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Amilcare Cipriani il rivoluzionario
Amilcare Cipriani il rivoluzionario
Amilcare Cipriani il rivoluzionario
E-book419 pagine5 ore

Amilcare Cipriani il rivoluzionario

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Info su questo ebook

Émile Zola avrebbe voluto scrivere la storia della sua vita, ma non fece in tempo. William Butler Yeats lo incontrò in Irlanda e lo trovò un uomo bellissimo. Giuseppe Prezzolini rimase muto quando, a Parigi, volle intervistarlo. Indro Montanelli lo definì pittoresco e pasticcione e diversi autori, tra cui Oriana Fallaci, gli hanno fatto fare capolino nei loro romanzi. Amilcare Cipriani (Anzio 1843 - Parigi 1918) è stato un mito moderno. Il rivoluzionario per eccellenza, per la propria generazione e per quella successiva. Un garibaldino, un comunardo, un anarchico, un combattente, ma anche un socialista nel senso più vero della parola. Un uomo che ha messo da parte agi e tranquillità per difendere dalle angherie il popolo da cui proveniva, nel nome della democrazia e dell'eguaglianza sociale. Da Rimini a Parigi, passando per l'Egitto, la Grecia, l'Inghilterra, la Nuova Caledonia, è sempre stato pronto a dir la sua ed imbracciare un fucile dove ci fossero imperi e monarchie da far saltare. Pagando un prezzo carissimo fatto di prigioni, esili e lavori forzati. Di una delle detenzioni più celebri, scontata sull'isola d'Elba, ha lasciato un diario che qui si riproduce integralmente.
LinguaItaliano
Data di uscita31 mag 2019
ISBN9788898275885
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    Amilcare Cipriani il rivoluzionario - Marco Sassi

    Marco Sassi

    Amilcare Cipriani il rivoluzionario

    Amilcare Cipriani il rivoluzionario di Marco Sassi

    Collana Le turbine

    © 2019 Bookstones

    via dell'Ospedale 11

    47921 Rimini

    www.bookstones.it

    Proprietà letteraria riservata

    Per informazioni e contatti: info@bookstones.it

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    IN COPERTINA

    Xilografia, «Avanti!» 1 maggio 1927.

    Progetto grafico di Tommaso Urbinati.

    Nella stessa collana

    C. Ravara Montebelli, Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.), 2019

    C. Barresi, Le iscrizioni funerarie di Ariminum, 2018

    O. Delucca, Isotta degli Atti. L'amore e il potere, 2017

    E. Sori, Ancona 1922 - 1940. Storia narrativa della città. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra, 2017

    E. Sori, Ancona 1900 - 1922. Storia narrativa della città. Dall'età giolittiana all'avvento del fascismo, 2017

    E. Sori, Ancona 1870 - 1900. Storia narrativa della città. Dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo, 2017

    E. Sori, Ancona 1848 - 1870. Storia narrativa della città. Dallo Stato Pontificio a Roma capitale, 2017

    M. Sassi, Castelli di Romagna nel Medioevo centrale. ​Forme, edifici, materiali, persone, 2016

    O. Delucca, Sigismondo Pandolfo Malatesta controverso eroe, 2016

    C. Ravara Montebelli, La valle degli idoli. Bronzi preromani da Casalecchio di Verucchio e dalla Valmarecchia, 2015

    C. Ravara Montebelli, Halieutica Pescatori nel mondo antico, 2014

    O. Delucca, Il drago di Belverde a Rimini e altri draghi d'Italia, 2014

    C. Ravara Montebelli, Archeologia navale. Cronaca di un rinvenimento adriatico, 2014

    R. Pierpaoli, Religioni e culti nella Roma antica, 2014

    G. Cairo, La nascita di una potenza. Roma prima dell'Impero, 2013

    O. Delucca, Animali domestici e selvatici in una città medievale, 2011

    isbn: 978-88-98275-88-5

    Indice

    Ringraziamenti

    Prefazione

    Bibliografia

    Da Rimini a Portolongone. Il carcere

    Rimini

    Bologna

    Milano

    Ancona

    Portolongone

    Ringraziamenti

    Un particolare grazie al personale della Biblioteca Gambalunga di Rimini, e in special modo agli amici Augusto Giannotti e Giuseppe Del Magno, aiuti indispensabili. Allo staff della Biblioteca di Imola, a quello dell'emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, della Biblioteca Nazionale di Napoli, dell'Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Torino.

