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Jnana Yoga

Jnana Yoga

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Jnana Yoga

Lunghezza:
306 pagine
4 ore
Pubblicato:
3 lug 2019
ISBN:
9788869374494
Formato:
Libro

Descrizione

Jnana-Yoga, il Sentiero della Conoscenza, descrive l'essenza  della filosofia Vedanta: la saggezza dei Veda, delle Upanishad e della Bhagavad Gita
in un modo scientifico moderno.
Jnana-Yoga, insieme al Karma-Yoga di Swami Vivekananda,
al Bhakti-Yoga e al Raja-Yoga, sono considerati classici della
filosofia yoga.
La profonda intuizione spirituale, la fervida eloquenza e la vasta simpatia umana di Vivekananda risplendono in queste opere e offrono ispirazione a tutti i ricercatori spirituali.
 
Jnana Yoga letteralmente significa Yoga della Conoscenza (il sentiero della Saggezza), può essere considerato come uno dei libri più importanti sull’argomento.
 
Questo è un lavoro molto importante su un argomento difficile. Jnana Yoga è il percorso per raggiungere l'Assoluto attraverso l'uso della giusta conoscenza, cioè attraverso la costante discriminazione tra il vero e il falso. Imparare a riconoscere ciò che è vero può essere un giuramento difficile, e lungo questa strada ci sono molti dilemmi filosofici. Ma Swami Vivekananda con il suo potente oratorio e l'uso della sua vasta conoscenza mette a nudo i principi di base.
Jnana non è un percorso dottrinale ma qualcosa che può essere raggiunto attraverso il ragionamento. Questa è una delle più grandi esposizioni sulle credenze dell'Advaita Vedanta, specialmente perché non è fatta attraverso termini tecnici ma attraverso un appello diretto alla logica e alla ragione.
 
Pubblicato:
3 lug 2019
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9788869374494
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Jnana Yoga - Swâmi Vivekânanda

UNIVERSALE

​LA FORZA DELLA RELIGIONE

Ciò che generalmente definiamo «religione», è senz’altro la più potente tra tutte le forze che hanno agito, ed agiscono ancora adesso, sul destino dell’uomo.

La religione costituisce infatti il substrato at­tivo sul quale si sono organizzate le comunità uma­ne e ne rappresenta l'elemento coesivo fondamen­tale, spesso superando, in questa sua funzione, an­che i legami di razza, o quelli climatici, o persino dinastici. L'adorare uno stesso Dio, il professare una identica fede religiosa unisce gli uomini più intimamente e più a lungo di ogni altro legame, sia esso di stirpe o addirittura famigliare.

Le ricerche per rintracciare le origini della re­ligione sono state lunghe e difficili. Ma un risultato è certo: alla base di ogni religione storica conosciu­ta vi è una comune esigenza, quella metafisica. L'uo­mo tende al soprannaturale, tende a vedere al di fuori e al di sopra di sé la propria origine e quindi la genesi della religione stessa.

I moderni studiosi di storia delle religioni so­no divisi in due principali tendenze: la prima so­stiene la teoria spiritualistica della religione, se­condo la quale l’origine delle idee religiose è da ricercarsi nel culto degli antenati; la seconda pre­ferisce la teoria dell'evoluzione dell'idea di infinito, la quale afferma che la religione sorge dal bisogno umano di personificare le potenze naturali: secondo la prima teoria la religione sarebbe sorta dal desiderio di mantenere viva nell'uomo la memoria dei propri morti, dalla credenza che essi sopravvivano al corpo anche dopo la dissoluzione della carne e, infine, dai riti che naturalmente ne conse­guono, come il porre i cibi sulle sepolture e farne luogo di culto.

A sostegno di questa teoria esistono gli studi sul culto degli antenati presso gli antichi popoli Egiziani, Babilonesi, Cinesi, ed anche delle Ameri­che e di innumerevoli altre parti del mondo.

