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Canudos - La guerra nel Sertão del Brasile

Canudos - La guerra nel Sertão del Brasile

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Canudos - La guerra nel Sertão del Brasile

Lunghezza:
291 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
Mar 19, 2019
ISBN:
9788831611336
Formato:
Libro

Descrizione

"Canudos – La guerra nel Sertão del Brasile è un romanzo storico di grande interesse oltre che di piacevole lettura. L'autore ricostruisce attraverso queste sue intense pagine la storia del Brasile alla fine del XIX secolo ma non parlando della costa europeizzata e progredita, bensì dell'entroterra primitivo e sfruttato, il sertão incolto, caratterizzato da un'asperità naturale, dai grandi latifondi, dallo sfruttamento eccessivo del suolo, e da modelli appartenenti a un mondo in secolare ritardo, fermo a un sistema di valori di stampo feudale. La monocultura della canna da zucchero, la conseguente deforestazione e l'inevitabile desertificazione portano in breve ad un peggioramento delle condizioni di vita degli abitanti del sertão costringendoli ben presto ad un'emigrazione di massa. Fu all'interno di questo quadro che i fenomeni del cangaceirismo (banditismo sociale che riuscì a resistere fino alla fine degli anni '30 del XX secolo) e della rivolta di Canudos diventarono tentativi di accedere alla storia, da parte di quegli individui relegati in un tempo e in uno spazio che dalla storia li escludeva, alla ricerca non solo di una speranza di sopravvivere ma della propria affermazione come individui umani. Questa è la loro straordinaria storia, una pagina pressoché ignorata dell'Occidente che merita, invece, non solo attenzione ma anche notevole considerazione."
Editore:
Pubblicato:
Mar 19, 2019
ISBN:
9788831611336
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Canudos - La guerra nel Sertão del Brasile - Mario Contini

633/1941.

PREFAZIONE

Alla fine del XIX secolo, il Brasile si caratterizzava per il dualismo tra la costa europeizzata e progredita, aperta all'oceano alle spalle un vasto territorio, e l'entroterra primitivo e sfruttato, il sertão¹ incolto, caratterizzato da un'asperità naturale, dai grandi latifondi, dallo sfruttamento eccessivo delle risorse del suolo, e da modelli appartenenti a un mondo in secolare ritardo, fermo a un sistema di valori di stampo feudale.

La monocoltura della canna da zucchero e la conseguente deforestazione nella Zona da Mata (Foresta Atlantica) avevano impoverito la terra contribuendo alla desertificazione dell’entroterra del Nordest brasiliano: il poligono della secca si estendeva per 936.933 kmq.

Analfabetismo generalizzato, ignoranza completa del mondo esterno, sussistevano anche al di fuori del sertão. L'unica forma di coscienza del mondo, della natura, della società, della vita, che possedevano le popolazioni di quella regione, era data dalla religione o dalle sette nate nelle comunità rurali, varianti del cattolicesimo.

L'emigrazione su larga scala iniziò con la grande siccità del 1877/1879: dopo tre anni senza pioggia, gli uomini cominciarono a scappare per non morire. La siccità continuava a uccidere, affliggendo la popolazione lavoratrice del sertão che compiva tre secoli di latifondo, spingendola via. La produzione si paralizzò. La siccità uccideva anche il bestiame, bruciava le piantagioni e non rimaneva nemmeno l'acqua fangosa e sporca del piccolo pozzo prossimo alle modeste casette di fango e paglia.

Fu all'interno di questo quadro che i fenomeni del cangaceirismo (banditismo sociale che riuscì a resistere fino alla fine degli anni '30 del XX secolo) e della rivolta di Canudos diventarono tentativi di accedere alla storia, da parte di quegli individui relegati in un tempo e in uno spazio che dalla storia li escludeva. Essi, con la loro rivolta, denunciavano l'iniquità verso una maggioranza privata del suo diritto all'umanità.

Nel periodo che va dalla Proclamazione della Repubblica (1889) all'anno del Centenario dell'Indipendenza (1922) ‒ il primo un simbolo politico, il secondo un simbolo artistico-culturale ‒ la produzione intellettuale dell’élite brasiliana oscillava fra tendenze diverse. La propensione a riproporre quello che si faceva in Europa già cominciava a mostrare segni di decadenza. Il parnassianesimo e il simbolismo poco o niente avevano a che fare con la realtà sociale brasiliana; gli artisti erano lontani dai problemi concreti che viveva la popolazione.

