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Racconti del cuore e altri disastri

Racconti del cuore e altri disastri

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Racconti del cuore e altri disastri

Lunghezza:
139 pagine
1 ora
Pubblicato:
18 lug 2019
ISBN:
9788834157992
Formato:
Libro

Descrizione

Racconti di uomini e donne scritti con la penna nel calamaio delle emozioni.
All'interno sono presenti il romanzo "Solo l'amore può dare vita a un sogno" e alcuni racconti di amore e di amicizia.
La cover si ispira al racconto breve "Stelle sirene".
 
Pubblicato:
18 lug 2019
ISBN:
9788834157992
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Racconti del cuore e altri disastri - Angela Catalini

Catalini

SOLO L’AMORE PUÒ DARE VITA A UN SOGNO

© Copyright 2020 Registrazione Patamu N. 129766

Libro pubblicato a cura dell’autrice, tutti i diritti sono riservati.

È vietata la riproduzione anche parziale dell’opera.

Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a persone

o fatti realmente accaduti è puramente casuale

A mia madre,

che legge tutto ciò che scrivo

e che talvolta approva.

CAPITOLO 1 - Un lavoro da incubo

È cosa universalmente riconosciuta che la bellezza sia un ottimo biglietto da visita, ma io non sono dotata di un fisico che cattura gli sguardi, né di un viso particolarmente interessante; sono una ragazza di venti anni come tante e devo faticare il doppio se voglio attirare l’attenzione.

A dire il vero, ci sono momenti in cui non vorrei assolutamente essere notata e preferirei di gran lunga una innocua invisibilità che mi permettesse di uscire indenne dalle situazioni difficili. Una tra tutte? Ogni volta che metto piede in ufficio, per esempio.

Perché il mio capo è un orco vero, di quelli con i capelli arruffati e le sopracciglia cispose, con gli occhi cattivi e le labbra quasi sempre serrate e pronte all’insulto e alla denigrazione del prossimo. Una specie di cavernicolo che, per qualche strana ragione, ha preso la laurea di otorino ed opera nella periferia nord della capitale.

Con la carenza che c’è, non mi lamento di avere un posto di lavoro e mi piace pure starmene con il naso tra le scartoffie a catalogare e scrivere fatture, a ricevere telefonate e annotare appuntamenti. Ma il problema è che il mio capo è nevrotico e intrattabile e io sono la sua vittima preferita, quando si tratta di sfogare malumori.

Mi ha assunto la moglie, Delia. Lui mi sopporta a mala pena e mi considera un incidente di percorso al quale non riesce ad abituarsi. Lei invece è un angelo vero, di quelli che sono capaci di rallegrarti la giornata solo perché esistono.

Anche Delia è otorino come il marito, ma è praticamente costretta a fargli da infermiera e lo sostituisce rare volte, quando lui è impossibilitato a venire allo studio oppure se ci sono bambini da visitare.

Con i bambini lei è speciale, anche perché sono i soggetti più difficili e poi hanno il terrore del dottor Borioni. Lei ha pazienza, è sempre disponibile quando si tratta di ascoltare gli altri e ha un sorriso che mette a proprio agio chiunque. Senza contare la delicatezza con il quale utilizza gli strumenti.

Non so per quale motivo questa donna così dolce e preparata si accontenti di fare da spalla al marito. A volte leggo la tristezza nei suoi occhi, la rassegnazione. Del resto, lui la tratta come un’assistente: prepara i ferri, li sterilizza, si occupa del materiale e di altre faccende sanitarie.

E poi c’è la ragione numero uno della mia presenza in questo posto da incubo: si chiama Davide ed è il figlio del cavernicolo. Viene tre volte a settimana per il tirocinio post laurea. Davide è più o meno la copia del padre: stesso carattere ombroso, introverso, ma decisamente più attraente. 

Lupus in fabula, me lo trovo davanti appena arrivo in ufficio. Mi ero portata le chiavi e stavo per aprire la porta quando lui si è affacciato sull’uscio. Sono rimasta con le chiavi a mezz’aria e la bocca aperta.

La stessa faccia che probabilmente hanno i visitatori quando si trovano davanti al David di Michelangelo. Questo però ha i capelli lunghi fino alle spalle di un bel castano dorato con qualche ciocca che vira sul biondo.

Ha l’aria di chi non ha dormito ed è di pessimo umore.

Prendo un bel respiro e sorrido. Buongiorno, Davide.

Lui mi guarda come se fossi trasparente. Non riesco a capire se ha l’aria annoiata o infastidita.

Una ciocca di capelli gli cade sulla fronte e lui l’allontana con un gesto brusco. Ah sei tu dice. Credevo fosse mio padre.

Annuisco e allargo le braccia, eh sì, sono soltanto io. Comprendo la sua delusione, ma mi aspettavo almeno un saluto.

Lui mi volta le spalle si allontana portandosi via le mie speranze di avere almeno un barlume di conversazione.

