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Io sono un femminicida: Il maschio disperso nel terzo millennio, dal Patriarcato al Pariarcato

Io sono un femminicida: Il maschio disperso nel terzo millennio, dal Patriarcato al Pariarcato

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Io sono un femminicida: Il maschio disperso nel terzo millennio, dal Patriarcato al Pariarcato

Lunghezza:
250 pagine
3 ore
Pubblicato:
Jun 25, 2019
ISBN:
9788893691901
Formato:
Libro

Descrizione

In questo saggio, Giovanni Garufi Bozza analizza le ambiguità tra i generi, i limiti del Femminismo e del Maschilismo e le loro potenzialità, stimolando interrogativi, sollevando discussioni e provocazioni, proponendo sul finale possibili soluzioni alla violenza di genere, che superino il modello malattia (prevenzione) e che si situino nel modello salute (promozione), prendendo in carico le relazioni e la socioaffettività. La Psicologia della Salute, la Sistemica, la Bioenergetica e le Costellazioni Familiari fanno da sfondo al testo. Un saggio dal titolo provocatorio, che non vuole dare risposte preconfezionate ma stimolare le giuste domande, a partire da una premessa: è giunto il tempo di passare dal Patriarcato, morto ma non troppo, al Pariarcato, in una cultura di rispetto della differenza.
Pubblicato:
Jun 25, 2019
ISBN:
9788893691901
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Io sono un femminicida - Giovanni Garufi Bozza

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Capitolo 1

Io sono femminicida, tu sei un femminicida, egli è un femminicida...

Io sono un femminicida.

Potenziale.

Ma lo sono.

Voglio iniziare da questa provocazione. E ne voglio aggiungere un’altra: tu, lettore maschio che leggi queste parole, sei un femminicida. Potenziale. Ma lo sei. Tu, lettrice donna che leggi queste parole, hai accanto un femminicida. Potenziale.

Ora, immagino che di fronte a simili provocazioni vorresti prendere questo libro e gettarlo via. Ti capisco, sono tentato anch’io di cestinare queste frasi. Nessuno vuole riconoscersi un potenziale assassino di donne.

Eppure, se entrambi ci daremo fiducia, scopriremo assieme che, proprio perché noi uomini siamo potenziali femminicidi, siamo coloro che possono cambiare le cose. Assieme alle donne.

E, nella bolgia infernale in cui gravita l’uomo, spesso svilito, senza alcuna legge sul maschile di riferimento, se non il Patriarcato, additato sempre più come violento, primitivo, perso nella ricerca di sé, a fronte di una donna che ha chiara la sua meta, l’emancipazione, cercheremo di fare ordine. O, quantomeno, cercheremo di mettere in luce le problematiche legate alla violenza, per creare dibattito e discussione. Siamo femminicidi potenziali anche perché la società, e una certa forma di pensiero sempre più dominante, che discende dal femminismo estremo, ci descrive così.

Ecco dunque una doppiezza nel titolo, per uno scritto che vuole affrontare entrambi i problemi: l’uomo che ha dentro la potenzialità del femminicidio, l’uomo descritto come il nemico della donna.

Questo è un testo che vuole porsi dunque come provocazione, un sasso nell’acqua del pensiero, che lo smuova, che faccia ragionare, che crei obiezioni e che stimoli a cercare la vera parità tra i sessi; ma che, soprattutto, vuole essere uno stimolo tale da portare il maschio a riflettere su se stesso e sul problema del femminicidio.

Se dunque cerchi soluzioni e risposte, metti via questo libro, non fa per te. Lo lascerai, infatti, con ancora più domande. Stimoli, per l’appunto.

Ma più domande ti farai, più questo testo avrà raggiunto il suo scopo: provocare riflessioni e dibattito.

Un chiarimento prima di proseguire: per tutto il testo mi rivolgerò prevalentemente a te, caro lettore maschio. Cercherò una confidenza per modificarci. Ma questo non esclude te, cara lettrice femmina. Nella nostra confidenza, tutta al maschile, potrai capire meglio il nostro genere sessuale, e aiutarci a modificarci come uomini.

Par. 1.1 - L’uomo potenzialmente femminicida, l’uomo percepito come femminicida.

Da una stima del 2013 è emerso che, in Italia, quasi una donna ogni due giorni è rimasta uccisa da un uomo. 179 donne in 365 giorni. Per non parlare di quelle massacrate di botte, ma ancora vive.

Nel 2015 gli omicidi sono leggermente calati, le donne ammazzate, in casi riconosciuti come femminicidio, sono state 128, una media di una donna ogni 2,85 giorni.

