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Il Giorno del Dolore
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E-book449 pagine6 ore

Il Giorno del Dolore

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Info su questo ebook

“A voi che state consultando questo diario, sappiate che ciò che state per ascoltare non è una storia qualunque.
Tutti voi conoscete Kyp Benedict Donovan, l’uomo che con le sue sole forze mutò le sorti della Lega Interplanetaria e che portò pace, giustizia e progresso nei nostri mondi.
Ma non sapete nulla, tuttavia, di come Kyp Benedict Donovan divenne un eroe.
Questa che ascolterete dunque non è la storia di Kyp il Liberatore ma la storia di Kyp il ragazzo, e di come un giorno la sua vita cambiò per sempre.
È la storia di quello che Kyp stesso chiamò il Giorno del Dolore.
Chi è Kyp Benedict Donovan?
Cos’è “il Giorno del Dolore” e perché ha cambiato le sorti di un’intera galassia?
Scopritelo leggendo il nuovo romanzo di Francesca A. Vanni, che per la prima volta si cimenta nell’ambito della fantascienza regalando ai suoi lettori una storia emozionante e ricca di colpi di scena dove niente è come sembra.
LinguaItaliano
Data di uscita14 mag 2019
ISBN9788834111307
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    Anteprima del libro

    Il Giorno del Dolore - Francesca A. Vanni

    FRANCESCA A. VANNI

    IL GIORNO DEL DOLORE

    ROMANZO

    A tutti i sognatori.

    A te che stai leggendo questo libro.

    Il dolore è la cosa più importante nell’universo.

    Più importante della sopravvivenza, più grande dell’amore, maggiore anche rispetto alla bellezza.

    Perché senza dolore, non ci può essere nessun piacere.

    Senza tristezza, non ci può essere felicità.

    Senza miseria non ci può essere bellezza.

    E senza queste tre cose, la vita è senza fine, senza speranza, condannata e dannata.

    (Harlan Ellison)

    ELENCO DEI PERSONAGGI PRINCIPALI

    IN ORDINE ALFABETICO

    -BENEDICT DONOVAN: scienziato e capo del Sacrario. Era il fratello di Roger Donovan.

    -CARSON MORIARTY: legislatore massimo del pianeta Pax.

    -FINN: androide di classe gamma nato da un progetto indipendente.

    -FRANKIE SPENCER: studente e migliore amico di Kyp.

    -HARRIS DONOVAN: futuro legislatore del pianeta Pax e fratello maggiore di Kyp.

    -JENNIFER SPENCER: madre di Frankie.

    -KEVIN SPENCER: padre di Frankie.

    -KYP BENEDICT DONOVAN: studente con la tendenza a cacciarsi nei guai.

    -MARCUS RIVERA: generale della flotta spaziale del pianeta Nova.

    -MEGAN LANE: membro dei reietti, esperta di motori e astronavi.

    -PARKER RIDLEY: membro dei reietti e medico.

    -ROGER DONOVAN: legislatore del pianeta Pax e braccio destro di Carson Moriarty.

    -SHELLY RIDLEY: sorella di Parker.

    -SUSAN DONOVAN: moglie di Roger, docente universitaria presso l’Istituto di Educazione e Formazione di Sun City.

    -TAYLOR XIDD: colonnello della flotta spaziale del pianeta Nova e vice del generale Rivera.

    IL GIORNO DEL DOLORE

    Dal diario vocale di Finn, messaggio numero alfa00.

    "A voi che state consultando questo diario, sappiate che ciò che state per ascoltare non è una storia qualunque.

    Tutti voi conoscete Kyp Benedict Donovan, l’uomo che con le sue sole forze mutò le sorti della Lega Interplanetaria e che portò pace, giustizia e progresso nei nostri mondi.

    Ma non sapete nulla, tuttavia, di come Kyp Benedict Donovan divenne un eroe.

    Questa che ascolterete dunque non è la storia di Kyp il Liberatore ma la storia di Kyp il ragazzo, e di come un giorno la sua vita cambiò per sempre.

    È la storia di quello che Kyp stesso chiamò il Giorno del Dolore."

    CAPITOLO UNO

    Sun City, 150° anno dalla Fondazione.

    Kyp fissava in silenzio le lunghe ombre che si stagliavano sulla superficie liscia dell’armadio, create dalla luce del sole nascente che cominciava a rischiarare i vetri della finestra che come sempre aveva lasciato volutamente socchiusa.

    Anche quella notte purtroppo non era riuscito a riposare come avrebbe voluto, qualcosa che non riusciva ancora a comprendere appieno lo aveva tenuto sveglio.

