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Gioco mortale delitto nel mondo della trasgressione
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E-book258 pagine3 ore

Gioco mortale delitto nel mondo della trasgressione

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Info su questo ebook

Trasgredire vuol dire anche morire…
Un giallo avvincente che ti svela i segreti della trasgressione mentre segui le serrate indagini della squadra mobile di Bologna alle prese con un delitto eccellente maturato nell'ambiente degli amanti del vizio e del libertinaggio
Un ricco e gaudente uomo d’affari bolognese viene trovato morto nella sua lussuosa villa a ridosso dei giardini Margherita e la polizia indaga per svelare l’autore di un omicidio dall’inconsueto modus operandi. Dal lavoro degli investigatori emerge che la vita privata della vittima è connotata da parecchi lati oscuri. L’uomo frequenta club privé, organizza orge nella sua villa e ama sperimentare nuovi ambiti alla stessa stregua del marchese De Sade. Ma ha anche un passato tenebroso e fa affari con una certa disinvoltura. Non è facile per la polizia scoprire chi l’ha assassinato specie se ci sono di mezzo due protagoniste femminili apparentemente diverse ma pericolosamente simili.
In questo giallo, il secondo della serie de i gialli di Saru Santacroce, il cronista salentino dimostra di conoscere molto bene il mondo della trasgressione. Un universo che descrive sagacemente con dovizia di particolari spesso forti e ad alta intensità erotica, ma senza mai trascendere nonostante l'argomento.
LinguaItaliano
Data di uscita19 lug 2019
ISBN9788834158470
Gioco mortale delitto nel mondo della trasgressione
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Autore

Cesario Picca

Cesario Picca (1972), salentino di origine, vive a Bologna. Per 25 anni ha lavorato come giornalista di cronaca nera e giudiziaria, ora si occupa dei suoi gialli e del protagonista Rosario Saru Santacroce ed è relatore e moderatore in numerosi dibattiti e convegni. Ha pubblicato (2005) il saggio giuridico Senza bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa.Il suo amore per i gialli è sbocciato con Tremiti di paura dove il cronista salentino Rosario (Saru) Santacroce segue le indagini per scoprire l'autore di un cruento femminicidio. Questo è il primo giallo di una lunga serie. Vi fanno parte, infatti, Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione, Il dio danzante - delitto nel Salento, Vite spezzate ambientato a Londra e dedicato alle vittime di abusi, L'intrigo - guanti puri e senza macchia e Il filo rosso - delitto sui colli.C’è molto di Cesario Picca in Saru Santacroce. Stessa età, stesse origini, stesso modo di vivere vita e lavoro. Laureato in Economia all’Università di Lecce, Cesario Picca si è trasferito a Bologna per lavoro. Si è occupato per molti anni di cronaca nera e giudiziaria lavorando per il quotidiano L’Informazione-Il Domani e collaborando con l’agenzia Adn Kronos.Nel 2002 è stato insignito del premio 'Cronista dell’anno Piero Passetti' grazie a un’inchiesta giornalistica.Cesario Picca was born and bred in Salento, in South Italy. For 25 years he worked as a crime and judicial reporter so it was very simple start writing thrillers. In his books, like Broken Lives and Murder in the Tremiti Isles, there are many real stories crossed with fantasy.He has already published (2005) the juridical essay Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Ungagged - the developing concept of freedom of the press).His love for thrillers blossomed with Murder in the Tremiti Isles (She, the other and death...) in which the main character, the reporter from Salento, Rosario Saru Santacroce, is involved in a femicide. But you can find Saru Santacroce in thrillers Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione (Because transgress also means dying...), Il dio danzante - delitto nel Salento (It is hard to deal with our own certainties...), Broken Lives (The monsters from the past destroy the future...), a psychological thriller set in London, dedicated to victims of abuse and inspired by Criminal Minds, Il filo rosso - delitto sui colli and the esoteric L'intrigo - guanti puri e senza macchia.The main character of his thrillers is a rough and rational man, talkative, charismatic, ready to savor every moment of life as if it was the last. Nicknamed Saru (the nickname that is given in Salento to those named like him), the reporter Rosario Santacroce covers the city's crime beat. As often happens, occasionally work also follows him on holidays because a real reporter is destined (almost) never to unplug. And that is probably why he gets entangled in murders.Maybe, between Saru Santacroce and Cesario Picca there are many points in common; they love life and they think life is a gift. They love footing and untill now they have run 30 marathons. A good way, in their opinion, to relax and feel good.In 2002 Cesario Picca was awarded the Piero Passetti prize for 'Reporter of the year'. He is a speaker or moderator at numerous conferences and participates in many radio and television broadcasts.