L’anima, secondo la più antica concezione degli Egiziani, era una specie di « duplicato » dell'indivi- duo. Ogni corpo umano possedeva entro di sé un altro essere a lui somigliante: con la morte, il « duplicato » del proprio io lasciava il corpo e con­tinuava a vivere. L'esigenza di questo « duplicato » potenzialmente immortale, durava poi fino a che il corpo, che sino a quel momento lo aveva ospitato, rimaneva intatto. Ed è da questa credenza che de­riva l’uso egiziano di conservare i corpi per mezzo del processo di mummificazione e di sigillarli poi in quelle mastodontiche, impenetrabili costruzioni che erano le piramidi. Se infatti il corpo del morto subiva una qualsiasi offesa, essa si ripercuoteva sul suo «duplicato».

E’ evidente in tutto ciò un vero e proprio cul­to dei morti.

Simile era anche per gli antichi Babilonesi la concezione dell'anima. Solo che per essi il « dupli­cato » aveva "un carattere estremamente diverso da quello degli Egizi: abbandonato il corpo del viven­te egli infatti perdeva anche ogni senso dell’amo­re, e col terrore costringeva i vivi ad aiutarlo in ogni maniera dandogli da mangiare e da bere. Dimenticava persino l'amore per i figli, per la moglie.

Qualche traccia di questo culto dei morti è reperibile anche nelle antiche credenze degli Indù, e in Cina, dove l'adorazione degli antenati costitui­sce in pratica Tunica religione che si è sviluppata in quell’enorme paese.

Questa sèrie di esemplificazioni sembrerebbe provare la validità della teoria che indica nel culto degli antenati il primo germe delle varie religioni.

D’altra parte vi sono poi studiosi che, soste­nendo la seconda teoria, indicano nel culto della natura l'origine della religione; essi si basano so­prattutto su antiche fonti letterarie ariane. Infatti la remota tradizione induistica non reca tracce di quei « culti dei morti » che si ritrovano nella più recente storia dell'India. Non se ne trovano, per esempio, nel Rig-Veda Samhita, la più antica opera letteraria ariana, mentre vi si può ravvisare una re­ligione naturalistica: lo spirito umano vi è raffi­gurato in perenne lotta contro le costrizioni del mondo fisico, insoddisfatto e ansioso di superare i confini che lo rinchiudono.

I fenomeni meravigliosi e terribili della natu­ra, le forze incontrollabili con cui essa si manife­sta, le tempeste, gli uragani, le aurore, i tramonti, hanno sempre costituito oggetto di attento studio da parte dell'uomo stupefatto ed impaurito. Pro­prio per superare la sua paura, per riportare in un ambito razionale, comprensibile questi fenomeni, egli tende a personificarli, a dar loro anima e cor­po, proiettandoli in un mitico mondo trascendente. La mitologia dell’antica Grecia rappresenta un tipi­co esempio di questo processo. Così è avvenuto an­che per tutte le antiche popolazioni ariane, come quelle scandinave o germaniche.

Perciò, anche la teoria dell'origine delle religio­ni dalla personificazione delle potenze della natura, presenta argomenti più che validi a suo sostegno.

Queste due tesi, in apparenza contrastanti, pos­sono essere riunite, sintetizzate in una terza teoria che, secondo me, è la vera base della fede religio­sa, e che ritengo si possa definire come « una lotta che tende a superare ogni limitazione sensoriale ».

Sia che l'uomo, cercando di comprendere ciò che avviene dopo la morte e la dissoluzione della carne, si immagini 1'esistenza degli spiriti degli an­tenati, sia che voglia indagare sulle forze sovruma­ne, sulle potenze capaci di muovere le forze della natura, egli cerca sempre di superare gli insoddi­sfacenti limiti dei propri sensi. In ciò non vi è nulla di strano. Secondo me il primo germe della religione, la prima intuizione dell'immortalità è av­venuta in quella particolare condizione umana che è lo stato di sogno. Ed il sogno non è quanto di più meraviglioso possa esistere?

Come avviene anche oggi per i bambini e per i cosiddetti « malati di mente », gli uomini primitivi non distinguevano probabilmente con esattezza lo stato onirico da quello di veglia. Secondo la loro mentalità, mentre il corpo è apparentemente immoto, lo spirito, indi­pendente, continua indisturbato ad agire: e questo è più che naturale, logico, razionale. Da ciò inoltre risulta estremamente facile dedurre che, una volta reso il corpo per sempre quieto dalla morte, dal sonno eterno, lo spirito sognante in esso contenuto potesse continuare a vivere, a muoversi, finalmente libero dai legami materiali.

