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Nebrodiversi (poesie 1973 - 2016)

Nebrodiversi (poesie 1973 - 2016)

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Nebrodiversi (poesie 1973 - 2016)

Lunghezza:
666 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
Nov 29, 2018
ISBN:
9788827859810
Formato:
Libro

Descrizione

Raccolta sistematica delle 15 raccolte poetiche pubblicate dall'autore dal 1976 al 2016, comprendenti, in calce, un centinaio di recensioni, note e commenti apparse su quotidiani e riviste specializzate. Trattasi, in prevalenza, di poemetti che abbracciano varie tematiche, accomunate da una girandola di versi che irrompono da un universo mediterraneo denso e lieve a un tempo, laddove la natura, frequentemente presente, è talvolta sfondo e talaltra allegoria.
Editore:
Pubblicato:
Nov 29, 2018
ISBN:
9788827859810
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Nebrodiversi (poesie 1973 - 2016) - Filippo Giordano

Indice

I fili si allungano verso i balconi

I FILI SI ALLUNGANO VERSO I BALCONI

DISSOLVENZE

CONTADINI

AUTUNNO

DOMENICA DI PAESE

UN ALTRO GIORNO

ANCORA

MISTRETTA

STORIA

RIVOLTA

L’amore epigrammato

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

Se dura l’inverno

SULLA GROPPA DEI NEBRODI

NELL’IRIDE

DISOCCUPATI (1)

GIORNO QUALSIASI

NEL NOSTRO PUNTO D’OROLOGIO

LIEVI ONDEGGIANO LE CANNE

DISOCCUPATI (II)

APRILE ’79

INVERNO

FERIE AL PAESE

ERA GIUGNO

È LUGLIO E LE RIVISTE

LA LOTTA, LA PAURA, LA TRANQUILLITÀ

LA VENDEMMIA

LIBERTÀ

NOMI QUALSIASI D’UN PAESE A MERIDIONE

ALLE SPALLE MUOVE LUCE IL SOLE

EPPURE ESISTONO LE SPALLE SENSIBILI

DISOCCUPATI (3)

Passeggiando intorno alla primavera

DUETTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 1

MARE

PASQUA

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 2

ATTESA

PALERMO – SANTO STEFANO DI CAMASTRA

ENTROTERRA

ORA E’ TEMPO DI… VOTAZIONI

DUETTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 3

L’AUTUNNO

IL TEATRO CHIEDE ORECCHI

IL TELEGIORNALE

PREOCCUPATE FORMICHE

IL CONCORSO

ORA CHE GIUDA HA BACIATO NELL’ORTO

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 4

QUELLO STRANO RESPIRO

SICILIA

VARIANTE

L’OROLOGIO AL QUARZO

TALVOLTA IN PAESE

DODICI LUNE

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 5

IN PROSSIMITA’ DELLA ESTIVA GEOGRAFIA

Villaggio fra le braccia di Morfeo

Morfeo & Lucio

Morfeo & Fulvio

Morfeo & Salvatore

Morfeo & Isa

Morfeo & Pina

Morfeo & Nuccia

Morfeo & Pippo

Morfeo & Sebastiano

Morfeo & Enzamaria

Morfeo & Enzo

Sussulti d’acquazzone sulle tegole

ESSERE

TEMPO

SUSSULTI D’ACQUAZZONE SULLE TEGOLE

MERCATI POPOLARI

AI DISOCCUPATI DI PALERMO

DEPLIANT TURISTICO

Del sabato e dell’infinito

DEL SABATO… E DELL’INFINITO

NASCENDO

VIA SAN NICOLO’