    Era un sogno che lo perseguitava da mesi e al quale non riusciva nonostante tutti i suoi sforzi a dare un preciso significato: una strana visione nella quale si vedeva davanti a un edificio in fiamme nel cuore della notte, insieme a tante persone alle quali però non era in grado di dare un nome e un volto perché ogni volta che si svegliava era troppo confuso per ricordare nitidamente tutti i particolari.

    Cosa voleva fare, per caso, gettarsi nel fuoco?

    Desiderava per caso suicidarsi?

    Per un cittadino del pianeta Pax rinunciare alla propria vita, che apparteneva per legge alla magnifica persona del legislatore massimo, era il secondo maggior reato dopo l’alto tradimento.

    Entrambi i reati erano punibili con la morte oppure con l’esilio nello spazio profondo.

    Kyp scostò bruscamente le lenzuola bianche e si mise a sedere sul letto.

    Presto i vetri delle finestre si sarebbero schiariti del tutto, assecondando la luce del sole, un nuovo giorno avrebbe avuto inizio e lui avrebbe in ogni caso dovuto alzarsi e prepararsi per andare a scuola.

    Tanto valeva giocare d’anticipo.

    Scese dal letto e si trascinò con passi stanchi verso il bagno annesso alla stanza, batté le mani e una tenue luce bianca si accese.

    -Buongiorno, Kyp.- disse una voce femminile, appartenente a una creatura invisibile che conosceva molto bene.

    Era la voce di Felicity, la fedele governante elettronica della sua famiglia che ogni giorno si occupava di mantenere in perfetta funzione tutta la tecnologia di casa ed era al contempo la responsabile della sicurezza.

    -Giorno.- rispose il ragazzo svogliato.

    -Ti sei alzato prima del solito.- osservò Felicity.

    Kyp provò il bruciante desiderio di rispondere cosa te ne frega, mi sveglio quando voglio e quella sensazione improvvisa lo folgorò, lasciandolo per un momento senza fiato.

    Stava succedendo di nuovo, pensò allarmato.

    Qualcosa ardeva dentro di lui, potente come le fiamme dell’incendio che continuava a tormentare il suo sonno.

    Anzi, forse persino più potente.

    Come si chiamava quella sensazione?

    Aveva un nome preciso, era qualcosa di normale oppure...

    Oppure...

    -Kyp, ti senti bene?- chiese la voce metallica di Felicity in quel momento –Vuoi che svegli tua madre?-

    Il pensiero di affrontare sua madre, la signora Susan Donovan, era per Kyp assolutamente fuori questione.

    -No, sono solo molto assonnato.- rispose abbozzando un sorriso falso quanto le sue parole.

    Finché sorrideva e cercava di comportasi come tutti gli altri, pensò, sarebbe andato tutto bene e Felicity non avrebbe sospettato nulla.

    Nessuno avrebbe sospettato nulla.

    -Allora stamattina ascolterai Mozart...- continuò la governante elettronica rassicurata dalla sua risposta –così ti rasserenerai e sarai pronto per affrontare questa bellissima giornata con tanta gioia e felicità.-

    Kyp annuì e mentre la Marcia Turca si diffondeva nell’aria guardò la sua immagine riflessa nello specchio dalla forma rotonda.

    Altro che bellissima giornata!

    Si sentiva uno schifo.

    Schifo era una parola proibita, aveva scoperto che significava provare una sensazione di profondo disgusto.

    Aveva imparato quel termine leggendo un libro antico che aveva trovato per caso in un vecchio edificio abbandonato nella periferia della città, durante una delle sue tante esplorazioni notturne.

    Lo aveva rubato assieme ad altri romanzi e ad un vecchio dizionario appartenuto ai terrestri.

    Custodiva tutto quanto gelosamente nel doppio fondo segreto che tre anni prima, durante una giornata di pioggia trascorsa in piena solitudine, aveva ricavato nell’ultimo cassetto dell’armadio dopo aver tacitato i circuiti di quell’impicciona di Felicity affinché non facesse la spia riferendo tutto ai suoi genitori.

    Il libro dove aveva letto la parola schifo era un romanzo che parlava di un ragazzo di nome Tom Sawyer e delle sue avventure in un luogo chiamato America.

    Kyp adorava Tom Sawyer, quel giovane era tutto ciò che lui avrebbe voluto essere: coraggioso, deciso, sfrontato e intraprendente.

    Purtroppo per lui quella mattina non si sentiva Tom Sawyer, ma un disastro ambulante.

    Gli occhi blu erano cerchiati da evidenti occhiaie grigiastre e i capelli, biondi come il grano che cresceva nelle serre che si ergevano alle porte di Sun City, sembravano un nido di uccelli impazziti.

