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Obscuria: Horror italiano - Halloween Edition

Obscuria: Horror italiano - Halloween Edition

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Obscuria: Horror italiano - Halloween Edition

Lunghezza:
382 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
2 dic 2018
ISBN:
9788868103620
Formato:
Libro

Descrizione

Conoscete già le creature del male. 
Sapete come agiscono, in quale angoli oscuri dei vostri incubi si nascondono.
Siete pronti ad affrontarle, non avete paura.
Ma attenti, state per entrare in una dimensione plasmata dalle storie di 22 autori italiani tra i più esperti nel raccontare la paura.
State per entrare nel luogo dove l’impossibile è possibile.
State per entrare in Obscuria.
E forse non potrete più uscirne.
Autori:
Cristiana Astori, Danilo Arona, Andrea Carlo Cappi, Roberto Carboni, Marco Carosi, Alessandro Chiometti, Diego Collaveri, Stefano Di Marino, Federica Gaspari, Olga Gnecchi, Claudio Guerra, Andrea Guglielmino, Enrico Luceri, Sara Magnoli, Gianluca Morozzi, Fabio Mundadori, Luca Occhi, Catia Pieragostini, Biagio Proietti, Gianfranco Staltari, Simona Teodori, Giada Trebeschi
Editore:
Pubblicato:
2 dic 2018
ISBN:
9788868103620
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Obscuria - autori vari

Obscuria

Horror italiano

Prima Edizione Ebook 2018 © Damster Edizioni, Modena

ISBN: 9788868103620

Copertina

Progetto grafico

Massimo Casarini e Fabio Mundadori

Damster Edizioni è un marchio editoriale

Edizioni del Loggione S.r.l.

Via Paolo Ferrari 51/c - 41121 Modena

http://www.damster.it  e-mail: damster@damster.it

OBSCURIA

Horror italiano

Racconti

INDICE

TEMA PER UN WESTERN IMMAGINARIO

LA NOTTE DEI POETI ESTINTI

AMARANTO

NONNO

IO SONO CICLONE

L’ODORE DELL’ARTEMISIA

L’OSPEDALE DEI CORVI

PADRE NOSTRO

UOVA

DALL’ALTO DELLE TORRI

STAUROFOBIA

LA STANZA DEL PIANO DI SOPRA

REDROOM

QUATTROCENTOMILA ANNI

TRAIN TO LUCCA

IL PORTATORE

HO PAURA

Il VIAGGIO

IL VECCHIO ALBERGO

I CORVI

COME UNO SPECCHIO NERO

GLI AUTORI

COMMA21 la collana

TEMA PER UN WESTERN IMMAGINARIO

di Danilo Arona

Un piccolo aeroporto privato distrutto dalla furia del plastico. La torre di controllo squarciata a metà. Scheletri di apparecchiature divelte e cristalli disintegrati. Sulla pista le forme indecifrabili di due Chessna anneriti dal fuoco.

Di giorno il paesaggio, a pochi chilometri da Mirafiori nord, appariva soltanto squallido e deprimente. Ma ora, con la notte che stava sconfiggendo il grigiore del crepuscolo, i tetti devastati dai roghi e le antenne curvate dal calore delle esplosioni ritrovavano il loro significato estetico in un territorio angosciante che teneva lontano qualsiasi persona di buon senso.

Fantasmi.

Casone non aveva paura della notte. A quarant’anni suonati e mal portati (pochi capelli, l’andatura claudicante per colpa di un menisco rotto e mai curato), non escludeva a priori l’evenienza di un incontro ravvicinato con uno spettro, ma era consapevole che esistono anime talmente nere da non provare sofferenza o delusione, per quanto dipartite durante una devastante incursione dei narcos. Dieci, forse dodici botti terrificanti, e amen, degna conclusione di una vita trascorsa tra i fuochi d’artificio.

Così, non appena le tenebre guadagnarono terreno, senza paure o esitazioni s’intrufolò nell’area diroccata attraverso un’ampia fessura nel filo spinato e si diresse verso il capannone.