FRAMMENTI

IL RACCOLTO

MEZZO ETTARO DI TERRA

DOPOGUERRA

HA UN ALITO DI PIANTE DI BOSCO

FACCIA DI LUNA

UN BAMBINO

8 MARZO

UN GIOVANE CASTAGNO

MANDORLI

NEL BOSCO DEL DEMANIO

NENIA DI CICALE

CRONACA D’ESTATE

LE PAROLE

LAMPI GIALLI DEL TEMPO

DELLE VENDEMMIE

PASTORI

ROSE

BIANCOSPINI

I VOLI E I VERSI

GIARDINO D’INVERNO

LIMONI

IL BOSCO

SOLSTIZIO

SETTEMBRE

IL MELOGRANO

BACCHE

IL PAESE USA ANCORA CANTARE

PALERMO

L’IDOLO

OLTRE GLI USCI OMBROSI

Minuetti per quattro stagioni

1

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24

Scorcia ri limuni scamusciata

SCORCIA RI LIMUNI SCAMUSCIATA

I PALORI

A FESTA RU SANTU PATRUNI

LIMINA

PAISAZZU RI MUNTAGNA

I CARUSI RU QUARANTUOTTO

I FICURINII

A MUSICA

L’INNU

U SCECCU

CHINNICCHENNACCHI

TALÈ, TALIÀTI

Il sale della terra

GENERAZIONI

FIUMARA

ZAMPILLI DI LUCE SULL’ACQUA

IL FUOCO padrone

IL FUOCO servo

LA PAROLA

LA SCRITTURA

IL CANTO

LA POESIA

PERDUTA PATRIA

PAROLA DI GESU’

COPERNICO

CRISTOFORO COLOMBO

LA MUSICA

RADIOFONIA

IL VOLO

CINEMA

LA LUNA

TELEFONO

NUMERI

UN DISCO DI ROSA BALISTRERI

EDISON 2003

LA FOTO

GIANO BIFRONTE

IMMENSA NEVE

Ntra lustriu e scuru

NTRA LUSTRIU E SCURU

STASCIUNI

Cu nni sapìa

Lampi e tuoni

A PALUMMA

A CARUTA

A FIRI

A CICCIU, CA È DUTTURI

A CRUCI, A CRUCI!

Il canto dei paesi

IRONIA DI ROSA

DAL LATO DELLE COSE POSITIVE

Talvolta il verso è una soave luce

MARE NOSTRUM

PARTENZE

IL MONDO DENTRO LA QUIETE

FRESCA E FUGACE

AUREOLE DI FUMO

ÀNCORA E PROIEZIONE

NEBRODI SOUND

I CICLI DEL CESPUGLIO

ERBE SELVATICHE

A MEZZANOTTE

DEPRESSIONI

DUBBIO MAGISTRALE

DISCORSO DEL FIGLIO

IL GLICINE IN TERRAZZA

ALBI-COCCOLARCI A CICE’

IL CANTO DEI PAESI

LA POESIA

Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi

NATALE

LUCE SOAVE DELLE ESSENZE

NON LAGNARTI SE IL TEMPO

SE IL MISTERO DELLA DIVINITA’

NEL MARE GRANDE DELLE ATTRAZIONI

Mormorio di numeri primi

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

PRIMA DEL PRINCIPIO ERA LO ZERO

I

II

III

IV

V

FIACCOLATE, SUPPLICHE E PROTESTE

R I E P I T U

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI

XXII

XXIII

Mentre piano risali il torrente

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

Commenti a SE DURA L’INVERNO

Commenti a L’AMORE EPIGRAMMATO

Commenti a VILLAGGIO FRA LE BRACCIA DI MORFEO

Commenti a STRAMBOTTI PER VIOLA D’AMORE (antologia)

Commenti a DEL SABATO E DELL’INFINITO

Commenti a RAMI DI SCIROCCO

Commenti a SCORCIA RI LIMUNI SCAMUSCIATA

Commenti a IL SALE DELLA TERRA

Commenti a NTRA LUSTRIU E SCURU

Commenti a MINUETTI PER QUATTRO STAGIONI

Commenti a IL CANTO DEI PAESI

Commenti a SUSSURRI DEL CIELO E MORMORIO DI NUMERI PRIMI

Commenti a NEBRODIVERSI (1973- 2012), Edizione Il Centro Storico,2013

Commenti a RIEPITU

Commenti a MENTRE PIANO RISALI IL TORRENTE

Filippo Giordano

NEBRODIVERSI

Poesie

(1973 – 2016)

I fili si allungano verso i balconi

poesie scritte fra il 1973 e il 1976

tratte da

Spirale, Ed. Società Storica Catanese, 1976)

I FILI SI ALLUNGANO VERSO I BALCONI

I fili si allungano verso i balconi

con la biancheria che danza per aria.

Il sole si arroga la strada.