    Un grazie a Vittorio Emiliani, Bernard Guinard, Enrico Luciani, Oscar Piscaglia.

    Un ricordo a Liliano Faenza, tra i primi studiosi di Cipriani. Un infinito grazie a Paola, che ha portato pazienza e che ha accettato che Cipriani diventasse, per diverso tempo, uno di casa.

    Prefazione

    Amilcare Cipriani è stato per decenni, sin da quando era ancora in vita, l'eroe più popolare della Romagna, forse il più popolare dell'«altra Italia» in tutto il Paese. Purtroppo il centenario della scomparsa, a Parigi, nel 1918, è stato poco ricordato. Ci ha provato con successo soltanto un Circolo culturale di Roma – quello di Donna Olimpia, un tempo borgata – a lui intitolato, da qualche ignoto libertario o patriota, oltre mezzo secolo addietro ed ora retto da Enrico Luciani promotore del bel Museo della Repubblica Romana del 1849 al Gianicolo. Purtroppo la richiesta alle città romagnole – almeno a quelle – di ricordare adeguatamente questo autentico eroe prima garibaldino e poi libertario è caduta nel vuoto e nel silenzio. Se ne è ricordata una vecchia e gloriosa rivista, fondata anch'essa un secolo fa dal repubblicano Aldo Spallicci, La Piè. Nient'altro, temo. Neanche una giornata di studio e di inquadramento storico.

    Va quindi accolta con tutta la festa che merita questa nuova biografia dell'«uomo più rosso d'Italia» (come con una iperbole del tempo lo chiamò il giornalista Paolo Valera), nella quale, con ricchezza di documenti poco noti (in special modo quelli romagnoli) il riminese Marco Sassi ricostruisce quel formidabile romanzo stile Victor Hugo o Dumas père che è stata l'esistenza movimentatissima di Amilcare Cipriani. Che era alto, bello, elegante nel portamento, coraggioso e forte in modo leggendario. Un combattente senza paura, pronto a sacrificarsi per la libertà dei popoli oppressi, rischiando sovente la vita.

    Poteva essere l'occasione per un riconoscimento pubblico da parte del suo Paese che, in anni di durissima repressione del dissenso anarchico, gli fece scontare un ventennio nelle patrie galere, di cui gran parte nel terribile penitenziario di Portolongone col preciso intento di farlo impazzire. Poteva essere l'occasione per dare merito al sedicenne Cipriani che, mentendo sull'età, si arruola nell'esercito piemontese e combatte tanto valorosamente a Solferino, nel 1859, da venire promosso sul campo. Al garibaldino diciottenne che sbarca, con Medici del Vascello, in Sicilia e si conquista altri gradi sul campo, a quello che da clandestino, sei anni dopo, torna in Italia per battersi col Generale vittoriosamente a Bezzecca. A quello più maturo che ancora vince con Garibaldi nei Vosgi. Non meritava egli, in Italia, una riconsiderazione finalmente serena di questa autentica generosissima epopea, pagata col carcere più infame?

    E poi la Francia per la quale lascia un ottimo impiego quale fotografo colto e alla moda a Londra nello studio dei fratelli Caldesi e, dopo aver seguito Garibaldi a Digione, corre a Parigi per unirsi al moto e poi al governo della Comune, comandante a Place Vendôme, lontano da ogni settarismo. Trattato invece come un criminale durante la barbara repressione del generale Mc Mahon, portato più volte, per scherno, debole e ferito, davanti al plotone di esecuzione per una finta fucilazione e poi spedito nella remota Nuova Caledonia ai lavori forzati. Non doveva forse anche la Francia riconsiderare questa figura di libertario che conclude la propria epopea di combattente andando in Grecia con altri garibaldini romagnoli (fra i quali il deputato repubblicano Antonio Fratti che cadrà in battaglia), rimanendo ferito gravemente a Domokòs?

