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Un regionalismo differenziato per dividere e discriminare: Il modello dell'Istruzione
Un regionalismo differenziato per dividere e discriminare: Il modello dell'Istruzione
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E-book179 pagine1 ora

Un regionalismo differenziato per dividere e discriminare: Il modello dell'Istruzione

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Info su questo ebook

Al Presidente Mattarella, sia per il suo ruolo istituzionale sia per la sua passata esperienza di giudice costituzionale, non è certamente sfuggito che solo di recente con la Relazione (DOC XVI.bis n.11) trasmessa alla Presidenza del Consiglio il 20 maggio 2017 la Commissione parlamentare per le questioni regionali ha preso in esame, tra l’altro, l’attuazione di quanto disposto dall’articolo 11 della legge costituzionale n 3 del 2001.
Tale art.11 aveva previsto un percorso legislativo assai rigoroso per le norme di attuazione degli artt. 117 e 119 della Costituzione.
Esso prevede:
1. Sino alla revisione delle norme del titolo I della parte seconda della Costituzione, i regolamenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono prevedere la partecipazione di rappresentanti delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali alla Commissione parlamentare per le questioni regionali.
 2. Quando un progetto di legge riguardante le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e all'articolo 119 della Costituzione contenga disposizioni sulle quali la Commissione parlamentare per le questioni regionali, integrata ai sensi del comma 1, abbia espresso parere contrario o parere favorevole condizionato all'introduzione di modificazioni specificamente formulate, e la Commissione che ha svolto l'esame in sede referente non vi si sia adeguata, sulle corrispondenti parti del progetto di legge l'Assemblea delibera a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
L’articolo 11 ha dunque un duplice valore:
Uno di principio comunque da rispettare riguardante l’obbligo di votare in Parlamento le misure anche finanziarie che riguardano i trasferimenti di cui all’articolo 117 terzo comma e l’articolo 119;
L’altro procedurale riguarda la possibile integrazione con rappresentanti delle Regioni e degli enti locali della Commissione bicamerale per le questioni regionali.
Tale percorso fino ad oggi non è stato mai attuato, esso dovrà esserlo sicuramente se si vorrà procedere senza strappi nell’ applicazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116.
Il Presidente Mattarella, che finora non ha avuto l’opportunità di ricordare l’omessa attuazione di una così importante disposizione costituzionale, potrebbe avere l’occasione di farlo.
Di farlo allorché si volessero approvare le Intese di cui all’art.116 impedendo al Parlamento di discuterne e votarne compiutamente i testi  e soprattutto impedirgli di valutare gli effetti economici di tali Intese riservati solo alle decisioni di improbabili Commissioni di carattere tecnico.
E’ evidente l’impossibilità costituzionale di procedere con siffatte modalità.
 
LinguaItaliano
Data di uscita3 apr 2019
ISBN9788832561852
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    Anteprima del libro

    Un regionalismo differenziato per dividere e discriminare - Osvaldo Roman

    Bibliografia

    INTRODUZIONE

    Dalla ricostruzione, tentata in questo volume, delle varie fasi in cui si è dipanata la contraddittoria vicenda dell’attuazione del Titolo V della Costituzione emergono due considerazioni di fondo.

    La prima riguarda il fatto che non si può applicare l’art 116 della Costituzione senza tenere conto di quanto stabilito nella norma costituzionale di cui all’articolo 11 della legge n.3 del 2001. Ciò sia sotto l’aspetto procedurale che non può escludere un voto emendativo del Parlamento sul contenuto istituzionale dei trasferimenti legislativi, sia sull’obbligo che sia un atto legislativo del Parlamento a valutare e a decidere i trasferimenti di risorse legati a tale riforma. Lo prevede anche l’art.14 della legge 42/2009.

    La seconda che non si può affrontare un'ipotesi di attuazione dell’art 116 se prima non si realizza compiutamente il trasferimento a tutte le Regioni delle competenze amministrative di cui all’articolo 118.

    Si è parlato e si parla molto di attuazione del Titolo V della Costituzione ma in realtà in tutti questi anni e, soprattutto in occasione del Referendum del 2016 sulla riforma costituzionale, si sono volute nascondere le vere cause che hanno portato alla mancata attuazione di quella riforma. Non si è mai ricordato che essa fu imposta per dare una risposta alle istanze di un effettivo ruolo degli enti locali e delle regioni nella vita amministrativa del paese.

    Una risposta alle esigenze democratiche ispirate dalla Costituzione- art.5- che è stata concepita anche come un’alternativa alla spinta secessionista gestita dalla Lega Nord che, partendo dalla mancata attuazione del decentramento amministrativo, di fatto predicava la divisione del paese.

