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L'inviato di Cesare

L'inviato di Cesare

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L'inviato di Cesare

Lunghezza:
297 pagine
5 ore
Pubblicato:
21 giu 2019
ISBN:
9788832144321
Formato:
Libro

Descrizione

Roma contro Roma, Cesare contro Pompeo: mezzo secolo prima della nascita di Cristo, nella guerra civile che lacera la Repubblica, a nessuno è consentito di rimanere neutrale. Lucio Servilio Verre ha deciso da che parte stare e seguirà il proprio generale, uscito vittorioso dalla campagna di Gallia, nella sua lotta contro lo strapotere del Senato e dell’aristocrazia capitolina. Non tutti però hanno compiuto la stessa scelta: dall’altra parte della barricata il valoroso centurione troverà, oltre a individui senza scrupoli, vecchi compagni d’armi, decisi a sbarrargli il passo.
Prima che sui campi di battaglia, la contesa si consuma all’ombra dei sette colli, ma anche in Africa, tra i vicoli angusti e pericolosi di Leptis Magna. Un messaggio da consegnare, un piccolo tesoro da custodire: per portare a termine la sua missione, Verre dovrà districarsi tra funzionari corrotti, miserabili spie, sicari sanguinari e donne misteriose.
Pubblicato:
21 giu 2019
ISBN:
9788832144321
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

L'inviato di Cesare - Andrea Oliverio

equestre.

I

Mar Mediterraneo , marzo 49 a.C.

Il prefetto Tito Domizio Macero malediceva Nettuno.

Aggrappato con la destra alla balaustra di poppa, con la sinistra tentava invano di ripararsi gli occhi dagli spruzzi d’acqua.

Sul ponte di comando il beccheggio era insopportabile.

L’ufficiale scrutava preoccupato la superficie del mare, cercando di individuare le altre imbarcazioni da trasporto, dodici in tutto, più leggere della sua trireme da guerra scelta per la missione. Riapparvero come sagome scure solo quando l’ammiraglia venne sollevata sulla cresta di un’onda. Alla vista delle altre navi l’uomo tirò un sospiro di sollievo.

Verso il tramonto un bagliore sinistro illuminò il Mare Nostrum, fino a quando un denso manto di foschia non piombò tutt’intorno, oscurando ogni cosa.

Nella notte precoce lo sciabordio della prua che solcava i flutti si diffuse ovattato tra i contorni dello scafo, appena visibile, immerso nell’acqua nera, dove le onde si rincorrevano, generando infinite esplosioni di schiuma.

In lontananza, oltre le coste della Sicilia, il cielo riappariva di nuovo terso e il mare era increspato da una vivace brezza di settentrione, che prometteva un rapido avvicinamento alla costa africana.

Per farsi coraggio, Tito Domizio ripensava al responso favorevole degli aruspici, che gli aveva pronosticato un viaggio benedetto dagli dei. Come voleva la tradizione, prima della partenza della piccola flotta, era stato sacrificato un toro, le cui interiora erano state esaminate con grande cura da parte dei sacerdoti.

Solo quando costoro gli avevano confermato la benevolenza divina, Macero aveva impartito l’ordine di far salpare dai sicuri ormeggi del porto di Pozzuoli le navi della Cohors I Nerviorum, stipate all’inverosimile di soldati ausiliari.

Ora però un oscuro fronte di nubi si stava addensando minaccioso: solo un’indistinta striscia azzurro-rossastra si intravedeva a ovest sulla linea dell’orizzonte.

Il vento si rafforzò con impressionante velocità, cambiando direzione, e la bufera si scatenò con violenza contro la trireme e i natanti da trasporto.

I soldati rimasero impotenti di fronte alla forza degli elementi, mentre i marinai intensificarono gli sforzi per governare l’imbarcazione, che a ogni sferzata delle onde scricchiolava da ogni parte.

Il bagliore dei lampi illuminava di tanto in tanto le navi. Sul ponte si scorgevano ombre di uomini allarmati correre in tutte le direzioni. Poi tutto ripiombava nel buio.

La tempesta stava intensificando il suo impeto: ora la rotta della piccola flotta puntava dritta al cuore del maltempo.

