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Due vite per una: Ciclo: Avvocato Morelli
Due vite per una: Ciclo: Avvocato Morelli
Due vite per una: Ciclo: Avvocato Morelli
E-book244 pagine3 ore

Due vite per una: Ciclo: Avvocato Morelli

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Info su questo ebook

Giallo - romanzo (193 pagine) - Un colpo d’arma da fuoco, un pugnale, un veleno, tante sono le armi di cui un assassino si può servire. Tutto ricade nella normalità del crimine, ma anche l’uccisione di una persona può diventare una terribile arma per altri.


Nella nuova indagine dell’avvocato Morelli, già protagonista dei romanzi Monasterio, Il buco nell'acqua, Il diavolo e l'acqua santa, Le ali della farfalla (tutti Delos Digital), il nostro investigatore è tutto proteso a scoprire chi ha ucciso il dottor Fortunato, medico del reparto di ginecologia dell’ospedale di Pescara. Era una brava persona, l’aiuto del primario, eppure viene ucciso, forse avvelenato. La polizia accerta infatti che restando solo nella sua stanza aveva bevuto del cognac da una bottiglia nella quale viene ritrovata una gran quantità di atropina.

Un caso intricato, che solo l'acume dell'avvocato Morelli potrà risolvere.


Luigi Grilli, nato nel 1939 in Abruzzo, è stato in magistratura dal 1965 fino al 2008 ricoprendo diversi incarichi, tra cui quello di presidente del tribunale di Pescara, la città dove ambienta i suoi romanzi. Collocato in pensione come Presidente aggiunto della Corte di cassazione, vive nelle campagne pescaresi, dedicandosi alla coltivazione delle rose e al suo hobby: la scrittura di legal thriller. Ne ha pubblicati fino a ora quattro con Delos Digital: Monasterio, Il buco nell'acqua, Il diavolo e l'acqua santa, Le ali della farfalla.

LinguaItaliano
Data di uscita26 mar 2019
ISBN9788825408584
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    Anteprima del libro

    Due vite per una - Luigi Grilli

    9788825406245

    Personaggi principali

    Antonio Morelli (Totò) – Avvocato

    Marta Berardi – sostituto procuratore della Repubblica

    Biagio Mosca – collega di Berardi

    Prof. Angelozzi – primario ospedaliero

    Mario Fortunato – aiuto medico ospedaliero

    Chiara – moglie di Fortunato

    Remo Grasso – secondo aiuto

    Nero Testa (Pul) – giornalista

    Romeo Cioci – infermiere

    Mila Rudic – praticante infermiera

    Cettina – infermiera

    1

    Il necrologio

    Come ogni mattina Totò Morelli accompagnò i due figli – Silvana e Marco – a scuola. Le elementari di via Milano non distavano molto da casa ma, dovendo proseguire verso il suo studio legale, usò l’auto. La figlia, ormai di dieci anni, si sedette davanti mentre Marco dovette adattarsi sul sedile posteriore, cosa non facile in una Porche. A sette anni ci poteva anche stare.

    La colazione era stata veloce, come sempre durante l’anno scolastico, ma Totò non aveva potuto prendere nulla perché era il primo martedì del mese. Doveva restare digiuno per un impegno che aveva e a cui teneva molto.

    Assicuratosi che i ragazzi fossero entrati nell’istituto si diresse verso l’ambulatorio dell’Avis di viale Marconi per donare il sange, come faceva una volta al mese da sette anni, da quando era nato Marco.

    Fino ad allora non s’era mai preoccupato né occupato di queste cose, preso com’era dalla professione e dal desiderio di affermarsi nell’ambiente forense pescarese. Quel giorno di sette anni prima Marco aveva creato non pochi poblemi a Milena, che era riuscita a tornare a casa solo perché s’era trovato il sangue adatto per le trasfusioni. Totò aveva tremato per la paura di quello che stava succedendo. Aveva capito e, così, si era avviato a rendere agli altri quello che aveva ottenuto in quell'occasione.

    Nell’ambulatorio venne accolto a braccia aperte e non poteva essere diversamente, non solo perché non accadeva spesso che un quarantenne si presentasse con tanta determinazione, ma soprattutto perché era conosciuto da molti. In gioventù era stato un atleta della Pescara Nuoto e aveva i suoi tifosi e i suoi ammiratori. Ora, lasciata l’attività agonistica, si era appesantito un poco, ma faceva sempre la sua bella figura: alto oltre un metro e ottanta, scuro di capelli e di carnagione, aveva un sorriso che ispirava simpatia. Era anche un buon avvocato penalista, ma questo interessava poco alle infermiere dell’ambulatorio, attratte dal suo aspetto fisico, dal suo modo di atteggiarsi, sempre sicuro di sé in ogni circostanza.

