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Antropologia Culturale e Filosofica

Antropologia Culturale e Filosofica

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Antropologia Culturale e Filosofica

Lunghezza:
452 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
22 gen 2019
ISBN:
9788827868294
Formato:
Libro

Descrizione

L'opera tratta argomenti di Antropologia culturale e filosofiche, partendo dall'IO studiato dall'origine della storia dell'uomo dal punto di vista della preistoria e della psicoanalisi fino ad arrivare allo sbarco sulla luna: attraverso un arco temporale millenario scopriamo chi eravamo, come siamo divenuti, chi siamo, che ci fa riflettere orgogliosamente sulla nostra vita passata.

Si è ritenuto utile ricostruire la figura dell'uomo attraverso i contesti storici dell'evo antico, del medioevo, dell'era moderna e contemporanea, si è studiato l'uomo e le sue culture umane nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari e il loro adattarsi all'ambiente.
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22 gen 2019
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9788827868294
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Anteprima del libro

Antropologia Culturale e Filosofica - Gaspare Lombardo

umani.

PARTE PRIMA

ANTROPOLOGIA PREISTORICA E ANTICHITA’

CAPITOLO PRIMO LA NASCITA DELL’IO

1.- Psicoanalisi e preistoria

Volendo affrontare la trattazione delle origini della storia dell’uomo, la nascita e la formazione dell’io, terreno fertile sembra essersi trovato studiando tale tema-tica dal doppio punto di vista dello studioso di preistoria e della psicoanalisi

Grazie a tale progetto collaborativo sarà, dunque, possibile estrapolare sensi reconditi dalle varie forme grafiche rinvenute negli anni nelle loro multiformi espressività.

Peraltro risulta essere piuttosto interessante assumere queste angolazioni poiché volgendo lo sguardo al mondo preistorico restiamo consapevoli di volgerci verso un mondo che non ci appartiene più ma che è tuttavia a noi legato. Legame che comunque va compreso e interpretato poiché entrambi i settori, preistoria e psicoanalisi, assumono la consapevolezza di porsi davanti ad un inconoscibile o quasi.

Avvalendosi degli studi di preistoria ciò che salta immediatamente agli occhi è sicuramente l’affascinante mistero dell’evoluzione fisica che ha interessato in pri-ma istanza l’apparato locomotore con lo sviluppo della bipedia (dall’Australopiteco

all’Homo habilis⁵ all’Homo ergaster⁶).

Benché possa sembrare di poco conto attardarsi nell’analisi di questo evento evolutivo, esso presenta risvolti inattesi. Seguendo, infatti, Leroi – Gourhan sap-piamo che la bipedia ha aperto possibilità enormi per l’uomo.

A tal proposito è rilevante anche il contributo di S. Freud che, oltre a riserva-re un posto particolare alla concezione di pulsione indicante una potenza in mo-vimento che spinge verso una determinata azione, pone in rilievo le cause e le mi-gliorie conseguenti al raddrizzamento posturale (questo inerente a una rimo-zione delle sensazioni olfattive legate agli escrementi).

A tale tappa evolutiva ne è anche legata un’altra relativa alla creazione dell’utensile attribuito a Homo habilis e a ciò si associa uno stato evolutivo note-vole che consente, peraltro, una differenzazione maggiore dal regno animale fino a raggiungere livelli massimi in Homo Sapiens Sapiens con la fabbricazione di utensili e oggetti molto diversi, toccando così una nuova frontiera culturale che rivela uno scarto notevole rispetto all’istinto e all’ambiente.

Tale invenzione non può non rinviare alle condizioni dell’avvento del lin-guaggio e a ciò sono naturalmente legate anche le condizioni anatomiche che regi-strano notevoli sviluppi sempre a partire dall’Homo habilis. All’interno di tale tematica non va inoltre sottovalutata l’esperienza sociale e culturale, con ciò si fa riferimento all’acquisizione di ritmi regolari e ripetizione di fonemi che risultano essere favorevoli nel rapporto madre-figlio per le conquiste conoscitive del bam-bino

Ritmi e percussioni ritmiche che, secondo Leroi-Gourhan, rappresentano l’ingresso nell’umanità.

