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Il dio danzante - delitto nel Salento

Il dio danzante - delitto nel Salento

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Il dio danzante - delitto nel Salento

Lunghezza:
267 pagine
3 ore
Pubblicato:
19 lug 2019
ISBN:
9788834158487
Formato:
Libro

Descrizione

Difficile fare i conti con le proprie certezze…
La Sacra corona unita e il Salento fanno da sfondo a questo avvincente giallo ambientato nel Tacco d'Italia. I carabinieri cercano un pericoloso ergastolano evaso dall’ospedale Vito Fazzi di Lecce sparando all’impazzata. È l’unico che conosce dove sono nascosti 200 chilogrammi di lingotti d’oro, frutto di una sanguinosa rapina avvenuta qualche anno prima. Pertanto le indagini per la sua cattura si intrecceranno con quelle per il recupero di quell’ingente bottino.
Questa volta il cronista salentino Rosario Saru Santacroce gioca in casa e segue le indagini con il solito piglio e conoscenza della materia. Lo sciamano neolitico che si trova nella grotta dei Cervi è tra le figure centrali di questo giallo che si immerge nel difficile passato del Salento e nella sua sanguinosa storia. Il fuggitivo, soprannominato u masciu, è infatti un killer della Sacra corona unita sposato con una donna di polso e di mafia. Attraverso queste due figure il giallo riesce ad intrufolarsi nei fitti misteri della criminalità organizzata districandosi magistralmente tra pentiti e informatori. E Saru, questa volta, rischia parecchio.
Con le sue riflessioni e con il colpo di scena finale, Il dio danzante – delitto nel Salento fa riflettere su quanto sia difficile fare i conti con le proprie certezze e con le proprie convinzioni...
Pubblicato:
19 lug 2019
ISBN:
9788834158487
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Cesario Picca (1972), salentino di origine, vive a Bologna. Per 25 anni ha lavorato come giornalista di cronaca nera e giudiziaria, ora si occupa dei suoi gialli e del protagonista Rosario Saru Santacroce ed è relatore e moderatore in numerosi dibattiti e convegni. Ha pubblicato (2005) il saggio giuridico Senza bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa.Il suo amore per i gialli è sbocciato con Tremiti di paura dove il cronista salentino Rosario (Saru) Santacroce segue le indagini per scoprire l'autore di un cruento femminicidio. Questo è il primo giallo di una lunga serie. Vi fanno parte, infatti, Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione, Il dio danzante - delitto nel Salento, Vite spezzate ambientato a Londra e dedicato alle vittime di abusi, L'intrigo - guanti puri e senza macchia e Il filo rosso - delitto sui colli.C’è molto di Cesario Picca in Saru Santacroce. Stessa età, stesse origini, stesso modo di vivere vita e lavoro. Laureato in Economia all’Università di Lecce, Cesario Picca si è trasferito a Bologna per lavoro. Si è occupato per molti anni di cronaca nera e giudiziaria lavorando per il quotidiano L’Informazione-Il Domani e collaborando con l’agenzia Adn Kronos.Nel 2002 è stato insignito del premio 'Cronista dell’anno Piero Passetti' grazie a un’inchiesta giornalistica.Cesario Picca was born and bred in Salento, in South Italy. For 25 years he worked as a crime and judicial reporter so it was very simple start writing thrillers. In his books, like Broken Lives and Murder in the Tremiti Isles, there are many real stories crossed with fantasy.He has already published (2005) the juridical essay Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Ungagged - the developing concept of freedom of the press).His love for thrillers blossomed with Murder in the Tremiti Isles (She, the other and death...) in which the main character, the reporter from Salento, Rosario Saru Santacroce, is involved in a femicide. But you can find Saru Santacroce in thrillers Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione (Because transgress also means dying...), Il dio danzante - delitto nel Salento (It is hard to deal with our own certainties...), Broken Lives (The monsters from the past destroy the future...), a psychological thriller set in London, dedicated to victims of abuse and inspired by Criminal Minds, Il filo rosso - delitto sui colli and the esoteric L'intrigo - guanti puri e senza macchia.The main character of his thrillers is a rough and rational man, talkative, charismatic, ready to savor every moment of life as if it was the last. Nicknamed Saru (the nickname that is given in Salento to those named like him), the reporter Rosario Santacroce covers the city's crime beat. As often happens, occasionally work also follows him on holidays because a real reporter is destined (almost) never to unplug. And that is probably why he gets entangled in murders.Maybe, between Saru Santacroce and Cesario Picca there are many points in common; they love life and they think life is a gift. They love footing and untill now they have run 30 marathons. A good way, in their opinion, to relax and feel good.In 2002 Cesario Picca was awarded the Piero Passetti prize for 'Reporter of the year'. He is a speaker or moderator at numerous conferences and participates in many radio and television broadcasts.