Nella fase di passaggio dal romanticismo al realismo un'altra tendenza cominciò a imporsi: emersero poeti e artisti che mostravano una grande preoccupazione per la miseria sociale e impiegavano la creazione letteraria come un mezzo per modificare quella situazione.

Erano pochi i letterati che riuscivano a vedere con occhi critici la realtà dell'epoca. Il primo di questi fu Euclides da Cunha che, nel 1902, stupì il mondo letterario con un'opera monumentale: Os Sertões. Libro denuncia che portava alla luce, per la prima volta nella letteratura brasiliana, le vere condizioni di vita nel Nordest del Paese, mostrando la situazione critica delle popolazioni rurali in modo forte e determinato, culminata con lo sterminio di circa trentamila persone nell'interno dello stato di Bahia.

Se all'inizio ambiva a fare solo una relazione della lotta, Euclides da Cunha finì per realizzare una vera panoramica del Nordest brasiliano.

Questo fu il carattere rivoluzionario della sua opera: la creazione letteraria per modificare la realtà, e la forza con cui rivelò la nazione a se stessa ne conferma l'opportunità e spiega la concitazione con cui si ricorre a Os Sertões tutte le volte in cui si pretende di discutere del Brasile con serietà.

Il regime repubblicano non migliorò la situazione critica dei lavoratori della campagna, che rappresentavano, in quell'epoca, più dei due terzi della popolazione nazionale. Le grandi proprietà continuavano a imperare tanto nel litorale quanto all'interno del Paese ed erano la ragione principale della miseria e della sottomissione della massa rurale.

Il villaggio di Canudos, dove si concentravano i sertanejos² agguerriti ed ispirati dalla guida di Antonio Consigliere, affetti dalle dure pene di vivere aggiunte a una natura aggressiva, fu l'unico bersaglio di migliaia di soldati bene armati ma che, nonostante meglio equipaggiati, riuscirono a perdere tutte le battaglie cui erano condotti.

L'opinione pubblica, influenzata dai commenti dei giornali, confondeva ancora di più la situazione già di per sé sfigurata dalla passione del coinvolgimento dei repubblicani, appena insediatisi al potere, e dei monarchici accusati di incoraggiare quella rivolta sertaneja con l'obiettivo della restaurazione del loro regno.

Quando Euclides da Cunha partì per Canudos, inviato del giornale O Estado de São Paulo, credeva che la guerra nel sertão di Bahia avesse come obiettivo proprio la restaurazione della monarchia. Non perse, però, tanto tempo a verificare il suo errore e affermò categoricamente in Os Sertões che l'azione di Antonio Consigliere e dei suoi seguaci «non manifestava la minima ombra d’intuito politico: il jagunço³è incapace di imparare tanto la forma repubblicana quanto quella monarchico-costituzionale. Tutte e due sono per lui astrazioni inaccessibili. È spontaneamente avversario di entrambe.»

La guerra scoppiò a causa dell'acquisto di legno da parte di Antonio Consigliere, a Juaseiro, per la costruzione della nuova chiesa a Canudos, merce che non fu consegnata nella data accordata. Osserva Euclides da Cunha: «Non si possono immaginare motivi tanto piccoli per un avvenimento tanto grande … Quell'assedio sembrava un ritorno al passato. Esso fu nel vero significato della parola, un crimine, denunciamolo.» Il pretesto di lottare contro il focolaio monarchico nacque nel corso della guerra solo per motivi politici, più di natura nazionale che di natura regionale.

Canudos non fu assolutamente una ribellione di fanatici, bensì una coraggiosa, cosciente e organizzata lotta per la terra. Antonio Consigliere emerse nella storia del Brasile come un autentico frutto delle sue contraddizioni e si trasformò in leader di gente impoverita e spogliata dei suoi diritti, che desiderava vivere pacificamente in una società più umana, in modo più felice.

