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Il giorno in cui sarei dovuto morire
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E-book161 pagine1 ora

Il giorno in cui sarei dovuto morire

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Info su questo ebook

Una fredda mattina d'inverno. La neve ed il silenzio avvolge la città. Un fumo nero si leva da un appartamento in fiamme a velare il cielo grigio. Un uomo ed una donna escono da un palazzo. Hanno poco tempo a disposizione. I sicari commissionati di ucciderli sono ormai sui loro passi. E presto il loro cammino sarà disseminato di cadaveri e pericoli. Una fuga senza tregua, senza respiro, in un giorno in cui le ore scorrono lente ed inquiete ed ogni minuto è prezioso per la salvezza della propria vita. E sarà soltanto in un’alba tragica che il destino rivelerà il piano che aveva predisposto per loro.


Seguito de L'uomo che dovevo uccidere, Il giorno in cui sarei dovuto morire è il secondo episodio di una trilogia noir il cui protagonista è l'assassino di professione Jack Settano.


Nato a Roma nel 1975, Stefano Mannucci si laurea presso la facoltà di Scienze Politiche all'Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla produzione fotografica dell'Istituto Luce. Dopo aver collaborato con alcune riviste e siti di Storia Contemporanea, inizia a pubblicare diversi saggi riguardanti la fotografia durante gli anni della Seconda guerra mondiale, il periodo del colonialismo italiano, la storia dell'Istituto Luce, cercando di individuare nelle fotografie ufficiali dell'epoca quei dettagli ed indizi che possano descrivere la realtà sociale al di là del messaggio propagandistico. È anche autore di alcuni racconti, di un romanzo noir e di diverse poesie sui temi dell’amore, della memoria e della guerra.
LinguaItaliano
Data di uscita27 apr 2019
ISBN9788832591668
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    Anteprima del libro

    Il giorno in cui sarei dovuto morire - Stefano Mannucci

    Stefano Mannucci

    Il giorno in cui sarei dovuto morire

    UUID: c8ab8882-68e6-11e9-a471-bb9721ed696d

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Indice dei contenuti

    Il libro

    L'autore

    Dello stesso autore

    Nota dell'autore

    Copyright

    Il giorno in cui sarei dovuto morire

    Parte Prima

    Capitolo Uno

    Capitolo Due

    Capitolo Tre

    Capitolo Quattro

    Capitolo Cinque

    Parte Seconda

    Capitolo Sei

    Capitolo Sette

    Capitolo Otto

    Capitolo Nove

    Dello stesso autore

    Narrativa

    Romanzi

    L'uomo che dovevo uccidere

    La polisemia delle atrocità

    Racconti

    Frammenti di vite altrui

    Un inverno gelido dopo un autunno caldo

    Poesia

    Barricate e poesia

    D'amore e di rabbia in un tempo di guerra

    Poesie d'amore alla fine di un millennio

    Saggistica

    Luce sulla guerra

    La guerra d'Etiopia

    La fotografia dell'Istituto Luce

    Contatti

    Il libro

    Una fredda mattina d'inverno. La neve ed il silenzio avvolge la città. Un fumo nero si leva da un appartamento in fiamme a velare il cielo grigio. Un uomo ed una donna escono da un palazzo. Hanno poco tempo a disposizione. I sicari commissionati di ucciderli sono ormai sui loro passi. E presto il loro cammino sarà disseminato di cadaveri e pericoli. Una fuga senza tregua, senza respiro, in un giorno in cui le ore scorrono lente ed inquiete ed ogni minuto è prezioso per la salvezza della propria vita. E sarà soltanto in un’alba tragica che il destino rivelerà il piano che aveva predisposto per loro.

    Seguito de L'uomo che dovevo uccidere, Il giorno in cui sarei dovuto morire è il secondo episodio di una trilogia noir il cui protagonista è l'assassino di professione Jack Settano.