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    Anteprima del libro

    Gioco mortale delitto nel mondo della trasgressione - Cesario Picca

    Capitolo 1 - Un risveglio traumatico

    Quel «Benvenuto all’Inferno» scritto con il rossetto rosso porpora sullo specchio del bagno era ormai l’unico ricordo di una notte di passione che gli aveva fatto scordare l’usuale buonsenso di quando finiva a letto con donne sconosciute. Un brivido gli percorse la schiena prima di concludere la sua folle corsa con una vampata sul volto che spazzò quell’intontimento frutto di una nottata praticamente insonne. Il cuore batteva all’impazzata quasi volesse squarciargli il petto. Un’atroce sensazione di vuoto nello stomaco e il terreno che pareva scomparire da sotto i suoi piedi furono gli ulteriori segnali di allarme a indicare che qualcosa era fuori controllo. Tante le domande che lo travolsero come un treno in corsa contro un’auto che ha inopinatamente sfondato le barriere del passaggio a livello.

    Continuava a chiedersi cosa significasse quella frase, ma soprattutto che fine avesse fatto la donna che poche ore prima lo aveva estasiato come mai gli era capitato nella sua lunga, travagliata e continua ricerca del piacere. Se n’era andata senza lasciare neppure un biglietto, solo quel messaggio sibillino che ora lo stava macerando facendolo pentire di non aver adottato le necessarie precauzioni. Per non aver usato i preservativi che pure aveva a portata di mano nel cassetto del comodino accanto al letto colorato della sua accogliente camera. Il solo pensiero che potesse essere malata di Aids e che lo avesse infettato spalancandogli le porte dell’Inferno lo rese ostaggio della paura. Divenne irrazionale nonostante la sua proverbiale capacità di tenere tutto sotto controllo.

    Il terrore di morire per una scopata era più forte di qualsiasi pensiero razionale e ragionevole che in quel momento potesse passargli per la mente. Era sicuro che quella donna lo avesse sedotto e abbandonato. La vendetta che in fondo si aspettava, il dazio da pagare per una vita che da qualche tempo viveva in maniera godereccia e lussuriosa. Una resa dei conti che cercava di allontanare il più possibile adottando quelle che venivano considerate le opportune cautele. Quella notte, però, qualcosa gli aveva fatto abbassare la guardia e ora lo terrorizzava. Il principio che tutto abbia un inizio e una fine stavolta lo aveva colto di sorpresa perché non si sentiva pronto per il viaggio del non ritorno.

    Forse si era lasciato tradire dalla primavera che, con il suo tepore e il risveglio della natura, spinge prepotentemente alla schiusa dopo le nottate invernali buie, algide, piovose e battute dal freddo vento di tramontana. Era convinto che la sorte lo avesse punito facendo finire nel suo letto la donna sbagliata, la vendicatrice del sangue, che gli aveva presentato un conto salatissimo. Il peggio, in una sorta di discesa senza freni verso l’abisso, era che non sarebbe finita in un attimo, come sperava avvenisse se proprio avesse dovuto attraversare la cruna dell’ago. La sua sarebbe stata una lunga e sofferente caduta verso il buco nero dell’esistenza. Consumato dalla malattia che avrebbe distrutto il corpo dopo aver macerato l’anima e tagliato il sottile filo invisibile che lo legava al mondo. Perché, era la sua paura, nessuno gli sarebbe rimasto accanto se si fosse saputo del male, quello dei peccatori. Che vita sarebbe stata senza la possibilità di consumare rapporti sessuali, ormai fondamentali più per riempire una sorta di vuoto esistenziale apparentemente incolmabile che per appagare il pur pantagruelico e voluttuoso appetito.