Questa intuizione potrebbe aver costituito la base, il punto di partenza di speculazioni sull'al di là, sul soprannaturale. Con il tempo poi la maggioranza degli uomini osservò che, in genere, i so­gni non prefigurano un mondo diverso o futuro, non si vivono nuove esperienze ma al massimo, si rielaborano vicende già vissute nello stato di veglia.

Ma la ricerca, una volta iniziata, non può che continuare, approfondendosi sempre più, penetran­do gli strati più intimi e sconosciuti dell'essere umano.

La meditazione porta alla conquista di strati spirituali intermedi fra quelli della veglia e del son­no, stati che, nei linguaggi delle religioni, vengono definiti come di estasi o di ispirazione. I profeti, gli iniziatori di molte religioni storiche furono pro­babilmente individui particolarmente dotati per capacità speculativa, i quali, nella massima ispi­razione, raggiunsero momenti che non sono né di veglia né di sogno, nei quali si colgono realtà spi­rituali inimmaginabili, difficilmente realizzabili in un normale stato di veglia.

Si dice per esempio che gli autori dei Veda, gli antichi libri sacri dei Brahmani, siano i Rishi, saggi che avevano la possibilità, la capacità di avere particolari esperienze. In sanscrito la definizione del termine Rishi è esattamente «colui che vede, colui che comprende i Mantram », i concetti cioè contenuti negli inni dei Veda. Questi Rishi erano quindi uomini particolari, capaci di « vedere », di percepire delle idee e di porle poi per iscritto per­ché fossero diffuse e tramandate.

Anche nella tradizione ebraica e cristiana si trovano esperienze analoghe.

Il problema sembrerebbe presentarsi in manie­ra totalmente diversa per quanto riguarda i Buddhisti, in particolare quelli della setta meridionale. Ma sorge un problema: non credendo essi in nulla di metafisico come un dio o un'anima, la loro re­ligione come può essere nata da un tipo di ispira­zione, di visione extrasensoriale? La risposta è molto semplice: anche i Buddhisti credono in una legge morale eterna. Ma vi è una differenza: men­tre noi abbiamo sottoposta tale legge ad intermina­bili ragionamenti, i Buddhisti l'hanno accolta co­me un « fatto » indiscutibile. Eppure anche la loro dottrina, come si può dedurre da alcuni brani del meraviglioso poema «La luce dell'Asia », è stata in qualche modo frutto di uno stato particolare di ispirazione di Buddha. Egli infatti incominciò a par­lare e a dettare la sua morale solo dopo esser ri­masto seduto in meditazione sotto l'albero Bo fino a raggiungere quello stato di concentrazione più profonda e di distacco da ogni sensibilità corporea di cui abbiamo già parlato. Una dottrina nata quin­di più dall'ispirazione che dalla speculazione razio­nale.

Tutte le religioni si trovano d'accordo su un'af­fermazione estremamente importante: in momenti particolari lo spirito umano trova in sé possibilità che superano sia la limitazione dei sensi che la for­za del pensiero. Esso può infatti scorgere fatti che esulano da ogni controllo razionale. Proprio su que­sti fatti, su queste rivelazioni trovano il loro fon­damento tutte le religioni esistenti. Ovviamente lo uomo è portato a discutere, proprio alla luce della ragione, queste affermazioni incontrollabili dello spi­rito umano; ma tutte le religioni del mondo le so­stengono ugualmente definendole « verità rivelate », dogmi, affermando così il predominio dello spirito e sui sensi e sulla stessa ragione.

A prescindere dal grado effettivo di conoscen­za a chi siano pervenute le varie religioni esse tutte muovono da una base comune. Il presupposto della loro ricerca è fondato sulla astrazione e pertanto agli antipodi di quella realtà delle cose che è la sola ad essere presa in considerazione dalle scien­ze fisiche. E tale astrazione ha in tutte le religioni superiori una forma unitaria ossia si personifica nell'Uno e nell'Entità Suprema o anche nella Legge Morale, vale a dire in un'essenza metafisica sopra­stante alle singole individualità. Nella nostra epoca nuove ideologie ritengono di poter prescindere dal­le cognizioni spirituali soprasensibili e tuttavia non possono fare a meno di utilizzare antichi concetti che vanno sotto il nome di «Legge Morale» o «Uni­tà Ideale » e che per la loro stessa natura sono completamente estranei al mondo dei sensi. Non lo ab­biamo mai visto un Essere Umano Ideale eppure ci dicono di credere in questo.