Dall’imboccatura spunta strana

l’ombra di due sconosciuti.

Dalla finestra sguscia attenta una testa.

DISSOLVENZE

Quando il sole perde forza

non è ancora impensabile

vedere signore vestite di ricordi

andare fra qualche rosso di papaveri

a slacciare una minestra

discorrendo sui figli,

sui reumatismi e sul paese…

e poi tornare con le borse mezze.

CONTADINI

Corpi, sulla strada del ritorno,

la sera, meditano speranze

per figli sballottati a nord

di questa loro vita.

Stanchi, col cuore teso

a un rigo di conferma.

E lassù

inghiottono fumo e nostalgia

per un traguardo inerpicato in alto.

AUTUNNO

Occhi profondi d’amore vagano

per vicoli e strade specchiando

lampade da pochi watts

in queste sere pregne d’inverno.

Occhi di operai, occhi di studenti,

gli occhi dei miei amici,

i miei occhi.

Partiranno domani col solito

treno diretto verso il nord.

Saranno gli occhi di un carabiniere,

di un operaio della fiat,

di un laureato.

Saranno gli occhi di uno straniero.

DOMENICA DI PAESE

Domenica.

Festa di abiti nuovi.

Una folla di piedi

sale e scende

per il corso.

Le più belle raccolgono

manciate di sguardi.

E la notte

lascia

i soliti quattro gatti in piazza

a dissolvere

un’altra cotta d’alcool.

UN ALTRO GIORNO

Dai monti dell’est

l’alba

toglie strati di blù

al cielo notturno.

Con gli amori

si è consumata la notte.

Il vento scherza coi rifiuti

creando strani mulinelli.

E già un vecchio

è sospeso a una sedia

sull’uscio di casa

e una bambina

in attesa di compagne

gli gioca vicino.

Con nel corpo

ancora il sapore

dell’ultimo amore

donne

si infilano le calze.

I raggi di un nuovo sole

colpiscono il mondo

e gli occhi vedono

nuovamente verdi

le foglie degli alberi.

ANCORA

Ancora gambe di bambini tremano

sotto il peso eccessivo del lavoro

e il lavoro continua a restare

debitore nei confronti di molti uomini

e molta gente continua a riempire

treni di valige e di speranze

e troppe madri piangono figli lontani

cupidamente falciati dal capitale

mentre uomini vecchi montano

questo nuovo anno.

MISTRETTA

Cresce uomini

e subito li espelle,

Mistretta.

E vedove bianche

attendono mariti.

E al morto del giorno

si piangono anche i vivi.

STORIA

Bisogna liberarci

dalle storture di sangue

affinché l’uomo non viva

pessimi libri di storia.

RIVOLTA

Il carcere urla un’eco di dolore:

fessura che rompe la diga.

La diga è un sordo rancore

di chi paga per tutti la colpa.

Ma per il villaggio, per i vicoli immersi nel sonno

passa il vento notturno, tiepido calmo e ozioso,

posa alla siepe e negli oscuri giardini risveglia

e nei sogni dei giovani la primavera.

Hermann Hesse

L’amore epigrammato

poesie scritte fra il 1973 e il 1978,

Ed. Forum Quinta Generazione, Forli 1993

I

Poiché gira la terra

e meridiano dopo meridiano

con raggi a siringhe

il sole inietta l’alba,

lentamente s’avvia la coscienza

al teatro del giorno

e oltre il sipario appare

il forte odore dell’uomo.

E scena dopo scena

la vita si gonfia d’espressioni:

asciutto talvolta l’animo

come letto di torrente estivo

che non ha fiato d’acqua;

tenero, talaltra, e palpitante

come fiamma che s’espande

col soffio delle labbra.

E meridiano dopo meridiano

è tramonto… e meridiano

dopo meridiano è alba altrove.

II

Esplosiva sorge la voglia

d’incontrarti

in giornate come questa,

col sole che batte

sull’odore di primavera,

nei campi in fiore

e sull’erba

verde

come la mia età di uomo.

III

Sradicarti una forte sensazione

colore d’alba,

desiderio – forza

che strappa coraggio all’abitudine.

Sradicarti una forte sensazione

per centrare il tempo.