L’Agenzia UE per i Diritti Fondamentali ha recentemente presentato la più ampia ricerca mai realizzata in Europa, condotta su un campione di 42.000 europee (1.500 per paese) appartenenti agli stati membri.

È emerso che oltre sessanta milioni di cittadine hanno subito violenza tra i 15 e i 74 anni. Una statistica dove l’Italia compare al diciottesimo posto su ventisette Paesi coinvolti (Croazia compresa). Da noi, ogni 7 minuti un uomo stupra o tenta di stuprare una donna; ogni 3 giorni, un uomo uccide una donna e, su scala europea, una donna su dieci ha subito una qualche forma di violenza sessuale a partire dai quindici anni.

Una su venti è stata stuprata.

La famiglia emerge come il contesto elettivo della violenza: il 22% delle europee ha subito violenza fisica o sessuale dal partner.

E gli assassini, gli abusanti, chi sono? Gente comune, di ogni ceto sociale. Spesso insospettabili. Ho trovato online un dato interessante[1]: le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza di genere verso le donne è endemica nei Paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali e a tutti i ceti economici.

Come me e come te.

È facile pensare che siano dei maledetti, dei bastardi, dei brutali. Dei diversi, rispetto a noi. Altro, rispetto a noi. Non lo erano. Lo sono diventati nel momento in cui hanno sferrato il primo colpo. Il giorno prima, forse, condannavano la violenza, come me e come te.

Certo, tra loro troveremo narcisisti patologici, dei borderline, qualche psicopatico, qualche represso, qualche sadico. Troveremo anche chi ha visto il padre picchiare la madre e ne ha appreso il comportamento. Ma, in fondo, a cosa ci serve distinguere tra noi e loro? Se gli elementi comuni tra noi e loro sono di essere uomini, italiani, di ceto sociale vario, di media statura e la faccia da bravo ragazzo, perché non partire proprio da questi elementi comuni ed eliminare del tutto, almeno idealmente, ogni forma di violenza verso le nostre compagne, anche quelle più sottili, che senza saperlo attuiamo?

La cosa più difficile è ammettere di avere un problema. Spesso non vogliamo accettare di essere come loro, anche quando tutto dimostra il contrario. Ed è un male. Perché forse è vero che non abbiamo problemi, ma è anche vero che il più delle volte non li vogliamo accettare. E, così facendo, non li vediamo, fino a non gestirli più.

In più, siamo inseriti in una società che dà al maschile una connotazione sempre più infelice, che non consegna cartelli direzionali chiari su un modello di maschio condiviso.

La provocazione di questo libro è proprio il non fartelo leggere perché hai ammesso un problema, ma fartelo leggere perché il problema tocca anche te. Sei uomo? Hai una compagna? Allora sei potenzialmente un assassino di donne. Quindi puoi leggere questo libro e attivarti per cambiare le cose.

Tuttavia, nel titolare un testo con Io sono un femminicida, voglio far notare anche un dato opposto: è vero che, per una serie di ragioni che proverò a spiegare nel testo, siamo potenziali femminicidi, ma è vero anche che veniamo facilmente descritti come tali.

Nel 2015 l’Istat, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di circa sette milioni di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner.

Sette milioni di italiane, un dato impressionante, che denuncia altrettanti milioni di uomini violenti.

Sono apparse diverse critiche sui dati emersi; vediamo le più diffuse, provenienti per lo più dagli uomini.

La prima critica denuncia che le inchieste, i sondaggi e le ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità, a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non ci sono in Italia studi ufficiali sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partner ed ex partner, parenti e affini di vario grado.

Ed è un limite che condivido, perché non si contempla la violenza bidirezionale dentro la coppia, ma unicamente la violenza unidirezionale del maschile sul femminile. E una ricerca contraria non escluderebbe ricerche sul femminile.

Altra critica avanzata è sulle tipologie delle domande poste per questa ricerca. Oltre ai quesiti sulla violenza fisica e sessuale, il questionario Istat lascia uno spazio maggiore alla violenza psicologica, con domande che, dicono, possono prevedere risposte che influenzano una risposta affermativa.

1-        Il suo partner la critica per il suo aspetto, per come si veste o si pettina, ad esempio dicendole che è poco attraente, inadeguata.

2-        Le impone come vestirsi, pettinarsi o comportarsi in pubblico.

3-        La critica per come si occupa della casa, per come cucina, oppure per come educa i figli, ad esempio dicendole non è capace ed è una buona a nulla. La ignora, non le parla, non la ascolta, ad esempio non prendendo in considerazione ciò che lei dice o non rispondendo alle sue domande.