Non abbiamo mai visto un uomo idealmente perfetto, eppure per un progresso ideale è neces­sario credere alla sua esistenza.

L'obiettivo da raggiungere è sempre quello di un'umanità perfetta; ma dal momento che tale perfezione non è stata mai riscontrata nell'ambito delle realtà terrene, essa deve essere necessariamen­te proiettata in un campo ultrasensibile in cui solo alla percezione religiosa è dato avere accesso. E di fronte a noi vi è sempre una astrazione unitaria ideale nelle sue varie forme: come Persona, come Essere impersonale, come Legge o come Essenza.

L'uomo lotta sempre per elevarsi. Qualsiasi indivi­duo, chiunque sia e ovunque si trovi, desidera con­seguire tutto il potere e tutta la felicità possibile. La maggior parte delle opere realizzate dal genere umano è l'espressione dell'enorme sforzo teso a conseguire l'ideale di questa infinita potenza e di questo infinito piacere. Tuttavia, chiunque, si ren­de ben presto conto che l'uomo ha ampie possibi­lità di giungere così in alto, ma non attraverso i sensi. Dal momento che l'Infinito non è esprimibile attraverso il finito dell'uomo deve necessariamente riconoscere la limitatezza dei propri mezzi fisici e rinunciare a servirsi di essi. Nasce così l'etica che ha come sua base proprio questa rinuncia. Non so­lo: ma non è mai esistita una morale che non ab­bia posto il proprio codice etico nel fondamento di questa rinuncia.

L’etica dice « non io ma tu » ed il suo primo principio è «non il sé ma il non sé ».

Le leggi etiche difatti sostengono che le inutili idee dell'individualismo, a cui l'uomo si aggrappa quando cerca attraverso i sensi un infinito potere e un infinito piacere, devono essere assolutamente eliminate.

« Ponete sempre il vostro io negli ultimi posti, lasciate che gli altri vi precedano». Mentre i sensi ci suggeriscono «prima io», l'etica impone, invece, che l'uomo si consideri l'ultimo. Quindi tutti i co­dici etici sono basati su questa rinuncia: il discono­scimento di se stessi a vantaggio degli altri, l'an­nientamento dell'uomo in quanto individuo. Se l'uo­mo vuole salire ai più alti gradi della perfezione, se vuole farsi tutt'uno con l'Infinito, egli deve innan­zi tutto rinnegarsi sul piano materiale. Anche se poi tutte le leggi sono elaborate in modo diverso, l'i­dea fondamentale rimane sempre, ma totale è l’annientamento del proprio io. E l’ideale di ogni etica è proprio una perfetta autodistruzione. Non è sem­plice: molti difatti non riescono a non pensare a se stessi, credono di perdere in questo modo ciò che si definisce la loro individualità. Contemporaneamente però le stesse persone di­cono che i più alti ideali etici sono questi, non con­siderando che il fine, il motivo fondamentale di ogni etica è pur sempre la distruzione e non la costruzione dell’individuo. Dal momento poi che è impossibile far derivare qualsiasi legge etica da principi utilitaristici, le dottrine che si basano sul concetto di utilità, ovviamente, non possono spie­gare i rapporti etici fra gli uomini.

Non esiste ideale se non si accetta il sopranna­turale o ancor meglio come preferisco dire io, non esiste ideale senza « percezione del supercosciente ».

Gli insegnamenti dell'etica sono quindi incom­patibili con quelli della dottrina utilitaristica. Lad­dove l'ideale sia confinato entro i limiti angusti di una società materialista non può esserci etica. Se l'utilitarista esclude a priori una lotta per raggiun­gere l'Infinito, per ottenere la possibilità di una trascendenza, ritenendola assurda, perchè mai do­vrebbe seguire una condotta morale verso i propri simili?

Per fare il bene occorre avere un ideale, un fine che trascenda appunto il nostro interesse per­sonale. E se il fine è nell'ambito dei propri limiti perché dovremmo sacrificarci per gli altri? Perché dovrei far del bene e non del male agli altri? Il fine dell'uomo è la felicità, perchè non dovrei ren­dere felice me e infelici gli altri? Quale principio me lo proibirebbe?

