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De l’infinito universo e mondi

De l’infinito universo e mondi

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De l’infinito universo e mondi

Lunghezza:
210 pagine
2 ore
Pubblicato:
8 lug 2019
ISBN:
9780463898192
Formato:
Libro

Descrizione

Quindi l'ali sicure a l'aria porgo; Né temo intoppo di cristallo o vetro, Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo.E mentre dal mio globo a gli altri sorgo, E per l'eterio campo oltre penetro: Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo.
(G. Bruno; De l'infinito, universo e mondi)
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"..per amor della vera sapienza e studio della vera contemplazione m'affatico, mi crucio, mi tormento. Questo manifestaranno gli argumenti demostrativi, che pendeno da vivaci raggioni, che derivano da regolato senso, che viene informato da non false specie che, come veraci ambasciatrici, si spiccano da gli suggetti de la natura, facendosi presenti a quei che le cercano, aperte a quei che le rimirano, chiare a chi le apprende, certe a chi le comprende. Or ecco, vi porgo la mia contemplazione circa l'infinito universo e mondi innumerabili."(G. Bruno, nell'epistola proemiale)
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Il “De l’infinito universo et mondi” è il terzo dialogo filosofico che Giordano Bruno pubblica a Londra nel 1584, chiudendo il ciclo dei dialoghi cosmologici londinesi intrapreso con “La cena de le ceneri” e proseguito con “De la causa, principio e uno".Il De l'infinito è composto di cinque dialoghi preceduti dalla dedica (la "proemiale epistola"), nella quale Bruno non manca di inserire tre poesie. Protagonisti sono Filoteo, che dà voce all'autore, come già nei precedenti dialoghi; Fracastorio, medico; Burchio, peripatetico; ed Elpino, giovane allievo che fa da interlocutore a Filoteo.La versione del testo qui presentata ha come testo di riferimento: Giordano Bruno, Dialoghi italiani I, Dialoghi metafisici, Nuovamente ristampati con le note di Giovanni Gentile (3° ed. a cura di G. Aquilecchia) Sansoni – Firenze, 2° ristampa 1985.

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8 lug 2019
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9780463898192
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De l’infinito universo e mondi - Giordano Bruno Nolano

Su l'Autore

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« [...] Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città [...]»

La casa di Gioan Bruno era situata nella parrocchia di San Paolo, il più ameno dei casali di Nola, nella Campania Felix, a circa un chilometro dalla città, nella parte bassa della costa del Monte Cicala: piccola contrada, quattro o cinque stanze non troppo magnifiche, ricorda il filosofo; abitazioni di contadini, stalle, ricoveri, orti, poderi, piccole chiese rurali, e un convento di frati cappuccini, eretto, dopo il 1556, nel luogo dove era andata in rovina una cappella di campagna dedicata a San Giovanni. Peri i nolani, quella specie di contrafforte nel fianco del monte Cicala era appunto San Giovanni dello ciesco, da caescum, gran sasso. Quella casa di Gioan Bruno, confortata da podere, aveva costituito la dote non irrilevante che Fraulissa Savolino, proveniente da famiglia modesta ma non umile, aveva portato al marito. In San Paolo si contavano quattordici famiglie Savolino, tutte di qualche capacità e reddito, agricolo o artigianale. E con qualche amore per le leggende e fiabe, per il mito antico e le storie di dame e cavalieri. Fra i Savolino, e altre famiglie della zona, come lamentavano le autorità ecclesiastiche del tempo, questo amore era segnato dalla ricorrente scelta di nomi un po' esotici e davvero poco cristiani per i battenzandi : piuttosto che all'agiografia, i nolani ricorrevano alle favole pagane e alle saghe nordiche, imponendo ai propri figli nomi come Luna, Scipione, Mercurio e Morgana, Febo e Cassandra e, per l'appunto, Fraulissa. Questi nomi piaceranno moltissimo a Bruno, che li adopererà spesso per i personaggi dei suoi dialoghi italiani, sia che evochino effettivamente divinità ed eroi dell'antichità, sia che richiamino parenti e amici della sua famiglia, personaggi della sua infanzia.