    Certo un irregolare, alla maniera di Garibaldi, per il quale si batté anche in Aspromonte, un autentico eroe che aveva in testa alcune idee fondamentali e quelle seguiva travolgendo gli steccati del moderatismo, della convenienza personale, del perbenismo. Ebbe contrasti col mondo dell'ufficialità, certo, e ne ebbe pure con quello dell'anarchismo, in specie con Errico Malatesta. Non gli si poteva chiedere di essere anche un intellettuale, un uomo di pensiero. Ma la sua azione fu sempre guidata dalla fiaccola della libertà, della giustizia sociale, anche negli anni bui, atroci, del penitenziario a Portolongone. Mai dimentico degli affetti famigliari. Una sorella a Rimini teneva sempre carico il suo orologio aspettandone con ansia il ritorno.

    A Parigi, dove aveva fissato la sua ultima dimora, visse poveramente fino alla morte con quanto gli passava per qualche articolo il quotidiano socialista di Jean Jaurès. Consumava un solo pasto al giorno. Era sempre bello, con la grande barba e la chioma argentea, diritto, solo un poco claudicante per la ferita riportata a Domokòs nel maggio 1897. Circondato dall'affetto di tutto il quartiere. Il giornalista e scrittore riminese (Quelli di Bülow, I ras del regime) Guido Nozzoli, partigiano combattente, giornalista di razza – che nelle lunghe notti di lavoro al Giorno ci raccontava spesso di questo suo eroe – concludeva ricordando che, ormai vegliardo, Amilcarino (Micrìn), quando gli avanzava qualche spicciolo, andava al mercato parigino della Citè e comprava una gabbietta col solo intento di dare la libertà all'uccellino in essa rinchiuso. Un gesto simbolico, poetico, nel quale c'è però tutto il Cipriani di questa bella, ricca, animata biografia di Marco Sassi. Che speriamo insegni passione civile e coraggio libertario ai più giovani.

    Vittorio Emiliani

    Rimini. 31 gennaio 1881.

    Una breve infilata di vagoni di legno di quercia ha viaggiato per tutto il giorno sui binari della Società per le Strade Ferrate Meridionali. Il convoglio partito di buon'ora da Roma, trainato da una sferragliante e rumorosa macchina a vapore modello Bourbonnais, ha risalito bofonchiando la Val Tiberina e, ad Ancona, svoltato verso le Romagne allineandosi al mare. Dopo aver sostato dapprima a Fano e poi a Pesaro, è arrivato finalmente alla stazione di Rimini.

    Gli orologi, tutti più o meno concordi, segnano le nove. Il treno è in orario.

    Il macchinista fa fischiare la locomotiva e i frenatori si mettono al lavoro alle leve. Il treno rallenta, e fino all'ultima carrozza arrivano i colpi di tosse fatti dalla caldaia quando perde pressione.

    Poi, quella specie di silenzio che si sente nelle stazioni di sera.

    Lì, in quell'ultima carrozza un uomo si alza. Prima di tutti gli altri viaggiatori, poco più di una dozzina in tutto. Potrebbe sembrare un galantuomo o un professore bolognese da quanto ben vestito. Tutto in nero, dalle scarpe fino al cappello portato con dovizia. A prima vista dimostrerebbe una quarantina d'anni, o quantomeno ci si avvicina, e l'unico tono chiaro, in quella sagoma scura, sono i primi peli bianchi della barba molto allungata sul mento, particolarmente vivaci sulla punta e sui lati.

    L'uomo percorre con grande calma il corridoio per avvicinarsi alla porta e rimettere piede nella città da cui manca da ventidue anni. Qualche giorno prima gli è arrivata una carta postale scritta dal fratello Alceste; o meglio dettata, visto che Alceste da tempo è completamente cieco. In quella breve comunicazione gli è stato scritto che il padre Felice sta morendo. E lui è lì per salutarlo l'ultima volta.

    Il treno è ormai completamente fermo. Tutta l'energia si è dissipata, e il biscione di legno e acciaio riposa immobile sotto l'arcata di ghisa della stazione.