E' evidente da ciò come l'« utilità » sia una base ben ristretta dalla quale l'uomo non potrà mai elevarsi ad un grado superiore di evoluzione. L’uti­litarismo è una teoria senz'altro applicabile ma soltanto nei limiti di una società umana e in par­ticolari condizioni sociali. In passato la società non esisteva; potrebbe anche accadere che in futuro ces­si di esistere. Forse l'epoca attuale rappresenta un periodo transitorio attraverso il quale saliamo con­tinuamente una scala di valori in progressiva evo­luzione: è per questo motivo che ogni codice fon­dato sulla società non può essere eterno e, ancor me­no, non può dettare legge all'intera umanità. Si può senz’altro affermare che se le teorie utilitaristiche hanno una certa validità nella nostra epoca, nelle nostre attuali condizioni sociali, al di là non hanno alcun valore. L'oggetto quindi di una dottrina uti­litaristica è sì l’uomo ma nello stato transitorio del passaggio terreno. Al contrario la morale, il codice, l'etica ha come oggetto non la natura dell'uomo ma la sua spiritualità: l'etica ha fondamento nella re­ligione e nello spirito. Essa considera l'uomo Infi­nito e le sue relazioni con l'Eterno.

Logicamente tale codice non si limita a consi­derare l'individuo nella sua singolarità ma si occu­pa anche della società, dei continui rapporti cioè intercorrenti tra gli individui stessi. E' per questo motivo che una religione spirituale per l'umanità sia sempre indispensabile. Anche preferendolo gli uomini non possono rivolgere il proprio pensiero alla materia.

Si potrebbe osservare che un'eccessiva concen­trazione sui fatti dello spirito riuscirebbe dannosa ai fini dei nostri rapporti con le cose terrene. Una antica massima di Confucio dice: «Poni la tua attenzione negli avvenimenti terreni e quando non sarai più ti occuperai del dopo».

E' senz'altro giu­sto che non si debba perdere di vista la cosiddetta vita pratica, ma occorre tener sempre presente che il fine dell'uomo non è la natura esterna, ma la conquista della natura interiore.

L'uomo è uomo quando lotta per dominare la natura e questa è sia esterna che interna. Anche se è indubbiamente molto importante acquisire una conoscenza delle leggi che regolano i fenomeni esterni, è enormemente più utile conoscere le leggi che regolano tutte le manifestazioni spirituali dello animo umano. E se è positivo conquistare il mondo esterno, è ancor più bello, importante, meraviglio­so conquistare il proprio personalissimo mondo in­terno, il che è possibile soltanto conoscendo a fon­do le leggi che regolano le passioni, le volontà de­gli uomini.

Lo strumento che permette di conquistare i più profondi recessi dello spirito è la religione.

La natura umana, quella dell'uomo ordinario, ha bi­sogno di constatare avvenimenti realmente verifi­cabili perchè non riesce assolutamente a compren­dere nulla che non si possa toccare con mano.

Si dice infatti, a ragione, che la massa ammira il leone che uccide mille agnelli, senza pensare che la gloria del leone vuol dire la morte degli agnelli. La spiegazione è semplice: l'uomo di massa si en­tusiasma soltanto a manifestazioni di forza fisica. Ed è proprio così: l'uomo comune comprende ed apprezza solo tutto ciò che gli può provenire dal mondo esterno e si compiace dell'esaltazione dei propri mezzi fisici. Ma in una società esistono an­che coloro che operano in virtù del proprio io in­teriore, non trovano piacere nei sensi, ma al di là di questi, e lottano per il raggiungimento di qual­cosa di più elevato della materia. Tutta la storia dell'umanità sta a dimostrare che le singole civiltà hanno raggiunto il culmine del loro splendore in rap­porto alla presenza, in esse operante, di uomini di alto sentire. Ha avuto inizio la loro decadenza quan­do le energie spirituali sono venute meno. Pertanto appare evidente come, a prescindere dalle « verità rivelate » e dai conforti spirituali che ce ne derivano, la religione sia una scienza e il mezzo più efficace, più importante, per l'elevazione dell'uomo. E questo sforzo, questa lotta per oltre­passare la materia e immergerci nell’infinito è il compito più arduo e insieme più grandioso della nostra vita di uomini.