Segni ritmici che si inseriscono, in seguito anche a rinvenimenti di segni grafi-ci, nel periodo in cui Homo Neanderthalenis⁷ e Homo Sapiens Sapiens convivono, benché si tratti dell’epoca in cui l’uomo di Neanderthal scompare; scomparsa che è possibile ricollegarla al processo evolutivo culturale di cui sopra, che ha notevolmente preso il sopravvento sull’evoluzione biologica.

Va, infatti, precisato che benché l’Homo Neanderthalensis presentasse mo-dalità adattive biologiche notevoli, l’Homo Sapiens Sapiens⁸ presenta svilup-pi relativi al linguaggio e possibilità di aguzzare l’ingegno che gli permettono di so-pravvivere.

In tali ambiti e contesti storici si registra il diffondersi anche di rappresenta-zioni grafiche e con esse l’area dei processi di simbolizzazione che consente la creazione di simboli rappresentativi.

All’origine dell’esperienza artistica troviamo il dibattito fra diverse interpreta-zioni che propongono motivazioni differenti relativamente alla creazione artistica. Qui si inseriscono le ipotesi di Clottes-Lewis William che abbracciano una pro-spettiva neuropsicologia semplificatrice legando molte delle rappresentazioni a esperienze allucinatorie vissute da stregoni – sciamani, che inducono a vedere fi-gure di animali o umani e che possono anche diventare fantastiche e in seguito proiettate in rappresentazioni a esperienze allucinatorie vissute da stregoni- scia-mani, che inducono a vedere figure di animali o umani e che possono anche di-ventare fantastiche e in seguito proiettate in rappresentazioni grafiche. Ma non pochi furono gli studiosi che si opposero a tale linea interpretativa giudicandola scarsamente chiarificatrice dei significati delle rappresentazioni grafiche. La linea di demarcazione che consentirà una separazione dall’interpretazione appena esposta si situa, nel suo nucleo essenziale, nel senso diverso dato agli stati alluci-natori che mentre nel caso dell’interpretazione Clottes – Lewis Williams sostitui-scono percezioni mancanti, Gibeault- Uhl pensano a un processo allucinatorio che distanziando il mondo, consenta di rappresentarlo conferendo senso alla percezione. Assume in tal senso elevata sublimità l’analogia con l’esperienza mu-sicale proposta da Merleau – Ponty.

La concezione sciamanica di cui si parlava prima è legata ad una interpretazio-ne animistica del mondo che in sostanza è una mitologia, pertanto l’artista prei-storico diviene uno sciamano che in trance entra in contatto con l’altro mondo e rivela gli spiriti inglobati nella parete. Tuttavia si avrà modo di tornare sull’argomento nel prosieguo di tale lavoro.

Ritengo sia essenziale riflettere qui sul grande e affascinante mistero dell’inizio della civiltà che non può non essere messo in relazione con quanto detto sopra e quindi: avvalersi di padronanze tecniche, sviluppi cerebrali, evoluzione del lin-guaggio, mutamenti anatomici, predominio della mano, creazioni artistiche con le relative traslitterazioni da un codice all’altro, organizzazione controllo e riprodu-zione di emozioni, relazioni segno- significato, inducono a ritenere che sia stata una delle evoluzioni principe della storia umana quella dello sviluppo culturale grazie al quale le varie tecniche acquisite vennero inglobate dal desiderio di sim-bolizzare e a esso associare concezioni del mondo, determinando con ciò una vera nascita e prima formazione dell’io nonché i primi passi verso successive evo-luzioni.

1.1.- Tracce del nostro passato preistorico

Ma la commozione che noi uomini d’oggi proviamo davanti l’arte preisto-rica, a cosa è dovuta?

Probabilmente a causa di quelle tracce degli antenati che ci rivelano testimo-nianze fedeli del loro modo di funzionare sul piano effettivo ed emozionale. In tale viaggio, volendo seguire S. Freud siamo indotti ad analizzare quelle teorie sessuali infantili che spiegano i misteri delle origini e del divenire. Se a ciò asso-ciamo gli sviluppi legati alle grotte decorate saremo in grado di avere tra le mani un quadro più completo delle tematiche relative alle tracce dell’uomo, tracce del nostro passato preistorico. Da ciò è possibile derivare una evoluzione dello svi-luppo psico- affettivo passando per tre tappe.