    L'autore

    Nato a Roma nel 1975, Stefano Mannucci si laurea presso la facoltà di Scienze Politiche all'Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla produzione fotografica dell'Istituto Luce. Dopo aver collaborato con alcune riviste e siti di Storia Contemporanea, inizia a pubblicare diversi saggi riguardanti la fotografia durante gli anni della Seconda guerra mondiale, il periodo del colonialismo italiano, la storia dell'Istituto Luce, cercando di individuare nelle fotografie ufficiali dell'epoca quei dettagli ed indizi che possano descrivere la realtà sociale al di là del messaggio propagandistico. È anche autore di alcuni racconti, di un romanzo noir e di diverse poesie sui temi dell’amore, della memoria e della guerra.

    Dello stesso autore

    Saggistica:

    Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45

    La guerra d'Etiopia. La fotografia strumento dell'imperialismo fascista

    La fotografia dell'Istituto Luce. Storia e critica

    Narrativa:

    La polisemia delle atrocità. Memorie di un fotografo in guerra

    Frammenti di vite altrui. Racconto breve di un fotografo di strada

    L'uomo che dovevo uccidere

    Un inverno gelido dopo un autunno caldo. Racconto di una strage

    Poesia:

    Barricate e poesia

    D'amore e di rabbia in un tempo di guerra

    Poesie d'amore alla fine di un millennio

    Nota dell'autore

    Questo romanzo è un'opera di fantasia.

    Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono soltanto il frutto dell'immaginazione dell'autore.

    Qualsiasi eventuale rassomiglianza con avvenimenti o persone reali, viventi o defunte, è da ritenersi puramente casuale.

    Copyright

    © Stefano Mannucci 2019

    In copertina: Sinfonia d'autunno © Stefano Mannucci 2007

    Realizzazione Grafica: Stefano Mannucci

    Tutti i diritti riservati.

    Quest'opera è protetta dalla Legge sul diritto d'autore.

    È vietata ogni duplicazione, anche se parziale, non autorizzata.

    Il giorno in cui sarei dovuto morire

    Parte Prima

    Capitolo Uno

    Il giorno in cui sarei dovuto morire, l’argentea luce di una plumbea mattina invernale scivolava attraverso le mura dei palazzi per adagiarsi come un tenue velo di malinconia sopra le strade innevate che in silenzio percorrevamo.

    Il vento soffiava fra i rami degli alberi, portando via con sé i sogni della notte e le promesse degli amanti.

    L’acre odore di un incendio permeava l’aria.

    Il fumo nero usciva dalla finestra del mio vecchio appartamento a velare a lutto il cielo grigio.

    Le fiamme abbracciavano le tende delle finestre e danzavano assieme ad esse fra le ante aperte.

    Il cadavere del Russo bruciava nell'oscurità della stanza.

    I fiocchi di neve entravano dalla finestra infranta dagli spari ad adagiarsi sui fori che adornavano la sua testa e tracciavano il percorso del proiettile che lo aveva ucciso.

    Erano trascorsi diversi minuti ormai da quando avevo cosparso di benzina il suo corpo riverso sul pavimento della camera da letto.

    Avevo spento tutte le luci e lasciato che l'oscurità avvolgesse la stanza.

    Un rumore metallico era echeggiato nel silenzio della stanza quando avevo aperto l’accendino.

    La fiamma aveva iniziato a danzare nei miei occhi ed illuminare spettrale il mio viso.

    Avevo acceso una sigaretta guardando le pozze di alcool che avevo lasciato sul pavimento.

    Come lacrime di un passato.

    Avevo soffiato il fumo dalle labbra verso il soffitto.

    Avevo gettato l’accendino con la tremolante fiamma accesa contro il corpo del Russo.

    I suoi vestiti avevano iniziato a bruciare.

    Ero uscito dalla stanza ed avevo acceso lo stereo per coprire con la musica il crepitio delle fiamme che irrompeva dalla camera da letto.

    Un vinile aveva iniziato a girare nel piatto.

    Sophia era seduta con il viso assorto.

    Avevo preso la sua mano ed insieme ci eravamo avviati verso la porta.

    New dawn fades dei Joy Division aveva accompagnato i nostri passi, mentre eravamo usciti dall'appartamento.

    Eravamo scesi lentamente per le scale, sentendo l’odore di bruciato che aveva iniziato a scivolare sotto l’uscio della porta.