    L'uomo, davanti alla porta, attende che l'addetto ferroviere apra il portoncino. Non deve aspettare troppo. Il ferroviere arriva e con una mossa veloce gira la chiave nella toppa di sicurezza. Ha il broncio, il ferroviere, oltre a una ditata di fuliggine sulla guancia e i capelli grassi tirati all'indietro. Pare avere visto qualcosa che non gli è andato giù. I due si guardano senza tuttavia salutarsi.

    I ferrovieri, si sa, è quasi tutta gente anarchica.

    A porta aperta, l'uomo vestito di nero si affaccia all'uscio. Colpito dal freddo, tira su il bavero della redingote per coprirsi il collo alla bell'e meglio. Quell'aria che aveva consumato da bimbo, e fino ai quindici anni, gli sta entrando di nuovo nei polmoni. Non vede l'ora, sempre che sia ancora in tempo di rivedere il padre, di riabbracciare il fratello, sfiorare le guance rubizze della sorella Amalia. La madre no, purtroppo lei è già morta. Di crepacuore molti anni prima.

    Mette il primo piede sul predellino e poi il secondo.

    Qualcuno lo ferma. All'improvviso si trova sulle proprie braccia quattro, cinque, sei, sette mani che lo stringono. Sempre di più, per tirarlo giù. Non capisce cosa stia accadendo, non si aspettava nulla di tutto questo. Una mano gli arriva alla nuca cercando di fargli abbassare la testa, punte di dita gli si infilano nei muscoli del collo là dove fa più male. Il cappello cade e finisce sui binari, ma la testa non riescono a fargliela abbassare. A lui! Figuriamoci.

    No, la testa proprio non l'abbassa e anzi cerca di alzarla, fregandosene del male. Vuole vedere in faccia le bestie che lo stanno bloccando. Il cuore ha un sussulto e sente della saliva amara inondargli la bocca. Carabinieri. Troppi carabinieri per un uomo solo. Troppi anche per lui. E dietro di loro, che saltella come una scimmietta, un tipo di media statura, uniforme e gradi di maresciallo, che dà ordini precisi. Ormai è catturato; due baionette gli si puntano davanti agli occhi. Inutile chiedere un mandato, questi se ne sarebbero fottuti di qualsiasi mandato.

    L'uomo vestito di nero non può far altro che capitolare.

    In un silenzio invernale la sbirraglia lo trascina fino alla vetturetta a cavalli che li sta aspettando appena fuori. Il tragitto è breve: non corre molta distanza tra la stazione e la piazza della Rocca dove c'è la caserma dei Regi Carabinieri. Breve, ma abbastanza lungo per concedergli di sciorinare a bassa voce, come quelle litanie che gli avevano insegnato i religiosi durante l'infanzia alla scuola elementare, tutti i peggiori pensieri verso i potenti del mondo. I re, i papi, i ministri, i cristi e le madonne. E anche dio, quella notte, ha sicuramente avuto la sua buona parte.

    Parigi. Fine Ottocento.

    L'anziano monsieur Cipriani, avvolto in un'antica veste da camera, esce sul far della sera dalla piccola stanza presa a nolo nel Passage de Clichy, stretto vicolo dell'intrico di stradine alle pendici di Montmartre. Cammina fiero, seppur claudicante e sostenuto dalla stampella. In quel corpo si ammirano ancora tutto il passato battagliero e l'imponenza da grande albero avuta in gioventù.

    Un dossier di quegli anni, stilato dalla Sotto Prefettura di Rimini da cui è tenuto sotto vigile occhio – il documento è conservato nell'Archivio Centrale dello Stato di Roma, carte del Casellario Politico – lo descrive precisamente. Ha una notevole statura, ben 181 centimetri, la corporatura snella, gli occhi castagni e vivaci, la barba brizzolata intiera, leggermente spartita sul mento e porta i capelli, sempre brizzolati, alla nazzarena. Ha un portamento che la polizia definisce altiero, ed è inutile negarlo: lo ha e lo contraddistingue. Veste di nero e porta il cappello nero molle a larghe falde e, come segno particolare, il dito anulare della mano destra storpio. Oltre ad avere la gamba sinistra più corta dell'altra: trofeo mal voluto di una recente campagna militare in Grecia.

