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La dimensione del senso

La dimensione del senso

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La dimensione del senso

Lunghezza:
323 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
22 mar 2016
ISBN:
9788892602229
Formato:
Libro

Descrizione

Al centro del libro c'è un interrogativo: qual è il significato della vita? E' una domanda antica, ma che continua ad essere centrale per l'uomo, nonostante i tentativi di facili visioni materialistiche che vorebero cancellare questo bisogno.

La vita non è riducibile a un fenomeno esclusivamente materiale, e lo scopo dell'esistenza umana a mera sopravvivenza. Il materialismo con la sua visione riduzionistica non appare in grado di dare risposte a interrogativi che, tuttavia, rimangono fondamentali per l'essere umano.

Questioni essenziali continuano a sfuggire a ogni tentativo di essere affrontate in modo unilaterale, la psiche non è riducibile a meri fenomeni fisici, il mistero del libero arbitrio non può essere negato. La complessità della natura umana non ammette descrizioni semplicistiche.

La via del razionale non può nullificare il bisogno di senso che ogni uomo sente dentro di sé, abbiamo bisogno di dare un significato al nostro percorso umano per non scivolare nell'accettazione dell'assurdità. La ricerca di senso esprime il bisogno umano di verità, ma che cos'è? Qualcosa che, nel profondo, dalla ragione non sembra farsi cogliere.

Il libro è come un viaggio attraverso il pensiero di scienziati, filosofi e teologi che hanno investigato sulla natura umana e sul significato della vita.
Editore:
Pubblicato:
22 mar 2016
ISBN:
9788892602229
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Libro

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Anteprima del libro

La dimensione del senso - Carmine Cifaldi

Tolstoj

Prefazione

Ci sono momenti in cui una sensazione di inquietudine ci prende, quasi senza apparente motivo. È qualcosa, di cui non riusciamo a cogliere le ragioni, domande emergono, sono domande a lungo sottaciute, che in certe circostanze sembrano non più evitabili. Tentiamo di sfuggire, ma non possiamo, hanno radici profonde, investono tutta la nostra esistenza, hanno qualcosa di numinoso. Sono interrogativi che, pur comuni ad ogni uomo, quando diventano nostri assumono un carattere d’urgenza.

Ci domandiamo, quasi come per necessità, quale direzione stia seguendo la nostra esistenza, quale sia il senso della nostra vita, anzi, se esiste un senso della vita. Non vi è aspetto della nostra esistenza che non ci conduca a riconsiderare le nostre certezze, le nostre idee e speranze, desideri e scopi. E, mentre cerchiamo conferme, invece, non troviamo che dubbi che incessantemente s’insinuano, sempre più potenti. 

È quel tempo in cui sospinti da una necessità di verità, entriamo in territori sconosciuti, pieni di domande a lungo evitate, o rimosse, in spazi popolati da interrogativi, è come compiere un viaggio in territori quasi dimenticati della nostra anima. 

Che cos’è la vita? Ci chiediamo di un senso e ci accorgiamo che cercare un significato non è un’esigenza astratta, ma è proprio della nostra natura umana mettere in discussione incessantemente la relazione stessa che ha con l’esistenza. È un’esigenza e qualcosa cui non possiamo sfuggire. 

Sentiamo il bisogno di guardarci indietro e ritorniamo a quel periodo in cui ogni cosa sembrava scorrere in modo naturale e la vita si dispiegava senza originare alcun dubbio.

Cerchiamo rassicurazione nel passato, ma sembra svanita quella sicurezza di un tempo, è come il sentir venire meno le fondamenta su cui poggiare la nostra esistenza.

Che cos’è la vita? Qual è il senso della nostra esistenza?

Delle mie domande e del cammino intrapreso attraverso i libri di molti scienziati, filosofi e teologi che hanno investigato intorno ai vari aspetti della natura e dell’essere umano, ho riportato, qui, le mie annotazioni, le riflessioni di un viaggio su quanto scienza, filosofia e religione hanno da dirci sugli enigmi della vita, in cerca di una verità rassicurante.