    Eravamo ormai arrivati all'androne, quando avevamo udito le prime voci dei vicini urlare di chiamare qualcuno che un incendio si stava propagando dentro un appartamento.

    Eravamo usciti dal palazzo.

    La notte era fuggita timorosa di fronte a quell'alba - che fulgida avanzava a riempire tutto il cielo e lieve si adagiava sui nostri volti - e cercava rifugio da essa nelle tenebre che si annidavano negli angoli dei palazzi di quelle anguste strade di periferia.

    Avevamo iniziato ad allontanarci dal palazzo alla ricerca di un rifugio dove proteggerci.

    Il chiarore della neve aveva accolto le nostre anime oscure come i vestiti che indossavamo.

    Come ombre eravamo scivolati lungo il marciapiede deserto.

    E continuavamo ancora a camminare in silenzio.

    Ci fermammo soltanto quando raggiungemmo l'angolo della strada.

    Entrai dentro una cabina telefonica.

    Presi il telefono in mano e composi il numero della polizia.

    Con voce sommessa e trafelata avvisai dell’incendio in corso.

    Attaccai la cornetta ed uscii dalla cabina telefonica.

    Sophia era in silenzio.

    Il viso avvolto in una sciarpa.

    Guardava la strada di fronte a noi senza proferire alcuna parola o sospiro.

    Una strana quiete si era impossessata di lei.

    Guardai verso il lato della strada dove sorgeva il palazzo.

    Le persone iniziavano ad abbandonare il palazzo e disporsi sulla strada in attesa dei soccorsi.

    L’inquilino dell’ultimo piano e la moglie erano seduti sul ciglio del marciapiede.

    I pigiama scivolavano sotto i cappotti che avevano indossato dalla furia di uscire di casa.

    Le carezze - che un tempo andato erano stati gesti d’amore - ora erano strette di cordoglio dettate dal terrore.

    Alzai lo sguardo verso il mio appartamento.

    Le fiamme scivolavano contro i vetri delle finestre come lacrime di un incendio che - una volta avvampato - avrebbe presto bruciato tutto l’appartamento.

    Osservavo quel rogo sperando che esso - con il suo bruciare impetuoso - purificasse la mia anima smaniosa di una nuova vita.

    Fosse stato così facile bruciare anche il nostro passato!

    Fosse stato così facile renderlo cenere da cui far rinascere un nuovo futuro, come una fenice dalle splendide ali dal colore oro e cremisi!

    Ma le fiamme ci avrebbero seguito, perché il nostro passato era un inferno che non potevamo quietare ed il cui eterno incendio portavamo sempre dentro le nostre anime oscure.

    D'improvviso le finestre scoppiarono nell'ardore delle fiamme.

    Una pioggia di vetri scese fin sulla strada.

    Come se il cielo stesso fosse esploso, non sopportando più l'urlo di disperazione che ogni giorno la città levava verso di esso.

    In lontananza, le sirene dei pompieri interruppero il silenzio che era sceso sulla folla resa attonita dall'esplosione.

    I lampeggianti squarciarono il giorno, disegnando le nostre ombre oblique sui muri dei palazzi.

    Il camion si fermò davanti al portone del palazzo.

    I pompieri iniziarono a gettare acqua contro le fiamme che uscivano dalle finestre andate in frantumi del mio appartamento.

    Non volevano che tutto l'edificio prendesse fuoco.

    Dovevano contenere l'incendio e domarlo fino allo spegnimento.

    Questo era il categorico ordine che il capo dei pompieri urlava in continuazione ai suoi uomini ogni secondo.

    I vigili del fuoco riuscirono quasi a domare l’incendio.

    Presto sarebbero entrati nel mio appartamento.

    Ma per allora il corpo del Russo sarebbe stato arso.

    I suoi lineamenti non sarebbero più stati riconoscibili.

    Ci sarebbe voluto del tempo per capire a chi fossero appartenuti quei resti.

    Nessuno sapeva che io abitavo in quell'appartamento.

    La casa non era di mia proprietà ed il proprietario - che non aveva né mogli né figli né eredi - era morto da anni.

    Nessuno sembrava essersi mai accorto della sua morte.

    Nessuno sembrava essersi mai accorto della

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