Se potessi, una mattina,

svegliandomi, trovarti consenziente,

sarebbe un paradiso inusitato,

sarebbe un giorno scritto con le rose.

IV

Tu muovi le tue labbra

verso la mia malinconia

e non ti accorgi

di come, a pugni stretti,

devo battere la vertigine

di te vicina. Poi,

t’allontani inconsapevole.

E ritorni dal folto degli alberi

stringendo un mazzo d’erba

(fiori)

e, muta, bevi dolcissima

il ricordo del tuo amore

(oppure è fantasia?)

Io, se fossi spirito,

potrei adorare

questa faccia della medaglia,

invece… ti cerco e persisto

come da bambino cercavo

una canna nel canneto

per farci un fischietto

(era un melodioso flauto con la fantasia)

e il flauto – fischietto cercava la musica

ai piedi d’un albero, dentro la primavera.

V

Gli amori piegati dal tempo

riverberano foglie d’autunno

e le malinconie disegnano

presagi di bianchissima neve.

Ora il cuore è in ordine.

Contatti di gomito semplicissimi

provocano nuove sensazioni

e voglie prendono piega

nel dolce miscuglio istinto – ragione.

VI

Che spina stasera spinge forte

contro l’animo…?

Ho voglia di mordermi il cuore,

rotolarmi per aria,

schiacciarmi spensierato.

Ho provato a istruire gli occhi

a non scorgerti ma ti sento

dall’arroventarsi delle gote.

E tu, sole, giri senza parole.

VII

Ritratto:

abbracciabilissima.

VIII

Con te ho confuso

l’attimo e l’eterno.

IX

Insolita estroversione mi nota

agli occhi degli amici

piacevolmente stupiti

alla dialettica di chi zittisce sempre.

Ipocrita estroversione

partorita da 43 gradi d’alcool

per non pensare che…

i giorni passano amari

su questa pelle sensibilissima

al più fortuito contatto di te.

E ogni contatto mi roca la voce

e mi ricorda le dolcezze mancate.

E tu, incosciente, mi ridi amica.

X

Passeggiando intorno al mio nulla,

nuotando dentro fiumi di vento,

girovagando per le vie dell’afa,

spaziando verso nidi di barche,

resta grande la carezza di una ipotesi:

così porto le nostre carezze

dipinte sugli occhi e gli abbracci

di seta larghi nel sangue e il senso

della vita dolce sulle unghie.

XI

Lo sgretolìo di una notte

misura i pensieri

annodati al difficile…

E l’alba stenta una promessa

che il giorno si rimangia.

XII

Se scivoli su pozzi di cinismo,

folate di vento

prostrano incantesimi.

In quale percentuale

dunque, ti ho inventata?

XIII

Scende,

così fine,

così spasmodica,

quasi dall’inizio

della distinzione,

la neve,

ma non riesce ad assumere

una forma accettabile

sulla terra.

Forse, il freddo buio

riuscirà a creare

un innocente

esempio di bianco.

XIV

D’un tratto, il vento,

sbraita nella strada,

rovescia la vita,

poi,

lento,

s’acquieta.

E non resta

che un tremolìo di labbra

sempre più lontano.

Ora conosco

albe di giorni

buoni a fissarmi

pietra di selciato.

XV

Il freddo parla piano

a questo immemore fluttuare di foglie

e il vento sospira tenero

colmo di pudore.

Questi occhi rivolti al passato

conoscono la malinconia degli alberi.

Scoprimmo la dolcezza di una primavera.

XVI

C’è un sorriso, per strada,

che mi spilla

un sentore d’affetto…

E’ quel pettirosso non fuggito

che scruta fra la neve

e aspetta dei mandorli il fiorire?

Sulla cima di un albero

la notte posa la luna.

Io quest’altra primavera

vorrei farmi fiore.

XVII

Forse abbiamo lo stesso cuore inquieto

nascosto nella stessa timida pelle…

Cuore di puledri

sedotti dal profumo delle ginestre

ammucchiate a maggio per le colline.

Cuore di puledri

che lasciati liberi volano per i campi.

Forse nei nostri cuori ci sta dormendo l’Etna.

XVIII

Talvolta stiamo come bambini

immobili a guardare la farfalla…

incerti e paurosi di perderla.