È un viaggio che attraversa i territori ignoti della nostra anima, è un avventurarsi nelle domande fondamentali che l’uomo si fa da sempre.

È un interrogarsi sul senso di questa esistenza. 

Così come in ogni viaggio c’è una separazione, anche in questo viaggio si realizza un distacco da noi stessi. Intraprendere un confronto con se stessi può rappresentare un andare verso l’ignoto, e l’incertezza può farci sentire spaesati, ma il viaggio ci può cambiare.

Ma c’è la speranza di ritrovare qualcosa dentro di noi in grado di ridare sostanza al tempo presente e di costituire motivo di vita, un senso che possa dare forza alla nostra esistenza. Niente è immutabile, in un viaggio tutto può cambiare, e anche noi. E c’è, nell’iniziare questo cammino, un bisogno di mantenere le tracce del viaggio. 

Da dove iniziare? Da domande cui la ragione non sembra saper rispondere.

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Introduzione

Ci interroghiamo, da sempre, sul significato della vita, sulla domanda che poneva Leibniz, perché c’è qualcosa, e non il niente?

Fu l’emergere della vita, necessità o contingenza? Da un incredibile e meraviglioso processo evoluzionistico è emerso un essere speciale, un essere cosciente.

L’emergere della coscienza è un fenomeno che continua a farci sussultare di stupore. Con l’emergere della coscienza l’uomo inizia a sentire di essere un individuo e a tracciare le relazioni con il suo essere, scopre il senso del sé. Ma chi è questo individuo? È un essere capace di riflettere su se stesso, di aprirsi al mondo e coglierne la realtà profonda, e in questo di determinare la sua storia. È un essere che si chiede del senso della sua esistenza.

La scienza ha conseguito importanti risultati nella conoscenza che ha dell’universo, tali da ritenere di poter estendere ragionamenti, che hanno avuto successo nello spiegare i fenomeni della materia, anche in altri campi. Nell’assunto che ogni cosa potesse essere comprensibile, ha tentato di assoggettare anche l’essere umano ai suoi modelli, pensando di poter racchiudere l’esserci nei suoi schemi. Ma in questo, evitando il confronto con aspetti fondamentali della vita, è spesso scivolata nelle pieghe di visioni facili, quelle che sembrano più a portata di mano, ma che tendono a nullificare ogni possibilità di dare un senso a questa esistenza.

La scienza persegue le sue indagini sospinta dall’impegno a descrivere come avvengono le cose; il materialismo, con il suo riduzionismo, ha tentato di fornire risposte sulla base dell’assunto che non vi può essere nulla al di fuori dell’universo fisico e tutto sia assoggettato alle leggi della fisica. Ma l’essere umano non è riducibile a sola materia, l’equazione uomo materia è solo una metafora, c’è qualcosa di speciale, la psiche, qualcosa che rende unico l’uomo tra gli esseri viventi, e il mondo della psiche non costituisce un aspetto della nostra vita, è la nostra vita. Come dalla materia sia sorto un qualcosa di non materiale, che ha piegato la materia stessa alla sua volontà, non sappiamo dirlo.

Ci poniamo domande sulla coscienza, domande alle quali abbiamo difficoltà a dare risposte, è un enigma che sopravvive a tutti i tentativi di spiegazione ma che rappresenta la centralità dell’essere umano e che al mistero della vita ci riporta immediatamente. E nella coscienza emerge la libertà dell’essere. Cercavamo di definire l’essere dell’uomo, in quanto condiziona l’apparizione del nulla e questo essere ci è apparso come libertà, dice Jean-Paul Sartre, solo lei ci fa sentire uomini, creature diverse, e da essa la somiglianza all’immagine divina si annuncia.

Cosa è la vita umana, se viene meno all’uomo la capacità di esercitare un certo grado di volontà e d’intenzionalità? L’esistenza umana stessa non può prescindere dalle attribuzioni di libero arbitrio, esse riflettono la capacità di un individuo dotato d’immaginazione, creatività e intuizione, di un individuo in grado di riflettere su se stesso, e, nella capacità di autodeterminarsi, di operare scelte e agire avendone consapevolezza.

