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Filottete
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E-book65 pagine39 minuti

Filottete

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Info su questo ebook

Sofocle (496 a.c. - 406 a.c.) fu forse, tra i grandi tragici, il più amato dal suo pubblico. Ebbe subito grande successo e lo conservò anche dopo l'affermarsi del giovane Euripide. Nacque da ricca famiglia e ricevette un'educazione raffinata; fu musicista e attore prima che poeta. Partecipò attivamente alla vita pubblica di Atene, con cariche importanti. Seguace di Pericle, fu due volte stratego e fu eletto nel collegio straordinario dei sei magistrati che resse la città dopo il disastro di Sicilia (413 a.C); nel 411 fu tra i chiamati a stabilire una nuova costituzione. Ebbe anche incarichi di natura religiosa.
Il Filottete, per la prima volta rappresentato ad Atene nel 409 a.C., è un'opera della piena maturità del poeta. La vicenda narrata (un episodio del mito che si colloca al termine della guerra di Troia) diviene, nelle mani di Sofocle, uno strumento per indagare i misteri della provvidenza divina e quelli del dolore umano.
LinguaItaliano
Data di uscita22 dic 2018
ISBN9788829580842
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    Filottete - Sofocle

    FILOTTETE

    Sofocle

    Traduzione di Felice Bellotti

    © 2018 Sinapsi Editore

    PERSONAGGI

    ULISSE.

    NEOTTOLEMO.

    CORO DI GRECI.

    FILOTTETE.

    UN MARINAJO CHE NON PARLA.

    UN ALTRO MARINAJO CHE NON PARLA.

    ERCOLE.

    SEGUACI DI NEOTTOLEMO.

    Scena, una spiaggia dell'isola Lenno con monti e grotta nel fondo.

    ULISSE, NEOTTOLEMO e i suoi seguaci.

    ULISSE.      Sì; questa è l'erma inabitata costa

    Della cinta dal Mar Lenno, dov'io,

    O del più forte in fra gli Elleni Achille

    Nëottolemo figlio,  esposi un giorno,

    Per commando de' re, quel Melïense

    Di Peante figliuolo, a cui dal piede

    Gemea l'umor di corrodente piaga.

    Ei nè libar, nè sagrificio in pace

    Far ne lasciava, e tutta ognor l'armata

    Funestava d'acerbe infauste grida,

    Sospirando, sclamando. Ma che giova

    Ciò narrar? Di parole or non è tempo,

    Sì che intanto colui la mia venuta

    Non risappia, e gittato io m'abbia il frutto

    Dell'artificio, onde ghermirlo intendo.

    Dar mano all'opra a te s'aspetta, e pria

    Qua d'intorno indagar dove nel monte

    V'è traforato a doppia foce un antro,

    Tal che il Sol da due parti entra nel verno

    A intepidirlo, e nell'estate l'aura

    Passa fuor fuora, e vi conduce il sonno.

    E un po' di sotto a manca man vedrai,

    Se ancor vi scorre, un fonte. Cheto cheto

    Vanne in cerca, e segnai fammi se il loco

    È qua presso, o non è; chè il resto poi

    Io dirti possa, e tu l'ascolti, e l'opra

    Per ambo uniti indi pervenga a fine.

    NEOT.      (avviatosi su 'l monte)

    Non lunga inchiesta or m'imponevi, Ulisse.

    Già vederlo mi par l'antro che dici.

    ULISSE.      Su nell'alto, o nel basso? Io non discerno.

    NEOT.      Quassù; ma calpestío d'uom non si sente.

    ULISSE.      Guarda, non forse entro ei vi sia prosteso

    Nel sonno.

    NEOT.      Veggo un abituro vuoto,

    Senz'uom veruno.

    ULISSE.      E non v'è dentro un qualche

    Domestico utensile?

    NEOT.      Evvi di frondi

    Come un letto per uom che vi si corchi.

    ULISSE.      Spoglio il resto di tutto? altro non havvi?

    NEOT.      Una ciotola ancor di grezzo legno,

    Opra di rozzo fabro... e queste ancora

    Selci focaje.

    ULISSE.      È il suo corredo appunto.

    NEOT.      Doh doh! cenci di putre umor grondanti

    Pendon quinci a sciugarsi.

    ULISSE.      Ei quivi al certo

    Ha soggiorno, e lontano or non s'aggira;

    Chè d'antico malore infermo il piede,

    Come andarne può lunge? Ito egli è forse

    Alla cerca di cibo, o dove ei sappia

    Costà presso erba o fronda alleviatrice

    De' suoi dolori. Or tu questo sergente

    Manda intorno a guardar, sì che improviso

    Non mi colga colui; chè me vorrebbe,

    Me solo aver più che gli Argivi tutti.

    NEOT.      (scende dal monte, e parla ad uno del suo séguito)

    Ecco, ei va: custodito il passo fia.

    Franco a dir ciò che vuoi dunque riprendi.

    ULISSE.      Figlio d'Achille, or si convien che forte

    Sii nell'opra, a cui vieni; e non sol forte

    Del braccio, no; ma s'anco udrai tal cosa

    Per te nuova, e che pria mai non udisti,

    Farla; chè mio secondator qui sei.

    NEOT.      Che m'imporrai?

    ULISSE.      Di Filottete è d'uopo

    Che con accorto ragionar t'adopri

    Ad aggirar la mente. Ov'ei ti chiegga

    D'onde vieni, e chi sei, — Figlio d'Achille, —

    Risponderai; chè in ciò mentir non giova.

    Poi di' che alle tue case or tu veleggi,

    Abbandonando degli Achei l'armata,

    Pien d'acerbo rancor, che supplicanti

    Quelli a trarti venian dal patrio tetto,

    Unico mezzo

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