    – Ciao, Totò – esordì Lia, la volontaria addetta alla regitrazione delle varie operazioni. – Hai fatto le analisi?

    Rispose di sì. Le aveva fatte il giorno prima. Tutto bene, si poteva procedere.

    – Va’ di là. C’è Miriam.

    L’infermiera lo fece allungare sul lettino e gli chiese se era pronto.

    – Sì.

    – Sicuro?

    – Credo.

    Poteva sembrare una domanda banale o superflua per una persona che aveva attraversato mezza città per raggiungere l’ambulatorio sapendo cosa andava a fare, ma non lo era perché la prima volta che Morelli si era presentato per farsi – come disse agli amici – "succhiare il sangue, era svenuto. Fece una figuraccia e da allora ogni infermiera – c’era stato il passaparola – gli rivolgeva quella domanda: Sei pronto?".

    Totò non rispose. Si limitò a mostrare il braccio nudo – quello destro – e, girato il capo dalla parte opposta a dove si trovava Miriam, chiuse gli occhi.

    Non era paura né ansia né timore di chissaché, ma si agitava un pochino, il che non gli aveva impedito in quegli anni di presentarsi ogni primo martedì del mese.

    Adempiuto a quel dovere, più che civico, personale, affrontò il problema della colazione. Era a digiuno e questo lo innervosiva.

    Evitò di tornare a casa e, parcheggiata l’auto nei pressi di via delle caserme – dove era ubicato lo studio – si recò nel bar della signora Matilde.

    Il locale era vicino al mercato ortofrutticolo di Pescara Porta nuova. Non era grande né spazioso, ma decisamente accogliente e aveva una buona clientela. L’avvocato Morelli ne faceva parte.

    Entrò nel bar e si sedette in un angolo, come faceva spesso, anche quando Milena gli preparava a casa la colazione. Faceva fatica a privarsi del caffè che Matilde gli portava sul tavolino appena lo vedeva entrare nel locale. Di solito aggiungeva qualche pasticcino su un piattino ma, come per il passato, quando si avvicinavano le festività natalizie, metteva davanti a Totò alcune fette di pandoro. Non di panettone perché non gli piacevano i canditi.

    Quella mattina si fece portare anche un cappuccino, senza la spruzzata di cioccolata. Non era mai riuscito a mescolare i due aromi: per lui il caffè era il caffè e la cioccolata era la cioccolata. Matilde lo sapeva e ci stava attenta.

    Gustò quelle fette di pandoro mentre ascoltava i commenti di tre clienti sulla partita di calcio del Pescara, che la domenica precedente era stata mazzolata dal Chievo per quattro a zero. Tutti e tre concordavano sul fatto che la colpa di quella batosta fosse dell’arbitro. La colpa è sempre dell’arbitro! Ma uno di loro non ne era convinto del tutto e adombrava la tesi che ci potesse stare anche la scelta fatta dall’allenatore di non far scendere in campo Pierino, l’ultimo acquisto della società.

    Totò, pur essendo anche lui un tifoso, decise di non intervenire perché non ne aveva voglia e anche perché dovette rispondere al telefono.

    Era la moglie, Milena. – Hai fatto tutto?

    – Certo, tutto bene.

    – Hai stregato le tue infermiere?

    – No. Mi sono comportato bene.

    – Buon per te. Immagino che adesso ti trovi da Matilde con qualche cappuccino, cornetto, brioche e pasticcini vari. Pensa alla dieta perché si avvicnano le feste di Natale… e tu mi hai capito!

    – Forte e chiaro, ma non preoccuparti, mi sto controllando.

    Lei esclamò: – Questa me la annoto. Nel frattempo, per favore, stai attento e non esagerare… Ora ti lascio, ciao, buona giornata.

    I tre esperti dello sport nazionale uscirono dal locale… sì, non c’erano dubbi: la colpa era di quel cornutaccio dell’arbitro!

    Morelli li accompagnò con lo sguardo e in quel momento vide entrare nel bar Nero Testa, un giornalista suo amico da sempre. Arricciò il naso. Ci avrebbe scommesso sul fatto che quello non si trovava da quelle parti per puro caso e, se Nero lo stava cercando alle nove del mattino, doveva trovarsi in difficoltà oppure era a caccia di notizie.

