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Altri Mondi Altre Storie

Altri Mondi Altre Storie

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Altri Mondi Altre Storie

Lunghezza:
320 pagine
4 ore
Pubblicato:
Apr 8, 2019
ISBN:
9788869600432
Formato:
Libro

Descrizione

Ma anche calcolatrice, problematica, vendicativa. La fantascienza non è mai stata così reale: nei racconti dell’antologia Altri mondi altre storie di Donato Altomare, diventa parte integrante della nostra vita perché si insinua leggera, delicata, per poi stravolgerla. Accade in Dolcissima Roberta, quando la quotidianità di un ingegnere viene lentamente scombussolata da una ragazza che ha urgente bisogno di un esperto in nanotecnologie che possa aiutarla. E dire che proprio quel giorno il professionista, sposato con una donna che amava, aveva sperato di innamorarsi di un’altra donna - “e soltanto per quel giorno, senza che nulla potesse sconvolgere la nostra vita”. Succede, insieme, per uno scherzo del destino, all’approdo in una dimensione altra che costringerà l’ingegnere a misurarsi con un nuove prospettive e inaspettate emergenze: perché se sei intrappolato con una donna bellissima in una navicella spaziale senza sapere né come né perché, nonostante le gradite avance di Roberta, il tuo unico obiettivo è tornare a casa tra le braccia rassicuranti di tua moglie. Altomare riesce a intrecciare, con risultati incredibili, realtà e fantasia, fantascienza e fantastico: è tutto così normale, nelle situazioni descritte da Altomare quando all’improvviso tutto cambia.

 
Pubblicato:
Apr 8, 2019
ISBN:
9788869600432
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Libro

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Altri Mondi Altre Storie - Donato Altomare

Donato Altomare

Altri mondi

altre storie

www.altrimediaedizioni.com

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@Altrimediaediz

Copertina: Enzo Epifania - Virare/Diótimagroup

Titolo dell’opera:

Altri mondi altre storie

© 2018 by Donato Altomare

ISBN:9788869600432

© Altrimedia Edizioni è un marchio di

Diòtima srl - servizi e progetti per l’editoria

www.altrimediaedizioni.com

Prima edizione digitale: 2019

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Prefazione

Non è facile avere una panoramica della produzione di Donato Altomare. I suoi racconti sono tanti e tante le pubblicazioni che li hanno accolti in circa trent’anni di attività professionale come narratore. Appare quindi spesso molto difficile trovare alcune sue opere, per cui questa antologia è doppiamente preziosa, sia perché è di uno dei migliori autori del fantastico italiano – riconosciuto e sottolineato dai numerosissimi importanti premi vinti e da un numero incalcolabile di pubblicazioni – sia perché mette insieme una serie di racconti, esclusivamente di fantascienza, alcuni dei quali introvabili. Per la maggior parte sono inediti, ma anche quelli editi non potevano mancare per avere una idea precisa della narrativa del Nostro. Come in un puzzle tutte le tessere devono collocarsi al giusto posto per dare l’immagine finale, così i racconti che leggerete in questa antologia mostrano l’immagine completa del modo in cui l’Autore riesce a muoversi nella fantascienza, genere – parola che lui detesta – difficile da interpretare, visto che la scienza a volte scavalca la fantascienza e ci sorprende al di là di qualsiasi immaginazione.

Donato Altomare però segue uno skyline tutto suo: in fantascienza ciò che domina è l’Uomo, l’Umanità. Anche se si parla di viaggi nel tempo o nello spazio, anche se ci si trova di fronte a futuri disperati o presenti alternativi, tutto ruota intorno all’Essere Umano, Essere tanto sostantivo che verbo.

L’antologia è divisa in quattro parti.

La prima è FANTADONNE. La figura femminile nel Nostro ha avuto da sempre una rilevante importanza, tant’è che, anche quando sembra comprimaria, con l’evolversi della narrazione acquista sempre più importanza, a significare che la donna è l’elemento vitale per la vita e non solo fisiologica. La donna sa prendere le decisioni giuste quando un uomo sbaglierebbe, la donna è come l’acciaio, che si piega ma non si spezza. E le sue donne lo dimostrano nelle quattro storie, meravigliosa la prima, che compongono questa sezione.

