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L'alba degli eroi: La leggenda di Drizzt 10

L'alba degli eroi: La leggenda di Drizzt 10

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L'alba degli eroi: La leggenda di Drizzt 10

Lunghezza:
533 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
3 lug 2019
ISBN:
9788834435915
Formato:
Libro

Descrizione

Drizzt Do’Urden e Catti-brie, unitisi all’equipaggio del capitano Deudermont a bordo del Folletto del Mare, sono andati a caccia di pirati per i sei anni successivi alla Battaglia di Mithral Hall. A quel punto, un doppelganger, apparentemente collegato a un’isola misteriosa, prende la forma di Deudermont. Quest’ultimo, dopo che la creatura è stata smascherata, decide di cercare l’isola per individuare chi l’ha inviata. Scopriremo che si tratta del demone Errtu, che ha bisogno di Drizzt per porre fine al suo esilio. Scopriremo anche che a Mithral Hall regna Gandalug Battlehammer, e che Bruenor è tornato nella Valle del Vento Gelido...
Editore:
Pubblicato:
3 lug 2019
ISBN:
9788834435915
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

L'alba degli eroi - R.A. Salvatore

Prologo

La donna era bellissima, con il corpo modellato in curve sinuose, la pelle candida e folti e lucidi capelli neri che le ricadevano fino a metà della schiena nuda, e gli stava offrendo sfacciatamente le proprie grazie con una disponibilità espressa dal tocco lieve e gentile delle dita che lo sfioravano ovunque e gli facevano formicolare d’energia il mento, la mascella e il collo.

Ogni muscolo del corpo gli si tese e lui prese a lottare per mantenere il controllo, contrastando le arti della seduttrice con ogni minimo frammento di forza di volontà che ancora gli rimaneva dopo tanti anni.

A dire la verità non sapeva più neppure perché si ostinasse ancora a resistere, non rammentava a livello cosciente quali promesse dell’altro mondo, il mondo reale, potessero alimentare la sua cocciutaggine. Cos’era «giusto» e cos’era «sbagliato» in questo posto? Quale poteva essere il prezzo esatto per un po’ di piacere?

Che altro aveva lui da dare?

Il tocco gentile persistette, rilassando i suoi muscoli tremanti e facendogli rizzare i peli ovunque vagassero quelle dita leggere il cui richiamo lo invitava ad arrendersi. Arrendersi.

D’un tratto sentì la forza di volontà che si prosciugava e cominciò a mettere in discussione la propria ostinata resistenza. Dopo tutto non c’era motivo di opporsi quando avrebbe potuto avere un comodo materasso e morbide coltri, quando avrebbe potuto essere liberato da quel fetore così orribile cui non era riuscito ad abituarsi neppure dopo tanti anni... lei avrebbe potuto liberarlo da tutto ciò con la sua magia, glielo aveva promesso.

Cedendo sempre più in fretta socchiuse gli occhi e sentì quel tocco che continuava a provocarlo, lo avvertì più acutamente che mai.

Poi udì la donna emettere una sorta di ringhio, un suono bestiale e ferino che lo indusse a spingere lo sguardo oltre la sua figura, verso il bordo di uno degli innumerevoli costoni di roccia che costellavano quel paesaggio irregolare il cui suolo sussultava e tremava come se fosse stato una cosa viva che respirava e lo derideva: si trovavano in alto, lo sapeva con certezza perché il precipizio all’estremità del costone era così ampio che da dove giaceva non riusciva a vedere per più di un paio di metri nel vuoto a causa del perpetuo grigiore vorticante e fumoso che avvolgeva il paesaggio.

Il grigiore dell’Abisso.

D’un tratto anche nella sua gola prese a formarsi un ringhio che però non aveva nulla di ferino e di primitivo ed era invece una protesta che nasceva dalla moralità e dalla razionalità, generata dalla minuscola scintilla di ciò che era stato un tempo e che ancora esisteva dentro di lui. Afferrata la mano della donna la allontanò a forza dal proprio corpo e applicò una torsione, incontrando una resistenza permeata di una forza che destò echi nei suoi ricordi e che aveva qualcosa di soprannaturale in quanto sproporzionata rispetto a quella che un corpo così esile avrebbe dovuto possedere.

Lui però era pur sempre il più forte e riuscì a torcere la mano costringendola ad allontanarsi, e infine sollevò lo sguardo sulla donna.

I suoi folti capelli neri si spostarono leggermente e permisero a un minuscolo corno bianco di fare capolino in mezzo alla loro massa.

«Non fare così, amore mio», mormorò lei con voce sommessa e suadente, in una supplica tanto accorata che per poco non ebbe la meglio su di lui. Come la sua forza fisica anche la sua voce aveva una portata innaturale dato che era uno strumento in cui incanalare tutta la sua carica seducente e ingannevole, e incarnava la menzogna propria di ogni cosa in quel luogo.