    Chi lo incontra per strada e lo riconosce, lo saluta. Voilà Cipriani, voilà Cipriani e lo indica con ammirazione e affetto. Lui se ne compiace. Come ormai fa sempre più spesso negli ultimi anni, è uscito di casa per recarsi in rue de Bruxelles, civico 21. Più che una casa la sua è una cella, forse neanche troppo diversa da quelle vissute in tanti anni di prigionia. Una branda, un tavolino, qualche sedia scompagnata e libri e giornali, quelli tanti, sparpagliati o impilati sul pavimento. Quella in cui sta andando è invece ben ricca, arredata da soldi, piena di opere d'arte. Con quei dipinti di Cézanne che andranno all'asta qualche anno dopo, nel 1903. Con Cézanne, il proprietario condivide l'età e una grande amicizia.

    Una volta arrivato, Cipriani entra e si siede in salotto. Poco dopo, se non è già lì ad aspettarlo, un altro uomo, di qualche anno appena più anziano, lo raggiunge scendendo dallo studio che sta al piano superiore. Di solito parlano per ore, come due vecchi amici. Dei tempi andati, di politica, di esperienze mirabolanti ed estreme. Il padrone di casa è un famoso e scomodo scrittore che risponde al nome di Émile Zola. Anche lui ha guai con la polizia. Francese, ovviamente. E spinge con vivo interesse Cipriani a raccontare, cogliendoli negli occhi dei fulmini ribelli e dei tratti fanciulleschi che talvolta prendono però la strada dell'oscurità. Cipriani mal sopporta parlare di sé, o almeno così racconta chi lo ha conosciuto ma io a questo credo poco. In quelle occasioni, con lo scrittore si lascia molto andare. E Zola ne rimane così affascinato che pensa a lui quando tratteggia quel Nicola Rossi vecchio, un apostolo della libertà che ha passato la sua vita nelle prigioni, personaggio del romanzo Parigi, il terzo della sua trilogia delle città. Mai terminato.

    Un giorno, in uno di questi incontri, lo scrittore gli domanda: Cipriani, e s'io scrivessi la storia della vostra vita?

    Cipriani sobbalza, forse tra il divertito e lo scocciato, e risponde: Voi?... E cosa ne sapete mai della mia vita?...

    Zola non fa altro che alzarsi, avvicinarsi a un cassetto e tirar fuori un grosso fascicolo manoscritto. La vostra vita è tutta qui, mio caro! Non una parola m'è sfuggita di quante avete pronunciate in casa mia.

    Tutto lì. Zola s'era trascritto, dopo ogni conversazione portata avanti, i racconti del Cipriani rivoluzionario, garibaldino, avventuriero, anarchico, socialista, femminista, galeotto, esiliato, guerrigliero, e magari pure potenziale regicida. E ne avrebbe voluto fare davvero un libro col titolo Conversazioni di Émile Zola con Amilcare Cipriani. Libro mai uscito, mai scritto forse neppure in bella forma. Perché Zola morì nel 1902 prima di metterci definitivamente mano. Lo trovarono privo di vita in quella stessa casa di rue de Bruxelles, solito civico 21, Parigi, IX arrondissement. Una stufetta mal funzionante, otturata, sabotaggio poi rivendicato da una organizzazione nazionalista, lo uccise con le esalazioni di monossido di carbonio. Lo trovarono seduto al tavolo, con accanto la moglie Alexandrine, salvata in extremis. D'altra parte era stato uno dei protagonisti dell'affaire Dreyfus come autore dell'editoriale dal noto titolo J'accuse, scritto proprio in quella abitazione e pubblicato il 13 gennaio 1898 da «L'Aurore». Un pezzo ovviamente molto apprezzato da Cipriani che con una lettera da Rimini del 21 gennaio, aveva voluto dimostrargli tutta la sua vicinanza.

    Cher Monsieur Zola,

    L'acte que vous venez d'accomplir est grand.

    Tous les amis de la justice et de la vérité vous admirent.

    D'un bout à l'autre du globe votre nom vénéré passe de bouche en bouche; il est dans tous les cœurs.

    Désormais vous n'appartenez pas à la France, mais à l'humanité. Permettez que j'unisse ma voix à celles des millions d'autres, et vous crie: Bravo!