Che cosa portò questi essere umani, alle volte tranquilli sertanejos, a riunirsi in bande, a brandire le armi, a uccidere, rubare e distruggere proprietà? Questi nordestinos⁴ sarebbero stati esseri inferiori per natura come spiegavano alcuni nazionalisti? La loro violenza sarebbe dipesa da fattori genetici, come pretendevano i razzisti? Sarebbe stata un castigo divino, come deducono i religiosi? Questi punti di vista soggettivi distoglievano l'attenzione dai fattori oggettivi, d’ordine sociale, che stimolarono l'insorgere di tali eventi.

La vita isolata dei contadini nelle campagne, imponeva loro un individualismo che li portava spesso a un atteggiamento di auto segregazione. La grande proprietà terriera li aveva irrimediabilmente dispersi. Quel che più temevano i latifondisti era la possibilità che i contadini potessero organizzarsi a prescindere dal latifondo in unità abitative e lavorative, al di fuori del loro stretto controllo, minacciando così l'ordine naturale generato dal latifondo semifeudale.

La struttura fondiaria del Brasile alla fine del XIX secolo, aveva generato una grande disuguaglianza sociale: da una parte i coronéis, autentici signori feudali senza cultura, che difendevano i propri privilegi con le armi; dall'altra, gli affittuari, i piccoli agricoltori, i veri lavoratori della terra. Vivendo come i servi del Medioevo, non erano protetti dalle leggi dello Stato.

Ma i colonnelli non si accontentavano solo di spogliare gli affittuari, estendevano le loro avidità sui piccoli proprietari, allungavano le mani su di loro falsificando documenti, intimidendoli, non rispettando i confini delle proprietà.

Tutto succedeva con il beneplacito dei governi statali e federali, sia per la loro scarsa dedizione allo sviluppo della nazione, sia per il bisogno reciproco di ottenere sostegno alle loro attività politiche. Di conseguenza, sembrava naturale che quelli che nulla possedevano, oltre alla propria vita, cercassero una via d’uscita ai margini della legalità e della società feudale.

Quel mondo contadino al quale si negava la riforma agraria, la realizzava da solo, sotto l’indicazione di un capo carismatico e secondo i propri valori, occupando le terre.

Antonio Consigliere non fu un fanatico né un beato manipolato da banditi che non sapevano leggere né scrivere come lo presenta la storiografia ufficiale. Fu il fondatore di Canudos e la guida incontrastata della resistenza contadina nella più grande guerra sociale che sconvolse il sertão e l'intero Paese. Né i latifondisti né i loro alleati potevano accettare il suo motto: «La terra non ha padrone. La terra è di tutti».

___________________

¹ Sertão: deriva da Desertão – grande deserto. Entroterra incolto del Brasile, lontano dal mare e dai suoi centri urbani che si estende in particolare negli stati di Bahia, Pernambuco e Ceará, caratterizzato da asperità naturali e dallo sfruttamento eccessivo delle risorse del suolo. Il poligono della secca si estende per 936.933 km². Un semideserto. Euclides da Cunha alla sua grande opera dà il nome di Os Sertões.

² Sertanejos: come vengono chiamati gli abitanti del Sertão del nordest del Brasile.

³ Jagunços (capanga o cabra): sicari, teppisti, bravacci che erano salariati del crimine, che lottavano al servizio dei coronéis che pagavano di più.gavano di più.

⁴ Nordestinos: nativi del Nord Est brasiliano.

PROLOGO

A tarda ora, in un rigido pomeriggio di sole, due ragazzini sedevano sui gradini davanti a una scuola in un villaggio localizzato nell’interno dello stato di Bahia. Non vi erano altre persone presenti e i due sembravano discutere con grande animazione.

«Antonio, dobbiamo far qualcosa!» propose Zezinho.

«Cosa?» chiese il più piccolo.

«Come prima cosa, conoscere bene tutta la storia; ascoltare tutti quelli che hanno qualcosa da dire su quei fatti!»

«La mamma ce li ha raccontati tante volte!»

«Sì, è vero!» Annuì l'altro. «Ma eravamo piccoli, allora. Credo sia arrivato il momento di farla conoscere a tutti», concluse.

«Va bene! A cena dobbiamo chiedere alla mamma di raccontarci tutto. C’è l’ha sempre promesso, ma ogni volta che la assale il ricordo di quei tempi, s’intristisce».

«Non ti ricordi niente, tu?» Chiese il più grande.