La prima è costituita dalla neotenia e la dipendenza non solo relativa ai bisogni fisiologici ma anche di tipo linguistico e relazionale, così essenziali per lo sviluppo integrale dell’uomo. La seconda tappa ci conduce alle doppie fasi dello svilup-po sessuale e all’essenziale periodo di latenza che implica una modificazione del-le pulsioni sessuali, ambito notevolmente legato a modalità culturali e a possibilità di identificazione. Si conclude tale sviluppo con la continuità della vita sessuale.

A tutto ciò, Marie – Lise Roux, aggiunge il ruolo del padre che negli antenati preistorici difficilmente era riconosciuto come genitore ma oggi è universalmente noto quanto sia importante ed essenziale riconoscere ad esso un ruolo determi-nante ai fini del proficuo sviluppo effettivo e sociale; non possiamo qui non citare anche la proibizioni dell’incesto che tuttavia esiste già nei primati.

Arriviamo così alla natura delle proibizioni, quindi al bisogno di lasciare una traccia si associa anche quello di una sua trasformazione in modo da mutare gli istinti in pulsioni; pertanto ogni traccia dovrà comportare il passaggio attraverso un segno che servirà da legame in modo da evitare confusioni. Confusione impe-dita anche da quell’identificazione dell’uomo con l’animale che rivela la mesco-lanza fra la traccia e il suo mascheramento, in tal modo l’immagine viene ad esprimere l’ambivalenza dell’umano.

Visto che si ha la possibilità di avvalersi anche delle indagini preistoriche non si può adesso non interrogarsi sulla funzione dei sensi umani delle origini. L’importanza dello sguardo del bambino sulla madre e viceversa consente lo svi-luppo delle funzioni dell’Io, come evidenziato da F. Pasche che ricorda come l’investimento dello sguardo apporti un surplus al mero soddisfacimento del bi-sogno. Il tatto riveste importanza nel bisogno di possesso e ha quindi anche con-notazioni aggressive.

Da entrambi i segni ne viene fuori rafforzato il senso del legame che tuttavia è sempre minacciato dall’assenza, la morte. La rappresentazione cerca di supplire a tali minacce e da qui quindi, lo svilupparsi dell’arte e il monito a dare senso agli eventi, nonché il voler conservare la traccia dei legami dell’uomo. Quanto detto testimonia il desiderio e la capacità di pensare e organizzare il mondo.

Pertanto si capisce quanto essenziale risulta essere il rapporto con gli altri nel-la formazione dell’io, infatti il bambino cercando di raffigurarsi i rapporti e i le-gami che lo uniscono all’altro, diventa un umano.

Da quanto solo accennato si rende ben evidente quanto centrale sia il rappor-to dell’infante con la madre, colei che ha la capacità di identificarsi col figlio.

Qualora lo sviluppo infantile è sostenuto da cure costanti, anche le stimola-zioni che possono sfuggire al controllo materno potranno tuttavia essere compre-se dal piccolo, dando senso alla sua onnipotenza e sviluppando in futuro una spontaneità creativa.

Nel caso in cui, invece, si registri un eccesso di intrusione materna si assiste ad una costante presenza della madre che provvede sempre prima del necessario, sostituendo un suo gesto a quello del bambino, ed è qui che ritroviamo la madre in falso sé. Ciò è dipeso dall’incapacità della madre a presentire i bisogni del fi-glio, in tal caso ci si ritroverà davanti ad una madre che non è in connessione con il bambino ma con l’idea che ella ha dell’essere perfetta. Ne verrà fuori un bam-bino che non ha imparato a desiderare.

Nel caso in cui si registrano notevoli difficoltà con la maternità troveremo una madre ansiosissima capace solo di avvelenare e pervertire i cibi a causa dell’eccessiva tensione riversata in essi.

Saranno ben delineati, ma comunque non sempre definiti e certi, i futuri adulti usciti fuori da tali catalogazioni dei rapporti madre – bambino.

1.2.- Le arte delle caverne e lo spirito

Volendo comunque tornare ai nostri intenti iniziali sarebbe forse più indicato volersi soffermare a quelle grotte decorate dove l’uomo ha posto interrogativi su se stesso chiedendosi cosa sia.

Rivolgendo quindi lo sguardo alle prime rappresentazioni grafiche ci indiriz-zeremo al 35.000. Sarà qui possibile, infatti, rinvenire le concezioni del mondo e le credenze degli uomini preistorici.