    Quello di Zola non è l'unico manoscritto sulla vita di Cipriani ad andar perduto (o almeno, per quanto io ne sappia, a non sapere che fine abbia fatto). Lui stesso mise mano alle proprie memorie, sicuramente spinto anche da quel certo narcisismo che lo permeava e che emerge dai suoi interventi. Un libro che probabilmente era stato terminato e corretto, tanto da avere già un editore. Nella quarta pagina di alcuni numeri della «Gazzetta piemontese» del 1890, che era poi la pagina degli avvisi pubblicitari e lavorativi, si iniziò a pubblicare a più riprese questo annuncio:

    Due o tre lire al giorno offerte a tutti, dappertutto per copie e lavori facili. – Scrivere Dir. Journal Laborieux, 45, Bd. Oroane, Parigi, che va a pubblicare, colla sua autorizzazione, le memorie del sig. Amilcare Cipriani.

    Memorie che però a quanto pare non furono mai date alle stampe ma attorno alle quali si era creato un certo interesse, tanto che in occasione della morte del rivoluzionario, nel piccolo coccodrillo dello stesso giornale (che aveva ormai preso il nome definitivo «La Stampa»), il giornalista scrive che lascia numerosi manoscritti, fra i quali si crede si trovino le sue memorie. Si crede.

    Sono altri a scrivere di lui e, caso raro, lo fanno quando ancora è in vita. Un riguardo che non hanno avuto neppure personaggi politici ben più importanti, almeno per teoria. Questo perché Cipriani non è stato solo un politico, è stato soprattutto un personaggio.

    Uno dei suoi biografi più noti è Luigi Campolonghi, giornalista socialista toscano che lo aveva conosciuto da rifugiato a Marsiglia. Il libro è smaccatamente apologetico e, come è stato scritto, si descrive il grande rivoluzionario negli stessi termini in cui la chiesa cattolica parla dei suoi santi. È l'unico però a coprirne la vita intera e non solo uno dei tanti episodi. Viene pubblicato dalla Società Editoriale Italiana di Milano nel 1912 con il titolo Amilcare Cipriani. Memorie e, come dice lo stesso autore nella prefazione, il lavoro non avrebbe dovuto apparire ai lettori un atto di superbia solo perché, prima di lui, altri già si erano impegnati nell'impresa. Tra cui ovviamente il citato Zola che avrebbe potuto dare il massimo: da potenziali lettori non possiamo che piangere questa mancanza.

    C'era stato Caio Renzetti, suo avvocato difensore e grande amico riminese che aveva dato alle stampe nel 1886 il libello difensivo Per Amilcare Cipriani e pel diritto; poi la femminista svizzera Émilie De Morsier con il suo Amilcare Cipriani, les Romagnes et le peuple italien del 1893; c'era un capitolo su di lui nel Paris intime en Révolution di Paul Ginisty, poi tradotto e ristampato in veste autonoma dalla casa editrice Nerbini di Firenze. Nel 1913 si aggiunge la penna dello scrittore verista e giornalista Paolo Valera, che con Cipriani aveva in comune l'esser stato garibaldino (oltre a condividere una grande amicizia). E lo fa con un libretto dal titolo un po' presuntuoso, L'uomo più rosso d'Italia, costruito riprendendo e rimaneggiando una parte degli articoli usciti ne «Il Messaggero» del 1888 (quelli che si pubblicano nuovamente qui in originale) in cui Cipriani racconta la prigionia all'isola d'Elba. Rimaneggiamenti autorizzati sulla fiducia dal rivoluzionario, come si legge nell'incipit dello stampato.

    Caro Valera, sono lietissimo che i miei dolori di Portolongone siano pennellati da te. Non occorre che tu mi mandi le bozze, perché tutto quello che esce dalla tua smagliante penna non può essere che bene. Amilcare Cipriani.