«No!» Rispose Antonio. «Ero troppo piccolo, avevo due anni. Non mi ricordo nemmeno tanto bene papà. Forse, quando mi scoccò un bacio … nel giorno che mamma ci ha portato via. Tu ricordi qualcosa?»

«Certo che me lo ricordo!» Disse Zezinho. «Sono più grande di te! Sono arrivato da piccolo al villaggio. Mi ricordo la confusione, la gente che correva da una parte all’altra. Sì, tanta confusione …»

«Non ti ricordi niente di bello? Soltanto questo ti ricordi?» Chiese il fratellino.

«Sì che mi ricordo! La scuola, per esempio. La maestra Bibiana … quanto era bella!»

«Vero?» Chiese con lo sguardo furbetto Antonio.

«Bellissima! C’era anche la maestra Marta ma non era bella come la Bibiana. Sono pochi i ricordi. Dobbiamo per forza chiedere alla mamma di raccontarci tutto dall’inizio». Concluse Zezinho.

«Ragazzi! È pronta la cena!» Comunicò con voce dolce una giovane signora.

«Arriviamo, mamma!» Rispose il piccolo Antonio.

«Fate presto!»

Siccome la conversazione tra i due non finiva, la donna si recò dai ragazzi.

«Che cosa fate qui, seduti? Non sentivate che vi chiamavo?» Chiese.

«Mamma, parlavamo soltanto!» Rispose uno di loro.

«È ora di andare a casa! Andiamo, finirete dopo la vostra chiacchierata! I vostri fratelli sono già a casa».

«Va bene, mamma!»

A casa, intorno al tavolo, sedevano Zequinha, Chiquinho, Zezinho e Antonio, il più piccolo. La signora Dilma, dopo aver preparato i loro piatti a base di riso e fagioli, si mise seduta a capotavola.

«Questi due, mamma, hanno strane idee in testa!» Accusò Zequinha.

Antonio e Zezinho si guardarono e, in seguito, volsero il loro sguardo verso il fratello, interrogandolo.

«Perché non ti fai gli affari tuoi?» Domandò Antonio.

«State buoni, mangiate in silenzio!» Ordinò la mamma, e costatando che i ragazzi sembravano irrequieti, chiese loro il motivo di tanta agitazione.

«Mamma, perché non ci racconti la storia di Canudos?» Chiese Antonio.

«Era di questo che parlavate prima?» Fece lei, un po’ intristita.

«Sì, mamma!» Rispose Zezinho.

La signora Dilma, nonostante si prendesse cura da sola di quattro ragazzini, era molto giovane. Aveva promesso a se stessa di fungere da memoria storica di un fatto importante che ebbe come protagonista la gente povera della campagna.

«Dopo cena, in terrazza, vi racconterò tutto quello che so e che mi ricordo di Canudos e di Antonio Consigliere», promise.

Seduti, i ragazzi aspettavano ansiosi la madre. Lei arrivò dopo aver sparecchiato e lavato i piatti, e si mise seduta. Fece un respiro e con la sua dolce voce cominciò il racconto.

I CAPITOLO

1

Nell’agreste⁵ inospitale si estendeva la caatinga⁶. La foresta grigia con gli arbusti sottili spaziava per chilometri e chilometri nel sertão secco e selvatico dell'entroterra del Nordest come un deserto di spine: un panorama inebriante, una regione dall’aspetto desolante, alberi senza foglie e con i rami storti e secchi che ricordavano la tortura della flora agonizzante.

Pochi alberi dalle foglie piccole, coperte di cera, spinose. Con le loro radici profonde potevano trovare nel cuore della terra l’umidità necessaria per vivere. Là, dove la sete si aggirava come un fantasma, la poca acqua si trovava solo nelle piante miracolose: la palma, l’aroeira, l’umbuzeiro, lo juazeiro e il caroá⁷ o nei tipici cactus, lo xique-xique e il mandacaru.

In quella caatinga di suolo fragile e arenoso solo le specie più resistenti sopravvivevano a quelle condizioni. E il sertanejo cercava di resistere in quell'inferno, dove i serpenti velenosi e le lucertole strisciavano tra le pietre sotto il sole caldo del mezzogiorno, e come un arbusto di juazeiro non si lasciava piegare. Il sertão, come il resto del Nordest, era pieno di gente così.