Interessante si rivela il lavoro che tenta di operare una commistione profonda fra rappresentazione scelta e morfologia del luogo in cui essa si situa.

È davvero sorprendente e ci riempie di meraviglia constatare come quelle pa-reti adesso colme di rappresentazioni abbiano costituito per i preistorici, non semplici supporti di immagini ma qualcosa di ben diverso che poteva condurre a risvolti sconvolgenti.

Mirabile risulta essere il lavoro svolto da Georges Sauvet e Gilles Tosello nell’elencare e approfondire le classificazioni dei casi riscontrati, passando dalle linee di rilievo che inquadrano la figura come avvenuto nella grotta di Fontanet (Ariège) dove un bisonte è dipinto e delineato dalla morfologia rocciosa, alla so-stituzione o integrazione di un rilievo a un elemento anatomico costitutivo del sog-getto come per esempio avviene a Le Portel (Ariège) dove il sesso di un uomo è raffigurato da una escrescenza stalagmitica o il caso del bisonte nella grotta di Niaux (Ariège) il cui dorso segue il bordo della concavità. Si cita anche il caso in cui un rilievo naturale è trasformato, solo grazie ad alcuni tratti incisi, in un corpo femminile (Dordogna).

Per spiegare tutto ciò non può non accennarsi alla capacità di proiettare im-magini mentali sulle forme naturali, seguite comunque dal condizionamento cul-turale e quindi anche dei casi in cui l’uomo inventa certe situazioni. Fra tutte le forme che vengono fuori dalla parete è comunque necessario operare distin-zioni fra forme pregnanti in cui l’immagine si impone da sola come nel caso dell’uccello della grotta di Altxerri in cui l’uomo ha aggiunto ben poco e le forme discrete che consentono di porre maggiori interrogativi sulla scelta dei luoghi e sulle ragioni della loro esistenza come avviene in uno dei settori di Bedeilhac i cui ritrovamenti ci fanno ipotizzare un uso particolare del luogo forse rivestito d’un carattere sacro.

L’ultima categoria di tale lavoro è quella relativa alla disposizione legata a un accidente morfologico o topografico, è il caso per esempio del bisonte rosso so-pra una concavità della parete in cui sembra stia per cadere in una trappola (Le Portel – Ariège).

Anche riguardo i segni è possibile suddividerli secondo la classificazione pre-cedente benché alcuni sensi di grafie ci sfuggono completamente, ma si può sup-porre che i segni partecipassero al processo generale di uso dei rilievi.

Stesso discorso può essere applicato allo studio dell’arte mobiliare.

Nel primo tipo ritroviamo animali che camminano sul suolo formato dal bor-do della lastra rocciosa (es. placchette di calcare in Dordogna). Nel secondo tipo rientrano i ciottoli di calcare de La Madeleine, ogni lato reca un profilo di bisonte quasi da poterle definire statuette di animali.

Infine parliamo delle pietre figure che non mostrano interventi umani.

Alcuni esempi li ritroviamo nella grotta di Bedeilhac con placchette di arenarie che presentano rilievi naturali lavorati.

Il rapporto con tali reperti risulta essere proficuo per l’analisi relativa alle psi-cologie degli artisti primitivi benché non sempre univoche. Volendo entrare nei campi relativi alle religioni e alle credenze ci troviamo davanti i segni rituali, os-sia tracce di pigmenti che circondano le rappresentazioni a volte costituenti accu-muli di oggetti in luoghi circoscritti (es. grotta di Bedeilhac, Trois - Frères …).

Ma uno degli interrogativi essenziali ai fini della nostra ricerca è quello relativo ai motivi che potevano spingere l’uomo primitivo a rappresentare e a scegliere dei luoghi ben precisi per farlo e se qualche spirito abita in permanenza nelle materie inerti scelte. La risposta primaria che ne possiamo fornire è collegabile alla con-cezione animistica del mondo, popolando la natura di innumerevoli spiriti ai qua-li si rivolgono riti frequenti. Le grotte, in tale concezione, rivestono un ruolo es-senziale in quanto luoghi di passaggio dal mondo inferiore (dove regnano gli spi-riti) al mondo umano. Pertanto le forme animali che venivano fuori dalle pareti potevano benissimo essere considerate vere e proprie apparizioni degli spiriti.

