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La scomparsa della vetta più alta d'Italia
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E-book180 pagine2 ore

La scomparsa della vetta più alta d'Italia

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Info su questo ebook

Nel 1827 fu presentata la prima carta topografica del Piemonte, allora Regno di Sardegna. Nel 1851 del Grand Rouvet con altezza 4900 m sul livello del mare non v’era più traccia.
Che fine ha fatto la vetta più alta d’Italia?
Una storia mai raccontata prima d’ora.
L’incredibile viaggio di due topografi, l’incontro con personaggi storici, la scoperta di meraviglie artistiche ormai perdute, l’amicizia di due uomini in apparenza diversi che un sogno unirà per sempre.
LinguaItaliano
Data di uscita25 gen 2019
ISBN9788894806649
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    Anteprima del libro

    La scomparsa della vetta più alta d'Italia - Chiara Davite

    CHIARA DAVITE

    CARLO SERRATI

    LA SCOMPARSA

    DELLA VETTA PIÙ ALTA

    D’ITALIA

    Una storia mai raccontata prima

    Indice

    Title Page

    Premessa

    1. Il PROCESSO (prima parte)

    2. CAMILLO BARBERIS

    3. EUGÈNE MONTEUX

    4. EUGÈNE MONTEUX E CAMILLO BARBERIS SI INCONTRANO

    5. COMINCIA IL VIAGGIO

    6. UN PITTORE DILETTANTE

    7. LE DIMENSIONI DI TORINO

    8. LA BRIGANTESSA

    9. LA MACCHINA DI CUGNOT

    10. L’ARMAMENTO

    11. USANDO IL CARRO

    12. Il PROCESSO (seconda e ultima parte)

    EPILOGO

    CANTIERE STORIOGRAFICO

    QUALCHE NOTA QUA E LÀ

    IMAGES SOURCES

    About the Authors

    Edizioni Il Vento Antico

    ISBN: 9788894806649

    I Edizione gennaio 2019

    Questo libro è stato realizzato e pubblicato da

    Edizioni Il Vento Antico

    www.ilventoanticoeditore.com

    info@ilventoanticoeditore.com

    Copyright © 2017 Chiara Davite & Carlo Serrati

    All rights reserved

    Serie

    I Romanzi

    Datemi una mappa,

    poi mostratemi quanto mi resta per conquistare il mondo

    (Christopher Marlowe)

    Litografia acquerellata

    (datata con piccolo stampo 1874)

    OGGETTO:

    Misurazione della montagna detta Grand Rouvet

    (come da iscrizione in italiano a matita blu sul retro)

    MEDIO: Litografia da lastra di pietra calcarea. Stampa su carta collata con gelatina di bue. Acquarellata in celeste e sabbia rosata. Rari tocchi di luce a gouache.

    DIMENSIONI: circa 10,6 x 7.4 o 27 x 19 cm.

    AUTORE: Sconosciuto

    PROVENIENZA: Mercat dels Encants. Barcellona

    Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

    Alla mia maestra,

    anima buona.

    Lei sa perché

    PREMESSA

    Tra il 1816 e il 1827 l’ufficiale riconoscitore del Corpo di Stato Maggiore Camillo Barberis e l’ingegnere disegnatore Eugène Monteux produssero la CARTA TOPOGRAFICA DEGLI STATI DI TERRA FERMA DI S.S.R.M. CARLO ALBERTO RE DI SARDEGNA.

    A lavoro ultimato la carta constava di 112 fogli disegnati finemente a penna, a più colori, e acquerellati con molta abilità artistica per la rappresentazione del rilievo orografico, reso invero con grandissima lucidità ed efficacia. Ogni foglio portava in calce l'indicazione della data in cui fu eseguita la ricognizione e la firma congiunta dell'ufficiale e dell’ingegnere disegnatore. Comprendeva tutti gli Stati Sardi in terraferma e cioè il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria, la Savoia e la Contea di Nizza.

    Da questo lavoro sul campo, reso disponibile nei mesi che seguirono allo stato militare e agli alpinisti di mestiere che ne fecero domanda, scaturì la Carta Topografica Ufficiale di cui fu decretata la pubblicazione solo nel 1851 in carta stampata, in italiano e in francese.

    Messe a confronto le due carte furono notate differenze più o meno sensibili secondo le diverse zone, tanto nella topografia quanto nella toponomastica. Alcune zone di alta montagna apparivano rappresentate in modo più stilizzato.

    Ma unica differenza di sostanziale rilievo era l’assenza nella regione del Moncenisio della vetta del Grand Rouvet con altezza 4900 m sul livello del mare.