Rispetto ai Savolino, Giovanni Bruno era uomo di minor fantasia. Egli volle che al bimbo nato nell'inverno del 1548 fosse dato il nome di Filippo. Giovanni era un uomo d'armi. Combatteva nell'esercito del Re di Spagna, dei cui domini Nola, città del Regno di Napoli, faceva parte a quel tempo. Nola non era una città qualsiasi, né per Bruno né in sé considerata. La città si riprendeva da secolari mortificazioni e sacrifici, in cui aveva però affinato la sua tenacia, dimostrandosi finanche eroica: di quell' eroismo non solo militare, ma più latamente civile, che Bruno avrebbe reso uno dei temi principali della sua gnoseologia e della sua etica. Il passato più distante, quello di estrema piazzaforte etrusca nel retroterra campano, era stato importante, ma non poteva ovviamente costituire, per i nolani del Rinascimento, un modello di riferimento. Conquistata dai Sanniti nel V secolo, si era infine sottomessa a Roma nel 311 a.C. Aveva conosciuto il suo momento di vera gloria durante la guerra annibalica. Dopo la sconfitta romana a Canne e il tradimento di Capua, il partito popolare nolano cospirava per insorgere contro Roma e arrendersi ai cartaginesi, ma l'aristocrazia scongiurò la defezione, e Nola, da quasi fedifraga, si trasformò in principale baluardo della resistenza ad Annibale, che nel 216 a.C. l'assediò senza vincerla. Questo episodio restò indelebilmente scolpito nella memoria storica dei nolani, e su di esso cominciò a forgiarsi l'immagine della città come avamposto militare, vivaio di generosi guerrieri, fedele fino alla morte agli alleati e alla parola data.

Nessun filosofo dell'età moderna legò con tanta determinazione e tanta fierezza il nome del suo luogo d'origine al proprio nome quanto Giordano Bruno, fino al punto da fissare accanto ad esso l'aggettivo Nolano, e renderne inseparabile la propria identità. I nomi, le parole, avevano un'importanza straordinaria per Bruno: possedevano forza evocativa, rivestivano un valore pratico, nel senso della prassi magica, e della sua riforma, intorno alla quale egli si concentrò negli ultimi anni della sua vita. Una grande forza è insita nei nomi, scrive in una sua tarda opera sulla magia, il De rerum principiis del 1590. Alla ricerca di cose, e non solo di parole, il giovane Filippo Bruno, di quattordici anni, viene mandato a Napoli, nel 1562, a proseguire i suoi studi. Filippo lascia la contrada nativa, le pendici del Monte Cicala, per dirigersi verso quel Vesuvio che nell'infanzia gli era parso segnare i confini del mondo.

Anch'io da ragazzo, credetti che non vi fosse nulla oltre il Vesuvio, dal momento che non potevo scorgere niente aldilà di esso.

Nell'esordio del III libro del De immenso il passaggio dal grembo rassicurante del più domestico Cicala alla mole apparentemente minacciosa e spoglia del vulcano è rievocato con un dialogo tra i due monti ed il fanciullo: L'amato Cicala, dolce monte, avvolto d'edera, mostra a Filippo, verso Sud, il suo fratello Vesuvio:

Ti devo mandare là? Dì, vuoi andare? Rimarrai con lui poi.

Quell'oscuro ammasso, visto da lontano, con occhi appena usciti dal ristretto circolo dell'infanzia nolana, incuteva timore; quella dentata china, quel dorso ricurvo, appare così brutto, coperto di fumo; non produce nessun frutto, né mele, né uva, né dolci fichi. È Privo di alberi e giardini, oscuro, tetro, triste, truce, spregevole, avaro risponde Bruno. Eppure, una volta superate le puerili paure di chi immagina più che osservare, il piccolo Filippo scopre, mentre il Vesuvio gli si fa più chiaro e distinto , venendogli incontro e poi accompagnandolo lungo la strada che da Nola porta a Napoli, che il monte è superbo per la molta vegetazione, ricco di uva pendente abbondantemente dai rami, e di frutta svariata. Svettante verso il cielo benevolo della patria, a cui nulla mancava delle cose che io conoscevo e di cento altre ancora, per cui sbalordito per la scoperta feci ricredere innanzi tutto i miei occhi ingannevoli".