Al primo rumore sospetto, si bloccò ai margini della pista, evitando anche di continuare a respirare. Qualcosa di grosso si era mosso nel perimetro del buio pesto che circondava il fabbricato. Davanti a lui, a una cinquantina di metri.

Ancorato al suolo come una statua di gesso, si tese ad ascoltare. La paura non lo ghermiva ancora, ma Casone in quel momento si sentiva più propenso a credere nella tangibile ostilità del soprannaturale. Abbandonate di colpo le distinzioni sugli a priori, si convinse che da lì a poco avrebbe ricevuto un glaciale benvenuto a base di fruscii da Luna Park dell’orrore, lamenti e gemiti d’oltretomba.

Aguzzò la vista, tentando di perforare il buio solido puntinato da saltellanti illusioni visive. Senza dubbio, se il rumore era dovuto ai fantasmi dell’aeroporto distrutto dai colombiani, il repertorio avrebbe incluso spettrali apparizioni di uomini senza faccia, occhi obliqui fra le rovine e grottesche forme umane di carne liquefatta.

Per mezzo minuto il silenzio fu perfetto. Allora Casone riprese a camminare, costeggiando la pista e avvicinandosi ancor più al capannone. Ma un secondo rumore lo frenò di nuovo. Adesso la maggiore oscurità in contrasto con le lontani luci al neon della statale gli permise di scorgere qualcosa che fuoriusciva pigramente da un grosso squarcio alla base della costruzione in cemento. Frugò quindi in una tasca del giubbotto e tirò fuori una pila portatile, che puntò verso la striscia oscura confusa con il terreno.

Topi.

Corpi neri, pelosi. Orecchie aguzze e dorsi gibbosi. Enormi, mai visti di così grandi. Efficace allegoria di quel mondo in rovina. Erano due e, grossi com’erano, parevano conigli. Visibilmente infastiditi dal fascio di luce.

– Bestie di merda!

L’insulto, ringhiato tra ripugnanza e irritazione, non li sfiorò. I ratti zampettarono con alterigia verso la pista, tentando di sottrarsi al tenue chiarore. Casone li seguì con la pila sin quando gli fu possibile, perdendo così il temporaneo controllo del territorio. Solo quando diresse di nuovo la luce verso il capannone, si accorse che i topi erano stati solo un’avanguardia, un preludio a guai seri e non evanescenti come i paventati fantasmi delle vittime della strage. Il fievole raggio della torcia illuminò un particolare quanto mai inquietante dell’armadio umano che gli si era nel frattempo materializzato di fronte: una cintura da cacciatore, modellata a cartucciera, piena di proiettili di grosso (enorme!) calibro.

Casone sentì la lingua trasformarsi in un’aringa sotto sale, mentre un gelido serpente gli percorreva la spina dorsale. Alzò la luce tremante e lo sguardo scavato del Ciclope si sprigionò dal buio come una maschera rituale. Casone caracollò all’indietro, rovinando per terra sui glutei ossuti e avvertendo un doloroso riflesso nel ginocchio frantumato. La pila volò alcuni metri più in là, sulla rotta dei topi. Un manrovescio pesante come lo zoccolo di un mulo da montagna lo raggiunse dall’alto in basso a mano aperta sulla guancia sinistra e lo fece roteare due volte su sé stesso.

Casone non venne meno. Ma decise di fingersi svenuto. Non poteva certo sapere se l’idea avrebbe condotto a risultati apprezzabili.

Quando la stessa mano che lo aveva strapazzato lo afferrò per il collo del giubbotto, trascinandolo come un sacco di patate verso il deposito, suppose di avere seguito una pessima ispirazione.

Così, per la paura, perse conoscenza sul serio.

Durante il breve letargo, visse un incubo. Vivido, terrorizzante. Quanto la realtà.