Ai fini statistici non c’è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio e un consiglio che cerca la soluzione di un problema. A livello statistico dire: Cucini da schifo, ti butto addosso il piatto, violenza, è al pari di Oggi l’arrosto non è venuto bene come la volta scorsa. Il Ti vesti come una puttana, violenza, è al pari di Mi mette a disagio quando giri con i vestiti trasparenti. E ancora, il Non ti do un euro, vatti a prostituire se vuoi comprarti i tuoi profumi, violenza, è al pari di Tocca tagliare le spese, possiamo rinunciare a palestra e parrucchiere per un mese?

L’intervistata risponde affermativamente alle tre domande, aumentando così il grado di violenza del partner, magari senza volerlo, riportando il mero fatto che, sì, a volte ha da ridire sulla cena, sull’educazione, ecc., ma in modo costruttivo. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite aggressività, violenza, umiliazione; si limita a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l’intervistatore che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.

Un’ultima critica denuncia il fatto che la ricerca è stata condotta tramite le operatrici dei centri antiviolenza, e pertanto, essendo schierate apertamente contro il maschio violento, la ricerca sarebbe falsata da un pensiero direttivo.

Una serie di critiche alle critiche va fatta. La prima è che, se è vero che la maggior parte delle ricerche indagano l’uomo maltrattante e la donna vittima, qualche ricerca sugli uomini maltrattati, in realtà, è stata fatta, e i dati sono allarmanti come quelli sul femminicidio. Andreoli (2012) parte da una ricerca condotta da un’équipe di studiosi dell’Università di Arezzo, che rivela che, in Italia, oltre sei milioni di uomini sono vittime di violenza messa in atto dalle donne. Sette milioni di donne contro sei milioni di uomini, su una popolazione totale di cinquantanove milioni.

Andreoli sostiene che i segnali di questo cambiamento, in cui non entra la patologia, ma la cultura, c’erano già da tempo, ma oggi sono più evidenti, soprattutto nelle nuove generazioni. La donna, per Andreoli, ha perduto quelle caratteristiche di femminilità che pensavamo fossero biologiche e che, invece, non lo sarebbero.

Quanto alle domande, ho guardato le note metodologiche alla ricerca del 2015: le domande sulla violenza sono le stesse che sono state poste nel 2006, con l’aggiunta di due item che indagano il controllo del partner sull’utilizzo delle risorse economiche della donna, la costrizione a restare in casa, l’intimidazione mediante la rottura di oggetti e la strumentalizzazione dei figli. Sono domande che, in verità, se non utilizzano termini come violenza, umiliazione, ecc., non si aprono eccessivamente all’ambiguità.

Qualunque domanda, avulsa dal contesto, risulta suggestiva, ovvero direziona una risposta. Nel suo complesso, il questionario mi sembra ben tarato, e credo che le intervistate, dopo aver risposto a domande ben più pesanti e chiare (l’ha mai menata?), abbiano saputo distinguere tra critiche costruttive e coercizioni violente.

In merito alla professionalità e neutralità di chi ha condotto le interviste, ci penso sempre due volte prima di porre delle critiche a chi lavora nell’ambito della ricerca, anche perché l’indagine è stata condotta in tutta Italia e occorrerebbe conoscere il curriculum di tutte le persone che sono state arruolate per l’indagine per dubitare della loro professionalità nel condurre l’intervista e nell’analizzare i dati. Non posso conoscerle tutte io, non possono conoscerle coloro che hanno mosso tali critiche.

Tuttavia, sono critiche che lanciano un allarme: il rischio di bollare il maschio come violento e sbagliato, e le donne come vittime, dirigendo il pensiero e la percezione comune in tal senso, facendo leva sull’emotività della popolazione tramite i mass media. Criticare il maschio oggi è facile, difficilmente si viene contestati. Nel criticare il femminile, invece, si corre il rischio di essere etichettati come sessisti, maschilisti. La donna diventa il genere protetto, il maschio il genere sbagliato, criticabile. Ed è una visione limitante, dal momento che abbraccia una violenza unidirezionale, mentre il problema è molto più complesso e riguarda le relazioni tra uomini e donne.

Aggiungo, tuttavia, dei dati: nel 2016, anno di prima stesura di questo libro, i casi di femminicidio sono stati 120, nel 2017, più di 114. A marzo 2018 abbiamo già raggiunto i 18 casi.  E, temo, aumenteranno.

Avrai notato che nella stessa premessa ho riportato argomentazioni in parte contraddittorie: da un lato i dati sulle donne uccise, dall’altro le critiche al pensiero più diffuso.