E quando arriva il vento,

anima inquieta, che tutto vorrebbe

trascinare nel vortice insensato,

resti salda la gemma sul ramo.

XIX

Ti amo. Ben altro che questo

effimero canto di cicala

vorrei alzarti, amore;

toglierti dai saturi fogli

di fiori e petali. Tu, invece,

perdona questo breve

mazzo di parole colto dall’usato.

XX

V’erano, un tempo, volti

e sguardi e sorrisi di donne

che pensavo meritassero

una ad una,

una frase, almeno, bella;

farne un meticoloso album

da risfogliare ogni tanto.

Ma è già difficile fermare

su un foglio di quaderno

il tuo mutare

da bambina, a donna, a ragazza,

come ti guardo mutare,

come cambiamo, se cambiamo

o siamo quelli di una volta.

Se dura l’inverno

Poesie scritte fra il 1977 e il 1980

(Seledizioni, Bologna 1980)

SULLA GROPPA DEI NEBRODI

Piano si alza il sipario

sulle felci infreddolite dalla luna

che dispare

ingoiando l’eco dei cani.

Poi quel tratto di strada

dove vigilano,

minacciose sentinelle,

i cipressi in fila

e il cuore si raggrinza

per allargarsi invece all’erba

appena mietuta sotto i gelsi.

E finalmente il mio mandorleto

col grano tentennante ai piedi

e il salice di guardia alla fontana

e il torrente magro

dove vivevo le mie lotte con le rane…

Ricordo improvvisamente sbucato

da un tempo di pastori

accovacciati all’ombra di qualche rudere

mentre la nenia delle pecore

si spandeva sulla groppa dei Nebrodi.

Infanzia incavata nella memoria.

Ora l’alba preme sui vetri.

NELL’IRIDE

… E i nostri occhi vorrebbero

richiudersi indifferenti

ma nell’iride,

implacabile,

s’annida l’ansia risorgente.

DISOCCUPATI (1)

Pazientare, calcolare, votare.

S’allunga, intanto,

come serpente, il giorno

rinserrando sconfitte.

E quando alle desolazioni in agguato

risponde itinerante qualche p 38

prima di sollevare la condanna

si permetta uno spazio di dubbi

a chi sosta sulle braci dell’attesa.

GIORNO QUALSIASI

Vuoto

chiuso in una mano rabbiosa

mentre l’altra

disperatamente

inutilmente

cerca di scacciarlo.

NEL NOSTRO PUNTO D’OROLOGIO

Cara, simpatica Repubblica,

dentro la bolla della tua saggezza,

foro competente delle nostre faccende,

l’albero genealogico

impicca

anche nel nostro punto d’orologio.

C’è un nido di vergogna

sull’albero dei giudici?

LIEVI ONDEGGIANO LE CANNE

Lievi ondeggiano le canne

al suono calmo del mattino

e flebile si increspa

l’acqua nello stagno

del giardino comunale

Mio confine è la pelle.

E mi dondolo umile nella tana.

DISOCCUPATI (II)

Primavera:

si sveglia la biancheria sui fili.

Al tempio bar

Libereremo il nostro pianto

brindando

alle nostre facce allegre.

APRILE ’79

Quando da poco il giorno

agli occhi aveva allungato lo spazio,

a questo sentore di primavera

ancora indecisa sopra i tetti

s’è rappreso il lezzo di un morto,

torcia umana nella campagna d’aprile,

ragazzo disoccupato a Siracusa.

INVERNO

Su queste strade d’eco

aleggia

lo spirito di chi è partito

inseguendo rotte di serenità

ed ora scrive

segnalando fortune.

FERIE AL PAESE

Agosto. Sono tornati

uomini fatti di saluti agli amici,

dispersi, nell’anno, a Torino

o chissà e ora ritrovati,

magari solo per un’ora

perché delle ferie non hanno

lo stesso altare di giorni.

E su queste pietre, ridiventati

lucertole al sole, meditano

che qui il riposo non ha incubi

di solitudini abbarbicate ai grattacieli.

ERA GIUGNO

Era giugno con giri di mulo

nell’aria rovente dell’aia

con le mani ai tridenti

a scovare le spighe sepolte dalla paglia.