Con un urlo selvaggio lui la spinse all’indietro con tutte le forze, scagliandola oltre il bordo del costone ma la donna, o per meglio dire il succubo, allargò sulla schiena ampie ali da pipistrello e si librò nel vuoto, ridendo di lui con la bocca ora aperta che lasciava intravedere le orribili zanne aguzze con cui gli avrebbe trafitto il collo se l’avesse lasciata avvicinare maggiormente. La risata del succubo gli fece capire che pur essendo riuscito a resistere non aveva vinto, che non avrebbe mai potuto vincere: questa volta la creatura era quasi riuscita a spezzare la sua volontà, era arrivata più vicina alla vittoria rispetto alla volta precedente e si sarebbe avvicinata ancor di più a essa al tentativo successivo, ed era per questo che rideva di lui e che come sempre lo beffeggiava!

D’un tratto si rese conto che anche quella era stata una prova. Sapeva chi l’aveva decisa, quindi non rimase sorpreso quando la frusta gli aggredì la schiena scagliandolo al suolo, ma per quanto cercasse un riparo dall’intenso calore che stava crescendo tutt’intorno a lui, comprese di non avere via di fuga.

Un secondo schiocco della frusta lo spinse a strisciare verso l’orlo del costone: mentre un terzo colpo gli si abbatteva sulla schiena afferrò il bordo di roccia e con un urlo si spinse nel vuoto con l’intenzione di precipitare in fondo al dirupo e di schiantare la propria forma corporea sulle rocce, nel disperato anelito di trovare sollievo nella morte.

Errtu, il grande balor alto quattro metri, tutto rosse scaglie fumanti di calore e muscoli possenti, si avvicinò con indifferenza all’orlo del precipizio e guardò verso il basso, cercando, con occhi che dall’alba dei tempi erano abituati a sondare le nebbie dell’Abisso, quella forma che cadeva veloce per poi protendersi ad afferrarla.

La caduta rallentò fino ad arrestarsi e a trasformarsi in un’ascesa dovuta a una ragnatela telecinetica che il grande balor stava traendo verso di sé; la frusta era in attesa, naturalmente, e la sferzata successiva fece ruotare l’infelice prigioniero su se stesso per poi ridurlo misericordiosamente in stato d’incoscienza.

Invece di ritrarre le corde della frusta Errtu si servì di nuovo della propria energia telecinetica per legare con esse la sua vittima, poi spostò lo sguardo sul succubo isterico e annuì in segno di approvazione, perché quel giorno si era comportato bene.

Con la saliva che colava dal labbro inferiore la creatura guardò in direzione della vittima svenuta che ai suoi occhi era una tavola imbandita pronta per il banchetto, poi con un colpo d’ali si riportò sull’orlo del precipizio e si avvicinò con cautela a quel pasto invitante, cercando il modo di aggirare le difese erette dal balor.

Errtu lasciò che la creatura arrivasse fin quasi a toccare la preda, quindi assestò un lieve strattone alla frusta e la vittima si spostò di lato con una mossa convulsa, oltrepassando le fiamme perpetue del balor che si mosse lateralmente di un passo e pose la propria mole fra il succubo e la vittima priva di sensi.

«Devo averlo», gemette il succubo, osando avvicinarsi un po’ di più in parte camminando e in parte volando mentre le sue mani ingannevolmente delicate si protendevano ad afferrare l’aria fumosa e il suo corpo era scosso da un respiro ansimante.

Errtu si scostò e il succubo si fece ancora più vicino.

La creatura sapeva che Errtu si stava prendendo gioco di lei ma non era in grado di allontanarsi o di distogliere lo sguardo da quella vittima impotente; gemendo, perché sapeva che sarebbe stata punita, continuò ad avanzare e tentò di aggirare il balor. Uggiolando ancora affondò quindi i piedi nel terreno per avere una presa salda e riuscire a scattare in avanti in modo da assaggiare la vittima prona prima che Errtu la togliesse nuovamente dalla sua portata.

Senza preavviso Errtu protese il braccio, stringendo in pugno una spada ricavata da una saetta: levandola in alto pronunciò un comando e il terreno sussultò come se fosse stato colpito da un fulmine.

Con uno strillo il succubo si ritrasse di scatto e si lanciò di corsa verso il bordo del costone per poi lanciarsi in volo senza cessare di emettere strida acute. La saetta scagliata da Errtu lo raggiunse alla schiena, facendolo vorticare su se stesso e precipitare molto più in basso prima che riuscisse a riprendere il controllo del proprio volo.

Sul costone, Errtu si disinteressò della creatura perché riusciva a pensare sempre e soltanto al prigioniero. Gli piaceva tormentare quel miserabile ma doveva sublimare di continuo i propri impulsi bestiali perché non poteva distruggere quell’uomo, non poteva arrivare a spezzarlo: se lo avesse fatto, egli avrebbe infatti perso per lui ogni valore. Dopo tutto quello era soltanto un essere umano, e la sua vita non pareva una gran cosa se contrapposta alla possibilità di poter camminare di nuovo sul Piano Materiale dell’Esistenza.

Soltanto Drizzt Do’Urden, l’elfo scuro rinnegato che aveva bandito Errtu e lo aveva condannato a trascorrere cento anni nell’Abisso, avrebbe potuto concedergli ciò che voleva, ed Errtu era convinto che il drow non avrebbe esitato a dargli la libertà in cambio di quel miserabile umano.