Maria, la sua dirimpettaia, era morta il giorno prima di cancro. Una donna sola, anche lei sui quarant’anni, non bella e politicamente impegnata. Troppo per i gusti di Casone. Le sue amiche, che l’avevano assistita con rara abnegazione e amorevole generosità sino all’ultimo istante, gli avevano chiesto di suonare qualcosa al funerale. Casone, per quanto ritenesse l’interpretazione di Hasta Siempre di fronte a una bara una forzatura esistenziale, era stato incapace di negarsi e aveva risposto con un cenno affermativo.

La realtà demoralizzante consisteva in Maria iniquamente uccisa e martirizzata da un male che non faceva distinzioni di classe e di età. L’incubo, altrettanto spaventoso, era lui che entrava nell’alloggio di fronte dove la bara, ancora aperta, offriva la povera Maria all’ultimo saluto degli amici.

Oltrepassava la soglia. Si avvicinava al feretro. E lei si alzava di colpo, una maschera devastata dalle metastasi, appoggiando le braccia ai bordi della cassa e biascicando: Ti prego, vieni a suonare, ho bisogno della musica per trovare la strada, qui sono al buio!

Casone si svegliò, tentando di urlare. Ma la voce non gli uscì. Era troppo strano quello che il gigante gli aveva combinato.

Si trovava all’interno del capannone. In passato, prima dell’attacco dei narcos, Casone c’era entrato sì e no due o tre volte. Un esteso magazzino che consisteva in una babele di attrezzi, pezzi di ricambio e cento altre cose, la maggior parte a lui sconosciute. Adesso, quasi del tutto vuoto, l’ambiente appariva illuminato da un fiacco neon, per qualche miracolo funzionante, che oscillava come un pendolo dall’alto soffitto.

Casone si trovava nudo (nudo, Cristo!), appeso a oltre due metri dal suolo per una cintura di ferro che gli circondava la vita. La cinghia era stata fissata a due pareti d’angolo dietro di lui con altrettante corde saldamente collegate a dei grossi anelli di ferro. L’energumeno gli aveva legato i piedi a una terza fune congiunta nello stesso modo alla parete di fronte e le braccia dietro la schiena. Tra le estremità gli aveva collocato un bastone per tenerle appena divaricate e impossibilitate a muoversi. Le mani si trovavano bloccate all’altezza del coccige, i polsi immobilizzati sopra la cintura di ferro, per mezzo di un’altra corda assicurata con doppio giro a una delle travi del soffitto fissate a puntellare le lastre metalliche che assemblavano il tetto del capannone. In questo modo il corpo di Casone appariva sospeso per aria per mezzo di un inverosimile gioco di lacci che lo costringeva a una più che umiliante posizione, pensata in modo corretto per un quarto di manzo ma non per un cristiano, fosse anche stato il più ignobile esponente del genere umano. Tenuto in equilibrio con la parte posteriore del corpo che tendeva a scivolare verso il pavimento: ma quale follia si celava dietro quello sconsiderato marchingegno?

– Ci sono lezioni che si possono imparare anche alla tua età, Casone.

La voce soffocata del Ciclope (al secolo Esteban Martinez, uno dei narcos rinnegati a capo dell’ultima e più pericolosa banda di spacciatori, due metri di crudeltà e un occhio rimasto solo causa un duello rusticano con un connazionale) gli giunse dall’ombra a sinistra. Casone, con enorme sforzo, ruotò la testa in quella direzione giusto per intravedere il Ciclope che trascinava un pesante cavalletto di legno dotato di una piramide appuntita sulla sommità. L’altezza del trespolo sembrava raggiungere, occhio e croce, i due metri. Casone ancora non capiva, ma l’aggeggio emanava un’aura infernale, impossibile a non percepirsi.

– Risparmia le forze. Ne avrai bisogno. E adesso contrai il culo, pezzo d’idiota.