    Rimase a lungo a guardarsi allo specchio come se la malattia dovesse materializzarsi da un momento all’altro trasformandolo in uno zombie. Guardò la radiosveglia per capire se poteva chiamare il medico e raccontargli le proprie paure, così da cercare di esorcizzarle. Gli avrebbe inutilmente chiesto lumi su cosa avrebbe potuto fare per debellare quel virus da cui si sentiva invaso. In cuor suo, però, sapeva che non c’era modo di sconfiggerlo. Era ancora troppo presto per telefonargli. Così decise di lavarsi, vestirsi e recarsi in ambulatorio per parlargliene di persona. E pazienza se avesse dovuto fare la fila rischiando di arrivare tardi al lavoro. Quella mattina era più importante la salute e voleva giocare tutte le carte a disposizione per impedire l’epilogo mortale che riteneva ormai certo. Rimase parecchio tempo sotto la doccia, quasi cercasse di debellare il male con l’acqua assegnandole una sorta di potere catartico.

    Mentre raggiungeva lo studio rifletteva su una considerazione che aveva letto una volta in un vecchio poliziesco e che gli era rimasta appiccicata come una cicatrice, una ferita che gli sanguinava spesso per via del suo lavoro di cronista da strada. Era, infatti, convinto che l’amore e il sesso contendessero alla fame il triste primato della principale causa di morte. Non voleva credere che davvero quella notte avesse goduto per l’ultima volta.

    Capitolo 2 - Dal medico

    «Ci siamo alzati presto stamattina, che sarà mai successo?» gli chiese il dottore abbozzando un sorriso non appena lo vide davanti all’ambulatorio ancora chiuso. Avrebbe voluto salutarlo con un simpatico epiteto salentino che gli aveva insegnato proprio l’uomo che aveva di fronte, ma le parole "ciau zangune"¹ gli rimasero inspiegabilmente in gola. Diversamente dal solito non c’era alcun anziano paziente che, insonne e senza nulla da fare se non pensare alla salute e al pranzo della mezza, lo stesse aspettando da almeno qualche ora.

    Il medico non poteva immaginare gli incubi che in quel momento stavano girovagando nella mente di Saru già particolarmente provato dal caldo che metteva a dura prova le sue camicie profumate e tutte rigorosamente cifrate a mano. 

    Quando si rese conto che le domande e le occhiate di scherno non sortivano alcun effetto su uno spirito allegro come quello del cronista, cominciò a venirgli il dubbio che qualcosa non andasse; che quel muso e quello sguardo spento, quasi catatonico, non fossero solo gli effetti drammatici del risveglio di buon’ora, cosa a cui il suo assistito non era affatto abituato.

    Seduto davanti alla scrivania, con l’odore dei medicinali che gli riempiva il naso fin quasi a impedirgli di respirare, lontano da orecchie indiscrete, Saru cominciò a esternare i suoi atroci timori. Il dottore lo ascoltò con il solito interesse non dovuto solo alle buone relazioni che si erano instaurate tra i due. Per un momento gli venne il dubbio che lo stesse prendendo in giro. Ma col trascorrere dei minuti si rese conto che l’uomo che aveva di fronte era davvero terrorizzato dall’idea di essere stato infettato dal virus dell’Hiv.

    Il medico cominciò a passare al setaccio tutte le sfaccettature di quel rapporto sessuale occasionale. Cercava eventuali appigli utili a rassicurare il malato che in quel momento era solo immaginario e in preda a una crisi ipocondriaca peggiore dello stesso male. Saru non andava mai dal medico, non soffriva, per sua grazia, di alcun malanno. La febbre lo odiava così tanto da non accettare neppure un invito a un fugace rapporto di raffreddamento. Ma quando si faceva prendere dai dubbi diventava spaventosamente insopportabile.

    Si sincerò se per caso avesse dei tagli in bocca o sul pene per scongiurare il contatto tra mucose lacerate. Il cronista gli rispose di no, ma con la consapevolezza di essere al punto di partenza perché non poteva dire la stessa cosa per la donna con cui aveva trascorso quella notte infuocata.