    Nello stesso anno esce anche la biografia della pedagoga socialista Giuseppina Martinuzzi; agli inizi degli anni '20 seguono quelle dei 'sovversivi' Giulio Tanini e Luigi Galleani. Tra agosto e settembre 1954, in sei puntate, ne «L'Unità» esce quella di Guido Nozzoli, piena di sfumature curiose. Per continuare: il bel testo di Liliano Faenza Antimilitarismo e militarismo dell'anarchico Amilcare Cipriani del 1969, e quindi quello di Vittorio Emiliani nel capitolo all'interno de Gli anarchici del 1973. Fino ad arrivare alla biografia del 1987 di Guglielmo Natalini intitolata Amilcare Cipriani. La vita come rivoluzione, di sicuro molto documentata. Forse la più completa, dalla nascita alla morte. Ripresa poi, con eleganza di sintesi, ancora da Emiliani in Libertari di Romagna. Vite di Costa, Cipriani, Borghi del 1995.

    Per la vita politica di Cipriani, sono questi i testi da leggere.

    Qui ho voluto far risaltare di più il suo aspetto di uomo, un uomo già allora ritenuto speciale. Non è stata la teoria politica il suo forte; eppure è stato un idolo per le folle, che in certi momenti si sarebbero stracciate le vesti al suo passaggio. Talvolta sfortunato, eroe antieroe, intrepido e coraggioso, fanciullesco e disincantato, donchisciottesco, come si legge in alcuni scritti contemporanei. E, già all'epoca, un uomo d'altri tempi, legato più al romanticismo della battaglia sul campo e meno, anzi per niente, alla lotta di partito combattuta nelle stanze del potere.

    Un uomo dal carisma ineluttabile, a tratti anche lucidamente folle ma coerente, sempre, nelle scelte di una vita che è stata un palcoscenico incredibile, un cinema proiettato in continuo. Ed è questa vita che, sopra ogni cosa, ha forgiato l'immaginario del tempo e per un lungo periodo gli ha destinato un posto privilegiato nell'Olimpo della rivoluzione.

    Indro Montanelli lo ha definito un Ciceruacchio di Anzio, cresciuto però a Rimini, un personaggio pittoresco e pasticcione. In parte forse ha ragione. Un pasticcione che però ha fatto paura al potere, e che ha dato speranza a chi invece il potere doveva subirlo tacendo.

    La lunga e mirabolante vita di Amilcare inizia in una giornata di sole sul litorale romano.

    È il primo luglio 1843, a un tiro di schioppo dal porto di Anzio, in una piccola casa, dipendenza all'ingresso di Villa Albani, lo sfarzoso edificio voluto un centinaio d'anni prima dal cardinale Alessandro Albani come casino di campagna dove alloggiare durante le numerose campagne archeologiche che con passione portava avanti. Complesso che tutt'ora esiste e che, dopo esser stato pure la residenza estiva di papa Pio IX Mastai-Ferretti, con l'unità d'Italia verrà incamerato dal demanio e adibito a istituto ospedaliero.

    Non è però tanto importante dove si nasce, ma dove si cresce. Ad Anzio ci rimane giusto il tempo di un battesimo o poco più; e al battesimo il neonato viene registrato come Francesco Amilcare. I suoi genitori si chiamano Felice e Angela Petriconi. Entrambi di Anzio, ci mancherebbe. Lui, il padre, ha però tanto sangue romagnolo nelle vene; la sua famiglia proviene da quelle terre assurde e guerrigliere, boriose e sfacciate. Ed è lì che, subito dopo la nascita dell'Amilcarino, la famiglia si trasferisce. A Rimini, precisamente. È una famiglia normale, né ricca né povera. Felice riesce ad assicurare tutto quello che occorre con il proprio lavoro: è un funzionario del dazio dello Stato Pontificio e, viste le simpatie patriottiche e l'odio verso tutto ciò che odora di clericale, quel lavoro deve essere proprio un brutto rospo da ingoiare. E qui in Romagna, notoriamente, sono in tanti che la pensano come lui.

    Rimini è una città che sta crescendo e che si sta aprendo al turismo. Proprio in quell'estate del 1843 il suo nome ha fatto il giro della penisola per una novità: viene fondato lo Stabilimento Privilegiato dei Bagni Marittimi, voluto dal medico Claudio Tintori e da due fratelli che fanno parte dell'aristocrazia locale, i conti Alessandro e Ruggero Baldini. È il primo mattone dell'industria turistica e anche il ponte verso il mondo esterno e la modernità.