Lentamente, il balor girò la testa scimmiesca adorna di coma per guardare al di sopra della propria spalla: adesso le fiamme che lo avviluppavano erano calate d’intensità e ribollivano appena, come la sua ira, mentre lui ricordava a se stesso che doveva avere pazienza e che quel miserabile era troppo prezioso per andare sprecato, che la sua vita doveva essere preservata.

Errtu sapeva che il momento tanto agognato sarebbe giunto molto presto: prima che sul Piano Materiale fosse trascorso un altro anno lui avrebbe parlato con Drizzt Do’Urden, ne era sicuro perché aveva già contattato la strega che avrebbe provveduto a riferire il suo messaggio.

E allora il balor, uno dei veri tanar’ri che erano i più grandi fra gli abitanti dei piani inferiori, sarebbe stato libero... e una volta libero avrebbe potuto distruggere quel miserabile drow rinnegato, Drizzt Do’Urden e ogni essere umano che gli era affezionato.

Doveva solo avere pazienza.

Parte 1

Vento e spuma

Sei anni non sono poi un tempo così lungo nella vita di un drow, e tuttavia nel contare i mesi, le settimane, i giorni e le ore mi pare di essere rimasto lontano da Mithral Hall un centinaio di anni, che quel luogo appartenga a un’altra vita, a un’altra epoca, che sia stato soltanto un punto di passaggio verso...

Verso cosa? E verso dove?

Il mio ricordo più nitido di Mithral Hall è quello di essermene allontanato a cavallo con Catti-brie al mio fianco e di essermi girato per guardarmi alle spalle, vedendo i pennacchi di fumo che si levavano da Settlestone e salivano verso il Quarto Picco. Mithral Hall è il regno di Bruenor, la sua casa, e Bruenor è uno dei miei amici più cari, ma quella non avrebbe mai potuto essere anche casa mia.

A quel tempo non ho saputo dare una spiegazione a quella sensazione e tuttora non sono in grado di giustificarla. Tutto sarebbe dovuto procedere per il meglio dopo che avevamo sconfitto l’esercito invasore dei drow; adesso Mithral Hall condivideva la prosperità e l’amicizia di tutte le comunità vicine e faceva parte di un insieme di regni che congiuntamente avevano il potere di proteggere i propri confini e di dare di che mangiare ai propri poveri.

E tuttavia Mithral Hall continuava a non essere la mia casa, non lo era né per me né per Catti-brie, quindi ci eravamo messi in viaggio diretti a ovest verso la costa e Waterdeep.

Anche se senza dubbio lei si era aspettata che lo facessi, io non avevo messo in discussione la decisione di Catti-brie di lasciare Mithral Hall perché tutti e due condividevamo la stessa certezza, e cioè che là non avremmo mai potuto trovare la serenità. Fino a quel momento eravamo stati fin troppo impegnati a sconfìggere i nemici, a riaprire le miniere dei nani e a portare fino a Menzoberranzan la guerra contro gli elfi scuri che avevano attaccato Mithral Hall; una volta conclusi tutti quei compiti era parso giunto il momento di ritrovare la tranquillità, di riposare e di passare il tempo a raccontare e a ingrandire le storie delle nostre avventure. Se prima di quelle battaglie Mithral Hall fosse stata la nostra casa di certo vi saremmo rimasti, ma dopo tante lotte e tante perdite... la pace era giunta troppo tardi per Catti-brie e per Drizzt Do’Urden. Mithral Hall era la dimora di Bruenor, non la nostra, era la casa segnata dalla guerra in cui avrei dovuto di nuovo affrontare l’eredità oscura del mio sangue, era l’inizio della strada che mi aveva riportato a Menzoberranzan.

Era il luogo dove Wulfgar era morto.

Catti-brie e io avevamo giurato che un giorno saremmo tornati e in effetti eravamo intenzionati a farlo perché Bruenor viveva là, e così pure Regis, ma come me Catti-brie si era resa conto di un’incontestabile verità di fatto, e cioè che non si sarebbe mai riuscito a rimuovere dalle pietre l’odore del sangue: per quanti erano stati presenti quando esso era stato versato il suo odore avrebbe continuato a evocare immagini con cui sarebbe stato troppo doloroso convivere.

Sono passati sei anni, nei quali ho sentito la mancanza di Bruenor e di Regis, di Stumpet-Unghie graffianti e perfino di Berkthgar l’Audace, che governa su Settlestone, sei anni nei quali ho sentito la mancanza dei miei viaggi periodici a Silverymoon, dei momenti passati a contemplare l’alba su un costone roccioso dei Quattro Picchi. Adesso solco le onde lungo la Costa della Spada, con il vento e gli spruzzi che mi accarezzano il volto, il mio soffitto sono le nubi frettolose e il prezioso manto delle stelle, il mio pavimento è costituito dalle assi scricchiolanti del plancito di una veloce nave segnata dagli elementi; al di là di questo si stende la coltre azzurra del mare, a volte piatta e immota, a volte ribollente e sibilante sotto la sferza della pioggia o per l’emergere e il ricadere di una balena.