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Il dio danzante - delitto nel Salento - Cesario Picca

Capitolo 1 – Nu masciu in fuga

Quando la sveglia suonò gli pareva di essersi appena addormentato. Sarebbe stato disposto anche a pagare pur di poter restare a letto, ma gli toccava andare a lavorare. La giornata non stava cominciando nel migliore dei modi. Fuori pioveva a dirotto e in casa di certo non splendeva il sole. L’ennesimo litigio con la moglie a causa dei genitori di lei, con i quali non andava d’accordo, aveva trasformato in un inferno il weekend sottratto al lavoro. Per Antonio Calcagnile, detto Ntunucciu, la settimana non stava partendo con il piede giusto. E andare a ‘faticare’ non lo avrebbe aiutato a fare pace con la vita perché a Borgo San Nicola non era come stare a Eurodisney. Ma pur di non trascorrere altro tempo in compagnia di chi gli causava quella fastidiosa sensazione di malessere rinunciò anche alla colazione già pronta sul tavolo della cucina.

Ntunucciu Calcagnile era una guardia penitenziaria in servizio nel carcere di Lecce e il pensiero di non dover trascorrere tutto il giorno in quel girone dantesco era l’unico bagliore di luce che riusciva a intravedere. Il suo ordine di servizio prevedeva, infatti, la traduzione di un detenuto all’ospedale Vito Fazzi per un accertamento clinico. Ntunucciu non conosceva il nome dell’uomo che avrebbe accompagnato insieme al collega e amico Oronzo Gatto, detto Ronzinu, ma quando arrivò a lavoro ebbe la prova di come certe volte la vita ce la metta davvero tutta per farsi odiare. E il caffè della macchinetta, già cattivo di per sé, gli risultò ancora più sgradevole del solito. 

U cane secuta proprio u strazzatu¹, pensò tra sé quando sull’ordine di traduzione lesse il nome di Stefano Rizzello, detto Steu, un pericoloso ergastolano. Già affiliato alla Sacra corona unita, la cosiddetta quarta mafia, sin dai tempi del patriarca Pino Rogoli, negli ultimi anni si era specializzato nelle rapine ai portavalori. Stando agli elementi raccolti dagli investigatori, faceva parte di uno spietato gruppo di banditi che aveva la propria base operativa a Cerignola, in provincia di Foggia. Era stato arrestato dopo un sanguinoso assalto a un furgone blindato avvenuto due anni prima tra Santa Maria di Leuca e Ugento. Un commando di dieci persone aveva attaccato un mezzo carico di oro destinato al caveau della Banca d’Italia di Bari e nell’agguato erano morte tre guardie giurate e tre agenti di scorta. Lo stesso Rizzello era rimasto gravemente ferito e in seguito era stato incastrato dal Dna estratto dalle tracce di sangue repertate sul luogo dell’assalto. Non era stato facile, invece, risalire ai complici. Gli investigatori li conoscevano, ma le prove raccolte non erano state ritenute sufficienti per scrivere la parola fine alla loro carriera criminale. Prima di finire dietro le sbarre, Steu Rizzello era riuscito a far sparire il prezioso bottino, oltre duecento chilogrammi di lingotti d’oro. Per questo motivo era stato ribattezzato u masciu come uno dei tre Re Magi. 

Nel suo mondo, quella terra di mezzo in cui comandava la mala ancora indomita nonostante i duri colpi ricevuti con le inchieste coordinate dalla Dda di Lecce, ormai lo conoscevano tutti con quel nome. Lo sapeva benissimo anche il maresciallo Pietro Martella del Reparto operativo del Comando provinciale. Neanche cinquant’anni, salentino, fisico asciutto e in forma grazie alle tante ore di allenamento in palestra, brizzolato, conosceva molto bene il proprio lavoro. La sua fama tra i delinquenti era inversamente proporzionale a quanto sapeva di lui l’opinione pubblica. Non amava i riflettori e le conferenze stampa le lasciava volentieri agli altri. Con i giornalisti non aveva un gran feeling proprio in virtù della tendenza a tenere sempre un profilo basso. Era il più anziano dell’ufficio e la sua lunga frequentazione del territorio gli aveva permesso di maturare una conoscenza abbastanza approfondita della realtà con cui faceva i conti ogni giorno. 