Il Vesuvio lo accoglie, lo cinge di varie corone di fronde, gli riempie le mani di frutti sconosciuti, metafora di quella scienza che solo a Napoli, a partire dagli studi colà compiuti, comincerà a dischiudersi al giovane Nolano fino ad allora vittima, più che allievo, di maestri di grammatica. Così Bruno racconta del suo viaggio verso la capitale del Regno.

Bisogna dubitare dell'apparenza, poiché la distanza muta l'aspetto delle cose, pur mantenendosi esse le stesse.

La divina maestà della natura è presente dovunque e dappertutto, né potrei tanto facilmente valutare le cose lontane peggiori o migliori di quelle vicine; così ho scoperto che anche noi siamo cielo per coloro che sono cielo per noi.

Porta Capuana lo avrà accolto in una delle metropoli più popolose e vivaci del mondo, ancora fresca delle nuove, grandiose fabbriche decise dagli spagnoli, e che lentamente e con qualche resistenza viene adeguandosi alle nuove norme urbanistiche, a quel tentativo di riordino che fu tra i meriti principali del Toledo. Tuttavia, all'esordio del soggiorno di Bruno, Napoli non offre il suo aspetto migliore. Tra l'autunno del 1562 e l'inverno dell'anno seguente la città si presenta avvolta in funeste nebbie, cui la voce comune imputa l'epidemia di mortale influenza che flagella la popolazione. Le strade sono un po' sinistramente illuminate dai fuochi che il vicerè don Pedro Afan de Rivera, duca d'Alcalà ha ordinato di accendere davanti a ogni casa, quale davvero ingenuo rimedio al contagio.

Filippo trovò una stanza piuttosto vicino all'università, nel quartiere di Nido, dal nome del dio Nilo, la cui statua sorge nel cuore del quartiere, dove si facevano costruire casa, fin dal Quattrocento, le migliori famiglie: i Brancaccio, i Capece, i Caracciolo, i Carafa, i Pignatelli, i Sangro, gli Spinelli, che si impadroniscono, con le loro cappelle e i templi di famiglia, della chiesa di San Domenico Maggiore, e cospargono di segni eloquenti della loro presenza tutto l'intorno. Il territorio del seggio di Nido si distende da Porta Capuana fino a Porta Reale, che, rimossa dal luogo originario, accanto alla basilica di Santa Chiara, viene spostata e aperta verso il largo del Mercatello, grande spianata per mercati, giochi equestri, spettacoli, esecuzioni capitali.

Nido è contesissimo: tra il 1554 e il 1579 la Compagnia di Gesù, in concorrenza coi Domenicani, che vi stanno dal Duecento, riesce ad insediarvisi, comprando dai Carafa tre dei loro palazzi, in cui sono sistemati la casa professa e il collegio. La Compagnia è aiutata e protetta, oltre che dai Carafa, dai Conca. Giulio Cesare di Capua, principe di Conca, è ricordato da Bruno nel Candelaio come esempio di uomo tanto ricco, quanto parsimonioso. Suo Figlio Matteo, che nel magnifico palazzo di via Costantinopoli raccoglierà una preziosa quadreria e ospiterà Tasso e Marino, fu pure il protettore di un altro nolano, Nicola Antonio Stigliola, quasi coetaneo di Bruno, astronomo e matematico, primo divulgatore del copernicanesimo a Napoli, e che del pensiero di Bruno riecheggerà qualche motivo importante, oltre a condividere con lui, per qulche tempo, le carceri romane del Santo Uffizio.

Sono stato in Napoli a imparare littere de humanità, logica et dialettica sin da 14 anni; e solevo sentir le lettioni pubbliche d'uno che si chiamava il Sarnese, et andavo a sentir privatamente la logica da un padre augustiniano, chiamato fra Teofilo da Vairano, che doppo lesse la metafisica in Roma. E de 16 anni o 17 incirca, pigliai l'abito de S.domenico in Napoli.