A tale interpretazione ne possono seguire altre come, per esempio, quelle relative ai miti della Creazione che lasciano presupporre l’uso delle grotte come luoghi sacri ove compiere rituali relativi agli eventi primordiali. Possiamo anche avvicinarci al territorio della magia in cui l’uomo tenta di guadagnarsi i favori degli spiriti affidando a soggetti scelti (stregoni, sciamani, …) l’incarico di intercessori. Qui non si può non fare riferimento a quelle pratiche sciamaniche che peraltro furono anche proposte come interpretazione dell’arte paleolitica (Clot-tes/Williams) ma che non possono tuttavia rendere conto del carattere composito dell’arte delle caverne. Si preferisce, quindi, attenersi all’ipotesi di storie sacre e miti delle origini.

Da questo puntuale studio relativo alle rappresentazioni grafiche nelle sue molteplici forme, ciò che può sicuramente reputarsi essenziale, al di là del valore stesso che esso ha insito negli studi stessi di preistoria, è proprio la possibilità che oggi abbiamo di renderci conto e prendere coscienza di avere davanti un vero mondo-simbolo che rimane pur tuttavia enigmatico ma rivelatore di un sistema evolutivo rappresentativo e comunicativo davvero sorprendente.

Interessante il lavoro svolto da Francois Sacco che inizia proprio col ricono-scere la singolarità dell’essere che va costituendosi nel corso dei secoli e di cui ne abbiamo testimonianza grazie alle migliaia di firme che iniziano a proliferare a partire dal secolo XVII, conferendo e incrementando il cosiddetto spazio simbo-lico ricoperto dalle grotte decorate.

Ma è proprio l’insistere in questi luoghi che può svelarci effettivamente ciò che significa proprio nascita dell’Io, dell’aprirsi alla vita e dell’assegnare scopi e priorità ad essa; dunque la grotta può restituirci i contenuti psichici più antichi e trovare l’accordo tra l’identità psichica individuale e quella gruppale.

Fra tutte le rappresentazioni che riempiono le pareti delle grotte, dominano quelle di animali benché non tutti omogeneamente rappresentati. L’uomo è me-no rappresentato e ancor meno presentato di faccia. Si noterà, peraltro, che l’uomo può essere tratto come gli animali quasi a voler considerare l’arte del Paleolitico come un magna originale in cui tutti gli esseri si confondo-no(Lorblanchet).

In tutte le rappresentazioni esaminate nella grotta di Lascaux, gli animali sono rappresentati di profilo eccetto quella il cavallo nel Diverticolo dei felini, scena di combattimento che può essere associata a quella del pozzo in cui ne salta subito gli occhi, oltre la grandezza figurativa della scena e la mirabile fattura della figura del bisonte, la reciprocità della sofferenza. Sacco qui insiste molto nell’attenzione il senso della regola del profilo che potrebbe essere definita come tecnica de-scrittiva del racconto consentendo anche libertà di pensiero e forse considerabile come drammatizzazione della nascita della parola, visto che si tratta di una messa in scena che utilizza la distanza, necessaria all’evocazione parlata.

Per quanto concerne, invece, la frontalità non possiamo non accennare alle frontalità mascherate degli uomini, quasi una indeterminazione soggettiva rispetto al gruppale. Possono chiarirci le idee anche le analisi relative alle maschere qua-ternarie che, benché si tratti di veri camuffamenti, possono ben essere considera-te come associazioni di idee quasi a voler anche assicurare il contatto col mondo animale, custodendo il contatto con la natura. Ipotesi che potrebbe trovare con-ferma nel "Dio cornuto⁹" della grotta dei Trois – Frères che presenta un tronco umano e parte superiore animale. I tratti del volto, di ispirazione felina, ci ricordano appunto, l’appartenenza al mondo animale, l’indifferenziazione origi-naria.