Le donne dalle forme secche come le piante xerofite; come le foglie trasformate in spine si erano adattate per sopravvivere in quell’habitat arido. Le deformità e le bruttezze erano naturalmente ripartite secondo i diversi luoghi. Senza grazia nei visi bruciati e stanchi, riempivano il deserto della caatinga con le loro vite disgraziate, con i loro dolori, aprendo con il loro passo sentieri che immediatamente dopo si richiudevano tra spine appuntite e laceranti. Miseria e infermità. Quelle madri affamate davano alla luce neonati sottopeso e gracili. Mangiavano solo il minimo indispensabile per sopravvivere. Allattavano con le mammelle prosciugate i bimbi che cercavano conforto nei loro capezzoli. Il loro mondo, due colline spianate dalla denutrizione.

Le spine s'intrecciavano nella caatinga, i sentieri del sertão, l’impenetrabile deserto, il cuore inviolabile del Nordest. La siccità, le spine e il veleno, la mancanza di tutto, dal più rudimentale sentiero a un qualsiasi albero che potesse offrire ombra e frutta. I venti forti e secchi contribuivano alla sterilità dei paesaggi.

Le lucertole erano enormi: con le loro teste piatte e triangolari sembravano testimoni del principio del mondo; ferme, senza espressione negli occhi fissi, le pupille nere e le iridi gialle, come se fossero sculture primitive, con la lingua biforcuta e la coda ondeggiante. I più velenosi, i serpenti a sonagli, la giararaca e il serpente corallo trovavano il loro habitat in quella regione.

Attraverso la caatinga, tagliandola da tutte le parti, viaggiava una moltitudine di contadini. Erano uomini espulsi dal latifondo e dalla siccità, cacciati dalle loro case, senza più un lavoro nelle fattorie, che vagavano alla ricerca di una speranza. Venivano da ogni parte del Nordest; con viaggi spaventosi, percorrevano la foresta grigia aprendo il passo in mezzo agli spini, vincendo i serpenti traditori, sconfiggendo la sete e la fame. Erano migliaia e si succedevano senza fine. Avanzavano tentoni, come errando senza una meta. Un esodo iniziato da tanto tempo e che nessuno sapeva quando sarebbe finito perché ogni anno, i contadini che perdevano la terra, i lavoratori sfruttati, le vittime della secca e dei colonnelli, prendevano i pochi averi, i loro figli, le loro ultime forze e iniziavano il cammino.

In mezzo a quell’agreste sertão dove la fame uccideva gli uomini; i fiumi erano prosciugati dal sole cocente; le lucertole e i serpenti strisciavano tra gli arbusti spinosi della caatinga; gli avvoltoi affamati attendevano la morte di qualcuno; i colonnelli prendevano le terre dei contadini e ordinavano di ammazzare quelli che protestavano; i migranti se ne andavano in lunghe carovane verso la speranza; i cadaveri rimanevano sui sentieri … Dove morivano i bambini a migliaia, e quelli che sopravvivevano crescevano malati e tristi, quando nessuna speranza restava nel cuore stanco dei sertanejos, sopraggiungeva in Bahia l'eremita ombroso, dal viso scavato, gli occhi raggianti, il corpo ossuto segnato dall'abito viola.

Arrivava all’improvviso, all’inizio solo, sempre a piedi, percorreva le vie degli abitati. Nessuno conosceva la sua provenienza, ma attraeva la gente che voleva ascoltare i suoi consigli.

Antonio Maciel percorreva il sertão del Nordest, attirando intorno a sé le masse inquiete e diseredate per edificare insieme con loro un mondo migliore. Rappresentava la risposta alla situazione storica di una classe rurale abbandonata.

Antonio camminava instancabilmente, conosceva ogni angolo del sertão, i suoi segreti e i suoi misteri. Per dove andava, faceva sermoni, predicava il Vangelo e dava consigli. Gradualmente si trasformò: da pellegrino a beato, da beato a Consigliere, Antonio Consigliere o Antonio dei Mari oppure il Buon Gesù Consigliere. Approfondì la sua già enorme conoscenza della Bibbia e la sua fama cominciò a correre per tutto il Nordest e velocemente attrasse intorno a sé un numero consistente di seguaci.