    Nemmeno tonnellate di quel prodotto che i terrestri chiamavano gel sarebbero riusciti a sistemarli.

    Kyp si liberò in fretta del pigiama e dopo una doccia veloce tornò in camera per indossare la divisa scolastica dell’Istituto: un paio di pantaloni, una camicia e una giacca con sopra lo stemma della scuola, tutto rigorosamente bianco.

    Guardò lo stemma ricamato sulla giacca: non gli piacevano quei cinque anelli d’oro intrecciati fra loro, in modo da formarne uno più grande.

    Non gli piacevano anche se quello era il simbolo di Pax.

    Erano stati i Cinque legislatori a crearlo, prima della Fondazione di Sun City, mentre si trovavano a bordo di un’astronave che fuggiva dal lontanissimo pianeta Terra in cerca di un nuovo mondo da abitare.

    Kyp non sapeva molto della Terra, se non che era il pianeta di origine dei fondatori di Pax, e che era stato distrutto da un conflitto atomico chiamato Terza Guerra Mondiale.

    I pochi sopravvissuti scampati all’immane guerra erano riusciti a lasciare quel pianeta ormai privo di risorse a bordo di un’astronave, intraprendendo un disperato viaggio di duecento lunghi anni in cerca di salvezza e di un nuovo pianeta su cui vivere.

    Durante quel tempo, cinque scienziati avevano compreso che erano state le emozioni negative a far impazzire gli uomini e uno di loro aveva creato un siero che aveva battezzato con il nome di Lymens.

    Quello scienziato era Eric Donovan, il suo avo.

    Grazie al Lymens sentimenti pericolosi come la rabbia, l’odio, la paura, il dolore e la passione erano divenuti in fretta solo un brutto ricordo e Pax, un piccolo pianeta situato oltre la Nube di Oort con un’atmosfera miracolosamente identica a quella della vecchia Terra, era l’esempio di come l’amore, la gioia e la felicità potevano creare una società perfetta dove la pace e la giustizia regnavano sovrane.

    E ciò non avveniva solo per effetto del Lymens, ma anche attraverso la guida e la saggezza del legislatore massimo e dei quattro membri del consiglio.

    Così veniva insegnato a tutti gli abitanti di Pax, da quando erano bambini.

    Kyp sbuffò, chiudendosi alle spalle la porta della camera.

    Conosceva quella storia a memoria e più se la ripeteva, meno lo convinceva.

    Sbuffò ancora.

    Per quanto ci provasse, quella mattina non si sentiva né sereno né felice.

    La vita, d’altra parte, per lui non era affatto facile.

    Suo padre Roger era uno dei quattro legislatori alle dirette dipendenze del legislatore massimo, Carson Moriarty, sua madre Susan era una stimata docente universitaria dell’Istituto di Educazione e Formazione; suo fratello Harris, di tre anni più vecchio di lui, seguiva con successo la strada che il legislatore massimo aveva tracciato per lui e presto si sarebbe laureato in Legge con il massimo dei voti guadagnandosi ancora una volta l’orgoglio e la fiducia dei loro genitori.

    Come poteva cavarsela in una famiglia così, sapendo di essere inesorabilmente imperfetto?

    Kyp batté le mani per accendere la luce della cucina, posò lo zainetto arancione sul tavolo e raggiunse una piccola, sottile colonna bianca posta vicino al frigorifero celeste, la sola nota di colore di tutta la stanza.

    Incassato nella colonna c’era il distributore di Lymens, dal quale otteneva la sua fonte di siero quotidiana.

    Allungò la mano verso la finestrella e aprì lo sportello, pronto a prendere la pastiglia che Felicity gli avrebbe consegnato e che avrebbe inghiottito con un generoso sorso d’acqua.

    Niente.

    Rimase in attesa ancora un paio di minuti ma di nuovo non accadde niente.

    Il display posto sopra la finestrella segnalava che aveva già ricevuto la sua pastiglia.

    Kyp guardava allibito la scritta verde lampeggiare sullo schermo.

    Non aveva ricevuto nessuna pastiglia, perché mai quell’aggeggio diceva il contrario?

    Felicity si era sbagliata?

    Il sistema di controllo del Sacrario, il laboratorio dove veniva prodotto il Lymens, aveva commesso un errore di conteggio?

    Con quelle domande in testa, ritrasse la mano e chiuse in fretta lo sportello.

    Forse doveva avvertire suo padre...

    Ma cosa sarebbe successo, se suo padre non gli avesse creduto?