In tale grotta si moltiplicano le rappresentazioni composite uomo – animale. Rappresentazione che ci danno chiara testimonianza di una vera figurazione di miti che narrano appunto dell’indifferenziazione originaria uomo – animale e ne-cessariamente di legami gruppali

Ma in tutto ciò come è possibile vedere l’apporto della psicanalisi? Francois Sacco ne dà risposte soddisfacenti precisando che la vita psichica, considerata come processo pulsionale che trova soddisfacimento con l’abolizione di uno stato di eccitamento grazie a un oggetto che diviene la ricerca dell’uomo, innesca ap-punto un lavoro di trasformazione instaurando l’oggetto comune e la caverna di-viene luogo rappresentativo di un pensiero gruppale che forma i miti. L’immagine ha la capacità di rendere la realtà esterna omogenea alla psiche e il concetto di imitare per essere è qui indicativo di quanto detto sul Dio cornuto in quanto rivelatore di quel funzionamento mentale che sollecita l’imitazione di quell’essere immaginario che appartiene al mito. La psiche ha saputo dotarsi di mezzi rappre-sentativi elaborati per far fronte all’eccitamento con la costituzione, appunto, di un oggetto psichico il quale ha assunto delle forme, che sono quelle di cui ne ab-biamo testimonianza oggi. Forme, che con il profilo rendono possibile il racconto, invece le rappresentazioni di faccia indicano la proibizione che colpisce la vista del volto. Infatti, il volto umano è sempre mascherato o trasformato in animale e in ciò è possibile intravedere quel tabù visivo relativo al volto come limite che è imposto al funzionamento psichico animico incline a imporre confusione e perdi-ta del gruppo. Ecco perché le trasformazioni corporee come figurazione di stre-goni divengono essenziali alla coesione del gruppo. Coesione espressa dalla sot-tomissione a un capo costitutivo da fantasmi inconsci di onnipotenza.

Tutto ciò non può essere slegato dalla considerazione dell’arte della caverna come arte del travestimento, affinchè si costituisca un racconto mitico. Tutte le fi-gurazioni mettono in evidenza procedure psichiche complesse che hanno bisogno dell’interprete (sciamani, …) che ne assicurano la conservazione e quei cambia-menti di cui si parlava per mantenere l’identità del gruppo che grazie alla costru-zione mitica riceve forza per accedere alla realtà.

Pertanto se ne ricava la possibilità di comprendere come da quell’evoluzione iniziale a cui si accennava si è passati a quelle capacità che la psiche si è data di costituire mediazioni figurative mitiche che danno senso all’origine, tema che ri-tornerà a proposito dei riti funebri.

Di notevole interesse vi è anche il lavoro svolto da Yvette Taborin sull’ornamento, che diviene quasi estensione del corpo, rilevabile nelle sepolture o nei luoghi abitati e dalle utilità e collocazioni svariate. È interessante rivolgere l’attenzione su tali oggetti poiché inglobano molteplice varianti che investono il campo delle credenze e dei significati dei primitivi. In questo, infatti, è possibile associare l’ornamento all’arte esistendo in esso un fondo tradizionale, ma forse qui è possibile rintracciarne l’originalità dei gruppi.

Fra i vari oggetti d’ornamento spiccano i denti d’animale. Tra questi i canini di volpe, facili da cacciare, su di essi si praticavano perforazioni talvolta anche inci-sioni; si ricordano, inoltre, i denti di cervo a proposito dei quali è possibile ipotiz-zare che il profilo di essi abbia ispirato gli artisti che hanno inventato il segno cla-viforme la cui variazione ci consegna il profilo femminile. Non presentano, inve-ce, forme suggestive gli incisivi di bovino e molto rara la presenza di incisivi di renna benché la loro perforazione sia un vero capolavoro di precisione.

Fra gli oggetti d’ornamento ricordiamo anche le conchiglie che forse in origi-ne svolgevano il ruolo di piccoli recipienti e solo in un secondo tempo esse veni-vano usate per montaggi di collane o braccialetti. Ciò che comunque suscita curio-sità è il ritrovamento di alcuni esemplari di esse a molti Km di distanza dal luogo d’origine e questo lascia presupporre l’esistenza di legami di solidarietà fra i vari gruppi.

Aprono molti spazi interpretativi, invece, le perle e i pendenti che rivelano mol-te delle invenzioni dell’artigiano creatore che lavora principalmente su osso e avo-rio e qui non possiamo non ricollegare il nostro lavoro a quello sviluppo di capa-cità mentali sviluppatosi a partire dall’inizio del Paleolitico Superiore.