Scienziati e filosofi sperano di avvicinarsi al mistero di questo individuo, così speciale e unico, ma i tentativi si dimostrano insoddisfacenti. Siamo abilissimi nel descrivere fenomeni e formulare ipotesi, ma sappiamo poco della vita, pochissimo delle cose essenziali.

La storia dell’uomo è relativamente breve e recente per l’universo e, anche se siamo in grado di leggerne le tracce e fare inferenze sul suo cammino, l’origine dell’uomo rimane un mistero, si perde nelle sue stesse tracce.

Le capacità di comprensione, da parte della scienza, si sono ampliate nel tempo, le teorie scientifiche si dimostrano in grado di descrivere i fenomeni e trovare i nessi di causalità. La scienza si muove nella convinzione di poter descrivere le leggi dell’universo, di poter controllare la natura e gestire la nostra esistenza.

La conoscenza umana si costituisce man mano su basi che, per loro stessa natura, sono precarie e che non autorizzano a semplicistiche forme di pensiero del tipo non c’è altro. C’è una pretesa di investigare un tutto di cui siamo parte e di credere ostinatamente di poter avvicinare il vero, ma è facile scivolare nella circolarità dei nostri ragionamenti. Le domande rimangono sospese e le risposte che ci diamo sono solo nostre congetture. Più la riflessione si spinge in avanti e più sentiamo che l’essenza sfugge, e allora diciamo che la vita c’è, è un’ovvietà. Le nostre capacità cognitive si devono arrendere di fronte al mistero.

Non si possono non tenere in considerazione i limiti stessi insiti nelle finalità delle scienze e nei suoi metodi e procedimenti matematici, limiti che sorgono nella tessitura stessa della loro logica.

Se riduciamo il significato dell’esistenza al fatto che gli esseri umani hanno come solo fine lottare per la sopravvivenza, allora dobbiamo accettare che tutto esista solo a causa o per favorire quest’obiettivo, ma è solo questo il senso? Anche se alcuni ritengono che ogni domanda sul senso non possa avere alcuna risposta o che certe questioni non debbano essere poste, tuttavia, non possiamo, come dice Heidegger, non riconoscere che continuiamo a porci, da sempre, le medesime domande sul nostro essere, che cosa è la vita? Ed è sempre circa il senso dell’essere che deve essere posto il problema.

Abbiamo un profondo bisogno di dare significato alla vita, per non scivolare nell’accettazione dell’assurdità.

La nostra richiesta di verità è domanda di senso; c’è, nella richiesta, la manifestazione di quello smarrimento che deriva dalla sensazione di muoverci in una realtà spesso incomprensibile e di sentirci soli in quest’universo, come sospesi nel mistero della vita.

Di fronte a una verità che dalla nostra ragione non si fa cogliere, solo una fede ci fa dire che una ragione c’è. In uno slancio di trascendenza, che permetta di superare i confini di un’esperienza fisica limitante, il senso si fa cogliere.

I

Che cos’è la vita?

Tutto, in natura, appare sostenersi mutuamente, in uno schema unico e partecipatorio, di cui sono partecipi esseri viventi e materia inanimata. Tutto appare mutuamente reggersi come in un tessuto nel cui ordito e nella cui trama si attua un’incredibile capacità di conservazione, ma anche di adattamento e creatività, di evoluzione e riorganizzazione.

In principio non c’era nulla, ma attraverso un lungo percorso, nonostante che le possibilità fossero quasi nulle, la vita si è aperta una strada e, attraverso un processo incessante di costruzione e di costante e continuo superamento di se stessa, si è affermata.

Ora una vita complessa e ricca nelle sue diverse forme si dispiega, ma che cos’è la vita? Questa era la domanda con cui Erwin Schrödinger apriva una serie di lezioni. A dispetto degli straordinari risultati della scienza, riuscire a racchiudere la nozione di vita entro schemi, o specificare esattamente quella cosa che distingue un essere vivente dalla materia inanimata, appare ancora un obiettivo lontano.