Non molto lontano dal prefetto, il capitano della nave, un esperto trierarca di origine egiziana, stava valutando quali ordini impartire, per portare la piccola flotta in salvo. Urlò un comando e i marinai issarono una piccola vela sulla prua, nel tentativo di stabilizzare la trireme.

La pioggia si era trasformata in un muro d'acqua impenetrabile, con enormi gocce che cadevano di traverso sul convoglio: Nettuno stava dando prova del suo potere. Il mare sballottava le navi in ogni direzione con vigore e non accennava a calmarsi, nemmeno con il sopraggiungere della notte.

Per un soffio, due delle imbarcazioni da trasporto non andarono a urtarsi l’un l’altra. Il prefetto annuì compiaciuto nel vedere come, grazie all’abilità dei timonieri, le due navi avevano evitato la collisione.

Il trierarca percorse con passo malfermo il ponte, ondeggiando, senza mai staccare la mano dalla balaustra di poppa.

«Che succede?» urlò il prefetto.

«La stiva!» gridò di rimando il trierarca, nel tentativo di sovrastare il sibilo del vento, ma la voce si disperse nel fragore circostante. Si aiutò con i gesti e puntò un dito verso il pavimento del ponte. «Stiamo imbarcando acqua!»

«Possiamo toglierla?»

Il trierarca non riusciva a capire la domanda, così l’ufficiale fu costretto a portarsi una mano attorno alla bocca, a riempirsi i polmoni d’aria e a gridare: «Possiamo toglierla?»

Il trierarca scosse la testa.

«Cosa suggerisci, allora?»

L’egiziano parve ponderare le poche possibilità a disposizione, guardò i rematori esausti, che senza sosta continuavano a remare, contrapponendo la forza delle loro braccia a quella delle acque agitate, e gli altri marinai in fila, che buttavano fuoribordo l'acqua, prelevata con robusti secchi di legno dal fondo allagato della nave.

Dopo un profondo sospiro rispose al suo superiore: «L’unica possibilità è quella di spiegare la vela, per sfruttare il forte vento e spingersi il più in fretta possibile in quella direzione.» Puntò il dito tozzo verso la linea dell’orizzonte, dove i nuvoloni neri lasciavano spazio a un cielo azzurro. «Se gli dei lo vorranno, riusciremo a superare la tempesta. Forse è la nostra unica speranza per non affondare.»

Il prefetto fece un cenno quasi rassegnato con il capo. Se il maltempo si fosse protratto ancora per qualche ora, le navi, l’equipaggio e i soldati sarebbero andati perduti e addio missione!

Il pensiero del prefetto andò alla moglie e ai figli, che aspettavano il suo ritorno a Roma.

Non è questo il modo in cui mi aspetto di morire.

Un soldato muore sulla terra ferma combattendo per la sua famiglia, le sue terre, le sue proprietà, i suoi beni, per la repubblica di Roma, non per il capriccio degli dei.

«Fate del vostro meglio, Atello! Affido il destino della Cohors I Nerviorum nelle vostre mani!»

«Non vi deluderò, prefetto!»

Il trierarca salutò e si voltò verso il centro della trireme, dove i marinai armeggiavano con le scotte nei pressi dell’albero. Il prefetto, avvolto nel suo mantello, si rifugiò negli alloggi degli ufficiali.

All’ordine del trierarca, alcuni marinai scattarono, arrampicandosi sul sartiame: le cime erano scivolose e, pregne d’acqua, non garantivano una buona presa.

Qualcuno per un istante perse l’equilibrio, ma riprese la salita. A ogni lampo, la scena si illuminava a giorno, e i marinai riuscivano a vedere la posizione raggiunta dai compagni. I primi arrivarono alla sommità dell’albero, e con la pioggia che tamburellava sul loro viso faticavano a tenere gli occhi aperti.

Quando tutti si trovarono in posizione, il trierarca impartì l’ordine: «Spiegate la vela !»

Fradici e infreddoliti, gli uomini si tenevano ancorati al sartiame con la sola stretta delle cosce, per avere le mani libere. Le dita intirizzite iniziarono a slegare i lacci. Qualche marinaio tardò a sciogliere le scotte e il telo scese sull’asta inclinandosi.