    Il nuovo titolo V realizzato con la riforma costituzionale del 2001 (legge n° 3) non prevedeva solo l’art. 116 ma anche il trasferimento di competenze amministrative dallo Stato alle Regioni (art.118) che sarebbe dovuto essere affiancato e sostenuto da un contemporaneo trasferimento di competenze amministrative dalle Regioni ai Comuni e alle Province.

    Un ruolo fondamentale nella realizzazione di questo nuovo assetto sarebbe dovuto essere garantito dalle procedure previste nella legge n.131 del 2003 e dall’elaborazione progettuale, necessaria alla definizione organica delle nuove competenze, realizzata dalla Conferenza Unificata.

    Quando tale progetto stava per essere completato e varato nel 2010, grazie al governo di centro destra, Lega PDL guidato da Silvio Berlusconi, riprese il sopravvento la spinta secessionista che trovò nella legge 42/2009, delega sul federalismo fiscale, un provvisorio terreno di soddisfacimento. Un terreno su cui tentò maldestramente di collocarsi anche lo schieramento di centro sinistra almeno sino all’avvento dei governi a guida PD, commettendo un errore gravissimo di cui ha pagato a caro prezzo le conseguenze. Con questi governi successivamente si concepì infatti una disgraziata riforma centralistica della Costituzione, ancora oggi rivendicata dal PD di Zingaretti, che aveva come obiettivo non secondario quello di respingere la spinta regionalista e autonomista. Non fu un caso se tutta la propaganda neo centralista sostenuta da Renzi e dal suo governo si fondò sulla cancellazione dal dibattito pubblico dei veri motivi che avevano portato al fallimento della riforma del Titolo V realizzata nel 2001.Riforma che oggi dovrebbe essere riproposta contrapponendo un progetto realizzabile di decentramento amministrativo dello Stato alla strategia secessionista della destra.

    Occorre a mio parere ripartire dal percorso disegnato dalla legge 131/2003 e dalle conclusioni cui era arrivato nel 2010 il Master Plan della Conferenza Stato Regioni.

    Al centro della campagna per la modifica costituzionale furono posti argomenti come l’eliminazione delle eccessive competenze di legislazione concorrente attribuisce alle Regioni e il vasto contenzioso di natura costituzionale che esse avevano provocato.

    Non casualmente la riforma Costituzionale bocciata dal Referendum del 2016 aboliva le competenze legislative concorrenti ma potenziava il trasferimento alle Regioni delle competenze legislative statali, confermato nel nuovo articolo 116.

    Proprio da tale campagna prende oggi le mosse il tentativo di utilizzare l’articolo 116 della Costituzione come cavallo di Troia del nuovo secessionismo leghista.

    Si è realizzata in tal modo una grave sconfitta delle forze democratiche e di sinistra che negli anni ’80 e nel quinquennio 1996-2001, sia al governo sia all’opposizione, richiamandosi ai valori costituzionali, avevano operato negli enti locali, principalmente per l’istruzione, con il sostegno di una vasta partecipazione democratica dei cittadini.

    Il principale risultato di quel coinvolgimento reciproco delle diverse realtà locali scuole, comuni, province, istituzioni culturali fu la realizzazione di una gestione dinamica ed efficiente del sistema scolastico che molti oggi ricordano.

    Quella sconfitta ha rappresentato un colpo gravissimo per la vita democratica del paese e ha provocato un arretramento di quegli ideali di democrazia, libertà e laicità che animavano la presenza delle forze democratiche nelle istituzioni locali e in particolare nella scuola. Ai danni provocati da tal esito si devono aggiungere quelli provocati durante gli anni 2008-2010 dalle misure di taglio delle risorse per l’istruzione e più in generale per il welfare realizzate dal governo Berlusconi con le iniziative dei suoi ministri Gelmini Tremonti e Brunetta.

    Non a caso proprio in questo periodo prese l’avvio il progetto di federalismo fiscale che servì soprattutto a coprire il taglio delle risorse destinate agli enti locali.

    Con il governo Monti continuò per l’istruzione la politica dei tagli delle risorse e del ridimensionamento delle strutture e del personale condotta contestualmente al drastico calo delle capacità di intervento degli enti locali nella scuola. Ciò sia sul piano dei servizi (mense e trasporti) che dell’edilizia scolastica e della selezione e ricerca dei progetti culturali da offrire alle scuole.

    Tutto ciò accentuava la grave crisi della partecipazione che nel passato si era espressa negli organi collegiali di istituto e territoriali.

    Le forze democratiche e di sinistra del nostro paese non hanno ancora iniziato l’analisi critica dei devastanti effetti che ha prodotto la politica scolastica realizzata dai loro governi negli anni più recenti fino alle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

    Infatti, la cosiddetta riforma della Buona Scuola ha prodotto un arretramento drammatico nella vita democratica delle istituzioni scolastiche causando un generalizzato distacco politico dalle forze di governo della sinistra di vasti settori dei lavoratori delle scuola di studenti e di genitori.