    Kyp rabbrividì al pensiero di ricevere un’eventuale punizione o, peggio, di essere sottoposto ad un’ispezione emotiva da parte dei sorveglianti e magari di essere classificato come un reietto.

    I reietti, coloro che si ribellavano all’ordine dei legislatori e di Justice, il computer che governava la vita degli abitanti del pianeta, venivano giustiziati.

    -Ehi, sei sveglio o stai dormendo?- chiese in quel momento una voce profonda alle sue spalle.

    Kyp sentì il cuore battere all’impazzata.

    Perché Harris era sveglio?!

    Le sue lezioni cominciavano alle dieci del mattino, non certo alle otto!

    Perché non era rimasto a letto a poltrire o a leggere uno dei suoi noiosi libri sulla legislazione paxiana?

    Il giovane si voltò esibendo il migliore dei suoi sorrisi, lo stesso che usava quando voleva eludere le domande di sua madre.

    -Sognavo la mia vita dopo la scuola secondaria.- rispose –Sarà elettrizzante!-

    Harris lo guardò in silenzio per un lungo momento, puntandogli addosso uno sguardo inquisitore non dissimile da quello che spesso suo padre Roger gli riservava.

    Kyp aveva l’impressione che dai suoi occhi azzurri e freddi come il ghiaccio trapelasse...

    Cosa diceva Tom Sawyer riguardo il suo fratellastro Sid?

    Diceva che Sid lo odiava.

    E l’odio era, secondo le leggi di Pax, un sentimento proibito.

    Harris forse lo odiava, proprio come Sid odiava Tom?

    -Spostati, vuoi prendere per caso una doppia dose di Lymens?- chiese Harris.

    Kyp mise da parte i suoi pensieri e si scostò, restando ad osservare il fratello mentre si preparava la colazione.

    Harris aveva vent’anni ed era tutto ciò che lui non era.

    Bello, tanto per cominciare, nei suoi due metri di altezza e un fisico statuario che faceva girare la testa a tutte le ragazze della città.

    Aveva ereditato il colore degli occhi della loro madre e il colore dei capelli del loro padre, capelli mossi di un caldo color castano con riflessi rossi che incorniciavano un viso virile e affascinante; era intelligente, sicuro di sé e soprattutto sapeva sempre quando fare o dire la cosa giusta.

    Era inevitabile, agli occhi del loro padre, che Kyp perdesse il confronto.

    L’uomo infatti non perdeva mai l’occasione di ricordargli che Harris era il suo ritratto, mentre lui aveva preso tutto quanto da zio Ben.

    Benedict, il fratello maggiore di Roger, era stato uno stravagante scienziato e inventore e gli aveva insegnato un sacco di cose portandolo spesso in giro con sé per la città o nel suo laboratorio pieno di oggetti affascinanti e curiosi.

    Non si era mai sposato ed era morto misteriosamente, durante un incidente, quando lui aveva appena sei anni.

    Il laboratorio era esploso a causa di una fuga di gas non rilevata dal sistema di sicurezza, così gli aveva detto suo padre.

    Zio Ben da allora era diventato l’argomentò tabù della famiglia e nessuno, nemmeno Harris, osava parlarne apertamente.

    Soltanto nelle sere in cui non riusciva a prendere sonno, Kyp prendeva dal nascondiglio dell’armadio il suo album di fotografie e guardava il volto di quell’uomo che occupava sempre un posto speciale nel suo cuore.

    Benedict anche da morto sapeva infondergli speranza, era il suo modello e se tirava avanti giorno dopo giorno era soltanto perché lui non avrebbe mai voluto che si arrendesse.

    -Io vado.- disse riscuotendosi dai suoi pensieri.

    -Hai fatto colazione?- domandò Harris.

    -No, devo incontrarmi con Frankie: faremo colazione insieme. Saluta mamma e papà per me.-

    -Sarà fatto.-

    Kyp lasciò la cucina senza smettere di sorridere, ma appena raggiunto il grande soggiorno accelerò il passo per varcare il più in fretta possibile la porta di casa.

    Una volta all’aria aperta corse lungo il viale d’ingresso e solo quando si trovò in mezzo alla grande Harmony Avenue, la via che conduceva verso il centro di Sun City dove sorgevano tutti gli edifici più importanti della città, respirò profondamente per calmarsi.

    Per fortuna nessuna delle tante persone che in quel momento attraversavano il lungo viale per dirigersi verso il Palazzo della Gioia, l’Archivio, l’Istituto o i Laboratori, si curava di lui.

    Aveva mentito, pensò!

    Kyp rimase folgorato da quella consapevolezza.