La seconda, ALTRI MONDI, non ha bisogno di particolari spiegazioni. Il rapporto dell’Uomo con lo spazio o con altri pianeti è un rapporto con qualcosa di enormemente più grande, per cui c’è da chiedersi se forse non sia meglio ora non essere in grado di viaggiare nello spazio, forse sarebbe meglio progredire mentalmente e fisicamente sino a essere davvero in grado di affrontare l’inaffrontabile.

La terza sezione, PER SORRIDERE CON LA FANTASCIENZA, è forse un ‘chiodo fisso’ dell’Autore. Ha infatti pubblicato ben due antologie di racconti fantastici umoristici e spesso nei suoi romanzi la connotazione divertente non manca, a riprova che non è vero che la fantascienza sia sempre triste, cupa, con finali disastrosi e allucinanti. Poi – e l’Autore l’ha sempre affermato – preferisce le storie che, in qualche modo, finiscono bene e, anche quando devono necessariamente finir male, lasciano uno spiraglio per rinascere e ritentare.

Infine la quarta e ultima sezione, STRANI TEMPI STRANE STORIE, è quella che contiene il maggior numero di racconti. Sono brevi e a volte ammonitori, racconti che mettono l’uomo di fronte a ‘strani’ eventi. Ma non è detto che poi ‘strano’ sia il suo comportamento, anzi spesso segue quella logica che non deve mai mancare in una vera storia di fantascienza.

Come editore a questo punto non posso che augurarvi una buona lettura, certo che le storie di Donato Altomare, narratore, vi affascineranno.

L’Editore

FANTADONNE

Dolcissima Roberta

Il mio nome è Donato Altomare. Qualcuno di voi mi conoscerà bene, qualcun altro per nulla, ma questo importa poco, non è di me che debbo parlarvi, ma di uno strano fatto successo qualche tempo addietro.

Sono un professionista, ingegnere per essere preciso. Il mio lavoro gravita tra fabbricati, piantine, perizie, richieste d’autorizzazioni eccetera eccetera. E tutto questo in un periodo di crisi edilizia che non fa certo più notizia, oramai è qualcosa alla quale ci siamo abituati come all’odore (e non profumo) del mare, o agli ulivi abbandonati, o al traffico. Difficile trovare abitazioni a prezzo accettabile, almeno quelle nuove. Così spesso succede che qualche cliente rileva un vetusto appartamento e vuole che lo si rimetta a posto nel miglior modo possibile per risolvere il problema della casa.

Ebbene, proprio durante una ristrutturazione ho scoperto qualcosa. Non è infrequente rinvenire oggetti d’ogni genere dimenticati o lasciati dai precedenti proprietari soltanto per non prendersi neanche la briga di gettarli via. In genere è robaccia, vasi rotti, cassoni tarlati, vecchie croste o libri che l’umidità e l’abbandono hanno reso illeggibili.

Ammetto che le prime volte, giovanissimo ingegnere alle prime esperienze, venivo preso da una sorta d’eccitazione. Entrare in qualche vecchio bugigattolo, rovistarvi dentro nella inconfessata speranza di trovarvi qualcosa di speciale, credetemi è elettrizzante, come intrufolarsi in un mondo ormai morto, ma che ha lasciato lì una qualche traccia di sé. Chi fa l’archeologo può certo capirmi. In genere però resta un’esperienza deludente e non sempre piacevole a causa degli animaletti indesiderabili che fanno dell’abbandono la propria dimora. Ma quel giorno...