Anche se masciu, Steu Rizzello non era un esperto di astrologia né un re, né tantomeno conosceva la filosofia. Tuttavia, avendo a disposizione tutto quell’oro, era stato facile associarlo a Melchiorre. Quel soprannome aveva anche un altro significato legato alla sua persona, un chiaro riferimento all’aspetto che di certo non lo faceva somigliare a un Adone. Ete bruttu comu a fame², avrebbe detto un salentino verace rendendo bene l’idea. E la sua ferocia andava a braccetto con la bruttezza. Della Scu era stato il braccio armato e si vociferava che Rogoli gli commissionasse gli omicidi più importanti, soprattutto quelli più truci, che servivano a dare un segnale agli avversari o agli ‘sbirri’, come venivano chiamati i confidenti. 

Rizzello era finito in carcere per colpa del maresciallo Martella che conosceva molto bene. Subito dopo il colpo al portavalori era stato naturale pensare a Steu e ai suoi compari foggiani. Poiché quest’ultimo sapeva che i complici non lo avrebbero mai portato in ospedale, con l’aiuto di alcuni confidenti aveva messo sotto pressione quei medici che avevano il ‘vizio’ di aiutare i malviventi rimasti feriti nei conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Un servigio che veniva ben remunerato. Durante la convalescenza, Rizzello si era nascosto in una masseria nelle campagne di Casalabate dove pensava di essere al sicuro, ma il maresciallo e i suoi uomini erano riusciti a scovarlo dopo un lavoro certosino di pedinamenti e intercettazioni ambientali. 

Quella mattina, uggiosa e afosa come solo i primi giorni di giugno sanno essere, u masciu avrebbe dovuto sottoporsi a una visita endoscopica. Calcagnile e Gatto avrebbero voluto l’ausilio almeno di altri due colleghi per la traduzione, ma gli agenti in servizio erano pochi e così, nonostante il loro disappunto, furono costretti a svolgere il lavoro da soli.

«Tenimu n’amministrazione taveru discraziata. Cu ne lassane suli cu nu delinquente di quidda purtata anu gessere taveru varzani»³ si lamentarono Ntunucciu e Ronzinu con il loro comandante, il quale più che dare loro supporto morale e ragione non poteva fare.

Tra mugugni e raccomandazioni al Cielo salirono sul furgone blindato e si diressero al nosocomio leccese, situato a metà strada tra la statale per Maglie e quella per Gallipoli. Dopo essere rimasti imbottigliati quasi mezz’ora nel traffico del lunedì mattina, sotto una pioggia che non dava tregua, arrivarono in ospedale. Per non dare nell’occhio raggiunsero il reparto da un’entrata secondaria, con Rizzello sempre ammanettato e tenuto d’occhio. 

«Ti sta chiamanu, sciamu»⁴ disse Ronzinu alzandosi dalla sedia sulla quale attendevano il proprio turno.

Il detenuto chiese di poter entrare senza le manette, richiesta che il medico stesso ripeté ai due agenti per poter svolgere al meglio il proprio lavoro. Accadde tutto in un attimo. Rizzello sfilò la pistola a Ronzinu e lo colpì in testa, stordendolo. Calcagnile non fece in tempo a estrarre la sua dalla custodia che venne raggiunto da una scarica di proiettili che riuscì miracolosamente a schivare riparandosi dietro le macchinette del caffè. Non se la sentì di rispondere al fuoco, temeva di colpire i pazienti in attesa nel corridoio. Il dottore si era nascosto nella stanza dalla quale era uscito poco prima senza poter lontanamente immaginare l’inferno che si sarebbe scatenato di lì a breve. Rizzello scappò approfittando del trambusto causato dalla sparatoria e dal panico generale, mentre la gente urlava e cercava riparo per sfuggire al fuoco. Una volta fuori, salì sull’auto dei complici che lo aspettavano nel parcheggio e fece perdere le proprie tracce. 