    Questa è la storia della scomparsa della vetta più alta d’Italia.

    1. Il PROCESSO (prima parte)

    Il processo all’ufficiale Camillo Barberis e all’ingegnere Eugène Monteux iniziò la mattina del 2 aprile del 1829 e si concluse quattro giorni dopo, alle 18:45.

    Anche se si svolse a porte aperte, secondo le prescrizioni militari del tempo, l’esercito fece poca pubblicità all’accadimento per non pochi motivi di imbarazzo, come l’alta carica rivestita dagli imputati e l’innegabile qualità della prestazione svolta a cui molto poco avrebbe giovato uno scandalo, soprattutto per quanto riguardava il giudizio dei potenziali fruitori dell’opera.

    Per entrambi le accuse erano gravissime e infamanti e pesantissime potevano essere le conseguenze.

    Il cancelliere del processo verbalizzò, tra le altre cose, che in quei quattro giorni di una primavera appena iniziata il tempo fu mutevolissimo e ad ogni giornata fu possibile assistere ad un cambiamento di stagione: il primo giorno il clima era fresco, consono al periodo dell’anno, con rare nuvole nel cielo chiaro e, di quando in quando, un vento tiepido riscaldava l’aria.

    Il giorno successivo le temperature si erano decisamente rialzate tanto da lasciar pensare ad un’estate precoce e ben impiantata, con un cielo terso e caldo. Ma il dì seguente il tempo si era già guastato e un vento ben formato faceva da padrone, soffiando grosse nuvole e strappando petali e foglie dai viali alberati, compresa la via che conduceva al tribunale.

    Il giorno della sentenza, infine, le temperature erano scese decisamente sotto le medie registrate e un’improvvisa grandinata, al finire della giornata ancora illuminata, aveva imbiancato le strade, le piazze e i tetti di Torino con immagini proprie di un inverno inoltrato.

    Il padre di Camillo si era presentato con tutta la sua famiglia al completo o, almeno, con quello che era rimasto del lungo elenco di suoi fratelli e sorelle che non erano bastate due madri per partorirli tutti: i fratelli di primo letto, Paolinin, Emanuele, Filippo, Giacomo, Luigino, Teresa, Giovanna e Maria Rosa occupavano le prime panche accanto al padre mentre quelli nati dalle seconde e terze nozze erano schierati nei posti subito dietro. A guardarli tutti insieme, in silenzio e luce soffusa, vi sarebbe sembrato di essere entrati più in una sala per le consultazioni di qualche istituto religioso di clausura che in un’aula di tribunale.

    Vedendoli al suo ingresso, per Camillo fu un attimo riandare ai giorni della sua infanzia, delle lunghe estati verdi di sole brillante delle Langhe, quando stringendo in una mano quella legnosa dello zio Emanuele, assolutamente il preferito, e con l’altra una castagna d’India o una delle scarpe buone della zia Giovanna, abbandonata sotto un pioppo e promossa poi, da madre natura, in tana per i ghiri, andava a controllare il lavoro dei mezzadri nella Piana seminata a grano per poi risalire al Mondo e alle promesse dei suoi vigneti, arrivare al Bricco con alberi grondanti frutta e, da qua, sparire nel Bosco e correre nelle impronte lasciate dai caprioli e dai cinghiali tra noccioli e castagni.

    Ma la presenza per lui più potente era l’assenza della madre che Camillo immaginava a casa, nel salotto giallo, seduta sul suo divano di forma quasi regale, impreziosito dall’inserto centrale in legno intagliato e dorato, intenta a piangere silenziosamente tutte le sue lacrime e a consumare preghiere e speranze.

    Era presente anche il padre di Eugène, come sempre solo e vicino al figlio e, a differenza del padre di Camillo convinto che alla fine tutto si sarebbe chiarito e sarebbe stata opportunamente riconfermata la buona fede del proprio ragazzo, era semplicemente lì senza farsi domande o aspettarsi risposte al riguardo di colpe o verità che, in cuor suo, non giudicava necessarie.

    E il processo ebbe inizio mentre i cuori di Camillo ed Eugène battevano veloci e i loro pensieri correvano liberi come bambini, ripercorrendo ogni momento della loro straordinaria avventura nata come zampillo leggero di sorgente, per trasformarsi in torrente veloce di montagna e poi maestoso fiume di pianura in cui ogni elemento del paesaggio si scioglie e non ce n’è più per nessuno.