    Amilcare cresce in questa Rimini. In quella parte di città vicino al convento dei Teatini e quasi lambita dall'ombra del Tempio malatestiano, nella stessa casa dove fino alla morte continueranno a vivere la sorella Amalia e il fratello Alceste, i due più piccoli, i prediletti. Ci sono poi anche due fratelli maggiori, Ulisse e Camillo; il primo non ha lasciato traccia, il secondo invece lo ritroveremo in seguito. L'abitazione è vicinissima, scherzi del destino, alla piazzetta dell'Orologio Guasto dove molti anni più tardi, nel 1872, nella casa di Santinelli, ovvero la sede del Fascio Operaio, si terrà la conferenza italiana dell'Internazionale socialista in cui si costituisce in forma ufficiale il movimento anarchico nostrano. La casa di Santinelli non c'è più, la piazzetta sì, con la targa a memoria.

    Alcune biografie, sicuro create sui suoi racconti diretti, lo descrivono da bimbetto. Prima di tutto l'educazione famigliare, di un certo stampo come si può intuire. Poi le zuffe tra giovincelli, i litigi tra coetanei, qualche racconto di lui che difende gli amici più deboli. Al netto di tutto un suo aneddoto che, in quanto ricordato, lo deve avere segnato: tornato un giorno a casa pieno di lividi il padre gli dice la cosa più ovvia che un genitore può dire, chi picchia per primo picchia due volte. Paterna saggezza romagnola! E poi la scuola. Due soldi di scuola, visto che la preferenza è scorrazzare nei vicoli e sulle dune della spiaggia. Anche perché l'istituto elementare pubblico che è costretto a seguire è in mano ai preti e alle loro lingue di parte e già, per l'aria che si respira in casa, le tonache sono malsopportate. Tutta la cultura raggiunta e compresa l'apprenderà da solo, dai libri letti nei momenti vuoti e nei lunghi periodi di carcere. Averne letti così tanti, per lui è un vanto; come è un piacere citare brani, personaggi e fatti nelle lettere che scriverà in futuro e negli articoli che gli verranno pubblicati.

    Arriva l'aprile del 1859 e la seconda guerra d'indipendenza italiana. Sono passati dieci anni esatti dal fallimento della prima e dalla grande batosta presa dall'esercito piemontese da parte delle forze imperiali austro-ungariche. Gli stessi dieci anni passati anche dall'esperienza rivoluzionaria, unitaria e popolare della Repubblica Romana quando, per migliaia di italiani, iniziano a splendere come due raggi di sole le figure di Mazzini e di Garibaldi divenuti – ma con uno spessore e una partecipazione più totale, più vissuta, meno alla moda chic – due simboli al pari di un Che Guevara della storia recente. Due mostri sacri che diventeranno tali anche per il giovanotto Cipriani che quell'anno, neanche sedicenne, lascia Rimini e la famiglia, senza un soldo in tasca e ancor meno bagagli per raggiungere l'esercito come volontario e combattere gli austriaci.

    Da quel giorno gli eventi non gli permetteranno di rimettere piede a Rimini per oltre un ventennio.

    È una trafila.

    Parte di notte senza dire nulla a nessuno. Babbo ignaro, madre pure. I fratelli anche. Sparisce di punto in bianco. Nei giorni che seguono, alle domande dei vicini che chiedono dove sia finito l'Amilcarino, i famigliari rispondono semplicemente con un è andato alla guerra. L'Amalia rimane talmente segnata che, con pazienza e amore, continuerà a ricaricare l'orologio dimenticato (o lasciato?) a casa dal fratello, ogni giorno e fino al suo ritorno. E come abbiamo detto, si parla di due decenni. Amalia è la vera sorella devota, quel gesto è per tenerselo vicino.

    Amilcare dopo una lunga marcia all'addiaccio arriva a Torino e il sergente della prima caserma in cui si presenta lo manda via perché è troppo giovane.

    Non si scoraggia. Continua a peregrinare e un anziano – ognuno incontra i propri santi per strada – gli consiglia di andare ad Asti. Ci va, sempre a piedi, forse un passaggio su qualche carro l'avrà pure avuto. Alla caserma di Asti dichiara, questa

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