Il vento si inasprì e la trireme fu scossa da una nuova raffica. Il tessuto della vela colpì uno degli uomini, che perse la presa e precipitò nell’oscurità del mare, subito inghiottito dalle onde.

I compagni, quasi incuranti di quello che era successo, continuarono le operazioni con maggior vigore. Non appena gli ultimi lacci furono slegati, la vela si distese e gli uomini ridiscesero sul ponte: erano esausti e provati dalla fatica.

Il prefetto si trovava nel buio pesto della coperta, dove i rumori della mareggiata arrivavano attutiti. Le enormi ordinate in legno della trireme continuavano a scricchiolare a ogni onda che s’infrangeva sullo scafo. Preoccupato per la situazione, il prefetto recitò una preghiera alla dea Fortuna, nella speranza di salvare i suoi uomini.

Quando il livello dell'acqua imbarcata raggiunse le ginocchia, il panico prese il sopravvento sulla disciplina, e cominciò ad attanagliare lo stomaco dei rematori che cercarono di abbandonare le loro postazioni. Nella calca che seguì quei momenti, alcuni si ferirono nel tentativo di scavalcare i banchi di legno che li ospitavano, altri provarono a sgottare a mani nude. Il capovoga urlò invano comandi per mantenere la calma e l'ordine.

Il timoniere premeva con energia sul timone per domare le onde e mantenere dritta la rotta della trireme.

«Vira di poco per riprendere la rotta!» urlò il trierarca e si avventò sulla barra di legno per aiutare il timoniere a contrastare la forza del mare. L’imbarcazione iniziò a rispondere alla manovra e la prua con il minaccioso rostro cambiò direzione.

«Ora tienila così!» il trierarca ordinò al timoniere, che annuì; poi fece cenno a uno dei marinai lì vicino di sostituirlo al timone per aiutare il compagno.

La trireme diede uno strattone deciso che la fece scivolare sulle onde.

Rincuorati da quella manovra i rematori tornarono ai loro posti e il capovoga riuscì ad aumentare il numero dei colpi del suo martello sul ceppo davanti a lui.

Il ritmo imposto richiese più spinta ai vogatori che tesero allo spasimo i loro muscoli già stremati e doloranti per la fatica.

Un’ulteriore folata di vento gonfiò la vela tesa, lo scafo solcò le onde schiumose, sospinto da una forza invisibile verso un orizzonte, che ora pareva meno scuro e carico di pioggia.

Mentre il timoniere e l’altro marinaio continuavano a esercitare una forte pressione sulla barra per tenere l’imbarcazione sulla rotta, il trierarca iniziò ad accarezzare l’idea di superare la tempesta e i muscoli del suo viso si distesero. Rimaneva solo la preoccupazione che le altre navi avessero subito danni o, peggio ancora, fossero affondate.

«Come sta andando, Atello?» Il trierarca si voltò e vide riemergere dalla scala che portava ai locali sottocoperta la sagoma di Tito Domizio Macero.

«Il peggio sembra passato» gli rispose.

Il prefetto gridò qualcosa nell’orecchio del trierarca, puntando il dito in direzione di una fune che si stava spezzando.

«Forza, assicurate lo strallo!» urlò il trierarca. «Si sta tranciando: sbrigatevi, prima che danneggi l'albero!»

I marinai misero in sicurezza la cima, prima che il turbinio dell’aria strappasse la vela quadra.

Il fragore della bufera andava scemando e perdeva la sua veemenza a mano a mano che la nave si allontanava dal cuore della tempesta. Le ultime nubi si diradarono e finalmente fece la sua comparsa un cielo terso, puntinato di stelle.

Il ponte di una delle navi da trasporto fu scosso da un debole alito di libeccio, la vela della trireme poco più avanti si stava afflosciando e dai fianchi dello scafo s’intravedevano i remi. Nell’aria si udirono lontani suoni dalle tonalità crescenti. A un primo, distratto ascolto sembravano sibili portati dal vento, invece erano segnali che dalla trireme giungevano alle altre navi.