Sul momento Casone non afferrò la bislacca intimazione impartitagli dal Ciclope. Solo quando quell’uomo mostruoso posizionò il cavalletto con la piramide all’altezza del suo ano in modo da costringerlo a tendere il più possibile i muscoli dei glutei e portare il bacino verso l’alto, colse l’orrore. Se avesse rilassato anche solo per un secondo il corpo, la cuspide della piramide lo avrebbe trafitto, aprendosi un passaggio verso la parte terminale del suo colon.

– Esteban, cosa cazzo stai facendo? Non sono venuto a rubare!

Si rese conto che la sua voce, nel frattempo, era persino cambiata. Stridula, piagnucolosa, di un’ottava più alta rispetto il suo solito. Una vergine collegiale sul punto di essere deflorata. Cristo santo, il paragone risultava quanto mai legittimo.

– No? – grugnì il Ciclope. – E quale ragione ti avrebbe spinto nel mio territorio a coprifuoco inoltrato?

– Lo smilzo, Esteban, lo smilzo. È venuto qui tre notti fa e non è più tornato a casa. Sua sorella è morta, accidenti. Deve tornare. Domani pomeriggio le fanno il funerale. E, Cristo, amico, toglimi quella cosa da sotto!

– Uhm, lo smilzo. Che tipo interessante – ansimò la belva, appoggiandosi al cavalletto e osservando dal basso con l’unico inerte occhio la zona genitale di Casone. – Prova a dirglielo tu. Facendo un altro sforzo, ma senza dimenticarti di quello che sta posteggiato qua sotto, puoi ruotare la zucca a destra. Eccolo lì il tuo amico, però suppongo che abbia qualche problema con la lingua.

Mentre ruotava a fatica il collo verso l’angolo in basso, sopra il quale si trovava uno dei grossi anelli di ferro che lo costringevano in quella estenuante posizione, Casone intuì che lo attendeva un nuovo abominio.

Non si sbagliava.

Esteban si era esibito in uno dei suoi numeri migliori di criminale immigrato: la cravatta colombiana. Lo smilzo giaceva riverso sotto l’anello in un lago di sangue. Il Ciclope gli aveva aperto la gola da un’orecchia all’altra. Nello squarcio, che si apriva come una seconda bocca, gli aveva infilato la lingua, attaccandola ai lembi della fenditura con una spilla da balia.

Esta es la corbata! – rumoreggiò il Ciclope. – La miglior cura per i ciarloni! E tu quanto parli, Casone?

Non parlo mai! Cazzo, Esteban, toglimi quella cosa da sotto il culo! – si sgolò Casone, raggiungendo una seconda ottava nella scala dello stridore.

– Bene. Se è vero che sei un taciturno, avrai messo da parte un po’ di forza supplementare per mantenerti eretto. Adesso Esteban esce e va a guadagnarsi la pagnotta. Ma niente paura, domattina all’alba torna. Se non ti sei afflosciato lì sopra nel frattempo, Esteban ti libera. Così vai al funerale della tua amica e potrai suonare quel tuo sax di merda, se ti è rimasto un po’ di fiato. In ogni caso, non aver paura di addormentarti. Ti basterà sentire il picco della piramide tra le chiappe per tornare sveglio. L’importante è fermarsi in tempo.

Non ci credo, non ci credo, pensò Casone, vinto dallo sgomento, mentre il Ciclope si dirigeva verso l’uscita.

La fioca luce del neon se ne andò.

– Adios, amigo! – lo sentì ansimare Casone molti metri più in là, mentre la porta del capannone si apriva e si richiudeva.

Il buio lo avvolse. Il suo corpo, non avvezzo ad agoni da ginnasta, iniziò una furibonda e impari lotta con sé stesso per non lasciarsi andare. Aveva freddo, Casone, in ogni centimetro quadrato, ma sudava per lo sforzo, emanando sempre più un odore quanto mai simile all’orina vecchia.

Poi, mentre il delirio tentava di schiacciarlo, percepì il tanfo di putredine che esalava il cadavere dello smilzo.