Molti uomini attingono il loro piacere nel go­dimento dei sensi; e noi non possiamo certamente obiettare nulla. Altri trovano grande soddisfazione nel possedere oggetti; e noi non possiamo obiettare nulla. Ma ugualmente tutte queste persone non han­no alcun diritto di disprezzare chi realizza il pro­prio io nella meditazione spirituale. Se l'uomo non è spiritualmente educato, il piacere sensoriale è enorme. Un esempio: pochi uomini possono man­giare con la stessa avidità di un cane o di un lupo. Perché: perché tutti i processi di un cane o di un lupo si esauriscono nei sensi. Ed è per questo che l'uomo, che si trova in un gradino superiore, si ap­paga soddisfacendo i propri bassi istinti mentre l'uomo più colto, più sensibile, è felice di occupare la propria mente con alti pensieri filosofici, artistici, scientifici. La spiritualità è ancor più in alto: essendo infinita è il massimo gradino, e il culmine, è il pie­no raggiungimento di ogni ideale. Quindi quanto minore è la sensibilità spirituale di un individuo tanto più grande è il soddisfacimento ch'egli trae dai sensi. Al contrario le persone più evolute men­talmente e spiritualmente trovano il loro diletto nella medita- zione e negli studi.

Allo stesso modo poiché la religione procura il massimo dei godimenti spirituali, essa dovrebbe venir coltivata anche dall'utilitarista. Ed il suo studio è indiscutibilmente opportuno dal momento che nulla, quanto il pensiero religioso, riesce ad infondere nell'anima umana una grande quantità di energie. Ciò del resto lo si desume ampiamente dall'esame della storia umana che è tutta permeata dai poteri dello Spirito.

Con questo non intendo sminuire il codice mo­rale della società utilitaristica che annovera nume­rosi uomini di grande nobiltà d'animo: dico soltan­to che coloro i quali hanno dato fortissimi impulsi al processo evolutivo dell'uomo, che con la loro potenza illuminante hanno sospinto l'uomo dal bu­io degli istinti alla luce della ragione; tali uomini erano spiriti religiosi.

Alla base dell'operato di quegli uomini c'è la forza religiosa. Senza la religione nessuno riusci­rebbe ad elevarsi di un grado verso l'Infinito. Essa presiede alla formazione del nostro carattere, della nostra personalità, ci migliora e ci rende più no­bili. Da qui sorge il convincimento che la religione è la piattaforma su cui il mondo muove. Occorre pertanto promuoverne lo studio e renderlo univer­sale. E’ ora di superare le barriere ideologiche che dividono i popoli. Bisogna dare un'interpretazione più ampia al singolo pensiero religioso. La verità ultima va ricercata attraverso uno sforzo collettivo che veda impegnate tutte le energie dell'uomo nello abbattere le superstizioni e le credenze ormai su­perate.

Di pari passo, con lo sviluppo delle scienze ma­terialistiche, deve progredire lo spirito: quelle nel campo del finito, questi nel campo dell'Infinito.

Nella nostra epoca un uomo ha la possibilità di trasmettere il proprio pensiero in ogni parte del mondo; il mondo è alla portata di tutti con i soli mezzi fisici. Seguendo lo stesso principio, le future religioni del mondo devono essere universali. Una volta ampliata la prospettiva religiosa, tutto ciò che esiste al mondò di puro e di nobile sarà senz'altro più comprensibile. Senza tralasciare la grande ere­dità morale del passato ma proiettandola, anzi, nel­l'allargata visuale religiosa del futuro. Le religioni, inoltre, non si dovranno guardare con distacco o, peggio, con disprezzo, ma dovranno cooperare in virtù del loro eterno principio unitario.

Nell'arco della mia esistenza ho conosciuto uo­mini di grande intelletto i quali avevano una con­cezione di Dio non propriamente ortodossa. E' pro­babile ch'essi fossero più vicini a Dio di quanto non lo fossimo noi.

