consistenti ma, secondo le fiamme gialle del Nucleo di polizia tributaria erano giustificabili con il suo enorme giro d’affari. Dall’analisi dello storico era emerso che le entrate e le uscite dell’imprenditore avevano sempre avuto quell’andamento milionario.

Per qualche anziano di Pianoro, dove abitava, il siciliano aveva fatto soldi troppo in fretta, e a suo modo di vedere era proprio quella l’anomalia. A dire il vero, quella terra non era mai stata particolarmente generosa con chi era partito da zero. Figurarsi con quel forestiero che in soli dieci anni era riuscito a costruire dal nulla un’impresa con un fatturato da centocinquanta milioni di euro. Una realtà capace di resistere alla crisi e alle commesse, che pure non davano le stesse soddisfazioni dei periodi migliori. Nonostante i sospetti, però, le indagini non avevano fatto emergere niente di rilevante sul conto di quel novello re Mida, così bravo da trasformare in oro tutto ciò che toccava. 

Note

1 - Letteralmente un asino da lavoro che sta per grande lavoratore

Capitolo 3 - Bilanci troppo perfetti

«Su Salvatore Totaro non abbiamo trovato niente di anomalo» aveva riferito un giorno il tenente colonnello Antonio Mariucci, comandate del Nucleo di polizia tributaria di Bologna, al suo pari grado Francesco Morini, dopo aver spulciato i conti della vittima.

«Proprio nulla? Niente che possa meritare la nostra attenzione?» aveva insistito il maresciallo Mastro durante una riunione convocata nell’ufficio del pm titolare del fascicolo per

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