E udì anche un leggero stropiccio verso l’alto, sopra la sua testa, alla base dell’ondulina di lamiera.

I topi erano tornati.

Gli occhi gli si riempirono di lacrime. A giudicare dalla profusione di suoni raschianti, quelle bestie erano ben più di due.

Casone aprì la bocca per gridare. Ma si ricordò, mentre il cuore martellava impetuoso, che un’esagerata fuoriuscita di aria dai polmoni avrebbe prodotto un automatico rilassamento della muscolatura inferiore con tragiche conseguenze per gli organi interni, qualora l’ignobile cuspide gli fosse penetrata in mezzo ai lombi.

Allora, in uno sforzo estremo, di certo l’ultimo che poteva permettersi, inarcò il bacino alla disperata ricerca di una posizione improbabile che gli consentisse almeno di spostarsi il più possibile oltre i margini della perpendicolare dell’estremità appuntita. Mentre il corpo, imprigionato dal groviglio di corde, si tendeva e si contorceva allo spasmo per non capitolare alla più spaventosa delle profanazioni, Casone captò che qualcosa di vivo, di immondo, stava respirando al centro della sua mano sinistra, raccolta a coppa verso l’alto per effetto della legatura che gli comprimeva i polsi dietro la parte alta della schiena.

Capì subito di cosa si trattava.

Stavolta non poté fare a meno di urlare.

Esteban lavorò per tutta la notte. Sino a quando l’aurora non colorò di rosa quel poco di cielo visibile sopra i tuguri di Mirafiori nord. L’ex zona industriale, da tempo popolata di narcos e papponi colombiani, era diventata negli ultimi tempi il regno incontrastato del Ciclope, strappato ai Cugini della Fratellanza messicana con il sanguinoso, distruttivo blitz all’aeroporto privato del defunto Juan Constanzo.

Quella notte Esteban ruppe la spina dorsale a una ragazzina che faceva la cresta sulle marchette, infilò una cicca accesa nell’occhio di un vigilante che gli impediva l’accesso a un night e gestì la liquidazione a prezzo stracciato di una partita di cocaina tagliata male. Nottata moscia, in definitiva. Per compensazione, avrebbe inaugurato il giorno successivo smontando le corde che bloccavano Casone sopra la piramide della culla di Giuda. Quel ridicolo sassofonista mezzo zoppo avrebbe avuto soltanto bisogno di una spintarella in più verso il basso. Peccato, non gli stava nemmeno antipatico. Ma la curiosità uccide il gatto e di gatti, all’interno del diroccato aeroporto, non ne circolavano più da un pezzo.

Topi sì, grossi come conigli, furbi come le volpi, traditori come gli scorpioni.

Topi per il suo regno di follia.

– Gran bella arma, Esteban. Cazzo, ti taglia un toro in due a venti metri di distanza. Ma ci pensi?

Alle sei del mattino Esteban guidava controvoglia. Per di più Louis Quintana, un messicano di trent’anni psicolabile che aveva cambiato squadra un secondo prima dell’attacco a Constanzo, era insopportabile. Da dieci minuti non parlava altro che del suo sovrapposto Calibro 12 a canne segate, come se i destini del mondo potessero solo dipendere da quello. Tuttavia, Esteban non poteva fare a meno di Quintana. Ne aveva bisogno per far scomparire i cadaveri dello smilzo e di Casone.

Il boss non rispose. Louis capì l’antifona. La macchina giunse all’incrocio con la statale. Non si vedeva traffico, giusto un paio di motorette solitarie cavalcate da gente innocua. Presto si sarebbero presentate le rovine dell’aeroporto.

Pochi secondi. Ed ecco lo spettrale scalo, con le carcasse dei monoposto, le rovine della torre di controllo e il capannone quasi integro.

Esteban posteggiò vicino alla pista e aprì la portiera. Prima di scendere, si bloccò pensieroso per alcuni secondi. Una riflessione che apparve quanto mai attenta e profonda agli occhi di Louis. Un’elucubrazione il cui punto d’arrivo non lo trovò affatto consenziente.

