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Il diario di Anna Frank

Il diario di Anna Frank

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Il diario di Anna Frank

Lunghezza:
370 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
18 lug 2018
ISBN:
9788892686717
Formato:
Libro

Descrizione

Anna Frank era un'adolescente ebrea che, durante la Seconda Guerra Mondiale, per sfuggire all'arresto dei nazi-fascisti tedeschi fu costretta a nascondersi insieme alla sua famiglia.

Si segregarono nell'attico di una vecchia casa ad Amsterdam.

Dopo più di due anni furono scoperti e deportati nei campi di concentramento e di sterminio, dove lei perse la vita dopo un'inumana sofferenza.

Il Diario che Anna scrisse durante il periodo trascorso in clandestinità la renderà famosa in tutto il mondo perché è divenuto una tangibile testimonianza della terribile e sanguinosa Shoah di cui lei stessa ne fu vittima.

Oltre alle cause e ai responsabili delle Leggi Razziali, questo libro rivela, tra l'altro, le atrocità subite e sofferte dalla giovane Anna durante l'internamento.
Editore:
Pubblicato:
18 lug 2018
ISBN:
9788892686717
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il diario di Anna Frank - Sergio Felleti

Se non per la propria fantasia, fu senz’altro per motivi di sicurezza che Anna Frank assegnò un nome fittizio, un pseudonimo a se stessa e ad ogni componente dei rifugiati.

UN DIARIO: IL REGALO PIU’ BELLO

Il 12 giugno 1942, un venerdì mattina, Anna si sveglia alle sei. Non succede spesso, ma oggi è comprensibile: è il suo compleanno. Oggi compie tredici anni.

Deve alzarsi; non può aspettare un minuto di più. Alle sette va in camera da letto del padre e della madre. Poi tutta la famiglia si ritrova in salotto per aprire i regali.

Quel giorno Anna ne riceverà moltissimi ma il regalo più bello è un diario che lei stessa ha scelto con la complicità del padre. Si tratta di un diario con la copertina di stoffa imbottita a quadretti rossi e bianchi.

Anna non aveva mai avuto un diario vero e proprio. Ha tante amiche ma con loro parla solo di cose comuni e superficiali. Quindi, subito decide che quel diario sarà la sua migliore e intima amica e quell'amica si chiamerà Kitty.

Immediatamente la prima pagina prende forma scrivendovi un proposito di vita e una speranza:

Spero che potrò confidarti tutto, come non ho ancora potuto fare con nessuno e spero mi sarai di grande conforto.

Quanto basta, si direbbe, per dare inizio a un segreto confronto con se stessi.

Sul lato interno della copertina andrà una sua foto, con a lato uno dei tanti suoi scherzosi commenti:

Carina questa foto, non ti pare?!

Due giorni dopo, domenica 14 giugno 1942, Anna inizia a scrivere il suo diario.

PREFAZIONE AL DIARIO DI ANNA

Il diario di Anna Frank ha inizio il 12 giugno 1942. In quella data la giovane Anna era ancora libera, la sua vita presentava ancora qualche rassomiglianza con la semplice vita quotidiana d'una qualunque ragazzina della sua età.

Siamo ad Amsterdam, l'Olanda è ormai in mano ai tedeschi da due anni e le S.S. vanno per le case cercando gli ebrei e altre minoranze etniche socialmente escluse da deportare nei ghetti e nei loro campi di sterminio.

Come si può costatare dai suoi manoscritti, nella letteratura Anna era geniale, oltre alla lingua olandese, tedesco, inglese e francese, a tredici anni appena compiuti conosceva e parlava con estrema naturalezza anche il linguaggio del popolo ebraico allora perseguitato.

Lei sapeva che a tutti gli ebrei, inclusi i suoi genitori, gli fu imposto di portare sui propri abiti la stella giudaica di Davide, che non potevano più frequentare alcuni negozi, locali, biblioteche e scuole pubbliche e che fu loro anche vietato di prendere il tram o altri mezzi pubblici.

Con l’inizio dell'invasione tedesca «i bei tempi sono finiti», scrive Anna nel suo diario; ma «finora per noi quattro è andato discretamente bene».