E talvolta il raccolto non valeva

neanche quel sudore finale

(non parlo di me inesperto,

intriso di polvere di paglia,

ma di mio padre,

contadino abbandonato alle gelate

e alle danze malefiche dei venti).

E se vi domandate il senso

dell’imperfetto e del presente

la risposta è che di cambiato

c’è mio padre diventato vecchio

che non semina più.

È LUGLIO E LE RIVISTE

Se non fosse per lo sporadico tonfo

di legna accumulata dal vicino

diresti deserta la contrada

(soltanto questo gorgogliare d’acqua

che riempie le conche agli aranci

e la zappa che ne cambia i percorsi).

Non muove una foglia l’ulivo,

ma è qualcosa la sua ombra

contro il giogo pesante del sole

quando riposano le braccia.

È luglio e le riviste

affollano di vacanze le pagine.

Quest’uomo silenzioso tra le zolle

non conosce spiagge famose;

solo questo continuo frinire di cicale

che per abitudine sembra non sentire.

LA LOTTA, LA PAURA, LA TRANQUILLITÀ

La vigna data in pasto alle capre,

il rancore duro come pietra e chiuso

come frutto di castagna dentro il riccio

che si apre a maturazione,

vendetta del contadino sul pastore.

Il conto delle capre che non torna,

il bollore che apre una falda di montagna,

la lava che investe.

E qualcuno rimugina albori

diversi dalle serpi che scendono dai muriccioli

e bevono alla sua fontana.

LA VENDEMMIA

Abbiamo seppellito Agosto e i suoi morti

tra strofe di filari di ragazze.

Ora posiamo le vendemmie e i preparativi

e la fatica e l’allegria nelle botti.

E l’undici Novembre dicono che San Martino

plasmi in vino il fermentato mosto.

E poi il vino nasce e vive nelle bocche.

LIBERTÀ

Quasi trentenni con speranze

Ora confinate nelle liste speciali,

condannati a non avere un figlio

per non poterlo crescere.

Intanto dal pulpito

della roboante parola non tradotta,

arroccati dietro i loro portafogli,

ululano democrazie i lupi.

NOMI QUALSIASI D’UN PAESE A MERIDIONE

Cosa siete voi, voi che a sera vi portate

la carezza d’un bacio sulle labbra,

sognata o avuta non importa,

quattro vicoli dappoco sul cuscino?

Salvatore Di Gregorio, cosa sei,

già lì armonizzato,

che con le stesse monete di Chieri

a Mistretta con ali torneresti?

E Franco Scalone

disoccupato, militassolto, ridisoccupato,

finalmente assunto al respiro d’una paga

perché freme una fuga da Milano?

Pietro Puleo, ricordi?

Qui tirasti un bruco dalla bocca:

Ogni volta che sto qui non riandrei a Torino

E il bruco ancora non è farfalla.

Voi che ogni volta mi sembrate

non avere cuore di ripartire,

ma solo testa, cosa siete voi,

agrumi, forse, trapiantati sulle Alpi?

ALLE SPALLE MUOVE LUCE IL SOLE

Alle spalle muove luce il sole.

Davanti,

ragguaglio del nostro esistere,

il passo orribile della morte

esploso sul congiunto, sull’amico.

E ombra irrimediabile

cola dal viso dei superstiti.

Alle spalle muove luce il sole.

EPPURE ESISTONO LE SPALLE SENSIBILI

Eppure esistono le spalle sensibili

al peso delle ingiurie.

Le teste pronte a diventare protesta.

Dieci giorni di sciopero:

i problemi appesi ai cartelli:

grugnito sputato al vento.

Siamo ritornati all’ovile

stritolati da catene secolari:

anelli di rassegnazione intrecciati.

DISOCCUPATI (3)

È ben poco questo strusciare d’anime

a Natale, famelica speranza mai risolta;

quel ripromettersi l’alba a capodanno:

ancora, il venti gennaio,

vive l’uggia e insegue il futuro,

si scopriranno frecce conficcate a Sebastiano.

Passeggiando intorno alla primavera

Aprile 1980

(dalla omonima sezione della raccolta Se dura l’inverno)

DUETTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 1

Pulsa come cuore di bambino

a nuovi giochi il giorno passeggiando

intorno alla primavera. L’aria

è campagna e la campagna è festa.