La reazione dei marinai, per lo più di origine egiziana, fu metodica: movimenti che l’addestramento continuo a cui erano sottoposti aveva reso fluidi. In pochi secondi dai fianchi dello scafo spuntarono due file di quindici remi. Le navi da trasporto dell’esercito romano ricordavano molto la forma delle chiatte che risalivano i fiumi. Erano larghe quasi due pertiche e lunghe più di tredici.

Gli occhi nocciola del centurione Lucio Servilio Verre scrutavano quegli uomini dalla pelle abbronzata senza capire cosa stessero facendo. Lui era un soldato di fanteria, poco avvezzo alle dinamiche della marina. Voleva solo scendere a terra il prima possibile.

Era abituato a combattere, a prendersi ciò che gli spettava. Dopo mesi di rigido addestramento e di marce serrate, aveva affrontato le prime battaglie, e con esse erano arrivati anche i primi trionfi delle legioni guidate da Gaio Giulio Cesare.

Cesare era solito premiare i suoi uomini per il valore dimostrato sul campo, piuttosto che per diritto di nascita. Così, poco dopo la fine della campagna in Gallia, dove era stato optio, sottufficiale agli ordini del centurione Tito Pullo della XIII Legione, Verre era stato promosso e trasferito alla Cohors I Nerviorum, una coorte mista di fanti ausiliari galli e di cavalieri numidi. Addestrare i barbari alle tecniche di combattimento romane era stata la prima sfida che aveva dovuto affrontare con il nuovo incarico. Ma le sfide gli erano sempre piaciute.

Il prefetto si era mostrato piuttosto avaro d’informazioni sul motivo del loro viaggio. Verre sapeva soltanto che Cesare aveva richiesto a Macero di condurre la spedizione nei pressi di Leptis Magna, una florida cittadina fenicia, protettorato romano, che sorgeva sulle coste africane della Libia.

«Centurione, siamo in prossimità della terra ferma.»

Una voce con un forte accento gallico lo distolse dai suoi pensieri. Verre si girò verso Heraus, un giovane gallo più alto di lui di almeno una spanna. L’ optio della sua centuria aveva capelli castani e un fisico asciutto ma muscoloso. Portava al collo il tipico collare metallico ritorto gallo-celtico.

Il centurione tornò a guardare oltre la prua della nave e vide i contorni della terra africana. Non era lontana, ma controvento ci sarebbero volute alcune ore prima di arrivare.

«Torna in coperta e assicurati che gli uomini siano in ordine. A rapporto tra mezz’ora» ordinò. Sentì solo i passi dei calzari chiodati che battevano sul legno del ponte mentre si allontanavano.

Nel frattempo, la trireme riprese slancio sulle acque del Mare Nostrum sotto la spinta vigorosa dei remi, manovrati dai classarii: sembravano squarciare come uncini l’invisibile velo d’acqua.

Verre perse l’equilibrio e si guardò intorno, temendo di aver fatto una brutta figura, ma nessuno del personale sul ponte lo stava osservando. Il centurione si sporse dal fianco della nave e rimase affascinato dallo sciabordio dei remi, i cui movimenti all’unisono sollevavano spruzzi di schiuma bianca. Le imbarcazioni stavano scivolando sicure verso un promontorio naturale.

Nessuna traccia del porto, il centurione scosse il capo e con un ampio gesto del mantello si diresse sottocoperta.

«Allora, branco di miserabili» tuonò, «stiamo per sbarcare in Africa! Il clima è molto diverso da quello a cui siete abituati. Una volta a terra evitate di mettervi nei guai, e se vi becco in qualche bettola, giuro su Marte che vi prendo a calci in culo!»

Il manipolo era formato da soli galli, non c’era nemmeno un romano. Giulio Cesare era stato il primo a impiegarli nell’esercito: il loro portamento era assai diverso da quello di un legionario, ma il valore non era per nulla inferiore. Molti avevano giurato fedeltà all’Aquila, fino a poco tempo prima simbolo dei loro invasori, e adesso combattevano con la speranza di ottenere un giorno la cittadinanza romana. Alcuni invece si erano arruolati perché nella vita non sapevano fare altro.