    Difficile pensare di controllare se la partner abbia o meno delle ferite in bocca o nella vagina quando occorre tenere a bada gli ormoni che annichiliscono la ragione e non danno tregua. Gli era sembrata una bella manza, in salute, vogliosa e senza tabù. E queste interessanti caratteristiche erano state sufficienti a scatenare la passione che aveva animato quel gioco sessuale che ora gli pareva mortale. Le aveva pure steso il lenzuolo di seta rossa e aveva acceso le candele profumate che avevano proiettato sull’armadio bianco le ombre dei loro corpi appiccicati l’uno all’altro.

    La notte era stata lunga e impegnativa ma di una soddisfazione senza precedenti. Non aveva mai avuto prima un rapporto di quel livello, a proprio giudizio elevatissimo. Una macchina da sesso che lo aveva estasiato. Che gli aveva dato la sensazione di interpretare un film in cui l’ardente desiderio aveva permesso di fare della realtà l’essenza stessa della cinematografia. L’Oscar della protagonista sarebbe certamente toccato a quella donna che si era impossessata del primo posto nella speciale classifica sulle partner che si erano avvicendate nel suo letto. Un primato che non veniva intaccato da anni, da quando aveva chiuso la storia con la donna che, nel bene e nel male, con i tanti difetti e le riconosciute qualità, gli aveva permesso di diventare uomo. Una relazione che aveva innescato l’eruzione di un vulcano quiescente spingendo l’ago della bilancia dal romanticismo estremo della giovane età all’illuminismo venato di verismo della maturità.

    Il turpiloquio, che da qualche tempo lo ispirava tanto, quella notte si era rivelato un’ulteriore freccia all’arco della donna che possedeva la capacità di farlo eccitare come un mandingo. Più lo incitava a spingere mentre la prendeva da dietro, più sentiva il suo membro esplosivo e carico, più il cuore pompava sangue dandogli la forza di non fermarsi. Era stata lei a dire basta perché sfinita, strapazzata e sfatta a causa di quella pluriorgasmicità che, superato un certo limite, perdeva i crismi della qualità per diventare quasi un difetto che la metteva ko.

    Lui, però, aveva il pene in tensione, tanta voglia e nessuna intenzione di smettere. Pertanto le aveva concesso solo un momento di tregua. Si era steso sopra di lei e, insinuandosi tra le gambe, aveva cominciato a ripercuoterla facendola venire nuovamente a ripetizione. Non era facile resistere a quello spettacolo che non deliziava solo occhi e orecchie. Ma si era controllato perché quello show era incommensurabile e per nulla al mondo vi avrebbe posto fine. Sentirla venire in quel modo e ammirarne il volto illuminato era qualcosa di strepitoso che avrebbe voluto far durare in eterno.

    Per l’ennesima volta gli aveva chiesto una pausa e si era girata a pancia in giù sul letto, la testa color oro poggiata sul braccio destro leggermente piegato e adagiato sul cuscino. Quello sinistro era rilassato lungo il corpo magro e statuario, bianco come il latte che certamente era sgorgato ma non copioso da quel seno appena abbozzato. Era rimasto a guardarla per qualche minuto, deliziato da quanto aveva vissuto fino a quel momento. Con il proprio alter ego in erezione che accarezzava di tanto in tanto, era intento a studiare in quale modo scoparla ancora. Le aveva chiesto di salire sopra e non si era fatta pregare di fronte a quell’asta voluttuosa pronta a farla godere nuovamente.

    Vi aveva saltellato come una cavallerizza dopo averlo gustato con profondo desiderio. Aveva cavalcato con foga quel membro che non trovava alcun ostacolo a ripercorrere la strada che l’avrebbe nuovamente condotta all’estasi. Dopo aver attraversato immense praterie verdeggianti ricche di rivoli sfavillanti e colori brillanti, si era girata di spalle e, abbandonandosi a un rapporto anale, si era adagiata sul petto di lui che continuava a possederla con una vigoria di cui egli stesso era meravigliato. Segno evidente che l’intesa mentale rappresenta un additivo chimico senza eguali. Mentre la scopava l’aveva abbracciata per farle sentire la presa vigorosa che le dava certezze. E con la mano destra si era dedicato al clitoride, un mix sapiente e libidinoso a cui la donna non riusciva a resistere, esplodendo di continuo. 