– Molla il fucile, Louis. Là dentro ci sono due cadaveri. Nella peggiore delle ipotesi, un morto e un moribondo con uno spuntone tra le natiche.

L’occhio scompagnato del Ciclope parve brillare di una luce rosacea, carpita agli sfavillii dell’aurora che si trasformava in alba. Louis percepì il serpeggiare della paura in fondo alle viscere, un turbamento che si riverberò anche nelle ossa, e lasciò cadere il Calibro 12 sotto il sedile. Uscirono dall’automobile e si avviarono senza fretta verso il capannone. A una decina di metri dalla porta, Louis non si trattenne e aprì di nuovo la bocca.

– C’è ancora qualche arma di Constanzo nel capannone?

Esteban sospirò.

La tentazione di legare Quintana alla culla di Giuda, una volta rimosso il corpo di Casone, era dura da sopprimere. Ma sì, una risposta a quell’idiota e poi, finalmente, sarebbero entrati. E Quintana, forse, di fronte a una cravatta colombiana avrebbe capito la morale. La Corbata, la miglior cura per i chiacchieroni.

– Sì, una cassa di Marlin 444 modificati a proiettili esplosivi. Armi per grandissimi specialisti. Un toro non lo trovi più se gli spari con uno di quelli.

– Cazzo!

– Già, cazzo. E adesso zitto.

Quando giunsero a cinque metri dal fabbricato, udirono un cigolio prolungato e si arrestarono. Con stupore Esteban, con furia repressa Quintana. La porta del capannone si stava aprendo con lentezza.

Troppa lentezza.

Indietreggiarono. Sorpresa in Louis, inquietudine in Esteban. La porta si spalancò. Lo scricchiolio si esaurì. Ai due sembrò che qualcuno avesse bucato il reale, spalancando una soglia sul nulla.

– Che sta succ… – fece Esteban, ma non andò oltre. Dal perimetro di buio che invadeva il vano del capannone un lampo accecante di fuoco violaceo, accompagnato da un ruggito spaventoso, proiettò nella loro direzione la forza d’urto di un calibro 444 modificato per la caccia al rinoceronte. Esteban si lasciò andare a terra, mentre la testa di Louis Quintana, separata di netto dal resto del corpo, andò a disintegrarsi contro il vetro della macchina, posteggiata una ventina di metri più in là.

Un getto violento di sangue e carne maciullata inondò l’occhio del ciclope, disteso sull’erba giallastra. Quel che restava di Quintana, un corpo decapitato e tremebondo, sussultò ancora una volta e caracollò a terra, spruzzando fiotti rossastri.

Quindi il silenzio. E un incubo nudo, con il torace lordo di sangue, fece capolino dal buio.

Clik. Clak.

I cultori avrebbero riconosciuto il tipico rumore della ricarica del Marlin.

Esteban il Ciclope contemplò il proprio destino avanzare spoglio e stringere con le mani l’arma per specialisti, puntarla verso il suo unico occhio e accingersi, con calma millimetrata, a premere il grilletto.

Esteban stava per morire. Proprio come quel toro. Nello stesso, identico, schifoso modo. Chiuse la pupilla. Non intendeva restare abbagliato dal lampo devastatore.

Il giorno dopo alle 14,30 qualcuno suonò alla porta di Casone. Lui fece capolino dalla finestra al primo piano e riconobbe, fermo sul marciapiede, il vecchio amico Rudi Marconi che reggeva una custodia per chitarra. Gli fece un cenno d’intesa, ammiccando con la testa, e andò a pigiare il bottone dell’apriporta in corridoio. Non fu un’operazione del tutto indolore.

Rudi sembrava più vecchio dei suoi quarantadue anni. Suonava la chitarra come primo lavoro e, secondo Casone, non se la passava benissimo. Lo trovò dimagrito. Forse mangiava solo una volta al giorno. Sei mesi prima, all’ultima jam session, Rudi aveva confessato di soffrire di calcoli alla cistifellea.