Verre risalì gli scalini che portavano sul ponte e vide la trireme gettare l’ancora non troppo distante da dove si trovavano le altre imbarcazioni da trasporto, che avevano già iniziato le manovre di sbarco dei soldati e delle salmerie. Dalla passerella di una delle navi vicine scese la turma di cavalieri numidi, un reparto di cavalleria leggera da sempre al seguito di una coorte ausiliaria.

Erano grotteschi a vedersi: sembravano appena emersi dagli Inferi. Avevano la pelle scura come la pece e lunghi capelli con fermagli ad anelli, liberi da qualunque tipo di copricapo; le barbe incolte erano striate di blu, per via della polvere di rame che utilizzavano per colorarle, e conferivano ai cavalieri un aspetto ancora più orribile. Non portavano armature, ma una semplice tunica corta e sciolta lungo i fianchi. Alcuni indossavano un mantello annodato sulla spalla ed erano scalzi. Sulla schiena un piccolo scudo rotondo di cuoio era allacciato con delle fibbie. In una mano tenevano dei corti giavellotti dalla punta affusolata e nell’altra le redini delle loro cavalcature. I cavalli erano piccoli ma resistenti, privi di sella, con un giro semplice di corda di giunco intrecciata al collo per controllarli. La loro maestria era nota tra le fila dei legionari: i Numidi venivano addestrati a cavalcare fin da piccoli e imparavano a guidare il cavallo toccando la zona tra le orecchie dell’animale con un bastone.

Le centurie di ausiliari erano molto impacciate e avanzavano a fatica, complice la resistenza dell’acqua. La sabbia si apriva sotto ai loro calzari, facendoli sprofondare di qualche pollice a ogni passo.

Intanto i genieri dell’esercito avevano costruito delle passerelle, sulle quali far muovere le ruote dei due carri delle salmerie, trainati da enormi buoi dalle corna bianchissime. Schiocchi di frusta riempivano l’aria. Le passerelle si piegavano sotto il peso degli animali da soma e del contenuto delle salmerie.

Con un tonfo sordo, una delle assi di legno si ruppe facendo scivolare la ruota nella fessura e inclinando il carro. Si udirono urla concitate e imprecazioni da parte dei conducenti. Alcuni soldati della marina romana si buttarono in acqua per impedire il peggio: la perdita del prezioso carico di munizioni e viveri.

Appena sceso a terra, Verre si fermò, s’inginocchiò nella sabbia e, toccando con le mani la rena umida, recitò una breve preghiera di ringraziamento agli dei: a Nettuno, per averli condotti via mare, e a Mercurio, per aver vegliato su di loro durante la navigazione.

I suoi uomini gli passarono accanto , ignorandolo, quasi fosse invisibile, ormai abituati a quella teatralità da parte del loro comandante. Uno squillo di buccine proveniente da un’altura poco più avanti dava il comando di adunata.

II

Leptis Magna, marzo 49 a.C

Sesto dettava l’andatura, mentre due figure incappucciate lo seguivano tra le vie del quartiere. A ogni passo la luce creata dalle torce sembrava divorare il buio, aprendo un varco nell’oscurità di una notte senza luna. Girò un angolo in quel labirinto di strade maleodoranti e si fermò davanti a una porta in legno, con la vernice rossa scrostata in più punti. Guardò con attenzione lungo la stradina, assicurandosi che nessuno li stesse osservando, poi bussò a intervalli regolari.

La porta si aprì e si affacciò una donna con un trucco vistoso e una parrucca di un acceso color vermiglio: indossava un abito con una generosa scollatura, che lasciava intravedere due seni turgidi.

Sesto tirò indietro il cappuccio per mostrare il viso.

Con un cenno, la donna fece entrare i tre ospiti e, dopo aver chiuso il portone, mostrò loro la strada.

L’odore di sudore nei corridoi lerci del postribolo arrivava diretto alle narici e in più di una occasione Sesto e la sua scorta furono quasi sul punto di avere un conato di vomito. Dai vari pertugi, nemmeno troppo nascosti dalle tende che separavano gli ambienti, provenivano gemiti di piacere e si potevano intravedere ombre di corpi che si contorcevano in un amplesso.