È questa la mia casa? Non lo so, suppongo che sia soltanto un altro punto di passaggio ma ignoro se esista effettivamente una strada in grado di portarmi fino a un luogo che io possa chiamare casa.

È una cosa a cui non penso spesso, perché sono giunto a rendermiconto che in fondo non m’importa dove io stia andando: se questa strada, questa serie di punti di passaggio, non conduce da nessuna parte, così sia. Dopo tutto la sto percorrendo insieme ad amici, quindi in un certo senso ho la mia casa.

Drizzt Do’Urden

1

Folletto del Mare

Drizzt Do’Urden era in piedi sull’estremità della prua della nave, quanto più in fuori poteva spingersi continuando a tenersi saldamente con una mano a una gomena del vascello in corsa. La nave era veloce, perfettamente bilanciata e zavorrata, il suo equipaggio era il migliore che si potesse trovare ma quel giorno il mare era agitato e nel solcare le onde ribollenti con tutte le vele spiegate la Folletto del Mare stava subendo violenti scossoni a cui corrispondevano fitti spruzzi di spuma.

A Drizzt però la cosa non dava fastidio perché gli piaceva la sensazione della spuma e del vento sul volto, adorava l’odore della salsedine: quella era vera libertà, correre veloci sull’acqua sfiorando appena le onde, sulla spinta di un vento teso che gli agitava i folti capelli bianchi e gli gonfiava sulle spalle il mantello verde, asciugandolo quasi con la stessa rapidità con cui l’acqua lo inzuppava. Le bianche chiazze di salsedine non riuscivano ad attenuare il lucido colore eburneo della sua pelle, gli occhi violetti scintillavano di gioia mentre scrutava l’orizzonte fino a intravedere le vele della caravella che stavano inseguendo e che avrebbero catturato... Drizzt ne era certo perché a nord della Porta di Baldur non c’era nave in grado di distanziare la Folletto del Mare del capitano Deudermont, una goletta a tre alberi di nuova progettazione, snella, leggera e piena di vele. La caravella a vela quadrata che stavano braccando avrebbe potuto dare loro filo da torcere in una fuga in linea retta ma avendo una mole più massiccia ogni volta che cambiava rotta in maniera anche minima offriva alla nave inseguitrice la possibilità di accorciare le distanze.

E proprio a questo era destinata la goletta: costruita dai migliori ingegneri e maghi di Waterdeep, pagata dai nobili della città, era stata creata per dare la caccia ai pirati. Giungendo a Waterdeep, Drizzt aveva gioito nell’apprendere che la buona sorte aveva arriso al suo vecchio amico Deudermont, con il quale in passato aveva veleggiato da Waterdeep a Calimshan per inseguire Artemis Entreri, l’assassino che aveva catturato l’halfling Regis; quel viaggio, e in particolare il combattimento nel Canale di Asavir da cui il capitano Deudermont era uscito vittorioso con non poco aiuto da parte di Drizzt e dei suoi compagni, sbaragliando tre navi pirata fra cui l’ammiraglia del famigerato Pinochet, aveva attirato l’attenzione dei marinai e dei mercanti lungo tutta la Costa della Spada e quando avevano ultimato la costruzione della goletta i Signori di Waterdeep ne avevano offerto il comando a Deudermont. Pur amando la sua piccola nave a due alberi, l’originale Folletto del Mare, da buon marinaio il capitano non era riuscito a resistere alla bellezza di quella nuova imbarcazione e aveva accettato di prestarvi servizio a patto che gli venisse concesso di battezzarla con un nome di sua scelta e di poter vagliare di persona l’equipaggio.

Drizzt e Catti-brie erano giunti a Waterdeep poco tempo dopo e quando nell’attraccare con la Folletto del Mare nel grande porto di quella città aveva trovato i suoi vecchi amici ad attenderlo, Deudermont li aveva prontamente arruolati nel suo equipaggio di quaranta uomini. Questo era successo sei anni e ventisette viaggi prima e da allora la goletta si era conquistata ampia fama fra quanti percorrevano le rotte marine e soprattutto fra i pirati stessi, di cui era diventata il flagello. Adesso la nave contava al suo attivo ben trentasette vittorie e stava continuando la sua attività di purificazione dei mari.

E ora era in vista il trentottesimo successo.

La caravella li aveva avvistati quando ancora si trovava troppo lontano per riconoscere la bandiera di Waterdeep, ma non aveva importanza perché in quella regione non c’era nessun’altra nave con le caratteristiche della Folletto del Mare, con i suoi tre alberi e le vele latine triangolari, perciò la caravella aveva immediatamente issato le vele quadrate e la caccia aveva avuto inizio. In equilibrio sulla punta estrema della prua, con un piede sul rostro a forma di testa di leone, Drizzt stava assaporando ogni secondo della battuta, avvertendo la potenza della nave in corsa che sussultava sotto di lui e la sferza del vento e della spuma, ascoltando la musica fragorosa che si levava dall’equipaggio della Folletto del Mare, che contava fra i suoi membri numerosi menestrelli il cui divertimento preferito era prendere gli strumenti e accompagnare una caccia come quella con canti che accendessero il sangue nelle vene.