Le religioni definiscono il con­cetto di Dio, l'Infinito, la Legge Morale, l'Uomo Ideale, con parole che variano dall'una all'altra cre­denza e questa diversità di espressioni fa sì che ogni religione consideri le proprie come le uniche, perfettamente rispondenti all'idea che si intende esprimere: ciò è errato e provoca inutili lotte di sopraffazione. Che importa se un discorso viene fatto in lingue diverse, se la sostanza di esso non varia col variare della lingua? Auspichiamo tuttavia che le idee religiose siano patrimonio comune di tutti gli uomini e che il loro linguaggio diventi uni­versale. Se si giungerà a tale traguardo la religione, che è restata fino ad oggi chiusa negli stretti con­fini degli edifici adibiti al culto, nei testi sacri e nei riti per pochi iniziati, sarà finalmente accessi­bile alla maggioranza degli uomini che potranno così attingere alle sue immense ricchezze spirituali e riceverne beneficio in ogni istante della loro esistenza.

Si dice che le religioni stiano morendo poco a poco, che la spiritualità stia scomparendo dal mondo. A me sembra esattamente il contrario: che cioè abbiamo iniziato soltanto adesso una nuova vi­ta. Difatti la potenza della religione, ingrandita, purificata, comincia ad operare nella vita quotidia­na, comincia a far parte di noi. Ma è necessario che si svincoli dal settarismo in cui è rimasta segregata sino ad ora, che prenda vita e viva con noi in ogni momento. E dal momento che tutte le religioni, per quanto si differiscano, si sviluppano e si so­stengono insieme, è giusto che esse si stringano in un sentimento di comprensione reciproca che le affratelli e, sia pure con sacrificio, le ponga in grado di pervenire alla meta ultima: conoscere il Divino, l'Assoluto, al di là del tempo e dello spazio.

Ma senza questa fratellanza nulla è possibile e, tra le varie religioni, questo sentimento nasce e da una stima e da un rispetto reciproco.

Per realizzare questa armonia, è necessario che la materia e lo spirito facciano concessioni a volte importanti, a volte di poco conto. Ma questa è l'unica strada per raggiungere la verità, quanto più grande sarà il sacrificio, tanto maggiore sarà il cammino percorso.

Soltanto allora la conoscenza finita, limitata nel tempo e nello spazio diventerà parte integrante con l'eterno Infinito che oltrepassa, nel suo splen­dore, tempo e spazio, mente e sensi. Soltanto allora saremo nella casa dell'Assoluto.

​LA VERA NATURA UMANA

Ogni individuo ritiene che il mondo sensibile in cui egli vive e agisce abbia una sua realtà so­stanziale che lo avvince tenacemente. Nasce quindi una situazione psicologica che si può definire di « attaccamento » ai beni terreni. Eppure per tutti viene il momento del dubbio, il momento della ri­flessione: tutto questo mondo sensibile ha realmen­te una sua consistenza? Ma anche per colui che tra­scorre ogni attimo della propria vita tra i piaceri dèi sensi e non riesce, o non vuole, trovare un mo­mento per verificare la realtà del mondo sensibile, viene il giorno della morte, ed anche egli, irrime­diabilmente, è costretto a chiedersi: « ma è proprio reale tutto ciò che mi circonda? ».

E' con questa domanda che ha inizio la reli­gione; ed è a questa domanda che ogni religione cerca di dare una risposta.

Questa stessa domanda possiamo ritrovarla per­sino in epoche preistoriche o quasi, quando solo il mito vive e le civiltà vanno appena manifestandosi nelle loro prime rozze forme.

In che cosa consiste la « realtà? » Dove è diret­to tutto questo mondo in apparenza tanto solido?

Ogni religione affronta la realtà ponendosi que­sta domanda. Nella Katha Upanishad, una delle più poetiche Upanishad, troviamo, proprio all'inizio, questo brano:

« Alla morte di un essere umano nasce sem­pre una discussione. Alcuni sostengono che sia spa­rito per l'eternità, altri, invece, sono convinti che sia ancora vivo e presente ».

Le proposte per una spiegazione sono diverse ed ogni filosofia, ogni metafisica, ogni religione, ha voluto dare la propria risposta. Contemporanea­mente, altri pensatori hanno tentato di dimostrare che l'interrogativo non è che uno pseudo-problema che porta una grande angoscia nello spirito umano ed hanno così cercato di eliminarlo del tutto. Ma tut­to

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