    2. CAMILLO BARBERIS

    Il padre di Camillo Barberis, Cesare Prospero Alessandro, nasce a Santo Stefano Belbo, un importante centro di fondovalle nelle Langhe, nel 1741 da una famiglia che viveva agiatamente grazie al raro mestiere di appaltatore di neve, provvedendo alla preparazione, conservazione e vendita della neve e del ghiaccio.

    Indirizzato alla carriera militare, visse per un lungo periodo in Sardegna, quando Carlo Emanuele III si arrese definitivamente al fatto di possedere l’isola e questa rassegnazione si tradusse in un impegno nuovo volto a modificarne le condizioni sociali economiche e culturali.

    Nell’ambito di questo entusiasmo rinnovatore Cesare Barberis, allora Sott’Ufficiale del Corpo Reale degli Ingegneri, nell'Armata Sabauda, là venne inviato giovanissimo con l’ordine di contrapporsi all’inscardinabile potere feudale che intrappolava l’isola o, almeno, di limitarne gli abusi.

    In particolare, il suo compito era di lavorare nel settore dell'istruzione e procedere alla riorganizzazione delle università e delle scuole secondarie. Appena trasferito stabilì l'obbligo dell'uso della lingua italiana, che avrebbe dovuto sostituire lo spagnolo castigliano nelle scuole e negli atti ufficiali.

    Era invece ritenuto un’impresa improba e forse inutile sradicare, o anche solo limitare, l’uso tra il popolo dei dialetti sardi, il campidanese e l’osticissimo logudorese, e di quelli corsi parlati al Nord dell’isola o del catalano che, imposto dai Gesuiti nei loro collegi, restava l’unico idioma della zona di Alghero. Queste erano le lingue con cui i Sardi imparavano a conoscere tutte le cose del mondo.

    Nel 1764 si operò per riaprire l'Università di Cagliari e l'anno dopo quella di Sassari, entrambe create nel corso del seicento sotto Filippo III e ridotte ormai in indicibile decadenza.

    Per risolvere il problema dello spopolamento creò nuovi centri abitati. Come già tempo prima era stato fondato il villaggio di Carloforte, con il trasferimento forzato di una parte degli abitanti di origine ligure dall’isola tunisina di Tabarka all'isola di San Pietro sulla costa sudoccidentale, nel 1771 il nostro fu nel manipolo che fondò un’altra colonia genovese, Calasetta, sulla punta più settentrionale dell’isola disabitata di Sant’Antioco, bene in vista di Carloforte.

    Figura 1 Statua di Carlo Emanuele III

    a Carloforte, 1901

    I pescatori di corallo di Tabarka e quelli di pesce che arrivarono da Pegli nel Genovesato crearono in quel braccio stretto di mare, la trappola più mortale del Mar Mediterraneo per i tonni in transito, ma anche la più redditizia per i Liguri insaziabili di pesci e danari.

    Ma ogni intervento legislativo e ogni concreta attività di ricostruzione per adeguare la vita dell'isola ai nostri secoli luminosi non incisero in profondità, anzi non scalfirono neanche la superficie, e nonostante la volontà e i proclami del Governo Sabaudo, ancora persisteva uno stato di arretratezza dovuta alla radicalizzazione opprimente del sistema feudale.

    Intanto i Cagliaritani iniziarono a chiedere al governo piemontese una gestione più autonoma, ma avendo ricevuto il più sprezzante diniego savoiardo insorsero e nel 1784 allontanarono tutti i Piemontesi da Cagliari, Alghero e Sassari.

    Molti furono i morti e moltissimi gli arresti, pochi i risultati e di brevissimo respiro, come spesso accade con moti, rivoluzioni e rivolte quando la spontaneità prende il sopravvento sulle idee e sui progetti.

    A questo punto, sfibrato e sfinito dalle lotte, in ansia per la sua sorte e con l’animo strizzato da una nostalgia forte della propria famiglia, dei profili delle colline e delle geometrie esatte delle vigne lassù nelle Langhe, Cesare Barberis chiese di poter tornare nelle proprie terre e lo scrisse in una lettera alla madre:

    "Cara Madre,

    ho finalmente ottenuto il permesso di tornare da Voi.

    Vi chiedo la gentilezza di trovarmi una sana figliola da maritare, che non sia troppo giovane né troppo vecchia, ancora in età da potere generare un figliolo, che desidero tanto.

    Che non sia troppo bella, né troppo ricca, per non avere fastidi, ma abbastanza passabile di aspetto da non provare vergogna nel presentarla in società.

    Fatemi la grazia di trovarne una di

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