    L’attacco alla libertà d' insegnamento realizzato con la perdita della titolarità di istituto, e la conseguente chiamata diretta dei docenti il rafforzamento generalizzato del ruolo della dirigenza scolastica al di là della formale conferma di alcuni istituti dell’autonomia ha rappresentato lo stesso tipo di attacco che nelle fabbriche provocavano le scelte contenute nel Job Act.

    La perdita della titolarità di sede scolastica per tutti i nuovi assunti e per i trasferiti era ispirata dallo stesso disegno di subordinazione gerarchica e antidemocratica che caratterizzava la perdita della non licenziabilità garantita in precedenza dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

    L’aggravarsi della condizione retributiva e sociale di questi vasti strati di lavoratori intellettuali e di dipendenti pubblici ha completato quell’azione di rigetto e di distacco che ha prodotto effetti così devastanti non solo nella campagna referendaria sulla riforma della Costituzione ma soprattutto in tutte le scadenze elettorali realizzate nel nostro paese fino a quella del 4 marzo 2018.

    Un ruolo non secondario, in questo processo di distacco di larghe masse di cittadini dalla politica delle forze democratiche e di sinistra al governo, ha avuto l’incapacità dimostrata da queste nell’organizzare una risposta culturale alla politica scolastica delle destre nella gestione delle autonomie locali e delle Regioni.

    Hanno contribuito al realizzarsi di tale distacco non solo le scelte centralistiche e autoritarie presenti nella riforma costituzionale portata al Referendum ma poi anche la colpevole inerzia e resa di fatto di fronte alla spinta autonomistica-secessionista manifestatasi con lo svolgimento dei Referendum consultivi sull’autonomia differenziata in Veneto e Lombardia.

    Le destre del nostro paese hanno sempre avuto come avversario da combattere l’autonomia della scuola e degli insegnanti e la loro libertà d' insegnamento. Basti ricordare al riguardo campagne contro la libertà di scelta dei libri di testo, gli ostacoli posti al rispetto della laicità della scuola nella vicenda dell’insegnamento confessionale della religione cattolica.

    Le Gelmini e le Meloni cha portano i presepi e cantano le nenie religiose, come simboli della cattolicità da difendere e da imporre nelle istituzioni scolastiche, sono solo la manifestazione folclorica di un fenomeno più profondo che si esprime in quella concezione autoritaria più pericolosa che è venuta chiaramente in luce con l’esito elettorale della destra nelle elezioni del recente 4 marzo 2018.

    La debolezza della risposta culturale della sinistra di governo al montare di questa vandea è stata impressionante. Questa spinta ha rappresentato il vero terreno di cultura anche dell’insofferenza xenofoba e delle manifestazioni di razzismo che si sono verificate con maggiore frequenza negli ultimi tempi.

    Non si cerchi la causa di ciò solo nella dimensione economica o sociale, specie nelle periferie, c’é anche una dimensione culturale che si esprime a partire dalle scuole.

    Allora non è secondario considerare il ruolo che in questa concezione della destra gioca le politiche e i poteri degli enti locali.

    A partire dal caso di Adro dove esplose alla luce del sole la invocazione di un scuola leghista, e dalla corposa ingerenza clericale e localista nelle scuole dell’infanzia del Veneto e della Lombardia, arrivando al più recente rifiuto della mensa scolastica ai figli degli immigrati della scuola di Lodi si è compreso cosa vogliano intendere costoro per autonomia legislativa e amministrativa delle Regioni.

    Si è verificata una situazione costante: una destra che vuole fare dell’Ente locale di tutti lo strumento di una politica di una parte e di discriminazione antidemocratica.

    Tale obiettivo si trova nella pretesa di costruire sistemi scolastici separati da quello nazionale governati dall’intrusione politica degli amministratori degli enti locali nella definizione degli indirizzi culturali e programmatici delle scuole, nella loro gestione e nel reclutamento del personale direttivo e docente.

    In questo lavoro che tratta prevalentemente degli aspetti tecnico-legislativi dei processi di funzionamento e di innovazione delle strutture amministrative si possono intravvedere con precisione i rischi che corre la nostra società.

    Le modifiche del Titolo V

    Il Titolo V della Costituzione dopo la riforma del 2001.

    La legge di revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, introdotta con la legge costituzionale n. 3 del 2001, ha profondamente rivisto il complessivo sistema dei rapporti tra Stato, regioni ed enti locali.

    Al modello della Costituzione del 1948, in base al quale lo Stato aveva competenza legislativa in

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