Una volta in salotto, trasformato da Casone in sala d’incisione, Rudi si sedette su un seggiolino e tirò fuori l’Ovation mentre Casone, in piedi davanti a lui, appoggiava le labbra al sax tenore.

– Sai già cosa dobbiamo suonare? – domandò il chitarrista tirando il mi cantino.

– Le amiche di Maria vogliono tre canzoni da intervallare alle poesie che leggeranno loro – rispose Casone, camminando in tondo. – Partenza con Bella ciao in La minore. Poi Imagine in Do e Hasta Siempre di nuovo in La minore.

Hasta Siempre. Gran finale. Ma, Casone, ti è mai capitato di suonare a un servizio funebre?

– No. Speriamo che non giri la voce.

Rudi stava per replicare qualcosa di spiritoso quando si accorse delle mani di Casone.

– Ehi, ma che ti è successo?

Casone appoggiò il sax sopra il divano alle sue spalle e si contemplò le palme con aria stralunata. Almeno così parve a Rudi. Il tutto durò un minuto all’incirca. Quindi giunse la risposta:

– Ti offendi se non te ne parlo?

– No, di certo. Ma riesci a suonare?

– Sì. Dai, imbastiamo una prova. Il funerale arriva al cimitero alle quattro in punto.

Provarono. Casone suonava di routine. La sua mente rileggeva in continuazione poche, essenziali parole: Posso farcela, Maria deve trovare la strada.

Giunsero con qualche minuto d’anticipo davanti al piccolo cimitero di campagna. Cinquanta persone all’incirca, quasi tutta gente che di solito a quell’ora lavorava nei campi, stazionavano qua e là a piccoli gruppi, parlottando e guardandosi attorno con aria diffidente.

Scesero dall’auto, imbracciando gli strumenti come armi e si avvicinarono alla cancellata d’ingresso. Qui si posero in attesa.

Quando all’orizzonte della strada statale cominciò a delinearsi una lunga, quasi infinita, fila di automobili che marciavano con lentezza, Rudi e Casone compresero che la salma stava arrivando. E a Rudi venne in mente di dire:

– Si dice in giro che il fratello sia sparito. Tu che ne pensi? Lo conosci, se non ricordo male.

– È una lingua lunga – rispose Casone. – Qualcuno avrà pensato di accorciargliela.

Rudi si strinse nelle spalle. Il macchinone grigio metallizzato delle pompe funebri stava imboccando il viottolo del cimitero.

– Tra un po’ tocca a noi – proferì Rudi prendendo la direzione della tomba di Maria. – Certo che potevi coprirtele, le mani. D’accordo che è un funerale, ma l’appendice truculenta non penso sia proponibile.

– Non posso suonare coi guanti. In ogni caso non ne ho.

– Boh, strano lo sei sempre stato.

– Forse, più che altro, mi capitano cose strane.

– E cammini anche in maniera diversa dal solito.

– Come starei camminando?

– Con le gambe larghe.

– Mangio troppo piccante.

– Ah…

Raggiunsero la cappella funebre di Maria, anticipando di pochi secondi il corteo di parenti e amici. I portantini deposero con delicatezza la cassa avvolta nei colori arcobaleno della bandiera della pace. Quindi una bella donna dai capelli fulvi che Casone conosceva sin dai tempi del liceo come Marta la rossa lesse ad alta voce le parole di Cesare Pavese sugli occhi della morte che sarebbe venuta.

Alla fine, a un lieve movimento della testa di Marta, Rudi diede una strappata in La minore e Casone alzò il sax al cielo, impostando le prime note di Bella ciao. Tutta la gente attorno vide le sue mani. Ognuno cercò negli occhi dell’altro uno straccio di spiegazione. Il serpente umano fu percorso da un fremito di raccapriccio.