Anche se siamo in grado, in genere, di distinguere i viventi dalla materia inanimata, e c’è una generale concordanza sulle proprietà che li distinguono, la scienza non è stata in grado di dare una risposta esauriente a questa domanda e, come dice Freeman Dyson, già tracciare una linea di demarcazione tra vivente e non appare piuttosto arbitrario, è una questione non scientifica.

Se a livello atomico, scrive Howard Pattee, troviamo somiglianza tra materia inanimata e viventi, e se la vita è materia, anche essa deve seguire le leggi fisiche, allora quale è quella cosa che li distingue e che ne determina la differenza? Probabilmente nelle modalità cooperative che si manifestano all’interno della struttura di ogni essere.

In ogni individuo, nell’interagire con l’ambiente, si manifesta, secondo Jacques Monod, una profonda contraddizione; ogni organismo va incontro a trasformazioni continue, necessarie per consentire il suo mantenimento e adattamento, e i suoi atomi, pur obbedendo alle leggi fisiche ed essendo soggetti alle forze locali prodotte dagli atomi vicini, possono agire collettivamente in maniera che appare intenzionale e cooperativa su scale molto più grandi di quelle molecolari.

Cercare di distinguere il vivente partendo dalle manifestazioni in base alle quali noi riconosciamo un organismo come tale non appare un compito facile, l’elenco potrebbe essere troppo ampio, con il rischio di includere proprietà applicabili anche a sistemi non viventi, o eccessivamente restrittivo così da escludere certi viventi.

Non c’è un elenco di proprietà che rappresenti un insieme minimo, necessario e sufficiente, ogni tentativo appare vano, ci ritroviamo a ricondurre la definizione di vita alla constatazione della presenza di un insieme di processi chimici, metabolici e riproduttivi che riscontriamo nei viventi, ma questo costituisce solo una tautologia.

Anche se fossimo in grado di tracciare una linea di separazione tra gli esseri viventi e il resto, arriveremmo mai a isolare il principio della vita?

Non c’è, a livello molecolare, una semplice caratteristica che possa distinguere il vivente dal resto. Alcune proprietà appartengono agli aspetti funzionali o biochimici, altre si riferiscono alle caratteristiche termodinamiche dei sistemi, ma la comprensione di certe proprietà e meccanismi è tutt’altro che sufficiente, come dice Paul Davies, per fornire risposte esaurienti alla domanda su che cos’è la vita, perché living creatures literally have a life of their own. La vita resiste a tentativi di schematizzazione in termini fisici, è come se vi fosse qualcosa internamente, che conferisse a un complesso molecolare tutte quelle funzioni di cui riscontriamo, in ogni essere vivente, il manifestarsi.

Vivente è tutto quanto è costantemente impegnato a modificare se stesso e l’ambiente circostante; ogni organismo, dice Boncinelli, in generale, e l’essere umano in particolare, è un sistema altamente organizzato che organizza a sua volta incessantemente l’ambiente in cui vive. Tiene se stesso, e tiene il proprio mondo, in uno stato piuttosto lontano da quello d’equilibrio.

È un’entità fisica, limitata nel tempo e nello spazio, in cui si materializza uno schema di organizzazione, secondo specifici criteri definiti e controllati dal suo patrimonio genetico, capace di mantenersi tale, metabolizzando materia ed energia, di riprodursi ed evolvere.

La vita è come un vasto reticolo, ha una struttura granulare e discontinua, in essa si manifesta quella straordinaria capacità di coordinazione che permette alle molecole, tramite un sistema di controllo delle reazioni chimiche, di mantenerne l’integrità e uno stato ordinato, riproducendo lo schema strutturale. È l’interconnessione di un insieme di unità strutturali secondo certe relazioni, che conferiscono a un’entità materiale la capacità di svolgere le funzioni proprie di essere vivente.