«Duemila!» gridò dalla coffa Catti-brie, indicando la distanza ancora da superare; quando la sua valutazione fosse scesa a cinquecento l’equipaggio avrebbe assunto le posizioni di combattimento e tre uomini si sarebbero avvicinati alla grossa catapulta montata su una piattaforma rotante sul ponte superiore di prua della goletta, mentre altri due sarebbero andati a occuparsi delle balestre fissate a piattaforme rotanti più piccole ai due lati del ponte; a quel punto Drizzt avrebbe raggiunto Deudermont al timone per coordinare il combattimento corpo a corpo; nel seguire la scia di quei pensieri il drow calò la mano libera verso l’impugnatura di una delle scimitarre. Anche da lontano la Folletto del Mare era un avversario temibile perché aveva arcieri dalla mira infallibile, un’abile squadra addetta alla catapulta, un mago particolarmente feroce che amava evocare sfere di fuoco e saette incendiarie, e naturalmente Catti-brie con il suo micidiale arco, Taulmaril lo Spezzacuori. Era però a distanza ravvicinata che Drizzt, la sua amica pantera Guenhwyvar, e gli altri abili guerrieri presenti a bordo potevano lanciarsi all’abbordaggio, rendendo la Folletto del Mare davvero letale.

«Milleottocento!» fu il successivo avvertimento di Catti-brie, e Drizzt annuì nel ricevere quella conferma della loro velocità, che era davvero sorprendente: quel giorno la loro imbarcazione stava correndo più che mai, tanto da indurre Drizzt a meravigliarsi che lo scafo toccasse le onde.

D’un tratto il drow abbassò la mano verso la sacca che portava alla cintura per cercare al tatto la statuetta magica di cui si serviva per evocare la pantera dal Piano Astrale e si chiese se questa volta fosse effettivamente necessario chiamare Guenhwyvar, considerato che la pantera aveva trascorso a bordo gran parte della settimana precedente per dare la caccia alle centinaia di ratti che infestavano le scorte di viveri della nave e dunque probabilmente era esausta.

«Ti chiamerò solo se sarà necessario, amica mia», sussurrò infine. In quel momento la nave deviò con violenza a tribordo e Drizzt fu costretto ad aggrapparsi alla gomena con entrambe le mani. Ritrovato l’equilibrio continuò a scrutare l’orizzonte in silenzio, guardando la nave dalla vela quadrata farsi sempre più grande di minuto in minuto e sondando il profondo del proprio intimo per prepararsi alla battaglia imminente, perso nello sciabordare dell’acqua che si mescolava alla musica sibilante del vento e ai richiami di Catti-brie.

Millecinquecento metri, poi mille soltanto.

«Scimitarra nera bordata di rosso!» gridò la giovane donna, quando grazie al cannocchiale riuscì infine ad avvistare la bandiera spiegata dalla caravella.

Drizzt non conosceva quell’insegna ma la cosa non gli importava: ciò che contava era che fosse una nave pirata, una delle molte che avevano superato ogni limite nelle vicinanze dei porti di Waterdeep. Come in tutti i mari solcati da rotte commerciali, la Costa della Spada era sempre stata infestata dai pirati ma fino a pochi anni prima essi si erano comportati in modo in certa misura civile, seguendo specifici codici di condotta; era stato per questo, sulla base di una sorta di tacito accordo, che quando aveva sconfitto Pinochet nel Canale di Asavir, Deudermont gli aveva poi permesso di andarsene libero.

Adesso però le cose non stavano più così, i pirati del settentrione si erano fatti più audaci e violenti e non si limitavano a saccheggiare le navi ma si soffermavano anche a torturare e assassinare gli equipaggi soprattutto se a bordo trovavano delle donne; più di uno scafo depredato e semidistrutto era stato trovato alla deriva nelle vicinanze di Waterdeep, e alla fine si era deciso che i pirati avevano passato la misura.

Drizzt, Deudermont e tutto l’equipaggio della Folletto del Mare ricevevano una paga sostanziosa per il loro lavoro, ma con la sola possibile eccezione del mago Robillard fra loro non c’era un solo uomo o donna che desse la caccia ai pirati per l’oro che poi gli veniva pagato.

No, essi stavano combattendo per vendicare quelle vittime innocenti.

«Cinquecento!» annunciò dall’alto Catti-brie.

Riscuotendosi dalle proprie riflessioni Drizzt riportò lo sguardo sulla caravella e constatò che adesso poteva scorgere sui suoi ponti gli uomini che si affrettavano a prepararsi al combattimento, simili a un esercito di formiche; la constatazione successiva fu che l’equipaggio della Folletto del Mare era numericamente inferiore agli avversari nella misura di due contro uno e che la caravella era pesantemente armata in quanto aveva sul ponte di prua una catapulta di buone dimensioni e doveva probabilmente averne una seconda nella stiva, pronta a tirare attraverso gli oblò aperti.