    – Grande avvocato, come ti butta? – esclamò Nero con un mezzo sorriso che era la brutta copia dell’innocenza.

    – A me va bene ma, a te, non lo so – rispose Morelli che, facendogli segno con la mano di sedersi, continuò: – Se cerchi qualche notizia da prima pagina hai sbagliato locale. Ho trascorso la giornata di ieri in famiglia; questa mattina ho evitato accuratamente di vedere la televisione e di leggere quel tuo giornaletto; sono in pace con il mondo. Spara alzo zero così facciamo prima.

    – Ora, sei in malafede.

    – Meglio per me, così evito le fregature. Sono sempre gli amici quelli che te le danno e io cerco di mettermi al riparo.

    Il giornalista si sedette e allungò le gambe sotto il tavolino come se in quel modo volesse manifestare uno stato d’animo pacato e rilassato, come una persona senza ansie o preoccupazioni. Guardò Morelli e gli disse con tono confidenziale che il suo unico problema era il direttore del giornale che si ostinava a non concedergli qualche giorno di vacanza per Natale. Dopo la solita lamentela quotidiana aggiunse: – Passavo da queste parti e m’è venuta voglia di salutarti. Sapevo che a quest’ora ti avrei trovato qui. Per certe cose sei talmente metodico che mi preoccupi.

    Nero tra una battuta e l’altra chiese al figlio della signora Matilde di portagli un cappuccino, possibilmente tiepido e con il latte di soya.

    – Cos’è questa novità? – chiese Totò.

    – Lascia perdere perché ognuno di noi ha i suoi problemi. Adesso è venuto fuori che sono allergico al latte e ai latticini. Di questo passo finirò a thè e limone!

    A Morelli venne una certa curiosità.

    Chiese all’amico: – Dal momento che questo bar è fuori mano e ci si deve venire appositamente, dimmi quello che ti serve così non ci roviniamo il santo Natale. – Dopo una breve pausa e guardandolo di sottecchi concluse: – Ti ripeto che non ho notizie interessanti e qui la chiudiamo.

    L’altro tirò fuori dalla tasca un block notes e una penna biro, dicendo: – Mi serve qualche notizia sul dottor Fortunato, il dottor Mario Fortunato. So che è amico tuo. Mi accontento di poca roba, quanto basta per una colonna.

    Rimase sorpreso da quella richiesta ma non lo diede a vedere e rispose: – Non è mio amico. È il ginecologo di mia moglie e l’ha aiutata a mettere al mondo quattro figli. Da come lo hai chiesto sembrerebbe che devi scrivere un necrologio. Che ha combinato Fortunato, detto anche Erode il grande?

    – È proprio vero, ci hai naso. Devo scrivere il suo necrologio e non solo. Dammi una mano. Non so dove sbattere la testa. La polizia ha fatto quadrato e alla Procura si sono chiusi a riccio. Siamo in presenza di un vero e proprio attentato alla libertà di informazione.

    – Quando la smetterai di lamentarti della tua libertà fammi un fischio. Nel frattempo ti dico che, se non stai scherzando, devo pensare che il dottor Fortunato sia morto.

    – Pensi bene.

    L’avvocato si fermò un istante prima di rispondere. Era una notizia che non aveva e si chiese se dovesse dolersi della morte del medico oppure no. Decise che per il momento poteva fare a meno di prendere posizione e rispose: – Non lo conoscevo bene, anche se frequentiamo lo stesso circolo tennis e qualche volta facciamo un doppio con altri soci. Ti posso dire che è uno dei due aiuti del professor Angelozzi nell’ospedale di Pescara, a ginecologia. Sposato senza figli, vive per il lavoro e la carriera. Ha un ambulatorio privato e si fa pagare così tanto che a volte conviene adottare un bambino più che farlo, ma va detto che è bravo. Su questo non ci piove.

    – Età, provenienza sociale, vizio del gioco, coca, donnette allegre, qualche amante? – chiese Nero mentre cercava di farsi piacere quel latte di soya che proprio non gli andava giù.

    – Non si parla male dei morti e, quindi, se devi scrivere un necrologio, lascia perdere. Per il resto, se vai in ospedale vedrai che qualche infermiere ti racconta tutte la cattiverie che ti interessano. Detto questo e poiché stai morendo dalla voglia di dirmi quello che è accaduto sbrigati a farlo e così la finiamo prima: Morto, come? Dove? Quando? Poiché hai accennato alla polizia mi viene da pensare male.