Fino al giugno del 1942, la guerra, le privazioni alimentari, i soldati tedeschi che comandavano nella propria città, il pericolo che era sempre in agguato e tante altre restrizioni sociali Anna poteva dimenticarseli e vivere abbastanza gioiosamente mangiando gelati, volteggiando con libertà in bicicletta, flirtando con i compagni e studiando la mitologia greca; fino al giorno in cui, nel tentativo di salvare la propria vita, tutta la famiglia Frank dovette trasferirsi nell'alloggio segreto e nascondersi dalla vita pubblica per sfuggire all’arresto e alla deportazione da parte dei tedeschi.

Dopo la lettura del diario di Anna e del breve epilogo che lo conclude, questo piccolo alloggio segreto con le sue scale e scalette, le stanze buie dai fitti tappeti e i massicci mobili d'ufficio mischiati alle masserizie, ci sta davanti con una forza ossessiva, come una grande trappola e una falsa speranza di libertà. Difatti, nessuno degli abitanti dell'alloggio segreto è riuscito a salvarsi.

Per due anni, la famiglia Frank, la famiglia Van Daan e il dentista Dussel vi hanno abitato senza uscirne mai, senza mai affacciarsi alle finestre. Furono visitati soltanto da alcuni fedeli amici, gli unici che conoscevano il segreto dello scaffale girevole che nascondeva la porta d’ingresso a quel vecchio attico. Questi confidenti erano pure i soli che dall'esterno portavano agli otto clandestini: cibo, bevande, libri e nuove notizie di speranza.

Anna e gli altri 7 rifugiati abitarono raschiando e cucinando patate, litigando e ascoltando la radio inglese, fra alternative di paura e speranza; ossessionati dalle privazioni alimentari quotidiane, dalla troppa noia, dai mille problemi che portano con sé una forzata clausura.

In quella lunga e tediosa attesa tra adulti snervati che un nulla fa trasalire, Anna venne a trovarsi con i propri intimi problemi di ragazzina adolescente che cresce fisicamente e che si trasforma psicologicamente. Inevitabilmente si sentì soffocare fra la mancanza d'aria libera e quei monotoni discorsi d'adulti.

Certamente trascorse dei momenti che si sentiva incompresa e abbandonata a se stessa, con la sua propria paura e la sua propria noia, fra il senso di fastidio, di inerzia e di insoddisfazione a causa della mancanza di interesse e della ripetizione monotona delle stesse azioni e timori che regnavano negli altri suoi coinquilini.

I significati dietro le frasi scritte nel diario

Nel suo diario, Anna geme insistentemente con quella voluttà di lamentarsi che è propria degli adolescenti, ora critica aspramente i sistemi di educazione dei suoi genitori: «non mi trattano mai in modo uguale». Ora è in rotta con i suoi e con gli altri abitanti dell'alloggio segreto, le sembra di odiare sua madre e ne è stupefatta, ora è di nuovo docile e allegra, di colpo è riconciliata con l'esistenza, torna a far parte della piccola comunità e il suo diario è di nuovo la fedele cronaca quotidiana, è il giornale di bordo di questa nave immobile nel centro di Amsterdam, che naufraga lentamente ma senza saperlo.

Anna ha un'intelligenza penetrante e precoce; un occhio critico a cui non sfugge nulla. Ha il dono dell'ironia, la facoltà di raccontare cogliendo le cose nella loro sostanza. Nelle sue mani, il diario diventa dunque lo specchio fedele della vita di questa piccola comunità in clausura: una comunità ben definita e riconoscibile in ogni suo particolare sociale, individuata con costante freschezza.

A nessuno è risparmiato l'aspro giudizio di Anna, eppure tutti appaiono nella loro sostanza umana più indifesa e pietosa, e li sentiamo così vicini a noi che a lungo li seguiamo col pensiero oltre le pagine del diario e nei campi di sterminio dove furono brutalmente uccisi.

Sono tutti olandesi ma di origine sono ebrei, inoltre, anche se non tutti gli ebrei sono colti e benestanti, alcuni d’essi hanno avuto in passato una vasta rete di affari, di conoscenze e di abitudini di vita piacevole e comoda. Peccato però che, né tale vezzosità e né il denaro hanno provveduto a ottenere quella sicurezza, quel senso di stabilità cieca e incrollabile che è propria di chi appartiene al loro stesso gruppo sociale, perché, pare che gli ebrei della Mittel-Europa hanno nel sangue il senso della persecuzione, del terreno malfermo e del pericolo.

Irrequieti e dolenti anche nei tempi sereni, essi si adattano con poca fatica alle condizioni più disagiate e pericolose; dolendosi si, ma senza stupore, ritrovando forse nelle loro più antiche memorie vetrine di negozi infrante, quartieri devastati e incendiati.