Le mani di Casone apparivano, a qualche metro di distanza, come monconi di poltiglia sanguinolenta rappresa. Tuttavia le dita erano lì, tutte, a prima vista dieci brandelli scarnificati ma agili e guizzanti. E non una nota del celeberrimo inno partigiano era fuori tono. Né una qualsiasi smorfia di dolore alterava l’impassibile mimica facciale di Casone.

Dopo tre minuti il pezzo finì. Ovvio, non si udirono applausi. La cerimonia andò avanti. Una poesia di Neruda. Poi Imagine. Altre, toccanti parole scritte per l’occasione. Gran finale, Hasta Siempre Comandante Che Guevara.

Mentre la gente si stringeva attorno ai parenti (molti commentando l’assenza del fratello, noto nel giro come lo smilzo), Casone si defilò con il sax in spalla dopo essersi sincerato che Rudi avrebbe usufruito, per il ritorno in città, di un provvidenziale passaggio di Marta la rossa, bella donna ancora in fregole.

Alcune delle profonde ferite estese tra polso e dita si erano riaperte. La notte precedente i topi, per i primi interminabili secondi, avevano affondato il loro muso appuntito nella carne molle delle mani, azzannando con gli incisivi affilati come rasoi le dita, i polsi e i palmi, laddove li attirava l’odore del sangue prelibato che ne grondava. Per fortuna, quasi subito, avevano scoperto anche lo spago della corda che circondava i polsi. E la loro naturale, incontrollabile, tendenza a rosicchiare la canapa aveva provocato sì danni notevoli, ma anche un portentoso miracolo che aveva instillato nella mente di Casone un dubbio lacerante, per quanto ateo si sentisse: c’era di mezzo lo zampino di Dio, non importa quale, o tutto il pianeta si era arreso al demonio, antico burlone che ogni tanto amava giocare brutti scherzi ai suoi inconsapevoli seguaci, degenerati figli di buona donna come Esteban Martinez soprannominato il Ciclope?

Nessuno gli avrebbe mai risposto né dal cielo, né da sotto i piedi. Tutt’al più poteva attendersi un qualche segnale di non facile interpretazione dal mondo dei sogni. Così, mentre infilava con sofferenza la chiave nella serratura dell’auto, ripensò al breve incubo vissuto nel capannone, mentre Esteban lo assicurava alla culla di Giuda, e ne convenne che Maria di sicuro aveva trovato la strada. I ratti del fu Esteban, con quei denti in grado di tagliare persino il piombo, possono fare miracoli anche per coloro che non riescono a riconoscere il passaggio per il brutto posto dove un giorno, presto o tardi, tutti andranno a posare il culo.

Già, il culo.

Mentre si piegava con fastidio per appoggiare lo strumento sul sedile posteriore, Casone sorrise. Rudi era un osservatore di fine intuito. La storia della dieta piccante non l’aveva bevuta. Mani rosicchiate e culo dolente. Chissà quali ipotesi grottesche gli stavano ancora passando per la testa?

Si lasciò andare con rigorosa lentezza sul sedile davanti al posto di guida.

Fu durante la manovra di chiusura della portiera che li percepì prima con la coda dell’occhio e, subito dopo, padroni incontrastati del campo visivo.

Erano ancora quei due, per quanto l’orda al lavoro nella nottata precedente si componesse di certo di una mezza dozzina, almeno, di esemplari.

Due. Grossi come conigli. Lunghi corpi neri pigramente abbandonati sopra la custodia del sax. Furbi come le volpi. Traditori come gli scorpioni. Ma anche amici che gli avevano salvato la vita e che in cambio si erano scavati un’esclusiva e personalissima strada in direzione delle sue falangi.

Amici, era indiscutibile. In un mondo del genere non puoi accordarti il lusso di sceglierteli a tua immagine e somiglianza.

Casone abbozzò un sorriso e avviò l’accensione. I topi, in silenziosa risposta, spalancarono

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