    Aveva detto una menzogna, era venuto meno ad una delle leggi di Pax e...

    E non gliene importava niente.

    Proprio niente.

    Non gliene importava un fico secco, come avrebbe detto Tom Sawyer ridendo.

    Kyp respirò, questa volta ancora più profondamente di prima, facendo propria quella verità.

    Aveva detto a Harris una bugia, ma non si sentiva male.

    Inoltre non aveva assunto il Lymens.

    In teoria, secondo gli insegnamenti che i Docenti impartivano durante le lezioni sulla salute e la conservazione del corpo, la mancanza di Lymens avrebbe dovuto procurargli nausea, febbre, spasmi, persino violente vertigini e invece lui stava benissimo.

    Si sentiva uguale a tutti gli altri giorni.

    Che cosa stava succedendo?

    Kyp sentì lo stomaco brontolare prepotentemente.

    Decise che era meglio comprarsi qualcosa da mangiare e dirigersi verso l’Istituto, dove avrebbe avuto sei ore di tempo a sua disposizione per tentare di capire qualcosa e magari venire a capo di tutta quell’assurda situazione.

    CAPITOLO DUE

    Kyp varcò in perfetto orario e con passo sicuro l’ingresso dell’elegante palazzo dell’Istituto di Educazione e Formazione.

    Fece passare il tesserino nel lettore e salutò con un cortese sorriso la guardia vestita di bianco e azzurro, che ricambiò il saluto con un cenno del capo.

    Le porte scorrevoli, di forma rotondeggiante, si aprirono silenziose per consentirgli l’accesso all’area dedicata alla scuola secondaria.

    Mentre camminava lungo il corridoio, confondendosi con gli altri studenti, Kyp si rese conto per la prima volta in modo totalmente consapevole che le porte di tutti i palazzi di Sun City non avevano spigoli.

    A dire il vero non c’erano spigoli di nessun tipo da nessuna parte: non c’era infatti nessun oggetto che terminasse con due assi oppure due piani che si incontravano fra loro creando un angolo retto.

    C’erano parabole, ellissi, sfere, iperboli ma mai spigoli.

    Gli sembrò davvero molto strano.

    Il mondo dove viveva Tom Sawyer era pieno di spigoli, dunque perché Sun City e con ogni probabilità ogni paese e città del pianeta Pax ne erano privi?

    Quel modo di edificare palazzi e costruire oggetti aveva forse a che vedere con la soppressione dei sentimenti proibiti?

    Lo stesso valeva per l’uso dei colori?

    Probabilmente sì, visto che i soli colori ammessi sul pianeta erano il bianco, il rosa, il lilla, l’azzurro, il verde e l’arancione.

    La sola volta che aveva visto il rosso ed il nero era stato da bambino, quando era scoppiato un incendio in un negozio di vestiti nel centro della città.

    Era rimasto incollato allo schermo tondo del televisore del soggiorno che trasmetteva senza sosta il telegiornale, incantato dalla forza di quei colori a lui sconosciuti, ma suo padre Roger lo aveva scoperto e messo in punizione dicendogli che avrebbe dovuto comportarsi come Harris e pensare a studiare anziché perdere tempo con cose inutili.

    Kyp entrò in aula e raggiunse il proprio banco, di un anonimo lilla pallido identico a tutti gli altri banchi, giusto qualche istante prima che anche la professoressa Worther facesse il suo ingresso.

    La professoressa Worther era la docente di Letteratura della sezione A e anche la moglie del direttore dell’Istituto.

    Era una bella donna di mezza età, con una sfrenata passione per il verde.

    In cinque anni di scuola secondaria Kyp poteva giurare di non averla mai vista senza qualcosa di verde addosso, che fosse un capo d’abbigliamento oppure un accessorio.

    Quella mattina, poi, sembrava aver dato il meglio di sé.

    Indossava una gonna che le sfiorava le ginocchia, una camicia e una fascia che tratteneva i lunghi capelli castani.

    Tutto rigorosamente verde pastello.

    All’improvviso Kyp provò una gran voglia di vomitare.

    Quel tono di verde gli faceva schifo, era un colore orripilante.

    Non sapeva da quale meandro della sua mente fosse affiorata quell’improvvisa consapevolezza, ma era certo di non sbagliarsi.

    Kyp trattenne a stento un sorriso.

    Schifo e orripilante.

    Aveva pensato ben due parole proibite e si sentiva benissimo.

    Era felice, a dir poco euforico!

    E non aveva assunto il Lymens!

    Fantastico!

    -Buongiorno, ragazzi.- disse la professoressa Worther prendendo posto dietro la cattedra, anche quella lilla come i banchi.