Ma questo adattamento alla miseria e al pericolo è nella famiglia di Anna e nei suoi amici Van Daan l'unica forza, perché essi hanno poi tutta l'infantilità, tutto il puerile attaccamento alle cose futili che è proprio di chi è stato spinto nel pericolo senza una vera coscienza responsabile e senza una fede certa. E l'insofferenza di Anna per quanti la circondano proviene forse proprio da questo, senza che lei stessa se ne renda conto chiaramente.

Lei, la sola bambina tra adulti, si sente in verità la sola adulta, la sola che in qualche modo si disponga a morire. La sola che cerchi nel pensiero della morte qualcosa che non sia puramente orrore o pena. La sola che cerchi di guardare oltre a sé, che spinga il proprio pensiero fuori della monotona vicenda di speranza e paura. La sola che cerchi nella propria storia un significato universale.

Il proprio Diario diede ad Anna una speranza che non si è avverata

Spesso, noi lo leggiamo il libro di Anna Frank tenendo sempre presente la sua tragica conclusione; senza soffermarci a quei precisi momenti, attimi e dettagli che vi son raccontati, ma guardando oltre, cercando sempre di figurarci il campo genocida di Bergen Belsen, dove Anna ha sofferto la fame, la sete, il freddo, la mancanza di igiene ed infine la devastante e contagiosa infezione Tifoidea prodotta da batteri, germi e vermi patogeni manifestatesi nel corpo di Anna e di sua sorella Margot con sensi di forte dolore, torpore, cefalea, diarrea incessante e febbre troppo alta e continua fino a togliere la vita ad entrambe.

Si, abbandonata dal mondo intero e vittima innocente di una guerra che non aveva richiesto, non voluta e che non le apparteneva, Anna morì dopo sette/otto mesi da che fu obbligata a trascorrere in quel campo demonico governato da animali perversi, soldati assetati di sangue umano e senza alcuna pietà e scrupolosità. Senza ottenere alcuna cura onde evitare che avvenisse il suo decesso Anna morì sofferente e in solitudine.

Certamente, immaginiamo che Anna sia deceduta, ricordando la pace che regnava nell'alloggio segreto, l'idillio sognante che ha avuto con il ragazzo Peter, i suoi gattini, le feste gioiose durante i compleanni, le sue care amiche Elli e Miep che fino all'ultimo han rischiato la vita per la salvezza di lei e dei suoi.

Mentre leggiamo il suo Diario, tutto questo e quant’altro ci sta davanti così come Anna deve averlo rievocato in quei suoi ultimi mesi di vita e nei due anni che soggiornò nell'alloggio segreto.

Come saranno riapparsi a lei e agli altri inquilini i momenti brutti di quel mattino dell’arresto, avvenuto ad Amsterdam nell’estate del 4 agosto 1944? E poi, il dover salire frettolosamente sul camion militare, in mezzo a quei soldati tedeschi armati fino ai denti e che non sorridono mai, ma che sanno solo uccidere chiunque a sangue freddo e urlare severamente da incutere paura e terrore: Steigen, schnell, schneller (Salite, svelti, più svelti).

Quei due anni strappati ai tedeschi e vissuti nel proprio nascondiglio a insaputa di tutti, per i nazisti possono sapere di frodo ma per gli otto inquilini sanno di sopravvivenza e di pace, e furono proprio quei due anni che consentirono ad Anna Frank di scrivere il suo diario!

«E' un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità.»

Queste frasi le scrisse Anna pochi giorni prima che i tedeschi irrompessero nel suo alloggio segreto. Sono pagine colme di parole come queste che fanno del suo diario qualcosa di più d'un semplice documento umano; sono frasi espressive come queste che ci fanno tornare a questo avvincente libro, e che ci fa vincere la pietosa emozione che ci dà l'innocente e garrula voce di Anna Frank a cui fu ingiustamente imposto il silenzio perenne.

Di questa voce, noi serbiamo nella memoria la vibrazione fiduciosa e serena, si, la bontà coraggiosa che ha superato la sua morte.