    Nero gli chiese perché volesse quei dettagli.

    – Perché tu me li vuoi dire. Non ne conosco il motivo ma, prima o dopo, lo scoprirò.

    Il giornalista, messa di lato la tazza che era sul tavolino e chiesto al ragazzo di portare un caffè forte, ristretto e senza zucchero, gli raccontò che il pomeriggio precedente c’era stato in ospedale, nel reparto di ginecologia, un festino per la partenza del primario, il professor Angelozzi, che si trasferiva a Bologna. In questo modo avevano anche anticipato gli auguri natalizi. Dopo le libagioni ognuno era tornato al lavoro o era andato a casa. Dopo le venti era rimasto di turno il dottor Fortunato. Verso le dieci della sera un’infermiera era entrata nel suo studio per una emergenza e lo aveva trovato cadavere.

    Di fronte all’aria perplessa e incuriosita di Morelli, Nero seguitò: – La ragazza si deve essere spaventata parecchio e ha chiamato aiuto. In quel momento non c’era altro personale in corsia e così quella ha chiamato il pronto soccorso. La dottoressa che è intervenuta ha detto subito che non c’era nulla da fare. Ha aggiunto che quella morte per lei era sospetta. Fatto sta che hanno chiamato il posto fisso di polizia che è all’interno dell’ospedale e sembra che abbiano anche avvertito l’ispettore Malavasi, quello della Scientifica. Insomma, per fartela breve, è successo un pandemonio.

    L’avvocato terminò di mangiare il dolce e non parlava, assorto, com’era, dal ricordo di Fortunato, con il quale aveva giocato a tennis qualche settimana prima. Se lo ricordava in perfetta forma e pieno di allegria tanto che dopo la partita si era fermato con gli altri giocatori nel bar del circolo per parlare della possibilità di succedere ad Angelozzi. Era un uomo ancora giovane, brillante, in salute ed ecco che… morto! Accidenti! Faceva fatica a crederci, ma se Nero lo stava dicendo, doveva essere vero.

    Era vero.

    Guardò il giornalista, che nel frattempo si era seduto in modo composto e armeggiava con il suo taccuino, e gli chiese: – Grazie del racconto, sintetico e preciso, ma adesso dimmi cosa vuoi da me. Sono curioso.

    – È già qualcosa – esclamò Nero Testa, da tutti chiamato Pul per la sua aspirazione, mai nascosta e del tutto irrealizzabile, di vincere il premio Pulitzer.

    – Allora? – insistette Morelli.

    – Te la dico con due battute e tu cerca di aiutarmi.

    Si fermò un istante per bere il caffè e continuò: – Un infermiere mio amico questa notte mi ha telefonato per darmi la notizia. Mi sono precipitato in ospedale. Capirai che mi sono ritrovato tra le mani una storia da prima pagina: la morte sospetta di un medico in ospedale con l’intervento della polizia in piena notte. Mi precipito sul posto… ma, non mi hanno fatto entrare. Il reparto era chiuso e il commissario Tiepolo ha messo due agenti di guardia che sembravano due mastini incazzati di brutto. A parte il fatto che non può chiudere un reparto dell’ospedale come se niente fosse, e senza considerare i diritti della stampa libera, mi chiedo… –

    Si fermò e subito dopo, guardando negli occhi l’avvocato, gli domandò: – … anzi, ti chiedo: Lo possono fare? E cos’è tutto questo segreto? Siamo arrivati al punto. Chiaro?

    – Non del tutto.

    – Voglio dire che tu potresti farmi entrare in quel reparto, giusto il tempo di fare quattro chiacchiere con il personale, nemmeno con tutti. Scatto qualche foto e me ne vado. Conosci Tiepolo e forse con te non la fa difficile. Dico bene?

    L’avvocato: – Parole sante, Pul, parole sante!

    – Allora?

    Morelli si alzò dal tavolino, fece cenno alla signora Matilde di mettere tutto sul suo conto e si allontanò dicendo all’amico: – Quando vedo Tiepolo glielo chiedo. Nel frattempo tu aspetta. Io vado in studio perché ho qualche pratica arretrata e vorrei mettermi in pari prima di chiudere l’anno. Ciao, libera stampa!

    Nero Testa rimase senza parole e un sorrisetto aleggiò sul suo viso. Forse si aspettava quella risposta perché fece una smorfia che voleva dire: Tutto come previsto, ma ci dovevo provare.