Calcagnile telefonò prima al 112 e poi al 113 nel tentativo di bloccare le vie di fuga e si diede da fare per soccorrere il collega ferito e altri due pazienti che nella calca erano rimasti lievemente contusi. Per fortuna nessuno era stato colpito da proiettili vaganti. Dovette tirare qualche urlo per convincere medici e infermieri a uscire dalle stanze in cui si erano barricati e a prestare soccorso. Erano tutti in evidente stato di choc e l’atmosfera che si respirava sembrava quasi surreale. Le centrali operative dei carabinieri e della polizia lanciarono l’allarme immediatamente, ma il pronto intervento delle pattuglie sul territorio non fu sufficiente a impedire all’ergastolano di guadagnare la libertà. 

«C’è successu?»⁵ chiese il comandante a Calcagnile non appena ne lesse il nome sul display del cellulare.

«Capu, u Rizzellu jete scappatu. Aie scatenatu l’infiernu intra l’ospetale e se l’è scuajata»⁶.

«Ui comu stati?»⁷.

«Ieu buenu, ma u Ronzinu aie utu nu corpu a ncapu e moi sta ne fannu l’accertamenti»⁸ gli spiegò Ntunucciu. 

«Sta binimu»⁹.

Martella giunse sul posto insieme ai propri uomini e raccolse le prime testimonianze. Dopo aver sentito Calcagnile, interrogò i pazienti, spaventati ma incolumi. Il corridoio di fronte all’ambulatorio di chirurgia, già di per sé per nulla accogliente, pareva ora una viuzza di Mostar dopo i bombardamenti dei Serbi durante la guerra nei Balcani. Il paragone parve inevitabile per il maresciallo che quelle immagini le aveva ben stampate in mente dopo anni di servizio in quelle terre martoriate dall’odio razziale. Si fece raccontare con dovizia di particolari quanto era accaduto e ordinò ai colleghi di recuperare i filmati delle telecamere a circuito chiuso per capire chi aveva aiutato il fuggitivo.

«Fiju meu, m’aggiu sciuntata»¹⁰ disse una signora sui settant’anni che dal suo paesino, Felline, aveva raggiunto il capoluogo per una visita prenotata da tempo. Non conosceva bene l’italiano, ma ci teneva a non passare per un’analfabeta perché, a suo dire, so comunicare e sono brava a esternare i miei pensieri e a farmi capire. Dopo essersi ripresa dalla paura, sembrava quasi eccitata per la scena alla quale aveva assistito. Fino a quel momento le aveva viste solo in TV, l’unica compagnia ‛esterna’ delle sue giornate che di solito trascorreva insieme alle vicine di casa. Probabilmente la paura le aveva iniettato in vena talmente tanta adrenalina che fu necessario un calmante per arginarla. Dopo averla ascoltata per un po’, Martella capì che l’arzilla vecchietta nulla avrebbe potuto aggiungere a quello che già sapeva se non un resoconto romanzato infarcito del meglio che la signora aveva visto nelle sue serie poliziesche preferite. Perché Filomena Santantonio, detta Nena, non era solita guardare le telenovelas come la maggior parte delle sue coetanee. Lei adorava Ncis, Csi, Bones e, se proprio non c’era altro da vedere, l’ispettore Colombo. 

«Giovine, tengu tante cose te tire ‘ncora»¹¹ disse inseguendo il maresciallo senza alcuna intenzione di mollare la presa.

«Signora, per cortesia mi lasci lavorare. Ho già messo a verbale le sue dichiarazioni» provò a risponderle con educazione Martella senza però ottenere alcun risultato. La Nena, infatti, amava essere al centro dell’attenzione e quella era l’occasione della vita. La speranza a quel punto era di finire in televisione, così avrebbe fatto crepare di invidia qualche amica gelosa delle sue capacità comunicative. Il sogno si materializzò di lì a qualche ora quando i giornalisti si presentarono in ospedale. Le prime agenzie di stampa avevano già battuto la notizia della sparatoria al Vito Fazzi grazie allo scanner sintonizzato sulle frequenze delle forze dell’ordine. Martella non avrebbe dato loro alcuna soddisfazione, ma la Nena si dimostrò più che felice di farlo. Fece in modo di ritrovarsi a tu per tu con un microfono e una videocamera, adottando però la tecnica dell’indifferenza e assumendo l’aria di chi non ha voglia di parlare con i cronisti. In realtà, prima di farsi riprendere, si era recata in bagno per controllare che nel trambusto la messa in piega del giorno prima fosse ancora impeccabile.

«Signora, lei era in ospedale al momento della sparatoria?» le domandò una giornalista di un’emittente locale. 