LA CAMERETTA DI ANNA NELL’ALLOGGIO SEGRETO

Attualmente. nell’ex rifugio segreto sito ad Amsterdam in Prinsengracht 263, non vi sono più i mobili originali, in quanto furono portati via dai nazisti della Gestapo dopo la cattura dei rifugiati. Tuttavia, rimangono molte tracce nella stanzetta dove dormì Anna, ad esempio, vi sono ancora le immagini autentiche delle stelle del cinema che lei stessa aveva incollato alle pareti l’11 luglio del 1942. Inoltre, per allungare il suo piccolo letto vi è la sedia (a destra della foto) che Anna dovette aggiungere per poggiarvi il suo cuscino. 1*)

L’INTERO DIARIO DI ANNA FRANK

Venerdì 12 giugno 1942.

«Spero che potrò confidarti ogni cosa che mi riguarda, come non l’ho ancora potuto fare con nessun’altro, fido che sarai per me il più grande sostegno».

Carina questa foto, non ti pare?!

Domenica, 14 giugno 1942.

Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei: logico, era il mio compleanno! Ma alle sei non mi era consentito d'alzarmi, e così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più trattenermi e andai in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi diede il benvenuto strusciandomi addosso la testolina.

Subito dopo le sette andai da papà e mamma e poi nel salotto per spacchettare i miei regalucci. Il primo che mi apparve fosti tu Diario, certo uno dei più belli fra i miei regali. Poi un bel mazzo di rose, una piantina carina, due rami di peonie: ecco i figli di Flora che quella mattina adornavano tutta la mia tavola; altri fiori ancora ne giunsero durante il giorno.

Da papà e mamma ebbi una numerosa quantità di cose, e anche i nostri numerosi conoscenti mi hanno veramente viziata. Fra l'altro ricevetti un gioco di società, molte ghiottonerie, della cioccolata, un puzzle, una bella spilla, la Camera Obscura di Hildebrand, le Leggende Olandesi di Joseph Cohen, le Vacanze di Montagna di Daisy, un libro straordinario e pure un gruzzolo di soldi, così che potrò comperarmi i Miti di Grecia e di Roma. Che bellezza!

Poi la mia amica Lies venne a prendermi e andammo a scuola. Durante l'intervallo offrii dei biscottini ai professori e ai compagni e poi ci rimettemmo a studiare. Ora devo smettere di scriverti. Oh Diario mio, ti trovo molto bello!

Lunedì, 15 giugno 1942.

Nel pomeriggio di domenica ho festeggiato il mio compleanno. Fu proiettato un film, Il guardiano del faro con Rin-tin-tin, che è piaciuto molto ai miei compagni di scuola. Ci divertimmo molto e tra noi c’era una perfetta familiarità.

C'erano molti ragazzi e ragazze. Mamma vuol sempre sapere chi sposerò. Non sospetta nemmeno che sia Peter Wessel, perché una volta con una gran faccia tosta sono riuscita a furia di chiacchiere a toglierle quell'idea dalla sua testa.

Lies Goosens e Sanne Houtman sono state per anni le mie migliori amiche. Poi ho conosciuto Jopie de Waal al Liceo ebraico. Ora è lei la mia migliore amica, e stiamo molto insieme. Lies è più legata ad un'altra sua amica e Sanne è passata in un'altra scuola, dove ha fatto nuove e belle amicizie.

Sabato, 20 giugno 1942.

Per alcuni giorni non ti ho scritto nulla, perché prima ho voluto riflettere un poco sull’idea d’avere un diario personale. Per una come me, scrivere un diario fa un effetto curioso. Non soltanto perché non l’ho mai scritto, ma perché mi sembra che più tardi né io né altri potremo trovare interessanti gli sfoghi di una scolaretta di tredici anni. Però, a dire il vero, non è di questo che si tratta; a me piace scrivere e soprattutto aprire il mio cuore su ogni sorta di cose, a fondo e completamente.

La carta è più paziente degli uomini; ripensavo dentro di me questa massima in una delle mie giornate un po' melanconiche mentre sedevo annoiata con la testa fra le mani, incerta se uscire o restare in casa, e finivo col rimanermene in casa a fantasticare.

Proprio così, la carta è paziente, e siccome non ho affatto intenzione di far poi leggere ad altri questo quaderno rilegato di cartone che porta il pomposo nome di Diario, salvo il caso che mi capiti un giorno di trovare un vero amico o una vera amica che siano veramente l'amico o l'amica, così la faccenda non riguarda che me. Eccomi al punto da cui ha preso origine quest'idea del diario: io non ho una vera amica. Per essere più chiara debbo aggiungere una spiegazione, giacché nessuno deve credere che una ragazza di tredici anni sia sola al mondo.