A uno sguardo superficiale non diceva nulla, era un mucchietto di fogli spiegazzati abbandonati in un cartone di detersivi. Ero stato incaricato dal parroco della chiesa Santa Lucia di cercare di rimettere in sesto, con la minima spesa ovviamente, una specie di seminterrato abitabile appartenente alla parrocchia e nel quale dava ricovero occasionale a barboni o sbandati senza una tana. Queste in genere sono rogne, per cui accettai l’incarico col proposito di sbrigarmi il più presto possibile.

L’ambiente era fresco, ma non umido e per questo ringraziai il Cielo, poiché l’umidità è dura da combattere, specie nei cantinati. Inoltre la stanza non era messa male, anzi era insolitamente pulita e ordinata, tant’è che tornai subito da don Franco a rassicurarlo. Una buona spolverata, una mano di pittura e avrebbe potuto rimettere qualcuno lì dentro, per una dignitosa permanenza.

Ma torniamo ai fogli. Io sono fortemente attratto da libri e manoscritti, per cui diedi loro una sbirciatina. Mi accorsi che, almeno inizialmente, erano scritti con bella grafia da una mano ferma. Man mano però che sfogliavo le pagine, si notava un progressivo peggioramento del tratto, quasi l’autore si fosse lasciato lentamente sopraffare dall’emozione. Era soltanto una ipotesi che si rivelò esatta solo dopo un’accurata lettura del testo.

Portai a casa i fogli di nascosto a mia moglie (lei dice che la mia più grande gioia sarebbe quella di riempire il nostro appartamento di libri, riviste e scritti d’ogni genere... e sinceramente non saprei darle torto) e cominciai a leggerli.

Passai l’intera notte senza staccare gli occhi da loro. E faticai non poco. Il racconto non era eccessivamente lungo, ma mentre all’inizio scivolava via chiaro e avvincente, pian piano diveniva sempre più difficile da decifrare e verso la fine l’emozione traspariva in maniera tanto evidente da rendere il tratto quasi illeggibile. Sono riuscito a capirlo a fatica.

E ora vi ripropongo la storia, proprio come l’ho rinvenuta, senza mie aggiunte, modifiche o riduzioni.

Debbo però avvisarvi. All’inizio pare una banale storia, benché impostata su canoni non proprio usuali, ma poi, quasi inavvertitamente, trascende i confini dell’ordinario, del normale per divenire, come dire... insolita.

E se vi parrà proprio strana, impossibile e frutto d’una fantasia sfrenata, beh, non prendetevela con me poiché se io non posso assicurarvi che questa storia sia vera... nessuno potrà mai affermare che essa sia semplicemente pura immaginazione.

I

Quella era una delle mattine.

Non è facile spiegare la sensazione che provavo. Ogni tanto m’assaliva senza apparente ragione e si rivelava in una crescente irrefrenabile voglia d’innamorarmi. No, non fraintendermi, non si tratta di voglia di sesso, almeno non soltanto di sesso, tutt’altra cosa. L’animo sereno, la mente tranquilla e un fremente desiderio d’amare.

Come al solito anche quella mattina mia moglie dormiva

profondamente nell’ampio letto tra lenzuola grigio-chiaro bordate di fine merletto. L’osservai come facevo spesso a sua insaputa. Era molto bella. Non mi sarei mai stancato di guardare il suo corpo delineato dal leggero lenzuolo, specie quando dormiva, quando si offriva inerme ai miei occhi in quelle pose plastiche, che ricordavano le statue di Canova. Ma senza enfasi, impudiche e pure, al contempo, con quei seni addormentati capaci però di sfidarmi al solo essere sfiorati e quelle gambe affusolate piegate quasi nell’atto di correre. Per un istante pensai di scuoterla, di svegliarla per coinvolgerla in quella piacevole sensazione, anche per dirle una volta di più: ti amo.

Scossi il capo e mi vestii in fretta. Di lei ero già perdutamente innamorato. Avevo bisogno d’innamorarmi di un’altra donna. E soltanto per quel giorno, senza che nulla potesse sconvolgere la nostra vita.

Le diedi un leggerissimo bacio sulla guancia e, sempre in fretta, uscii di casa.