Annuendo fra sé il drow si girò verso il ponte. Le balestre fissate sul ponte e la catapulta erano state raggiunte dalle squadre loro addette, molti uomini dell’equipaggio erano allineati lungo la murata intenti a controllare la tensione della corda dell’arco e i menestrelli continuavano a suonare come avrebbero fatto fino all’inizio del combattimento vero e proprio; in alto, al di sopra del ponte, Drizzt avvistò poi Catti-brie che stringeva Taulmaril in una mano e il cannocchiale nell’altra e attirò la sua attenzione con un fischio penetrante a cui lei rispose agitando una mano in un rapido gesto che tradiva un’evidente eccitazione.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? L’inseguimento, il vento, la musica e la consapevolezza di stare svolgendo un buon lavoro avrebbero entusiasmato chiunque. Con un ampio sorriso il drow indietreggiò lungo il rostro di prua e la murata per andare a raggiungere Deudermont accanto al timone, e così facendo notò il mago Robillard che con la consueta aria annoiata sedeva al limitare del cassero, agitando di tanto in tanto in direzione dell’albero di maestra una mano adorna di un grosso anello d’argento su cui era montato un diamante; le scintille che scaturivano dalla pietra non erano però causate soltanto dal riflesso del sole in quanto a ogni gesto del mago l’anello liberava la propria magia e pareva inviare una violenta folata di vento a gonfiare ancor di più le vele già tese al massimo. Nel sentire lo scricchiolio di protesta del fasciame dell’albero, Drizzt comprese infine quale fosse la causa di quella velocità così portentosa.

«Carrackus», commentò il capitano Deudermont, non appena il drow gli arrivò accanto. «Una scimitarra nera bordata di rosso».

Non conoscendo quel nome, Drizzt si limitò a guardare l’amico con espressione incuriosita.

«Navigava con Pinochet», spiegò allora Deudermont. «Era il primo nostromo dell’ammiraglia di quel pirata ed è stato fra quanti abbiamo affrontato nel Canale di Asavir».

«Lo abbiamo catturato?» chiese Drizzt.

«Carrackus è uno scrag, un troll marino», precisò Deudermont scuotendo il capo.

«Non mi ricordo di lui».

«Ha la tendenza a stare alla larga dalla mischia», affermò Deudermont. «Probabilmente si è tuffato fuoribordo non appena Wulfgar ci ha fatti girare per speronare la nave ammiraglia».

Drizzt ricordava la manovra in questione e la forza incredibile con cui l’amico a suo tempo aveva fatto quasi ruotare su se stessa l’originaria Folletto del Mare, puntandola dritto verso gli attoniti pirati.

«Carrackus comunque era presente alla battaglia», continuò intanto Deudermont, «e stando a quanto mi hanno riferito è stato poi lui a recuperare l’ammiraglia di Pinochet che, danneggiata, stava andando alla deriva al largo di Memnon».

«E questo scrag è ancora alleato con Pinochet?» domandò Drizzt. Deudermont annuì con aria cupa, un gesto i cui sottintesi erano evidenti: poiché in cambio della libertà aveva giurato di non cercare di vendicarsi di Deudermont, Pinochet non poteva dare personalmente la caccia alla Folletto del Mare ma aveva altri modi per ripagare i debiti in sospeso e poteva contare su molti alleati che, come Carrackus, non erano vincolati da un giuramento.

In quel momento Drizzt si rese conto che ci sarebbe stato bisogno di Guenhwyvar e tirò fuori dalla sacca la complessa statuetta, soffermandosi poi a osservare con attenzione Deudermont. Alto ed eretto, snello ma dotato di muscoli scattanti, con i capelli e la barba brizzolati e ben curati, il capitano era un uomo raffinato che vestiva sempre in modo impeccabile e appariva a proprio agio a un ricevimento come in mare aperto, ma in quel momento i suoi occhi tanto chiari da dare l’impressione di riflettere i colori circostanti invece di possederne uno proprio tradivano una notevole tensione. Da molti mesi correva infatti voce che i pirati si stessero organizzando per un contrattacco contro la Folletto del Mare e adesso che aveva avuto conferma del fatto che quella caravella apparteneva a un alleato di Pinochet era chiaro che Deudermont cominciava a domandarsi se quell’incontro fosse stato casuale.

Comprendendo d’un tratto perché il capitano avesse fatto spingere la nave a una così folle velocità, Drizzt si girò d’impulso per lanciare un’occhiata a Robillard, che si era sollevato su un ginocchio e teneva le braccia protese e gli occhi chiusi in un atteggiamento di profonda meditazione.

Un momento più tardi un muro di nebbia si levò intorno alla goletta, nascondendo alla vista la caravella che distava ora appena un centinaio di metri, e nello stesso tempo un sonoro sciacquio vicino alla murata avvertì che la catapulta aveva cominciato a tirare, seguito di lì a poco da una fiammata che eruppe nell’aria davanti a loro per poi dissiparsi in una nube di vapore sfrigolante a contatto con il muro difensivo di nebbia che ora avviluppava la nave.

«Hanno un mago con loro», commentò Drizzt.

«La cosa non mi sorprende», fu pronto a replicare Deudermont, poi si volse verso Robillard e ordinò: «Limitati a tenerti sulla difensiva. Possiamo sconfiggerli con la catapulta e gli archi».