Nel suo primo costituto, ovvero deposizione, reso agli inquisitori veneti il 26 maggio 1592, Bruno ricorda i suoi maestri napoletani. Ricorrere a maestri privati, che insegnavano fuori dall'università, per integrare o surrogare i corsi così poco interessanti tenuti dai professori ufficiali, era cosa diffusa, al punto che proprio negli anni in cui il Nolano fu studente a Napoli le autorità vicereali presero misure per arginare il fenomeno, che poneva pure seri problemi di ordine pubblico, anche perchè i maestri privati si facevano spesso rumorosa e invadente pubblicità proprio nelle vicinanze di San Domenico Maggiore, alla ricerca di clienti. D'altro canto, le condizioni dello Studio pubblico non erano esaltanti. Non pochi napoletani, e regnicoli in generale, saltavano l'università della capitale, per andare a studiare nella più tollerante e promiscua Padova, o a Salerno, così rinomata per gli studi medici, e di più facile laurea. Lo Studio napoletano era antico e glorioso, non mancava di maestri straordinari come il filosofo aristotelico Simone Porzio, seguace di Pietro Pompanazzi, e le cui opere pure avrebbero influenzato Bruno.

Tuttavia la rigida subordinazione delle autorità accademiche a quella politico-religiosa attraverso la figura del funzionario vicereale che sovraintende all'università influiva negativamente sulla qualità dei corsi. Lo Studio pubblico poi, non aveva neppure sede autonoma. Nel convento di San Domenico Maggiore, Tommaso d'Aquino aveva fondato, nel 1272, uno Studio teologico, che nel tempo sarebbe diventato uno dei più importanti centri universitari dell'ordine domenicano. Nel 1513 Ettore Carafa conte di Ruvo, proprietario dell'edificio affacciato sul chiostro in cui si tenevano i corsi, apportò migliorie alla fabbrica, che dal 1515 potè accogliere, dietro corresponsione di un canone d'affitto da parte del governo, anche gli studenti e i maestri dello Studio Pubblico. Le aule erano appena tre, e vi si avvicendavano chierici e laici: in una si insegnavano diritto canonico e lingua greca; nella seconda, il diritto civile; la terza, che era quella cara ai domenicani per avervi insegnato Tommaso, era consacrata alle arti, filosofia e teologia. La convivenza tra studenti domenicani e studenti laici, e la irrequietezza degli uni non meno che degli altri, non solo nuoceva agli studi, ma poneva gravissimi problemi di ordine pubblico. Ancora all'inizio degli anni Sessanta, gli studenti solevano andare a lezione armati, stante il continuo esplodere di zuffe e tafferugli. Il quartiere di Nido era popoloso e vivace e, ancora al tempo dell'arrivo di Bruno, nel 1563 e nel 1564, il viceré fu costretto a rinnovare dure disposizioni per la repressione di scandali e sassaiole che affliggevano le tre aule in cui i due Studi coabitavano. Così venne pubblicamente ammonito:

Si ingiunge alla impenitente e randagia corporazione degli studenti, sotto pena di galera, o relegattione o esilio, di guardarsi dall'impedire con fischi, gridi, vociferazioni et tirare di pietre, citrangoli et altri modi, li lettori di leggere contra il rispetto che devono tenere alle pubbliche Cattedre per S.M. Stabilite.

Attorno a Bruno, negli anni di studentato una nuova curiosità naturalistica e una sensibilità filosofica decisamente non conformi alle tradizioni universitarie si manifestano a Napoli, fuori, e in certa misura anche contro gli Studi. Bernardino Telesio e Gianbattista Della Porta si impongono sulla scena della cultura non universitaria, quella delle accademie, spesso avvertite con fastidio o preoccupazione dalle autorità spagnole, proprio quando il Nolano viene formandosi. L'insegnamento privato che Bruno seguì dall'agostiniano Teofilo da Vairano gli avrà probabilmente offerto ben presto l'opportunità di conoscere I testi fondamentali della tradizione neoplatonica, antica e più recente.

Teofilo, nativo della provincia di Caserta, insegnava nello Studio agostiniano di Napoli dal 1562, ma leggeva pure a scolari privati. Da un maestro agostiniano quale egli era, un allievo avrebbe potuto aspettarsi qualche novità e diversità di impostazione, rispetto all'argomento aristotelico-averroistico dello Studio pubblico, e quello tomistico dello Studio domenicano, infatti, i maestri agostiniani si distinguevano per qualche tratto saliente: conoscenza del greco e dell'ebraico, pratica della filologia nell'esegesi biblica, larga cultura classica e, soprattutto, un ineliminabile sfondo platonico, caratteristico della tradizione agostiniana. A Napoli, l'agostinismo si venava di spirito riformatore. L'ordine aveva dovuto scoprire nel suo seno l'imbarazzante presenza di Lutero. E l'onta di aver avuto per correligionario l'eretico per eccellenza non poteva non pesare sull'attitudine spirituale e la linea culturale degli agostiniani. L'ordine si trovava nella delicata urgenza di non confondersi con gli eretici sostenitori della salvezza sola fide.