Innamorarmi di nuovo! Elettrizzante.

Scesi a due a due le scale. Sì, quella era proprio la mattina giusta.

Il campanello trillò facendomi sobbalzare. Aggrottai la fronte dando una rapida occhiata all’orologio che fluttuava dolcemente al di sopra della mia scrivania. Le dodici e un quarto. Non avevo alcun appuntamento quella mattina e difficilmente qualche cliente si presentava senza fissarne uno tramite internet. Poi, da sempre, dedicavo la mattinata al lavoro, non a ricevere gente, tenuto anche conto che la presenza di persona di qualsiasi cliente non era necessaria. Rimasi qualche attimo a riflettere se aprire o meno, ma il secondo trillo quasi imperioso mi fece decidere. Con un sospiro salvai il file e andai ad aprire.

«L’ingegner Alberti?»

Maledizione! Proprio quella mattina doveva succedere!

Annuii facendo ondeggiare il capo come un somaro senza staccarle gli occhi di dosso.

«Posso entrare?»

Mi scossi e mi spostai, poi balbettai tentando di giustificare il mio atteggiamento quasi catatonico: «Mi… mi perdoni, ma non… non aspettavo nessuno… stamattina.»

Lei scivolò nel mio studio. Occhi verdi con pagliuzze dorate, capelli neri a caschetto più pronunciato di quello che dettava la moda del momento, un viso ovale, labbra piccole e una pelle ambrata. Il tutto con un esito d’insieme felicissimo. Aveva un portamento quasi altero, si muoveva con calma e signorilità, e questo stonava con gli abiti da grandi magazzini che indossava. Doveva avere un corpo molto ben modellato a giudicare dalle gambe dritte e ben tornite che spuntavano, senza calze, dalla gonna assolutamente fuori moda.

Lei entrò.

E io m’innamorai.

Fosse stata brutta avrei avuto un alibi, mi sarei sentito meno stupido.

«Posso fare qualcosa per lei?»

Non mi rispose subito. Superò la piccola anticamera che fungeva da sala d’attesa e, dopo aver dato un rapido sguardo intorno, puntando curiosamente l’attenzione su una olografia dei resti di un vecchio razzo vettore sulla luna, entrò nella stanza da disegno.

Non le diedi fretta, poiché stavo cercando le parole giuste per dichiararle il mio amore.

«Lo spero, lo spero proprio.» Disse esalando un leggero respiro. «Lei è un ingegnere esperto in nanotecnologie, vero?»

«A livello atomico e anche molecolare. Naturalmente essendo un ingegnere in meccanica ed elettronica resto fedele all’approccio top-down. Sono contrario all’autoreplicazione, glielo dico qualora dovesse avere qualche problema a carattere etico-religioso.» D’un fiato, sperando che non trovasse nulla per lasciare il mio studio.

«Top-down

«Sì, dall’alto al basso. Miniaturizzazione.»

«Quindi è anche esperto di comnanoputer?»

«Ovviamente.»

«Cosa ne sa di macro comnanoputer?»

«Che si tratta di una contraddizione in termine.»

«Non ne conosce gli studi?»

Rimasi di sasso. C’era stato un fisico dal cervello grande quanto una montagna che aveva iniziato a parlare di macro comnanoputer sollevando infinite discussioni. In sostanza era l’applicazione della filosofia fisica delle nanotecnologie alla macrotecnologia. Ma io ne conoscevo l’argomento appena appena, come poteva quella ragazza…

«Lei è una collega?»

Rimase un attimo incerta, poi illuminò la stanza con un meraviglioso sorriso triste e mormorò: «Magari!»

«Insomma» tagliai corto, «ha bisogno di me per un lavoro del genere? Se vuole chiacchierare mi farebbe molto piacere, mi creda, ma non adesso. Potremmo vederci dentro un ristorvolante tra un’ora.»