Come Gesù aveva la barba e i capelli lunghi. Calzava dei sandali per affrontare le povere delle strade; portava in testa, proteggendola dal torrido sole, un cappello a tesa larga. Nelle mani teneva un bastone, come i profeti, i santi: il timoniere delle persone, degli eletti, di coloro che conoscono la via del cielo. Salutava la gente dicendo: «lodato sia il Nostro Signore Gesù Cristo» essi rispondevano «per sempre sia lodato». Chiamava gli altri mio fratello, essi lo chiamavano in maniera affettuosa mio padre.

Dotato, per natura, di profondo senso morale e insieme di una mente più libera e più colta di quella dei suoi compagni, egli era considerato con grande rispetto; e lo stile semplice, cordiale, sincero delle sue esortazioni avrebbe potuto educare anche persone di un alto livello intellettuale. Ma era nelle preghiere che egli superava se stesso. Nulla poteva vincere la commovente essenzialità, l’innocente fervore delle sue preghiere arricchite dal linguaggio delle scritture, che sembrava penetrato in lui tanto profondamente da diventare parte dell’essere suo, sì da fiorirgli sulle labbra uno slancio spontaneo.

Percorreva le vie dell’abitato fra i bambini che gli facevano strada, fra gli sguardi curiosi degli abitanti che lo conoscevano e lo salutavano togliendosi il cappello e inchinando la pesante testa. Le donne si affrettavano a portargli acqua fresca per potersi dissetare dopo la lunga camminata attraverso il sertão. Non si fermava fin quando non raggiungeva la chiesa. E soltanto dopo aver pregato, accettava qualcosa da mangiare e da bere. Dava i suoi consigli all’imbrunire, quando gli uomini erano tornati dal lavoro, le donne avevano finito le loro faccende domestiche e i bambini già dormivano.

Nessuno sapeva da dove venisse, chi fosse, quando fosse arrivato, la sua età, e nemmeno il suo vero nome. Lo chiamavano Consigliere; emergeva da dentro degli abiti irrilevanti, la tunica viola, stretta da un cordone con appeso in punta un crocefisso, che gli scorreva sul corpo magro e lungo, in silenzio, come un’ombra negli altopiani popolati da gente semplice. Appoggiato al suo bastone da pellegrino, portava la polvere di tanti cammini percorsi, calzava sandali da pastore, di cuoio, vecchi e rotti. La barba lunga, i capelli lunghi che gli scendevano sulle spalle, e sul capo un cappello di paglia.

Il Consigliere sembrava quasi un santo: la sua semplicità e la sua bontà, il suo sguardo chiaro e pieno di sollecitudine, il suo modo di fare da guida, umile come se prestasse un servizio, e i suoi gesti calmi, tutto quanto attraeva straordinariamente.

Aveva esordito dicendo che la malvagità degli uomini era arrivata al limite così come al limite era arrivata la pazienza di Dio.

Usava un linguaggio eloquente. La sua voce era suggestiva e calda e quando il suo sguardo profondo e folgorante sembrava perso nell’infinito, stava vedendo cose che gli altri non vedevano. Alto e magro ma con una resistenza sorprendente, camminava chilometri e chilometri in sentieri difficili e impetuosi.

Spuntava in quei luoghi, senza una dimora fissa, errante. Taceva sul suo passato. Andava senza meta, da una sosta all’altra, impassibile alla vita e ai pericoli, mangiando poco e dormendo sulle strade, in una penitenza lunga e difficile.

Antonio Maciel scendeva il sertão, attraversando la caatinga, penetrando i sentieri, accampandosi nei dintorni dei villaggi. Quando apparve le prime volte era da solo ma immediatamente il suo nome volò nei luoghi più lontani. E da parte a parte del sertão, in quell’immenso Paese di tanta miseria e tanta ricchezza, per tutte le strade della fame, correva il nome del Consigliere. Cangaceiros⁸ e jagunços⁹ violenti, pistoleri a pagamento, uomini che avevano perso la terra che coltivavano, lavoratori sfruttati nelle fazendas, vecchi e giovani, ammalati e storpi, arrivavano, riempiendo i sentieri, rubando per mangiare, marciando giorno e notte, cercando le sue orme.

Antonio Maciel, ancora giovane, impressionava fortemente l’immaginazione dei sertanejos. Passava, guardando altro, cercando altri luoghi, lasciandoli assorti, dominandoli senza volerlo. Divenne ben presto qualcosa di speciale per quelle persone semplici.

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