La donna indicò un cubicolo poco più avanti e allungò la mano con il palmo rivolto verso l’alto per ricevere due monete d’argento; poi sorrise, strusciandosi contro di lui, e con l’altra mano soppesò la virilità dell’uomo che però la bloccò con forza. Sorpresa per la reazione, la donna si fece da parte, lasciando passare i misteriosi visitatori.

Il terzetto arrivò davanti alla tenda che celava la stanza da sguardi indiscreti.

Sesto la scostò con delicatezza e fece entrare gli altri, poi li seguì.

L’interno era illuminato dalla luce fioca di alcune candele, disposte dentro piccole nicchie ricavate nella parete. Seduto su un letto di pietra e paglia troneggiava, nudo, un uomo dalla pelle olivastra, con un fisico tarchiato e una maschera di Bacco a coprirgli il volto. Sul petto aveva tante cicatrici verticali lunghe un paio di pollici e molto vicine tra loro.

Davanti a lui, accovacciata, una prostituta dai capelli ricci, il cui corpo, sinuoso e delicato, rivelava la giovane età. Su uno sgabello piuttosto semplice e traballante, erano ammucchiati degli abiti; due pugnali dalla punta triangolare, appoggiati sopra a un paio di stivali, irradiavano un sinistro luccichio. La ragazza aveva la pelle vellutata come quella di un petalo di rosa appena sbocciato e in controluce si scorgeva il sudore traspirare come rugiada sulla schiena incurvata. La sua testa si muoveva su e giù sul sesso dell’uomo, che le teneva i piccoli seni con le mani a coppa.

«Siamo venuti per portarti delle notizie da Roma» esordì Sesto, l’emissario del Senato.

L’uomo lo guardò dritto negli occhi, svogliato, col fare di chi si aspettava quella visita. Afferrò la testa della giovane, che nel frattempo si era fermata, invitandola a proseguire.

«Dobbiamo agire presto. Il nostro capo vuole che prepari i tuoi uomini.»

«Non sarete certo venuti da Roma per dirmi solo questo» rispose aggiustandosi la maschera, «potete parlare liberamente in questo luogo.»

«Un distaccamento dell’esercito di Cesare sta puntando verso le spiagge a ovest della città: non conosciamo le sue intenzioni, ma al seguito c’è una nostra spia, che ha l’ordine di mettersi in contatto con te non appena avrà scoperto i loro piani. Tieni pronti i tuoi ragazzi.»

«Dite pure al vostro capo che la Fratellanza non disattende gli impegni presi con i vecchi amici.»

«E ricordati di non lasciare testimoni vivi a missione completata.»

«Non preoccupatevi, ucciderò con le mie stesse mani anche la spia.»

«Non ti dispiace se prendiamo le nostre precauzioni, vero?» e con un cenno d’intesa, uno della scorta afferrò per i capelli la ragazza e con un pugnale ricurvo le recise la carotide. Un fiotto di sangue zampillò dalla ferita e il corpo esanime si accartocciò su se stesso. In pochi secondi, sul pavimento si allargò una macchia di colore rosso scuro.

«Aveva sentito troppo» osservò. «Non ti preoccupare per il conto: abbiamo già pagato noi.»

Qualche ora più tardi, Sesto e gli altri due, nascosti dai loro cappucci, si presentarono ai cancelli della cittadella.

«Alt! Chi siete?»

«Siamo ambasciatori di Pompeo, giunti da Roma. Abbiamo un messaggio per il tribuno» esordì mostrando la mano sinistra: sull’indice luccicava un anello d’argento.

Il capoguardia si avvicinò per guardare, aiutandosi con la luce della torcia. Vide il sigillo con il simbolo di Gneo Pompeo Magno e diede ordine al compagno di aprire. Seguì il rumore di pesanti chiavi che giravano nella serratura del cancello. Il cortile era pieno di sentinelle, silenziose e immobili. Ai classiari, i soldati della marina, si affiancavano anche i legionari.

La guardia scortò i delegati negli alloggi del tribuno. Dopo aver superato un’ampia sala che sembrava una mensa, piena di lunghi tavoli e panche di legno, salirono una stretta scalinata che passava di fianco alle cucine, ancora

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