Oh, sia chiaro, non sono certo un mascalzone, prima di aprirle il mio cuore le avrei detto d’esser sposato e innamorato di mia moglie, ma che mi sarebbe piaciuto amare anche lei. Le avrei detto che le mie intenzioni erano per nulla serie, ma che sarebbero state da preludio soltanto a un’avventura.

«Il mio nome è Roberta. Sì, ho bisogno di un esperto in nanotecnologie.»

Lavoro, sempre lavoro!

«Bene, signora... ehm, Roberta, andiamo nel mio studio, staremo più comodi.» Lei seguì il mio gesto e attraversò la porta che le avevo spalancato. La feci accomodare, poi, per metterla a suo agio, usai la cortesia di sedermi sull’altra poltroncina dallo stesso lato della scrivania, e non sulla mia poltrona abituale.

«Mi esponga il problema. Poi saprò dirle se sono in grado di aiutarla.»

Non se lo fece ripetere. Dal fianco prese una saccoccia in pelle, simile a quella che una volta si usava per il denaro, morbida e robusta. L’aprì, tirò fuori una sfera-mnemonica e me la porse: «Mi riferisco a un programma per un comnanoputer che ho usato per molto tempo. Da qualche giorno però raggiunge la sub-area 102780 e mi dà un codice di errore. Ho assoluto bisogno che il programma vada bene. Ho anche provato a capire la natura dell’errore. Invano.»

Presi la sfera e la misi a galleggiare nell’apposito lettore.Dopo un po’ di dati a cascata scossi il capo: «Avrebbe dovuto rivolgersi a un esperto in programmazione. Io progetto comnanoputer per una multinazionale, non realizzo programmi.»

«L’ho già fatto. Ho interpellato due programmatori. Entrambi mi hanno assicurato che il nanogramma non presenta errori e che forse il problema è nel comnanoputer, per questo mi hanno indirizzato a lei.»

Sollevai un sopracciglio. Se non fossi stato così innamorato avrei certamente rilevato la nota stonata in quel racconto. Ma nello stato in cui ero mi sarei sciroppato qualsiasi ciancia pur di prolungare l’incontro. Una cosa però pareva certa: doveva avere davvero un gran bisogno di superare quell’inconveniente, lo si leggeva dall’ansia con la quale suggeva ogni mia parola.

«Cos’hanno detto gli ingegneri Abate e Altizio?»

«Abate non c’era, mentre Alt...» si accorse d’esser caduta nella piccola trappola. Si morse piano le labbra e ammise: «È vero» chinando il capo, «ho seguito l’elenco sulle Sfere Tecniche, pensi, me l’ha consigliato un barista quando gli ho chiesto informazioni su un esperto.»

Lessi nello sguardo la voglia di andar via molto ben trattenuta.

Forzò un sorriso: «Non... non avevo la minima idea a chi rivolgermi, sono... diciamo di un’altra città, molto distante. Spero di non aver urtato il suo amor proprio, ma» si affrettò ad aggiungere «mi può aiutare egualmente?»

Mi alzai dalla poltroncina, prendendo il mio posto dalla parte giusta della scrivania, e aumentai di molto la gradazione del lettore sferico. Presi a osservare attentamente il circolistato in modo che non mi sfuggisse proprio nulla. Pareva a posto.

«La zona che non va è una nanosub-routine?»

Lei sollevò le spalle: «Mi spiace, non posso risponderle, non ne capisco nulla.»

Il tono era divenuto freddo. Certo se l’era presa un po’. Mi diedi dell’imbecille. Comportarmi in quel modo con la mia futura fidanzata. Urgeva riguadagnare simpatia. Cercai una battuta per alleggerire la tensione, ma il programma aveva polarizzato tutta la mia attenzione: «Strano davvero, molto molto strano» sollevai il capo, «di che comnanoputer si tratta?»

«Non... lo ricordo.»

«Ricorderà almeno la marca.»

«Ho detto che non lo so » Con una scatto d’ira.

«D’accordo, d’accordo» la calmai. Quell’inaspettata reazione mi aveva sconcertato e, al contempo, incuriosito.