Raggiungo il mio ufficio e per prima cosa apro le imposte. Dopo un inizio così poco promettente, ho bisogno di aria e di sole per sopportare un’altra giornata con quel mastino del padre.

Una voce amica alle spalle mi ricorda che non sono l’unica anima disperata in questo posto di supplizio: è Delia, la moglie del dottor Borioni.

Buongiorno Chiara, ti va una tazza di caffè? Mi chiede con il suo adorabile sorriso.

Benedetta donna che riesce a rendere accettabile anche un inferno come questo. Bionda come il figlio, con i lineamenti delicati e gli occhi di colore azzurro verde. Mi sono sempre chiesta se è consapevole della sua bellezza, perché non fa nulla per valorizzarla, eppure è sempre così luminosa e il suo incarnato ricorda la porcellana.

Io sono l’esatto contrario di Delia, ho i capelli neri e gli occhi nocciola, sono piccola di statura e in estate divento scura come un tizzo di carbone.

Forse è per questo che la prima volta che il dottor Borioni mi ha vista ha esclamato: Sembra una messicana. Lo ha detto con cattiveria, come se fosse una cosa brutta.

Ci prendiamo il caffè nello stanzino in fondo al corridoio, dove nessuno ci disturba. Una volta era una cucina, poi ripostiglio e ora una specie di area relax con un comodo divano, una scaffalatura con libri e riviste e una radio vintage. Delia ci ha sistemato anche una piccola serra che ospita piante sotto vetro con fiori minuscoli e altre che devono ancora sbocciare.

Quando siamo qui ci rilassiamo, ci facciamo qualche confidenza e soprattutto sdrammatizziamo quella che sarà la solita giornata di merda.

Mi è successa una cosa strana ieri mi dice Delia a un certo punto mentre sorseggia il suo caffè. Qualcuno mi ha inviato una rosa. Sei stata tu, Chiara?

Sgrano gli occhi. Di certo non sarà stato quel barbaro del marito, figuriamoci, immagino che non sia mai entrato dal fioraio, neppure per sbaglio.

Un ammiratore segreto? Azzardo.

Lei ride divertita. Ma ti pare alla mia età?

Poi si sistema i capelli che le cadono a ciocche ai lati del viso e mi confessa: Sarebbe bello.

Entrambe restiamo a fissare il vuoto, sedute sul divano, una di fianco all’altra, con le tazzine di caffè vuote e la testa affollata di pensieri. Mi piace il fatto che Delia abbia qualcuno che la pensa, che si interessa a lei. Non deve essere facile vivere con un orso e spero le accada qualcosa di bello che dia un po’ di luce a un’esistenza grigia.

E chissà che di riflesso non succeda la stessa cosa anche a me.

La pausa dura poco, poi, ognuna deve tornare alle proprie occupazioni. Nel frattempo, il dottor Borioni sta visitando una poveretta che è già venuta due volte per la spremitura delle tonsille. Era in sala di attesa che tremava come una foglia e ogni tanto si alzava e usciva sul balcone.

Quando sono andata a chiamarla mi ha guardata come se le avessi appena comunicato che era giunta la sua ora. Tocca a me? Ha chiesto con la voce flebile di chi sa di non avere scampo.

Comunque è lì da almeno mezz’ora e Borioni sarà sicuramente furioso perché la visita si sta protraendo oltre il previsto. Quando qualcuno lo costringe a prolungare la visita, lo considera "difficile, anzi difficilissimo" e in quei casi gonfia il conto e per giustificare l’entità della cifra, si diverte a torturare il paziente con strumenti invasivi e dolorosi, spesso niente affatto necessari. Sicuramente questo è ciò che accadrà alla paziente che ha avuto la sfortuna di attardarsi tra le sue grinfie.

A un certo punto sento un urlo. Non è quella povera donna, che, immagino, sarà semi svenuta sulla poltrona, è lui che mi chiama con la sua voce che ricorda il ruggito di una belva.

Balzo dalla sedia e sbatto il ginocchio sullo stipite della scrivania. Non ho neppure il tempo di massaggiarlo, raggiungo lo studio zoppicando alla bell’è meglio.

All’interno la paziente ha la bocca storta come se avesse avuto un ictus, deve essere l’effetto dell’anestesia e delle manovre da troglodita del mio datore di lavoro. Si tampona con il fazzoletto una striscia di sangue che le cola dalla bocca. Mi fa pena, quel mostro deve averla torturata per bene.

Davide è seduto in un angolo, la testa appoggiata sulla mano e un’espressione dolente che conosco bene. Deve essere preda di uno dei suoi feroci mal di testa che gli vengono sempre più spesso e sono sempre più dolorosi.

Il dottor Borioni è in piedi vicino alla scrivania. Faccio un passo verso di lui, titubante. Eccomi dottore.

Sei venuta in macchina? Mi fa scrutandomi come

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