    «Senti la tua troia come viene» ripeteva senza soluzione di continuità mentre lui continuava a incitarla a venire per godere di quello spettacolo strabiliante al quale gli sembrava di assistere nonostante ne fosse il protagonista. 

    «Il tuo padrone porco ti vuole così, troia. Dai continua a godere, fai felice chi ti scopa con tanta voglia e passione» le urlava continuando col rapporto anale finché, dopo l’ennesima venuta, non si era arresa alla stanchezza adagiandosi nuovamente sul letto. La radiosveglia sul comodino segnava le quattro. In lontananza si udivano i rintocchi delle campane di qualche chiesa che squarciavano il silenzio della notte. Forse era il caso di arrendersi nonostante avesse ancora voglia di continuare.

    Una volta un collega che faceva il volontario alla Caritas gli raccontò dei tanti homeless che arrivavano alla mensa. Erano così affamati e spaventati da quello che la vita avrebbe potuto non dare loro il giorno dopo che divoravano tutto quello che potevano. Pareva che fossero in grado di conservare in chissà quale anfratto del loro corpo una parte del cibo divorato che poi avrebbe sprigionato l’energia al bisogno. E se potevano arraffare qualche scatoletta da usare come preziosa scorta futura non esitavano a metterla in tasca. Quella notte ebbe esattamente la stessa impressione. Lui stesso se ne meravigliò dato che il sesso era una preziosa quanto continua e deliziosa costante della sua vita.

    Evidentemente quella era un’occasione speciale che sentiva di doversi godere senza risparmio alcuno, si era ripetuto, quasi a giustificarsi, mentre andava in bagno per darsi una rinfrescata. Poi era tornato in camera e, dopo aver girato la donna, molto restia a proseguire, l’aveva presa nuovamente con la stessa foga di qualche minuto prima. Aveva ricominciato a partire nel suo volo verso l’estasi e, dopo un po’, l’aveva seguita riempiendola. Erano rimasti l’uno dentro l’altra per alcuni interminabili minuti, muti, con le bocche attaccate intenzionate a non farsi sfuggire alcun attimo di quella passione che li aveva travolti. Si erano guardati negli occhi con una notevole soddisfazione che non era stato necessario manifestare, tanto era evidente. Poco dopo, il sonno li aveva vinti e lei si era addormentata tra le sue braccia.

    «Riesci a contattare questa donna?» gli chiese il medico distogliendolo dai pensieri peccaminosi a cui si era abbandonato. Ricordi che gli avevano procurato un’erezione nonostante la paura che lo possedeva, a dimostrazione dell’indissolubilità del connubio Eros-Thanatos. L’evidente eccitazione lo avrebbe certamente messo in imbarazzo se a nasconderla non ci fosse stata la scrivania bianca, piena di medicine, che lo teneva separato dall’interlocutore.

    «Ho il numero di telefono, ma cosa le debbo chiedere?» domandò spaesato; della donna sapeva quel poco che gli aveva raccontato, senza alcuna prova che fosse tutto vero. Gli aveva detto che si chiamava Mery, che era di Modena e che era una donatrice, ma il libretto dell’Avis non lo aveva visto. E non aveva visto né chiesto le analisi del sangue, come pure faceva spesso mostrando le proprie con i valori in ordine.

    «Vista la situazione, devo inviarti immediatamente al Reparto di malattie infettive per la profilassi post-esposizione» gli disse il medico.

    «In che cosa consiste?» gli chiese Saru.

    «È un trattamento che dura un mese e richiede l’assunzione degli stessi farmaci prescritti ai soggetti sieropositivi» gli spiegò il dottore.

    «Gli stessi farmaci? Ma non sono mica malato! Ho qualche timore, ma nulla più» cominciò a preoccuparsi il cronista. L’idea di assumere quelle medicine con i conseguenti e probabili effetti collaterali pesanti che ne potevano derivare non gli andava giù. Sapeva che non stavano parlando di una cura per il raffreddore perché aveva avuto modo di realizzare un servizio sull’argomento. In quel momento cominciò ad avere più paura della profilassi che della malattia. Respirò a lungo, cercando di allontanare la tensione e dare spazio alla sua razionalità. Non era facile. Sentiva il sudore grondare copiosamente lungo la schiena. Aveva ormai la camicia madida.