Lei se ne accorse. Con uno sforzo non indifferente disse piano: «Mi... dispiace, sono molto tesa. È... è vitale che risolva l’intoppo, ma non posso esserle di alcun aiuto. È indispensabile conoscere il comnanoputer?»

«Se l’errore è nel programma non proprio» le risposi donandole un sorriso rassicurante e guadagnando qualche punto perso, «in fondo son tutti uguali. Ciò che cambia è l’assemblaggio, la capacità di memoria, l’architettura, e un’altra dozzina di cosucce di non poco conto.»

Lei rimase interdetta non riuscendo a capire se stessi ironizzando o dicendo sul serio. Scelse questa seconda improbabile ipotesi e mi chiese: «Ma tutti i comnanoputer hanno lo stesso circolinguaggio, pensavo fosse sufficiente a...»

«Qui c’è un equivoco. Certo, il linguaggio-macchina è uguale per tutti, dal giocattolo agli apparecchi della NASA. Solo che un programmatore o un semplice operatore non può dialogare col comnanoputer nel suo linguaggio quantico, deve ricorrere a un linguaggio più semplice, più accessibile, che faccia da intermediario tra il cervello umano e la macchina. Vede, se mi concede la similitudine, tanto io che lei siamo in grado di pensare, formulare idee, elaborare concetti e dati con il proprio cervello, e finchè ognuno di noi tiene per sé i frutti delle proprie elucubrazioni mentali non è necessario alcun mezzo di scambio. Nel momento, però, in cui vogliamo esporre le idee dobbiamo ricorrere alla parola, un espediente vitale per ogni forma di comunicazione. Certo un mezzo più rozzo e meno efficace delle potenzialità del cervello, ma insostituibile. E la parola dev’essere nota a entrambi. Se parlassi il cinese non credo che mi capirebbe, come al contrario sarei io a non capirla. Lo stesso si può dire nel rapporto col comnanoputer o con i criptocomputer in generale. E questo mezzo d’interscambio è un linguaggio più semplice, interpretabile tanto dal cervello umano che dalla macchina. Ma…»

«Ma?...» Incalzò lei attentissima.

«Ecco, sino a oggi credevo di conoscere tutti i linguaggi tecnici usati, ciascuno con le proprie varianti, ma questo... questo non credo d’averlo mai visto. Lo capisco, non tema, ma è straordinariamente innovativo. Ho la sensazione che nella sua estrema semplicità sia di gran lunga più avanzato degli altri, è... come dire, più efficace, questa però resta soltanto una sensazione dovuta in massima parte all’esperienza, nulla quindi di preciso.»

Lei chinò il capo. L’effetto della mia spiegazione non doveva essere stato molto confortante per il suo problema, ma non capivo il perché. Cercai qualche altra cosa da aggiungere, non sapevo però in che direzione procedere, quindi preferii star zitto per non correre il rischio di peggiorare la situazione.

«Insomma», esalò, «sarebbe in grado di individuare l’errore esaminando il programma?»

«Le ripeto che il mio campo d’applicazione è l’hardware, che tradotto alla lettera significa ferraglia, cioè la struttura fisica del calcolatore, in contrapposizione al software, cioè i programmi. Ovviamente ho una certa dimestichezza con la programmazione, ma non potrei definirmi un esperto. Pensandoci su, lei ha detto prima che questo programma ha girato bene per diverso tempo. Giusto?»

«Girato?»

«Intendo funzionato.»

«Sì, certo, anche se a volte ho dovuto far qualche piccolo intervento.

«Senza nessuna nozione di nanoinformatica?», chiesi sconcertato.

«Ho seguito le spiegazioni sullo spherical book

«Ma è assurdo, poteva rivolgersi alla ditta che le ha fornito

il calcolatore.»

«Impossibile.»

«Come impossibile?»

«Le ho detto che vengo da molto lontano.»

«Santo Cielo!» esclamai grattandomi la nuca, «senta, per caso c’è qualcosa d’illegale in tutto questo?»