    Kyp si alzò in piedi come tutti i suoi compagni e ricambiò il saluto:

    -Buongiorno, professoressa.-

    -Mano sul cuore e ascoltiamo l’Inno del nostro pianeta.- disse la donna.

    Le note dell’Inno alla gioia di Beethoven si diffusero nell’aria grazie agli altoparlanti appesi alle pareti dell’aula.

    Kyp ignorò la musica e guardò alla sua destra, rivolgendo un sorriso complice a Frankie.

    Frankie Spencer non era soltanto il suo compagno di banco, era anche il suo migliore amico di sempre, la persona più speciale del mondo.

    Era un po’ più basso di lui, aveva un viso rubicondo incorniciato da una massa di capelli castano scuro e magnetici occhi neri sempre attenti a tutto ciò che lo circondava.

    -Ciao, bello.- lo salutò sottovoce.

    -Come mai sei arrivato in ritardo, stamattina?- domandò Frankie mantenendo anch’egli un tono di voce basso, di modo che la professoressa non lo sentisse.

    Kyp valutò per un istante l’idea di raccontargli quello che era accaduto, poi decise che non sarebbe stato prudente condividere subito il suo segreto con lui.

    Non assumere il Lymens era considerato un tradimento verso Pax, un reato punibile con l’esilio nello spazio profondo o la morte.

    Non era il caso di coinvolgere Frankie in quella storia e metterlo in pericolo.

    -Harris.- rispose semplicemente.

    -Mi dispiace.-

    -Non importa, non ha scalfito la mia armonia interiore.-

    Quando la musica cessò Kyp tornò a sedersi sulla sedia, accese il computer portatile che aveva preso dallo zaino e mentre la professoressa incominciava la lezione avvertì una familiare stretta allo stomaco.

    Non era la prima volta che accadeva, ma quella volta era molto più intensa del solito.

    Nella sua mente si stavano profilando mille scenari diversi e nessuno di essi era piacevole.

    Vedeva Sun City distrutta dalla guerra, morte e distruzione ovunque e tanti, troppi cadaveri ammassati gli uni sugli altri.

    Respirò profondamente per calmarsi, domandandosi se quella sensazione orribile che stava provando aveva un nome.

    Forse era un altro dei sentimenti proibiti?

    Era odio?

    No, l’odio era qualcosa di brutale come l’incendio che aveva visto da bambino e la rabbia non doveva essere dissimile.

    Doveva trattarsi della paura.

    Aveva letto il significato di quella parola sul dizionario che aveva rubato mesi prima da uno dei tanti edifici abbandonati che si trovavano alla periferia della città, durante una delle sue uscite notturne.

    Paura, ovvero timore di uno sviluppo o di una conseguenza sfavorevole.

    E di sviluppi sfavorevoli, in quel momento, lui ne vedeva un bel po’.

    Immaginava la reazione severa di suo padre, se soltanto avesse scoperto la verità, si vedeva impazzito fra i reietti o peggio ancora a vagare nel gelido spazio fino alla morte che sarebbe avvenuta in una capsula di freddo metallo.

    Sentì il cuore accelerare i battiti in modo convulso e la testa iniziò a girargli vorticosamente.

    -Ragazzi, prendete il vostro guanto interattivo.- ordinò la professoressa Worther in quel momento, assolutamente ignara di ciò che gli stava accadendo.

    Kyp si chinò per prendere lo zaino che aveva riposto come sempre vicino al banco, ma era così distratto dai suoi pensieri che non prestò attenzione nel rialzarsi e sbatté la testa contro il bordo del banco.

    La vista gli si offuscò per un momento e una sensazione bruciante si irraggiò dal cranio al resto del corpo.

    Cazzo fu la prima parola che affiorò nella sua mente, seguita da un quanto fa male.

    -Signor Donovan, è ancora fra noi?-

    La voce flautata della professoressa gli sembrò insopportabile.

    Si rizzò in piedi provando il desiderio di gridarle in faccia no, brutta deficiente, non lo vede che ho picchiato la testa e mi sono fatto male?!, ma per fortuna si arrestò appena in tempo.

    Nessuno sapeva che non aveva assunto il Lymens, non poteva certo reagire in quel modo.

    Esibì quindi un bel sorriso di circostanza e rispose:

    -Mi scusi, professoressa, ho avuto un po’ di difficoltà nel prendere il mio guanto.-

    -L’ho visto. Ha fatto colazione, caro?-

    Menti, disse una voce imperiosa dentro di lui, menti e vattene fuori di qui.