«Fija, è statu n’infernu. Me critia ca moriu. Aggiu vistu unu bruttu comu la fame. Paria nu masciu. Aie lavata a pistola a na cuardia e sa misu a sparare come nu pacciu. Simu vivi pe miraculu»¹² raccontava spigliatamente la Nena davanti alle telecamere. E più i microfoni si moltiplicavano attorno alla sua bocca, più enfasi metteva nel racconto, rigorosamente in dialetto. Per tenere incollati a sé i giornalisti aggiungeva altri particolari alla storia che pareva ormai la trama di una puntata di una delle sue serie televisive preferite. I cronisti capirono che stava gonfiando un po’ l’accaduto ed ebbero la sgradevole sensazione, avendole ormai dato corda, che non sarebbe stato facile sfuggire alla sua morsa. 

«Maresciallo, per cortesia, ci rivela l’identità dell’uomo in fuga?» chiese un giornalista a Martella.

«Si tratta dell’ergastolano Stefano Rizzello detto u masciu» spiegò l’interpellato scatenando tra i presenti una spasmodica ricerca di dettagli. C’era, infatti, chi chiamava la propria redazione per un controllo in archivio e chi dava una scorsa sui motori di ricerca per inquadrare meglio il personaggio. Man mano che giungevano le conferme, si delineava il profilo del temibile assaltatore di portavalori e in particolare emerse la sanguinosa rapina di alcuni anni prima che gli era costata l’ergastolo. 

Nel corso del telegiornale dell’ora di pranzo, il procuratore capo della Procura di Lecce lanciò un appello ai cittadini. Da una parte si raccomandò di fare attenzione perché l’uomo era molto pericoloso non avendo nulla da perdere, dall’altra rivolse loro l’invito a fornire elementi utili alle indagini e alla sua cattura. 

Dal canto loro, Calcagnile e Gatto erano molto preoccupati per quanto accaduto perché non potevano escludere un possibile procedimento anche nei loro confronti. In difesa dei colleghi, i sindacati cominciarono a puntare il dito contro i vertici, unici responsabili ‒ a loro dire ‒ della fuga di Rizzello. 

«Perché non si può organizzare la traduzione di un ergastolano senza scrupoli con due soli agenti. Perché l’amministrazione non può pretendere che le cose vadano sempre bene grazie allo spirito di sacrificio dei propri uomini. Perché non si può continuare a lavorare sotto organico e con mezzi di fortuna. Perché la situazione è insostenibile e il numero di colleghi che si tolgono la vita è sintomatico delle difficoltà immani in cui ci troviamo a lavorare». 

Denunce che i sindacalisti facevano da tempo ma che nessuno aveva mai raccolto, immolando la sicurezza di agenti e cittadini all’austerity e ai tagli verticali. 

Per tutto il giorno Lecce venne messa sotto assedio da volanti del 113, gazzelle del 112 e pattuglie del 117. Posti di blocco furono piazzati su ogni via di fuga, neanche si trattasse di checkpoint in zone di guerra, e uomini armati con addosso giubbotti antiproiettile testimoniavano la pericolosità del ricercato. Il traffico pareva impazzito e la città era paralizzata. Le zone particolarmente interessate dai controlli furono lo stadio e la relativa via che dal capoluogo porta alla Marina di San Cataldo e alle splendide Cesine, la via Vecchia Frigole, la strada per Melendugno e le sue marine, la diramazione per Porto Cesareo e i collegamenti per Brindisi e Casalabate. L’idea era che in quel periodo dell’anno Rizzello potesse scegliere un posto di mare poco affollato dove dare meno nell’occhio. 

Il maresciallo Martella, dal canto suo, lasciò ai propri uomini il compito di sentire i testimoni e di torchiare i due agenti della penitenziaria, la cui complicità non poteva essere scartata a priori. Fece un giro in un paio di posti dove era sicuro che avrebbe incontrato alcuni confidenti, di quelli che le notizie le apprendevano per primi proprio mentre si svolgevano gli eventi. 