Da un lato quella che sembra una posizione forte, di attacco: Io sono un potenziale femminicida, perché uomini di qualunque status, ceto sociale ed età hanno dimostrato di poterlo essere. Dall’altro quella che sembra una posizione difensiva: Io sono un potenziale femminicida, perché il pensiero più diffuso, in quanto maschio, mi descrive facilmente come violento e intercetta la donna come vittima.

Cerco una lente e una posizione quanto più oggettiva, che abbracci quante più possibili argomentazioni che s’incontrano, e spesso si scontrano, nel parlare di femminismo, questione maschile, violenza di genere e tutto quello che è collegato a tali argomenti. Riporterò quante più posizioni, anche se discordanti, cercando una sintesi che crei un dibattito che, ne sono convinto, deve riguardare in primis l’uomo e la visione del maschile nel nuovo millennio.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva Gandhi. E per poter cambiare il mondo, dobbiamo cambiare noi stessi. E per cambiare noi stessi dobbiamo riflettere su di noi, sulle premesse con cui stiamo nel mondo. E per cambiare le premesse dobbiamo a volte trovarne una tanto assurda da creare un ragionamento nuovo: proprio perché non esiste un identikit del potenziale femminicida, e proprio perché esiste il femminicidio, il problema riguarda ogni uomo. Proprio perché esiste la violenza contro l’uomo a opera della donna, il problema riguarda ogni donna.

Capitolo II

Un po’ di storia e una pesante eredità

Se vuoi volare ti tirano giù

e se comincia la caccia alle streghe

la strega sei tu.

Edoardo Bennato, La fata

Mi piace aprire questo capitolo con una frase di Virginia Wolf, che penso riassuma la storia del complesso maschile. Quello di dimostrare non tanto che la donna è inferiore, ma che l’uomo è superiore, un complesso ben più pericoloso, che ci portiamo ancora oggi. Non è forse la storia dei rapporti tra uomo e donna? La donna non è stata ritenuta sin dall’antichità la portatrice della colpa, della mela malum? Non è forse stata svilita, messa all’angolo, resa perennemente inferiore all’uomo?

Dopo aver pubblicato Alina - Autobiografia di una schiava, il mio romanzo dedicato alla prostituzione coatta, ho viaggiato in buona parte dell’Italia per promuoverlo. Ed è venuto spontaneo che si creasse spesso un legame tra la tematica della prostituzione e quello del femminicidio e della violenza di genere. È stato un legame che inizialmente non comprendevo fino in fondo, finché non ho conosciuto Oria Gargano[2], che mi ha regalato un suo testo ormai fuori commercio, La sindrome del sultano.

In questo libro, Oria descrive la storia della prostituzione, notando come essa vada a intrecciarsi con la storia dei diritti spesso negati alla donna.

Provocatoriamente, posso scrivere che la storia del diritto negato alla donna, o la storia del complesso maschile, è una storia di prostituzione e di donne prostituite.

Provo brevemente a riassumere le tappe delineate dalla Gargano.

Cominciamo con un vecchio detto ancora attuale: La prostituzione è il mestiere più antico del mondo. È un detto falso e ce lo dimostrano tutte le prime forme d’arte paleolitica che raffiguravano le donne come dee.

C’è chi, come Marija Gimbutas (1991), ha ipotizzato che le prime società umane fossero fortemente matriarcali, un po’ come accade ancora oggi in alcune specie di insetti (api e formiche in primis). Dopo aver raccolto, classificato e analizzato circa duemila manufatti preistorici, Gimbutas ha affermato che in Europa, tra il 7000 e il 3500 a.C., sarebbe esistita un’organizzazione sociale precedente al Patriarcato, caratterizzata dal ruolo dominante che vi avrebbero avuto le donne, come cape clan o come sacerdotesse. Il Matriarcato.

La donna, in quanto portatrice di vita, capace di procreare, era considerata il trait d’union tra l’uomo e il divino. Ne consegue che il mestiere più antico del mondo fosse la caccia, la pesca, la costruzione di utensili. Non certo la prostituzione che, per Gargano, non può essere definita nemmeno mestiere, dal momento che è un’attività nata dalla disuguaglianza di poteri tra generi. Nessun mestiere espone coloro che lo praticano alla segregazione, alle torture fisiche, alla reclusione.

Il primo esempio di prostituzione lo troviamo, guarda caso, nella democratica Atene, con Solone. Un paradosso, vero? Costruendo democrazia e politica, i maschi hanno pensato di pagare per

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