    -A dire il vero non ho fatto in tempo. Mi dispiace.-

    -Deve fare una bella scorta di zuccheri, signor Donovan, sono importanti per mantenere alto il suo livello di endorfine. Coraggio, raggiunga il bar e mangi qualcosa prima di tornare da noi.-

    -Grazie, professoressa, lei è sempre molto premurosa.-

    Kyp posò il guanto sensoriale sul banco e uscì dall’aula continuando a sorridere, ma appena la porta si chiuse alle sue spalle il sorriso scomparve dalle sue labbra.

    Approfittando del fatto che non ci fosse nessuno, corse verso il bagno dei ragazzi e vi si chiuse dentro, poi aprì il getto dell’acqua fredda del lavabo e ci schiaffò sotto la testa.

    -Cazzo!- esclamò ad alta voce –Cazzo! Cazzo!-

    Ne infilò uno dietro l’altro, fino a quando il dolore diminuì.

    Prese qualche salvietta di carta dal distributore e si asciugò il viso e i capelli come meglio poteva, poi gettò tutto nel cestino e si guardò allo specchio.

    La sensazione che aveva provato era stata più intensa del solito, pensò, più di quando Harris lo aveva spinto giù dalle scale dicendo poi che era stato un incidente o di quando si era preso per errore un pugno nello stomaco durante una lezione di Educazione Corporale.

    -Ehi, ehi, aspetta un attimo.- si disse guardando la sua immagine riflessa –Sto provando le stesse sensazioni di tutti i giorni o qualcosa di più intenso?-

    Qualcosa di più intenso, rispose la sua voce interiore.

    Non aveva assunto il Lymens eppure ogni cosa era identica agli altri giorni ma con la differenza che quello che provava era tutto amplificato.

    Doveva fare qualcosa, decise.

    Si osservò per un lungo momento, aspettandosi che il suo riflesso potesse all’improvviso svelargli un’illuminante verità.

    Dopo qualche minuto comprese che non sarebbe mai accaduto.

    Quella era la realtà, non erano i suoi amati libri dove ogni cosa era possibile.

    Mentre lasciava il bagno decise che non avrebbe più preso il Lymens e avrebbe cercato di fare chiarezza in tutto quel caos che di colpo era diventata la sua vita.

    Ma prima era davvero meglio andare al bar e mangiare qualcosa di dolce.

    In fondo la professoressa Worther non aveva tutti i torti: alzare il livello di endorfine avrebbe di sicuro diminuito il pulsante dolore alla testa che non cessava di tormentarlo.

    *****

    Alle due del pomeriggio in punto le note dell’Inno alla gioia risuonarono fra le pareti dell’Istituto per annunciare la fine delle lezioni.

    Kyp aveva guadagnato ottimi voti nel corso dell’anno, pertanto non era tenuto a frequentare i corsi pomeridiani e poteva tornare a casa.

    Infilò il piccolo computer portatile nello zaino e si alzò, rimettendo in ordine la sedia sotto il banco prima di avviarsi verso la porta dell’aula.

    -Ehi, amico, aspetta!- esclamò Frankie affiancandoglisi –Ti va di andare al parco?-

    -Nessuno ti aspetta a casa?- chiese Kyp per tutta risposta.

    -Mia madre è impegnata a preparare dolci in negozio e mio padre è seppellito tra i documenti degli archivi, come al solito.-

    Kyp decise di accettare la proposta dell’amico: tornare a casa in quel momento e affrontare suo fratello, o peggio suo padre, era l’ultimo dei suoi desideri.

    -Sì, ma prima fermiamoci a prendere qualcosa da mangiare.- propose.

    -Potremo comprare dei panini al formaggio da Biggle.- disse Frankie, camminando lungo il corridoio gremito di studenti.

    Kyp annuì.

    Il Biggle era un grazioso locale che distava solo mezzo isolato dall’Istituto, meta di molti studenti ma anche di tanti dipendenti che lavoravano negli edifici attigui l’Istituto.

    Doveva la sua fortuna agli ottimi piatti a base di formaggio e ai dolci preparati con riso, cocco, miele e vaniglia ma soprattutto ai suoi prezzi davvero economici.

    Stavano camminando lungo il corridoio per raggiungere l’uscita dell’Istituto quando Kyp si bloccò all’improvviso, notando una figura familiare procedere con passo aggraziato nella loro direzione.

    Senza pensarci due volte afferrò Frankie per un braccio e lo trascinò dentro la prima aula vuota, socchiudendo la porta.

    -Ma che ti prende?!- esclamò Frankie allarmato.

    -C’è mia madre.- rispose Kyp guardando attraverso la fessura.