Attraverso Teofilo, dunque, Bruno venne familiarizzandosi con ambienti e tendenze culturali alternative a quelle prevalenti nello Studio pubblico e nella contigua università domenicana, che egli avrebbe poi frequentato a partire dal 1565, in coincidenza con il trasferimento di Teofilo presso lo Studio agostiniano di Firenze. Nel giugno 1565 infatti, Bruno decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell'ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Bruno ha 17 anni. Nel cenobio napoletano di S. Domenico maggiore, trascorrerà circa 11 anni della sua vita, facendovi il noviziato e completandovi gli studi accademici fino al conseguimento, presso il prestigioso Studio, della Laurea in teologia. Anche grazie alla ricca biblioteca del convento di s. Domenico , all'epoca una delle biblioteche napoletane più prestigiose, ebbe l'opportunità di conoscere l'opera di Cusano, uno degli autori fondamentali per il maturarsi della nolana filosofia.

Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la personalità inquieta di Bruno, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572, dottore in teologia nel 1575.

Fui promosso alli ordini sacri et al sacerdotio alli tempi debiti; at cantai la mia prima messa in Campagna, città del medesimo Regno lontana da Napoli, stando all'hora in un convento del medesimo ordine sotto titolo de San Bartolomeo. Et continuai in questo habito della religione de San Domenico, celebrando messa et li divini offiti, et sotto l'obedienza dè superiori dell'istessa religione et delli priori de' monasterii et conventi dove sono stato.

La scelta domenicana di Bruno si consumò in un momento di doloroso travaglio politico-religioso. Napoli era stata, a partire dagli anni Trenta del Cinquecento, uno fra i centri più rilevanti della propagazione di tendenze riformatrici nella vita religiosa, soprattutto per la predicazione, di Juan Valdès. Un carattere distintivo della Riforma al di qua delle Alpi era l'autorevolezza sociale e intellettuale, e finanche ecclesiastica, dei suoi primi promotori: Valdès fu ciambellano di papa Clemente VII Medici, e a Napoli visse sotto la protezione del Cardinal Ercole Gonzaga, Bernardino Ochino, Pietro Vermigli e Piero Carnasecchi. Successivamente, alcuni dei personaggi legati agli ambienti valdesiani di Napoli si staccarono dal cattolicesimo, per aderire completamente alla Riforma, fuggendo in Svizzera, e assumendo ruoli significativi nella lotta politica e religiosa europea, come nel caso di Ochino e di Vermigli. Negli anni Cinquanta e Sessanta i fermenti riformatori si diffusero dall'alta aristocrazia e dai più eletti circoli intellettuali a settori sempre più ampi dell'alto clero, della nobiltà e infine dei ceti popolari, avanzando da Napoli verso le provincie interne del Regno. Nel 1547, un anno prima della nascita di Bruno, la nobiltà e il popolo di Napoli erano insorti contro il tentativo, fatto dal viceré Toledo, di introdurre nel regno il tribunale romano del Santo Uffizio, istituito da Paolo III nel 1542.

Ancor più dell'introduzione del Santo Uffizio, i napoletani paventavano l'estensione al regno del rito inquisitorio spagnolo: un'Inquisizione più laica e politica, che religiosa, dotata del potere di confisca dei beni dei rei e di interdizione dei loro eredi; un tribunale incoercibile e inappellabile, che in Spagna si era dimostrato l'arma più tagliente dell'assolutismo. In realtà, il viceré Toledo disperava di riuscire a imporlo in modo indolore a Napoli, e si servì dei buoni uffici di suo fratello, Juan Alvarez de Toledo, cardinale di Burgos, presso la corte pontificia, per indurre Paolo III a inviare nel regno inquisitori

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