Neppur questo è vero: ho dei cari genitori e una sorella di sedici anni; conosco, tutto sommato, una trentina di ragazze, di alcune delle quali potresti dire che sono mie amiche. Ho un corteo di adoratori che mi guardano negli occhi e, se non possono fare altrimenti, in classe cercano di afferrare la mia immagine servendosi anche di uno specchietto tascabile. Ho dei parenti, care zie e cari zii e un buon ambiente familiare; no, apparentemente non mi manca nulla, salvo l'amica.

Con nessuno dei miei conoscenti posso chiacchiere liberamente, né parlar d'altro che dei piccoli fatti quotidiani. Non c'è altro modo di diventare più intimi, ecco il punto. Forse questa mancanza di confidenza è colpa mia; comunque è una realtà, ed è un peccato non poterci far nulla.

Perciò questo diario. Allo scopo di dar maggior rilievo alla mia fantasia all'idea di un'amica lungamente attesa, non mi limiterò a scrivere i fatti nel diario, come farebbe qualunque altro, ma farò del diario l'amica, e l'amica si chiamerà Kitty.

Perché la finzione del mio racconto a Kitty non sembri troppo spinta e grossolana, bisogna che prima racconti brevemente la storia della mia vita, sebbene a malincuore.

Mio padre aveva trentasei anni quando sposò mia madre che ne aveva venticinque. Mia sorella Margot nacque nel 1926 a Francoforte sul Meno; venni poi io il 12 giugno 1929, e siccome siamo ebrei puri, nel 1933 emigrammo in Olanda, dove mio padre fu assunto come direttore della Travies N. V. Questa è in stretta relazione con la ditta Kolen E C., che ha sede nello stesso edificio, e di cui papà è socio. La nostra vita è trascorsa in un'inevitabile ansia, perché una parte della famiglia è rimasta in Germania è non fu risparmiata dalle Leggi antisemitiche di Hitler. Nel 1938, dopo i Pogrom (1), i miei due zii, fratelli di mia madre, fuggirono, e si salvarono rimanendo negli Stati Uniti. La mia vecchia nonna venne da noi ad Amsterdam: aveva allora settantatré anni.

I bei tempi finirono nel maggio 1940; prima iniziò la guerra, la capitolazione (2) e l'invasione tedesca, ma poi cominciarono le sventure per noi ebrei. Le Leggi antisemitiche erano attuate e si susseguivano l'una dopo l'altra. Gli ebrei dovettero portare la stella giudaica sugli abiti. Gli ebrei dovettero consegnare le biciclette. Agli ebrei fu vietato salire in tram, gli ebrei non possono più viaggiare in auto. E’ vietato agli ebrei fare acquisti fra le tre e le cinque, e soltanto dove sta scritto bottega ebraica. Gli ebrei dopo le otto di sera non possono essere per strada, né trattenersi nel loro giardino o in quello di conoscenti. E’ vietato agli ebrei andare a teatro, al cinema o in altri luoghi di divertimento, gli ebrei non possono praticare sport all'aperto, ossia non possono frequentare piscine, campi di tennis o di hockey, eccetera. Gli ebrei non possono nemmeno andare a casa di cristiani. Gli studenti ebrei possono frequentare soltanto scuole ebraiche. E una quantità ancora di limitazioni del genere.

Così trascorreva la nostra piccola vita quotidiana, e questo non si poteva e quello non si doveva. La mia amica Jopie è sempre contro di me, e mi ripete: «Non posso far niente con te, perché ho paura che non sia permesso». La nostra libertà è dunque assai ridotta, ma si può ancora resistere.

Mia nonna morì nel gennaio 1942: nessuno sa quanto io pensi a lei e quanto ancora le voglia bene.

Fin dal 1934 sono entrata nel giardino d'infanzia della scuola Montessori, e ho poi continuato a studiare in quello stesso istituto. Nella Sesta B ebbi come insegnante la direttrice, la signora K.: alla fine dell'anno dovemmo separarci, eravamo molto commosse e piangevamo tutt'e due.

Nel 1941 mia sorella Margot e io fummo trasferite al Liceo ebraico, lei in quarta e io in prima. Finora a noi quattro è andata discretamente bene. Ed eccomi giunta alla data d'oggi.

Sabato, 20 giugno 1942.

Cara Kitty,

comincio col dirti che c'è qui una calma gradevole: papà e mamma sono fuori e Margot con le sue compagne è andata a giocare a ping-pong da un'amica. Anch'io, da qualche tempo, gioco molto a ping-pong.