Il maggior ostacolo, dice Maturana, nel capire l’organizzazione vivente sta nell’impossibilità di rendere conto di essa enumerando le sue proprietà; deve essere capita come unità. Un sistema vivente è un sistema vivente, perché è un sistema autopoietico nello spazio fisico, ed è un’unità nello spazio fisico perché è definito come unità in quello spazio da e attraverso la sua autopoiesi.

Che si tratti di organismi semplici o altamente complessi, le cellule sono tra di loro connesse tramite relazioni chimiche che assicurano il mantenimento di una struttura organizzata, secondo quel preciso schema, che costituisce l’organismo. In grado di dettare le proprie leggi, gli organismi sono capaci di separarsi, mediante le loro azioni, da uno sfondo, per acquisire autonomia, riprodursi ed evolvere trasmettendo alla progenie il loro contenuto genetico.

I sistemi viventi come esistono oggi sulla Terra sono caratterizzati dal metabolismo esoergonico, dalla crescita e dalla replicazione molecolare interna, il tutto organizzato in un processo circolare causale chiuso. Gli organismi sono autopoietici, cioè sono macchine biologiche che mantengono costanti le relazioni che le definiscono come autopoietiche, e, in quanto tali, specificano le relazioni della rete dei processi di produzione dei loro componenti. I sistemi autopoietici mantengono la loro individualità, attraverso un processo di autoproduzione che, nel subordinare ogni cambiamento al mantenimento dello schema di organizzazione, permette il rinnovamento, mantenendo nello stesso tempo l’organizzazione invariata. Tale capacità implica per ciascun vivente il compito di alimentarsi, affinché si attui quel complesso di reazioni chimiche necessarie a consentire di ricavare energia e materia dall’ambiente esterno.

Maturana afferma che la nozione di autopoiesi è necessaria e sufficiente per caratterizzare l’organizzazione dei sistemi viventi come sistemi chiusi che descrivono se stessi e che, in virtù della caratteristica di autopoiesi, si autoproducono continuamente mediante i loro stessi mezzi, costituendosi in produttori e prodotto allo stesso tempo. Quando l’autopoiesi viene meno, gli anelli di autoreferenzialità, che alimentano l’organizzazione, s’interrompono e si verifica la perdita di capacità dell’organismo di combattere contro l’incremento inesorabile dell’entropia, con l’ineluttabile ripiegarsi verso uno stato di equilibrio termico.

Come sistemi chiusi, capaci di metabolizzare, i viventi sono in grado di assicurare, tramite uno scambio continuo di materia ed energia con l’ambiente, uno stato interno stabile al cambiare delle condizioni esterne. È la regolazione di questo milieu interieur a costituire il presupposto e il fondamento della vita stessa, è la capacità di separarsi e mantenersi separati dall’ambiente ad assicurare il mantenimento dell’unità del vivente. Anche nell’organizzazione di cellule più elementari, la vita appare basata sul possesso di una capacità omeostatica, sufficiente a mantenere in uno stato stabile e quasi costante il bilancio chimico, nonostante un ambiente esterno che si modifica.

La ricerca dell’equilibrio interno orienta i comportamenti dell’organismo, fornendo la necessaria pressione a ideare e trovare le soluzioni necessarie per contrastare le forze esterne al fine di mantenere inalterato il suo stato interno. Il metabolismo rappresenta l’attività più basilare, costituisce una prima forma di libertà da una dimensione non più semplicemente deterministica, si esprime, in esso, il carattere ontologico della vita.

Unità, permanenza e diversità sono caratteristiche fondamentali della Vita. Ciò che è vivo è sempre individuale; per separarsi dal brodo molecolare in cui è immersa, una cellula deve in continuazione affermarsi come unità, stabilendo confini per separarsi da ciò che non è, confini che vengono costruiti mediante produzioni molecolari, le quali sono rese possibili, a loro volta, grazie alla presenza dei confini stessi.