    2

    La vedova

    Morelli raggiunse a piedi lo studio, a passo svelto perché, essendo le nove del mattino – o poco più – di dicembre, il freddo della notte non si decideva a lasciare spazio al tepore del giorno. Era piovuto parecchio fino all’alba e l’asfalto brillava ancora con le gocce stagnanti nelle pozzanchere, qua e là. L’aria era tersa, quasi piacevole ma anche umida. L’albero che segnava l’inizio della via era senza foglie, pigro e senza colori. Poteva riprendere a piovere e, se la temperatura non si decideva a salire, poteva trasformarsi in nevischio. Meglio accellerare il passo. Meglio, sì.

    Entrò nello studio e, dopo aver salutato Giovanni, il segretario, dicendo di portargli la pratica Rossetti, si chiuse nella sua stanza.

    Aveva vinto quella causa in tribunale e l’avversario gli aveva fatto notificare proprio in quei giorni l’atto di appello. Doveva scrivere la comparsa di risposta e non lo voleva fare durante le vacanze.

    Aveva a sua disposizione diversi giorni ma Natale era alle porte e si voleva liberare da ogni pensiero per dedicarsi alla famiglia. Non sapeva ancora cosa scrivere perché l’altro aveva messo in campo argomenti nuovi e che non si aspettava, il che significava che si doveva mettere sotto a studiare gli atti e le procedure.

    Dopo un’ora in cui si era barricato in stanza si affacciò Giovanni, forse più amico che segretario, che gli portò un caffè per farlo riposare un attimo. Era di statura bassa, tanto che a volte Totò si era chiesto come avessero fatto in gioventù a prenderlo nell’Arma dei carabinieri. Con i lineamenti regolari e dei capelli folti, dritti, quasi a farlo apparire più alto. Era stato in servizio per anni presso la squadra della giudiziaria come appuntato a fianco del maresciallo Morelli, il padre di Totò. Quando questi era morto per un brutto male i superiori lo avevano trasferito in un paesino di montagna. Giovanni si era offeso, aveva dato le dimissioni e, armi e bagagli, si era trasferito nello studio del suo figlioccio, appunto l’avvocato Morelli. Si occupava di tutto, anche se a volte si allargava un tantino, ma era sincero e, soprattutto, era affidabile. Anche più.

    Poggiò la tazzina sulla scrivania e, sedutosi, gli chiese: – Natale è alle porte. Hai pensato ai regali per i ragazzi e per Milena?

    No, non se ne era occupato, ma quella soddisfazione a Giovanni non gliela avrebbe data nemmeno morto. Mise da parte il documento che aveva sulla scrivania e che lo stava impegnando più di quanto avrebbe voluto e rispose: – Certo che ci ho pensato! Ai tre maschi regalo dei giocattoli e a Silvana un cappellino di lana con la sciarpa a colori. Per Milena, ho pensato all’impastatrice per preparare i dolci. Ne ho visto una in offerta nella vetrina di un negozio di via Trento.

    Giovanni lo guardò come se fosse un ragazzino sorpreso con una rivista porno nascosta sotto il cuscino e replicò: – Un’impastatrice! Ti sembra un regalo da fare a Milena per Natale?

    – Perché no? È utile e so che la desidera da mesi.

    – Fa come ti pare ma io le porterei un regalo più personalizzato. Quelli utili glieli fai durante l’anno. A Natale la musica dovrebbe essere diversa, un tantino romantica.

    Giovanni uscì dalla stanza portando via la tazzina ormai vuota e bofonchiando tra sé e sé: – Un’impastatrice, roba da matti! Per me, questo lavora troppo. Ci devo stare più attento.

    A Totò, rimasto solo, venne da sorridere al pensiero delle premure di Giovanni, che stava allargando il suo campo di protezione dallo studio legale alla sua sfera privata. Per i regali di Natale, però, l’amico poteva avere ragione e lui stava per fare una fesseria. Anzi, come si disse senza farsi sentire da altri, una gran cazzata.

    Mentre era preso dal regalo che avrebbe dovuto fare alla moglie squillò il telefono.

    Rispose.

    Una voce incerta, quasi timida, ansiosa disse: – Mi scusi se la disturbo, avvocato. Sono Chiara Fortunato, la moglie di Mario, il ginecologo. Ci siamo visti a cena in casa di Turco il mese scorso.

    Rispose di getto: – Sì, certo,

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