«Marescià, te possu offrire nu cafè?»¹³ gli chiese Peppino u curtigianu, un uomo di bassa statura che giustificava il nomignolo che gli era stato affibbiato, nessuna confidenza con la bellezza, sessantatré anni, un passato nella Scu, molto vicino al fondatore Pino Rogoli. Dopo la pensione aveva chiuso con quella vita, ma l’ambiente lo conosceva ancora molto bene. Era sempre al corrente di ciò che accadeva e passava le informazioni a Martella. Tra loro c’era rispetto perché il maresciallo non solo era persona seria e capace, ma gli aveva anche salvato la vita. Era stato lui a sventare un agguato altrimenti mortale. Erano gli anni in cui i giovani fremevano dalla voglia di fare soldi facili con la droga e, pur di ottenere lo spazio che non era loro concesso, non esitavano a imbracciare le armi. Avevano messo a segno qualche colpo eclatante ammazzando un paio di uomini vicini al capoclan contrario a coinvolgere l’organizzazione nello spaccio degli stupefacenti. La stessa fine sarebbe toccata a Peppino se quella sera piovosa e fredda di fine gennaio una gazzella del Radiomobile non si fosse trovata in servizio dalle parti di Surbo, al confine con il capoluogo proprio dove ora sorgono la multisala e il centro commerciale. Due auto con a bordo uomini armati di kalashnikov avevano affiancato quella del curtigianu e cominciato a fare fuoco all’impazzata. Nonostante fosse stato ferito, l’obiettivo della spedizione di morte si era lanciato in una stradina di campagna e aveva tentato la fuga a piedi approfittando del buio. La sparatoria aveva attirato l’attenzione dei carabinieri che erano intervenuti prontamente facendo battere in ritirata il commando prima del colpo di grazia finale. I sanitari del Vito Fazzi avevano fatto il resto al termine di un delicato intervento chirurgico. Quel tentato omicidio aveva dato l’inizio a una guerra vera e propria, decisa durante un incontro tra il Rogoli e il suo pari grado Salvatore Buccarella. I due capi erano contrari allo scontro perché sapevano che avrebbero attirato i riflettori dello Stato con la conseguenza di ritrovarsi addosso le forze dell’ordine. Cosa che era effettivamente avvenuta, segnando lo sfacelo dell’organizzazione in seguito a vari blitz e arresti. Ai giovani rampanti, però, vennero tagliate le unghie e alcuni di loro caddero vittima della lupara bianca. Pur di ristabilire l’ordine e le gerarchie, i due boss fecero pagare caro il mancato rispetto estendendo la vendetta ai loro familiari fino al terzo grado. Fu una vera e propria mattanza finalizzata ad accrescere la paura intorno al clan e a spegnere eventuali velleità future. Lecce e le cittadine intorno al capoluogo, in particolare Surbo, Campi e Squinzano, divennero teatro di morti violente con il sangue che scorreva a fiumi.

«Nun’è u cafè ca oiu, lu sai»¹⁴ gli rispose Martella, lanciando a Peppino un chiaro segnale del motivo per il quale si trovava lì in quel momento. L’uomo lo sapeva benissimo, ma lasciò intendere che, sebbene le notizie stessero volando, non avevano ancora raggiunto le orecchie giuste. Solo a fine volo avrebbero trovato qualche lingua disposta a parlare. 

Martella ricevette la stessa risposta da un altro informatore, a dimostrazione che era ancora troppo presto. A lui tuttavia interessava aver lanciato il messaggio e tenerli sotto pressione per ricordare loro chi in realtà avesse il controllo del territorio. Era certo che non appena avessero saputo qualcosa lo avrebbero informato, come era sempre accaduto. 

In serata, il procuratore capo convocò un summit al palazzo di giustizia, in viale De Pietro, per fare il punto sul lavoro svolto in quella giornata e per delineare una strategia per i giorni a seguire. Al tavolo erano seduti l’aggiunto, il procuratore generale, il comandante provinciale dei carabinieri, quello della Finanza, il questore, il prefetto e anche il nuovo arrivato, il pm Federico De Bellis. Originario di Bologna, aveva chiesto il trasferimento a Lecce per fare una nuova esperienza lavorativa e di vita. Era giunto nel Salento come applicato alla Procura Generale, ma veniva pure impiegato per ‘tappare i buchi’. Pertanto quel giorno si era ritrovato come magistrato di turno e il caso era finito sulla sua scrivania. Tutti erano consapevoli dell’importanza di una risposta immediata di fronte a quel grave episodio. Era ormai evidente che si era trattato di una fuga organizzata e ben studiata. Rizzello non aveva approfittato soltanto di un momento di distrazione degli agenti, ma pareva averlo creato ad hoc per entrare in azione. Il primo ordine fu di verificare che l’esame medico al quale il detenuto doveva essere sottoposto quella mattina

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