    -E allora?-

    -E allora?!- esclamò alzando la voce di un tono –Non ho voglia di vederla, mi sembra logico!-

    -Se lo dici tu...-

    -Zitto, non fiatare.-

    Kyp attese qualche istante, il tempo di verificare che sua madre non fosse più nei paraggi, poi aprì la porta dell’aula e fece cenno a Frankie di seguirlo.

    -Usciamo da qui e andiamo da Biggle, muoviti.- ordinò.

    Frankie lo seguì correndo fuori dall’Istituto senza dire una parola.

    Quel giorno Kyp era diverso dal solito, anzi era molto più strano.

    Certo, il suo migliore amico era sempre stato un po’ eccentrico, ma mai come in quel momento.

    Perché aveva alzato la voce?

    Nessuno alzava la voce a Sun City, la rabbia era un sentimento proibito e il Lymens la inibiva.

    Forse Kyp non era arrabbiato, era solo agitato.

    Ma anche essere agitati era proibito.

    Frankie si ricordò che per quanto la calma fosse lo stato d’animo che normalmente regnava fra gli abitanti del pianeta Pax, Kyp spesso sembrava esserne immune.

    Tuttavia non aveva mai raccontato a nessuno dei suoi sbalzi d’umore, altrimenti che amico sarebbe stato?

    Quando finalmente sedettero a un tavolo del Biggle, con davanti due panini al formaggio, Frankie vide Kyp rilassarsi visibilmente.

    -Devi aver sentito un grande sfarfallio, oggi.- commentò.

    Kyp addentò il panino e replicò con la bocca piena:

    -Sfarfallio?-

    Frankie annuì, come fosse la cosa più naturale del mondo.

    -Certo, il classico sfarfallio allo stomaco che si avverte quando si sbatte contro qualcosa o si cade a terra. Dai, non dirmi che non ti è mai accaduto di sfarfallare! Non proverai dolore come accadeva ai terrestri, vero?-

    Kyp inghiottì faticosamente il suo boccone, trovandolo indigesto.

    Allora era quella la sensazione che il Lymens induceva, quando si provava dolore: uno sfarfallio nello stomaco.

    Lui però non aveva sentito uno sfarfallio, nel momento in cui la sua testa si era scontrata contro la superficie dura del banco.

    Aveva sentito solo un gran male, seguito a ruota dal desiderio di fare a pezzi il banco per sbollire l’incazzatura che ne era conseguita.

    Incazzatura, un’altra parola proibita.

    -Certo che no, vuoi scherzare? Significherebbe essere malati. Quello che ho provato è stato il più grande sfarfallio della mia vita!- esclamò prima di cambiare argomento –A proposito, dimmi a che punto sei con la ricerca di Astronomia.-

    Frankie lo guardò preoccupato.

    -Sicuro di volerne parlare?- chiese.

    -Sono sicuro.-

    -Kyp sei strano oggi, forse più del solito.-

    -No, è tutta colpa di quella botta in testa, stai tranquillo.- replicò.

    -Forse dovresti farti visitare da un medico.-

    -Sono già stato in infermeria questa mattina. È stato per questo motivo che ci ho messo così tanto tempo a tornare in classe.-

    -Pensavo fossi solo andato a fare colazione, come ti aveva detto la professoressa Worther.-

    -Certo, ho fatto anche colazione, ma ho poi preferito raggiungere l’infermeria e farmi visitare.-

    Frankie lo guardò con un’espressione perplessa, poi cominciò a raccontargli di come procedeva la sua ricerca di Astronomia.

    Mentre l’amico parlava Kyp avvertiva la propria mente lavorare in modo febbrile, ma non fece nulla per contrastarla.

    Si rese improvvisamente conto di non avere mai provato le stesse sensazioni che Frankie, e di conseguenza tutti gli abitanti del pianeta Pax, avvertivano quotidianamente.

    Aveva passato la vita a domandarsi cosa fossero il dolore, la rabbia, l’odio, la passione travolgente di cui aveva letto nei suoi libri e sul dizionario dei termini proibiti senza sapere che in realtà aveva sempre provato quei sentimenti, anche se in modo inconscio.

    Cazzo, pensò, ma io cosa sono?

    Avvertì un sapore amaro risalire dallo stomaco alla bocca e collegò quella percezione al disgusto, tuttavia non seppe dire se era disgusto per se stesso o per la scoperta che aveva appena fatto.

    -E tu a che punto sei?- domandò Frankie.

    -Ho finito la ricerca due giorni fa.- rispose Kyp accantonando il panino nel piatto –Lo vuoi tu? Mi si è chiuso lo stomaco.-

    -Un’altra frase di Tom

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