    Note

    1 Epiteto salentino per salutare qualcuno con il quale si è confidenza. Letteralmente sta per Ciao sciocco, deficiente

    Capitolo 3 - L’incontro con Mery

    Aveva conosciuto Mery qualche giorno prima attraverso una delle tante piattaforme di incontri on-line e, dopo lo scambio di mail, foto, sms e telefonate, avevano stabilito di incontrarsi. Innanzitutto per accertarsi che di persona fossero in grado di confermare le aspettative sorte con le foto che si erano scambiati. Non era la prima volta, infatti, che entrambi facevano i conti con sorprese a dir poco sgradite se non mostruose. Poi occorreva verificare quanto di vero ci fosse di quel magico feeling che avevano intuito aleggiasse tra loro per via delle parole dette e scritte.

    In quel mondo, in tanti mandavano immagini di molti anni prima. Perché magari nel frattempo la pancia era cresciuta a tal punto da impedire loro persino di guardarsi il pisello quando andavano in bagno. O perché non avevano il coraggio di dire che la bella gnocca che erano aveva lasciato il posto alla donnina che porta i regali il 6 gennaio. O semplicemente sapevano di essere fotogenici e davanti all’obiettivo erano molto bravi a mascherare i difetti esaltando quei pochi pregi che poi dal vivo non erano sufficienti a compensare il resto.

    Una volta Saru aveva programmato un weekend che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere da favola, con una donna che in foto pareva una dea. Dopo alcune settimane trascorse a scambiarsi sms e telefonate avevano deciso di vedersi a Bologna. Tutto faceva supporre che l’incontro sarebbe stato ad alta tensione e lo aveva organizzato nei minimi dettagli, come al solito. Per sua sfortuna si era trovato davanti una donna che gli aveva fatto rimpiangere di essere lì in quel momento, nonché la sua propensione per gli incontri al buio. Se due ore possono anche passare in fretta, un fine settimana, per giunta lungo, è molto più difficile da trascorrere con chi non è di tuo gradimento.

    Il danno a quel punto era fatto e non era stato possibile rimandarla indietro. Non gli era rimasto che fare buon viso a cattivo gioco nella speranza che il tutto finisse quanto prima. Appena arrivati da lui aveva sistemato al volo il divano letto nella cameretta, perché non era il caso di dormire insieme. La prima sera era passata indenne, ma erano la seconda e la terza che lo preoccupavano perché, nonostante il tentativo di stare in giro per la città il più possibile, a casa dovevano comunque tornare. Dopo la cena consumata fuori si erano ritrovati a chiacchierare nella sala, prima di andare ognuno nel proprio letto.

    Saru era steso sul divano e la ascoltava svogliatamente. Di tanto in tanto mandava qualche sms di aiuto a un amico a conoscenza del weekend che doveva essere da urlo e che invece si era rivelato da incubo. A un certo punto, consapevole che neppure quella sera sarebbe successo niente se non avesse inventato qualcosa, lei aveva provato a movimentare la situazione rivolgendogli domande ambigue. Gli aveva chiesto dapprima se a suo modo di vedere avesse o meno delle belle gambe. Una risposta che lui non poteva fornirle non avendole viste per via dei pantaloni che aveva sempre indossato.

    Per rimediare lei si era fatta avanti invitandolo espressamente a toccare la merce che aveva di fronte. Era stato riluttante, ma di fronte all’insistenza di lei che gli guidava le mani, l’aveva palpeggiata cominciando dalle gambe e salendo verso il lato B ormai non più coperto dai jeans. Il giudizio positivo non le era bastato perché evidentemente cercava di più da quell’uomo che al contrario non ne voleva sapere. Pertanto lo aveva invitato a toccare anche il seno, estraendolo dall’indumento che lo fasciava. Non aveva una bella forma, ma in quanto a consistenza portava bene i trent’anni della padrona.

    A furia di toccare, gli ormoni avevano cominciato irrimediabilmente a dare segni di risveglio, ma non era sua intenzione consumare un rapporto sessuale solo perché c’era la materia prima a disposizione. Odiava

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