«Vi prendete sempre tutto il divertimento», ribatté in tono asciutto Robillard.

Nonostante l’evidente stato di tensione Deudermont riuscì a reagire con un sorriso.

«Proiettile!» gridarono parecchie voci provenienti da prua.

D’istinto Deudermont reagì facendo ruotare il timone con tanta decisione che la Folletto del Mare s’inclinò bruscamente verso babordo in modo così repentino da far temere a Drizzt che potessero rovesciarsi.

Contemporaneamente il drow sentì alla propria destra un sibilo di aria smossa e un grosso proiettile lanciato da una catapulta gli saettò accanto, spezzando una fune e sfiorando la superficie del cassero vicino al sorpreso Robillard per poi rimbalzare e praticare un piccolo buco nella vela dell’albero di mezzana.

«Fissate quella gomena», ordinò in tono calmo Deudermont.

Drizzt però si stava già avviando per provvedere, i piedi che si muovevano a una velocità inimmaginabile; afferrata la fune che penzolava la fissò e scese dalla ringhiera nel momento stesso in cui la Folletto del Mare si raddrizzava, guardando verso la caravella che ora si trovava ad appena cinquanta metri di distanza, a tribordo. L’acqua fra le due navi stava ribollendo con violenza, sollevando schizzi di spuma che venivano dispersi in nebbia da terribili folate di vento; incapace di comprendere la natura effettiva di quel vento l’equipaggio della caravella aprì il tiro con gli archi ma tutte le frecce e perfino i massicci quadrelli di balestra vennero deviati lateralmente senza recare danno quando tentarono di trapassare il muro di vento che Robillard aveva posto fra le due navi.

Abituati a quel genere di tattiche, gli arcieri della Folletto del Mare evitarono di sprecare frecce; soltanto Catti-brie si trovava infatti al di sopra del muro di vento, come pure l’arciere posizionato sulla coffa dell’altra nave, un orribile gnoll alto più di due metri con una faccia che sembrava più canina che umana.

La mostruosa creatura fu la prima a far partire una freccia in un tiro piuttosto preciso che mandò il pesante dardo a conficcarsi in profondità nel legno dell’albero di maestra appena pochi centimetri sotto il punto in cui si trovava Catti-brie, poi si abbassò rapidamente dietro la parete di legno della coffa per incoccare una seconda freccia nell’arco.

Non comprendendo la natura di Taulmaril, senza dubbio quell’ottusa creatura era convinta di essere al sicuro.

Senza fretta, Catti-brie si accertò di avere il polso saldo mentre la nave accorciava ulteriormente le distanze dalla caravella, e quando essa si venne a trovare ad appena una trentina di metri fece infine partire la propria freccia che saettò nell’aria come un fulmine, lasciandosi dietro scintille argentee e trapassando la misera protezione offerta dalla parete della coffa come se fosse stata un vecchio foglio di pergamena. Un istante più tardi numerose schegge e lo sfortunato gnoll vennero scagliati in alto nell’aria e la creatura condannata emise un penetrante strido nel rimbalzare contro il boma dell’albero di maestra della nave pirata per poi cadere vorticando in mare ed essere lasciata rapidamente indietro dalla caravella.

Nel frattempo Catti-brie aveva tirato ancora, inclinando questa volta la mira verso il basso e concentrandosi sull’equipaggio addetto alla catapulta; la sua freccia colpì uno degli uomini, un bruto che doveva avere sangue di orco nelle vene, ma non riuscì a impedire che la catapulta lanciasse il suo carico di pece bollente.

Gli addetti alla catapulta non avevano però compensato adeguatamente la velocità della Folletto del Mare, che passò sotto la pece e si allontanò di parecchio prima che questa andasse a colpire l’acqua con uno sfrigolio di protesta.

Deudermont portò la goletta accanto alla caravella, affiancandola quando la distanza fra le due navi si era ridotta ormai a una ventina di metri; all’improvviso l’acqua che si trovava nello stretto canale fra i due vascelli smise di ribollire sotto la sferza del vento e immediatamente gli arcieri della Folletto del Mare lasciarono partire le loro frecce che avevano sulla punta piccoli globi di pece incendiata.

Dall’alto Catti-brie riprese a sua volta a tirare, questa volta mirando alla catapulta vera e propria, e la sua freccia incantata creò una profonda crepa lungo il braccio della macchina proprio mentre la letale arma lasciava partire un pesante proiettile che si abbatté contro lo scafo della caravella all’altezza della linea di navigazione.

Soddisfatto dall’esito di quel passaggio, Deudermont fece intanto deviare la goletta verso babordo in modo che si allontanasse dall’avversaria; altri missili di cui parecchi incendiari solcarono ancora l’aria fra le due navi, poi Robillard creò un muro di nebbia che si estese come uno schermo davanti alla prua della Folletto del Mare.

La reazione del mago della caravella fu una scarica di energia che riuscì a trapassare la cortina di nebbia e che pur disperdendo in certa misura la propria potenza si estese crepitando intorno alla Folletto del Mare, facendo cadere parecchi uomini sul ponte.