Siccome a noi ping-ponghiste, piacciono molto i gelati, soprattutto d'estate, e il ping-pong fa venir caldo, il gioco finisce quasi sempre con una spedizione dal più vicino gelataio aperto agli ebrei, cioè da Delphi o da Oase. E' un pezzo che non abbiamo più bisogno di tirar fuori di tasca il portamonete con i soldi: il gelataio Oase è di solito tanto affollato che nella estesa cerchia dei nostri conoscenti si trova sempre qualche signore generoso, o qualche ammiratore, pronto a offrirci più gelati di quanti potremmo sorbirne in una settimana.

Penso che sarai un po' stupita a sentirmi parlare di ammiratori, giovane come sono. Ahimè, è un guaio che da noi a scuola sembra inevitabile. Se un ragazzo mi chiede di accompagnarmi a casa in bicicletta e poi attacca discorso, posso esser certa che costui, nove volte su dieci, ha la brutta abitudine di infiammarsi, e non mi toglierà più gli occhi di dosso. Dopo un po' di tempo la cotta sbollisce, soprattutto perché io non so che farmene di sguardi infuocati e non esito a pedalare via allegramente. Talvolta, quando la faccenda diventa un po' troppo spinta, e si comincia a parlare di chiedere a papà o di simili sciocchezze, mi metto a sterzare con la bicicletta, poi faccio cadere la borsa dei libri, e il giovanotto per educazione è costretto a scendere per raccogliermela; io ne approfitto allora per cambiare discorso.

Questi ragazzi sono ancora i più innocenti, perché c'è qualcuno che ti spedisce baci con la mano o che cerca di prenderti per un braccio e accarezzarlo, ma senz'altro sbaglia indirizzo. Io scendo dalla bicicletta e rifiuto di rimanere oltre in sua compagnia, oppure faccio l'offesa e gli dico chiaro e tondo di lasciarmi stare e di andarsene a casa. Ecco, le basi della nostra amicizia sono poste, a domani!

La tua Anna.

Domenica, 21 giugno 1942.

Cara Kitty,

nella mia classe Prima B tremano tutti: sta per riunirsi il consiglio dei professori. Metà dei miei compagni non sanno se saranno bocciati o promossi, e fanno delle scommesse. Miep de Jong e io ce la ridiamo di gusto dei nostri due vicini di banco che hanno scommesso tutto il loro gruzzolo delle vacanze. Tu passerai, No, , e così dalla mattina alla sera.

Gli sguardi di Miep, che implorano silenzio, e i miei maligni insulti non riescono a riportare i due alla calma. Secondo me un quarto della classe dovrebbe esser bocciato (ci son tanti somari!), ma i professori sono le persone più capricciose che esistano, e forse, una volta tanto, saranno capricciosi in senso buono. Per le mie amiche e per me non ho tanta paura, dovremmo cavarcela. Soltanto per la matematica sono incerta. Insomma, staremo a vedere. E intanto ci facciamo coraggio l'una con l'altra.

Coi miei insegnanti mi trovo bene; sono nove in tutto, sette professori e due professoresse. Il vecchio Kepler, di matematica, da parecchio tempo ce l'aveva con me, perché chiacchieravo troppo; dopo molte ammonizioni mi appioppò un penso: dovevo fare un componimento sul tema Una pettegola. Una pettegola? Cosa scriverci su? Ma c'era tempo per pensarci; dopo averne preso nota rimisi il quaderno nella borsa e cercai di stare tranquilla.

La sera, a casa, quando ebbi terminato tutti gli altri compiti, posi gli occhi sul tema di quel componimento. Rosicchiando la mia stilografica cominciai a pensarci su: iniziai a scribacchiare le solite cose e a distanziare molto le parole per tirarla in lungo sono buoni tutti, ma il bello era trovare una dimostrazione, decisiva, delle necessità di chiacchierare.

Pensa e ripensa, mi venne un'idea, riempii le tre prescritte facciate, ed ecco fatto. Addussi come argomento che il chiacchierare è femminile, che io avrei bensì fatto del mio meglio per limitarmi un poco, ma che non avrei mai disimparato, perché mia madre chiacchierava come me, se non di più, e coi caratteri ereditari c'è poco da fare.

Il professor Kepler dovette rider molto dei miei argomenti, ma siccome nella lezione seguente continuai a chiacchierare per tutta l'ora, mi assegnò un secondo componimento. Questa volta il tema era L'incorreggibile pettegola. Anche questo gli consegnai e per

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