Le perle vengono realizzate dall’avorio e formano collane e cordoni, stesso materiale è usato per i pendenti che nelle loro piccole dimensioni ricordano con-chiglie o denti talvolta decorati; nelle dimensioni lunghe possono presentare sce-ne incise (rappresentazioni di animali, segni geometrici) e grazie a ciò li si può as-sociare anche al linguaggio delle grotte decorate. Sono anche stati ritrovati pen-denti di forme varie che erano in stretta connessione con la loro futura disposi-zione sul corpo, ma una forma del tutto originale è quella circolare che dà vita alle rondelle spesso decorate (anche qui nella doppia variante di figurativo e segno geometrico) ad opera dei Magdaleniani che riescono a sviluppare enormemente l’arte mobiliare. Questi oggetti, come i pendenti lunghi, sono oggetti prestigiosi e si collocano nella doppia accezione di ornamento e/o oggetti d’arte.

Si ricorda, inoltre, l’osso ioide di cavallo che ricorda molto la testa di questo animale e che richiedeva quindi solo piccole incisioni sulla sua superficie.

Benchè non di piccole dimensioni e privi di inutilità funzionali (caratteristiche tipiche degli oggetti d’ornamento), hanno ricevuto arricchimenti simbolici sia i ba-stoni perforati che raddrizzavano le curvature delle punte di zagaglia, che i pro-pulsori capaci di migliorare l’efficacia del lancio. I bastoni perforati presentano decorazioni piuttosto elaborate e alcuni hanno addirittura estremità scolpite. I propulsori decuplicano la forza esercitata dal braccio e anche tale oggetto diviene supporto di decorazione. Questi oggetti, oltre all’indubbio valore utilitario sono portatori di sensi simbolici e si associano ai cosiddetti prolungamenti dell’uomo.

La figura animale, anche qui, regna incontrastata e ad essa si associano anche i segni geometrici.

Uno dei documenti più importanti nella classificazione dell’ornamento è co-stituito dalle sepolture che sono fortemente condizionate dalle posizioni geografi-che. Infatti, nei luoghi particolarmente lontani dal mare (es. Soungir-Russia) l’ornamento si otteneva solo in seguito ad un lavoro molto lungo sui materiali di cui si disponeva, a differenza invece delle zone prospicienti il mare (es. Liguria – Italia) in cui proliferavano le conchiglie.

La distribuzione sull’individuo è indizio importante da esaminare e anch’esso può rivelarci usi distinti. Infatti, il corpo e molte parti di esso si prestano molto ad accogliere oggetti d’ornamento, è il caso per esempio della testa o del petto ador-nati da diademi, collane, etc. Dall’analisi dei ritrovamenti se ne può evincere co-munque un uso ornamentale ben diverso da soggetto a soggetto benché non ci si può addentrare nello specifico relativo a sensi e significati ad esso attribuito.

L’ornamento delle statuette femminili è costituito, il più delle volte, da incisioni parallele che riguardano non solo la testa ma anche il petto o i polsi, o di elementi aggiunti. Esempi mirabili li si ritrovano soprattutto in Russia e in Ucraina.

La selezione relativa agli oggetti naturali diviene una vera e propria memoriz-zazione collettiva a tal punto che, in caso di mancanza di certi oggetti naturali, si cerca di evocarne le forme e collocarli nell’identica disposizione sul corpo. L’inizio della perennità delle scelte è opera degli Aurignaziani che presentano un elevato livello tecnologico e l’uso ornamentale rivela sicuramente l’esistenza di un contesto sociale proficuo capace di conferire senso e trasmetterlo a oggetti che si fanno portatori di bisogni, rapporti e posizioni sociali divenendo anche forme di linguaggio.

1.3.- L’immagine della sessualità

Affrontando la tematica relativa all’uomo e alla sua evoluzione non va sicura-mente tralasciato l’aspetto relativo alla sessualità che ne è strettamente legato. Qui non si può non fare cenno al corpo che nelle sue multiformi accezioni diviene immagine, inizio e protagonista delle arti figurative nelle loro molteplici esterna-zioni, intendendo inserire in essa anche l’arte dell’ornamento. Nell’Europa orien-tale verso il 25.000 si è registrata, infatti, una notevole produzione di piccole statue di donne non tutte con le medesime rese figurativi, alcune talvolta anche adornan-te. Alcune figure erano addirittura

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