«Oh no» la vidi arrossire deliziosamente, «è che nessuno oggi è in grado di...» si arrestò di colpo.

«Nessuno… oggi?», sillabai piano.

«Lasciamo perdere.» Si alzò, prese la sfera dalla mia scrivania e la rimise frettolosamente nella in saccoccia «tolgo il disturbo. Le devo qualcosa?»

Quell’atteggiamento mi colse alla sprovvista. Certo non potevo lasciarla andar via, specialmente perché mi ero quasi deciso a dichiararle il mio amore. Sollevai le mani all’altezza delle spalle, con le palme in avanti: «Si sieda, Roberta, la prego. E non dia colpa a me. Deve ammettere che la sua storia è così... misteriosa. Ci pensi, viene qui all’improvviso, dopo che le è andata buca con altri due miei colleghi, mi mette sotto il naso un programma quasi sconosciuto, non sa dirmi su quale comnanoputer gira, nemmeno la marca, afferma che ha funzionato a lungo, ma che improvvisamente ha smesso, ho la netta impressione che ne ha un disperato bisogno di rimetterlo in funzione, eppure non ha esitato a metterci le mani lei stessa, assolutamente inesperta.»

La ragazza cercò di protestare, ma non gliene diedi il tempo. «Vede, ci sono cinque principali cause di errore. Due di natura umana, tre che riguardano la macchina.»

Mi accorsi d’essere riuscito nuovamente a catturare il suo interesse. Senza riprender fiato continuai: «Cominciamo dai primi due, quelli umani. Si possono sbagliare i dati all’input, cioè sbagliare semplicemente nell’introdurre i dati, oppure sbagliare i comandi di elaborazione.»

«Lo escludo.»

«Ne sono convinto. Del resto in entrambe le ipotesi basterebbe rilanciare il programma e fare un po’ più d’attenzione. Cosa che presumo lei abbia già fatto.»

Vidi il suo cenno d’assenso. Vagamente imbronciata, ma attenta pareva ancora più bella. Faticai a riprendere a parlare: «Dando allora per scontato che il listato sia esatto, avendo funzionato per diverso tempo, non ci resta che pensare a un codice d’errore che riguardi la macchina. Esaminiamo le tre maggiori possibilità. Uno, un programma perfetto reso difettoso da una manipolazione sbagliata, due un difetto di sfera o di espansione causato semplicemente da logorio o da magnetizzazione...»

«E la terza possibilità?»

«Una concomitanza dei primi due. È il guaio maggiore, specie se l’uno ha causato l’altro.»

Lei mi fissò: «In questi casi saprebbe intervenire?»

Finsi di rifletterci un tantino per dare un pizzico di suspense, benché la risposta fosse scontata. Era proprio quello uno dei miei più redditizi lavori.

«Credo di sì. Sarebbe una questione di tempo, quindi di denaro, ma, può esserne certa, se c’è un guasto al comnanoputer io sono l’uomo più adatto a scovarlo.»

Mancò poco che mi balzasse al collo e mi baciasse. Sperai ardentemente che lo facesse, mi avrebbe reso più facile dichiararle il mio amore, ma, con mio grande disappunto, ancora una volta riuscì a trattenere i suoi impulsi. Anzi strinse le labbra e con la massima ingenuità disse: «Ho pochissimo tempo. E non ho denaro.»

Rimasi impietrito.

Eh sì, si fa un gran parlare della professionalità, certo, avrei dovuto scuotere il capo e rifiutare il lavoro, ma ero innamorato di Roberta. E avrei camminato sulle mani per lei.

«Possibile che non c’è un modo per accordarci? Non haproprio nulla da darmi anche come pagamento simbolico? È solo per una questione di etica professionale.»

«Capisco» disse lei e con un movimento secco sbottonò il bottone superiore della camicetta.

«No...» esclamai, «non mi fraintenda.»

Certo forse, col tempo lì ci sarei arrivato, ma dovevo essere io a prendere l’iniziativa.

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