Attraverso la riproduzione, la permanenza è assicurata, gli organismi provvedono a generare organismi simili a se stessi e, trasmettendo ai discendenti il proprio materiale ereditario, a perpetuare la specie. La capacità di mantenere, di generazione in generazione, inalterata la struttura dell’organismo richiede la trasmissione di un contenuto informativo che, anche per la forma più semplice di vita, appare di notevoli dimensioni.

A causa di processi di mutazione e ricombinazione genetica, la diversità si manifesta, il materiale ereditario trasmesso può risultare lievemente alterato, rispetto a quello originale, dando luogo a mutazioni, che accumulandosi nel tempo e nello spazio possono condurre alla formazione di organismi con caratteristiche strutturali e funzionali diverse da quelle di origine.

Vita è quel qualcosa che distingue gli esseri viventi dagli oggetti inanimati, ma indica anche uno stato dell’individuo in contrapposizione a quello di morte. Da un punto di vista fisico, la stessa distinzione tra lo stato di vita e di morte, a porre problemi, i processi della vita sono irreversibili, mentre le leggi della fisica sono simmetriche.

Dal punto di vista biologico la vita corrisponde a un insieme ordinato di molecole che si relazionano tra loro in modo cooperativo per assicurare il ciclo catalitico necessario a mantenere l’organismo vivo, mentre lo stato di morte corrisponde ad una situazione in cui le molecole si trovano in uno stato disordinato e, quindi, in uno stato di assenza di coordinazione e cooperazione.

In una cellula, ci sono sempre fluttuazioni che possono portare l’intera popolazione di molecole da uno stato all’altro; essendo le leggi fisiche simmetriche, la possibilità di transizione da disordine a ordine, e viceversa, è la medesima, ma non esiste una simmetria tra vita e morte, è la freccia termodinamica a segnare l’irreversibilità del passaggio tra i due stati.

La vita si regge sulla chiusura operativa di elementi a diversi livelli; nuove proprietà, non riscontrabili nelle singole parti costituenti, emergono nei sistemi, come effetto di una crescente complessità strutturale. Man mano, infatti, che i sistemi diventano complessi, emergono proprietà che secondo Stuart Kauffman non sono riducibili alla sola fisica.

A un certo punto, la vita si è fatta strada nel caos dell’universo. Varie ipotesi sono state avanzate sulla catena di eventi che potrebbero aver dato origine alla biogenesi e sui meccanismi che potrebbero aver consentito alla materia di autorganizzarsi.

È certo che questo passaggio si sia verificato nel rispetto delle leggi della fisica, in accordo a quelle della biochimica e ai principi di auto-organizzazione. Quando proviamo, tuttavia, a cercare di fare supposizioni sull’origine della vita, siamo sempre costretti a presumere l’esistenza di qualcos’altro, ci ritroviamo in un ragionamento circolare, e cos’è la vita non siamo in grado di dirlo. Se qualcuno partendo dall’indubitabile dato di fatto che il mondo esiste, diceva Werner Heisenberg, vuole dedurre la causa di tale esistenza, questa supposizione non contraddice in nessun punto la nostra conoscenza scientifica. Ma nessuno scienziato ha a disposizione anche un solo argomento, o qualsivoglia fatto, con il quale poter contraddire tale supposizione. Anche se si tratta poi di una causa che - come potrebbe essere altrimenti - va cercata al di fuori di questo nostro mondo tridimensionale.

Se tentiamo di ricondurre gli eventi alle loro cause prime, siamo costretti a risalire, tramite un processo di regressione, indietro nel tempo all’origine dell’universo, fino al Big Bang, ma questo momento zero è anch’esso un assunto, non siamo in grado di spiegarlo.