Protendendosi in fuori oltre la murata, con i capelli bianchi che si agitavano selvaggiamente a causa della scarica di energia, Drizzt scrutò con attenzione il ponte della nave avversaria fino a individuare il mago nemico che si trovava vicino all’albero di maestra; prima che la rotta della Folletto del Mare, che ora correva perpendicolare alla caravella, si allontanasse troppo, il drow attinse ai propri poteri innati per evocare un globo di oscurità impenetrabile che lasciò cadere sul mago.

Un momento più tardi Drizzt serrò il pugno in un gesto di trionfo nel vedere il globo spostarsi lungo il ponte della caravella perché questo significava che aveva colpito il bersaglio e che adesso la magia avviluppava il mago, seguendolo e accecandolo fino a quando lui non avesse trovato il modo di contrastarla. La cosa più importante, però, era che quella sfera di oscurità del diametro di tre metri contrassegnava con estrema chiarezza la sua posizione.

«Catti-brie!» chiamò Drizzt.

«L’ho visto!» gridò lei di rimando, e Taulmaril tornò a far sentire il proprio canto, scagliando due frecce una dopo l’altra nel centro della sfera oscura.

Essa però continuò a spostarsi, segno che la ragazza non era riuscita ad abbattere il mago anche se senza dubbio lei e Drizzt gli avevano creato non pochi problemi.

In quel momento un secondo proiettile di catapulta si levò dal ponte della Folletto del Mare e fendette la prua della caravella, poi una sfera di fuoco scagliata da Robillard esplose in cielo davanti alla nave. La caravella, già di per sé poco agile e ora anche priva di un mago in condizione d’intervenire, andò a finire dritta in mezzo a quelle esplosioni; quando infine la sfera di fuoco si dissolse, entrambi gli alberi dell’imbarcazione erano sovrastati da lingue di fiamma, simili a gigantesche candele che galleggiassero in mare aperto.

La caravella tentò di reagire con la propria catapulta ma le frecce di Catti-brie avevano svolto bene il loro lavoro e il braccio dell’arma si spezzò in due non appena l’equipaggio lo sottopose a una tensione eccessiva.

Drizzt intanto tornò di corsa vicino al timone.

«Effettuiamo un altro passaggio?» chiese a Deudermont.

«C’era tempo per uno soltanto», rispose però il capitano, scuotendo il capo, «e non c’è tempo per l’abbordaggio».

«Due navi a poco più di un miglio!» gridò dall’alto Catti-brie. Drizzt si girò a fissare Deudermont con sincera ammirazione.

«Altri alleati di Pinochet?» chiese, pur conoscendo già la risposta.

«La caravella da sola non avrebbe mai potuto sconfiggerci», replicò con fredda calma il capitano. «Carrackus lo sa e lo sa anche Pinochet. Questa era soltanto un’esca che doveva attirarci in trappola».

«Ma noi siamo stati fin troppo veloci perché la cosa potesse funzionare».

«Sei pronto a combattere?» replicò con fare astuto Deudermont. Prima che il drow avesse il tempo di rispondere impresse una decisa virata alla nave che s’inclinò verso tribordo fino a girarsi per fronteggiare la caravella ora molto rallentata nei movimenti. Gli alberi della nave a vela quadrata erano in fiamme e buona parte dell’equipaggio era impegnato a cercare di riparare i danni riportati dal sartiame in modo da poter mantenere in funzione almeno una metà della velatura. Con calma Deudermont pilotò il proprio veliero lungo una traiettoria obliqua che intercettasse la nave pirata, tagliandole la strada con la manovra che gli arcieri definivano «passaggio di prua».

La caravella danneggiata non poté manovrare in modo da mettersi fuori pericolo ma il suo mago, per quanto accecato, ebbe la presenza di spirito di innalzare un denso muro di nebbia, che costituiva la misura difensiva standard in scontri di quel tipo.

Deudermont misurò con estrema attenzione l’angolazione con cui si stava avvicinando, con l’intenzione di far girare la goletta a ridosso di quel muro di nebbia e acqua ribollente in modo da avvicinarsi il più possibile alla caravella. Sarebbe stato il loro ultimo passaggio e il suo effetto doveva essere devastante, per impedire che la caravella potesse faticosamente raggiungere le altre due navi che si stavano avvicinando veloci.

In quel momento dal ponte della caravella giunse un bagliore luminoso, una scintilla che ebbe l’effetto di annullare l’incantesimo usato da Drizzt.

Dalla sua posizione in alto sulla coffa, al di sopra della magia difensiva, Catti-brie vide quanto stava accadendo e cominciò a prendere la mira nel momento stesso in cui il mago emerse dalla cortina oscura, intonando un canto che doveva servire a scagliare un incantesimo devastante contro la Folletto del Mare prima che potesse incrociare la prua della caravella; quali che fossero i suoi intenti, però, il mago riuscì a pronunciare soltanto un paio di parole prima di sentire un tonfo spaventoso contro il proprio petto e le assi del plancito che si scheggiavano sotto i suoi piedi. Abbassando lo sguardo vide il sangue che cominciava a spargersi sul ponte e si rese conto di essere scivolato in posizione seduta, poi crollò all’indietro e intorno a lui tutto

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