L’origine della vita ha rappresentato per la materia un salto ontologico, un momento di discontinuità nell’universo, che ha segnato una demarcazione netta nella storia del mondo. Against the tide, dice così Paul Davies, per porre l’accento sull’estrema improbabilità che da un regno inanimato e governato da leggi fisiche, che non sembravano lasciare possibilità alcune, potesse emergere qualcosa che noi chiamiamo essere vivente.

ll riduzionismo, che ha dominato il mondo scientifico negli ultimi secoli, ritiene che sia il meccanicismo il modello esplicativo della natura e, quindi, che anche ogni vivente possa essere considerato come una macchina e studiato usando i metodi della fisica. Per un riduzionista, la biologia o l’antropologia sono solo conseguenze. Non vi è dubbio che trattare gli organismi come macchine abbia consentito il raggiungimento di importanti e significativi risultati nella comprensione del loro funzionamento, di spiegare i fenomeni, attraverso metodologie di progressiva riduzione della complessità della natura a forme sempre più semplici, ma la biologia non può essere ridotta semplicemente a fisica. Non appare possibile accedere, attraverso lo studio dei mattoni, alla comprensione delle proprietà biologiche; il tutto è molto di più che la somma delle sue parti, nella riduzione si perdono, o non sono spiegabili, le funzioni che emergono con la struttura dell’organismo. Poiché qualsiasi programma riduzionista è basato sul presupposto che tutto si possa ridurre, se il processo di riduzione lascia fuori qualcosa, allora, risulta non adeguato.

Possono la chimica o la fisica darci la chiave di lettura della vita? Secondo una visione materialista, la vita deve essere spiegata in termini di processi fisici governati dalle leggi di natura, e così anche la sua comparsa, il passaggio da inanimato ad animato fu determinato dal formarsi di un agglomerato di composti chimici con un certo insieme di caratteristiche, quali una compartimentalizzazione in grado di separarlo dal mondo esterno e dargli una capacità di acquisire e scambiare energia.

Quando, sottoforma di un qualche insieme di istruzioni, riuscì ad essere trasmesso lo schema di legame chimico, cioè il piano organizzativo in grado di consentire l’attuazione della duplicazione dell’aggregato, in quel momento si originò la vita. Questo dovette presupporre che un contenuto informativo si originasse dal nulla e che, durante un processo evoluzionistico si accumulasse, passo dopo passo, come caratteristica collaterale del risultato di una casuale aggregazione di sostanze chimiche. Ma dalla materia, come può originarsi un contenuto informativo?

In un universo non ergodico, tra ciò che esiste e ciò che è avvenuto miliardi di anni fa non si può stabilire nessuna logica connessione; tra la proposizione descrittiva essere e quella prescrittiva dover essere esiste una sostanziale differenza che impedisce facili sostituzioni. Non possiamo dedurre un aspetto emergente "ought da is, come David Hume osservava, è un salto ontologico. L’evoluzione biologica, sia in termini epistemologici che ontologici, non può essere ridotta a fisica, l’esistente non è riducibile a ought".

Alla domanda "cos’è?", la vita appare, alla nostra comprensione, come un frattale in continuo allontanamento, che noi non possiamo cogliere, poiché la vita è, dice Martin Heidegger, essenzialmente accessibile solo nell’esserci, in quanto la nostra capacità di descrivere è su base empirica, si costituisce dall’osservazione del modo di essere dell’essere vita nel mondo.

Ogni interrogarsi sull’origine conduce inesorabilmente a domandarsi sul "perché della vita". L’obiettivo della vita, per un materialista, è essa stessa, per cui, in linea di principio, l’uomo non si distinguerebbe dagli animali, il senso della sua esistenza sulla Terra sarebbe soltanto quello di continuare il genere umano, creare i valori materiali per i discendenti.

La creazione della vita, dice Darwin, è riuscita quando essa si è ben adattata all’ambiente circostante in cui il suo vivere è inserito, per svolgere nel modo più efficiente le funzioni essenziali: nutrirsi e riprodursi. La vita è presente sulla Terra per sostenere se stessa tramite la sopravvivenza dei suoi organismi, per nutrirsi e riprodursi, in una finalità quasi antropomorfica.

Il problema del significato della vita sarebbe allora ridotto a uno pseudo problema, su cui è inutile discutere, è una questione che a priori già non può avere risposta, sarebbe un non

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