Solo l’iscritto si sente

timida bozza; incerta ombra

di fiorito pesco al far dell’alba.

MARE

Questo mare ha sale di streghe,

fatture nelle barche dei giorni,

acque ad altissime anse

che capovolgono quiete e tragitto.

PASQUA

Passate le Palme uccidono Cristo

Ucciso Cristo alzano lune

a lune alzate attendi chiarore

fra un chiarore e l’altro si frappongono nubi

fra nubi e nubi arriva la rabbia.

E la rabbia macina la strada.

Ed è una beffa Pasqua che arriva.

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 2

Del cigno riflesso sull’acqua

s’espande il riverbero… e la ragione

sviene come l’aria, talvolta, d’estate

(ma chi ci ha creduto, in fondo?)

Passaggio autunnale d’uccelli

senza tempo, né forza, né voglia

di nidificare.

ATTESA

Il giorno è esploso ed ora cade

in minuti frammenti

sulle radici del domani. L’ansia

è l’attesa che da qualche fessura

del loculo apra una breccia

alla vita un remoto canto di zufolo.

PALERMO – SANTO STEFANO DI CAMASTRA

Il 1° aprile, sei giorni a Pasqua,

gli occhi fiori della primavera

arrivando ai bordi delle rotaie

penso abbiano dentro guardato

l’espresso (11,40) Palermo – Milano.

Nessuna bomba, nessun allarme,

tutto normale: una collina di bagagli,

un ragazzo, una ragazza moglie:

due lacrime gemme agli occhi,

primavera restituita al mittente,

lungo mezza settentrionale sicula.

Poi sono sceso.

ENTROTERRA

Se, piovendo, l’acqua trova l’alba

alle dieci la piazza è irta di braccianti.

Se ne stanno a gruppi

attorno alle favole isolane:

"Come vengono su, quest’anno, le fave;

maledetto quello scirocco che in un baleno

portò al mare lo spettacolo dai rami;

questo mese

ci hanno spostato il giorno di pensione".

ORA E’ TEMPO DI… VOTAZIONI

S’accende d’aspra lotta il pulpito.

L’impressione addizionata ai bisogni

è talvolta che (miope qualunquismo?)

la corda del sermone sia solo tesa

ad abbracciare uno spazio di semicerchio

in più per irrinunciabile prestigio

mentre i triti problemi

restano cancro con effimera medicina.

DUETTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 3

Aprile. Quel sapore di ginestre

che s’intrufola tra le fessure

della primavera ci sgomenta.

È già altro domani:

il sole batte a frusta i raggi

e ci inchioda all’ieri eterno.

L’AUTUNNO

Se passa sotto il pergolato

l’estate a maturare l’uva

ci si può ubriacare di novità

seguendo un intrapreso sentiero

d’autunno rosso di grappoli pigiati.

IL TEATRO CHIEDE ORECCHI

Dicono che, in virtù d’un senso

remoto all’uomo, i cani abbiano

loro preludi ai deliri della terra

che sfiancano le cattedrali. Perché

meravigliarsi, quindi, del concerto

se li scacciano con pietre

affinché sia tranquillo il dormire?

IL TELEGIORNALE

È covo degli altri, il telegiornale:

ci sono morti e morti:

le une che sgomentano,

auspicate le altri. Guardo

il tutto allo specchio e sospiro.

PREOCCUPATE FORMICHE

Non conosco il volo di farfalla

e chissà quando e se

conoscerò il prato adatto;

né conosco la pietra della lucertola

ove distendere i pensieri.

Siamo cresciuti con teste

di preoccupate formiche

e la canzonatura è che abbiamo raccolto zero

IL CONCORSO

Piovendo l’acqua cresce

e versa il fiume al mare

(dieci spazi da manovale alle FF.SS.

speranze undicimilacinquecento).

D’amara risacca è viva

l’onda infranta sullo scoglio.

ORA CHE GIUDA HA BACIATO NELL’ORTO

Ora che Giuda ha baciato nell’orto

degli anni, in testa s’è fatto

corona di spine il pensiero,

sulle spalle croce il giorno non vissuto

mentre andiamo al calvario dell’ignoto.

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 4

Il grande Sinedrio s’è espresso,

s’esprime il piccolo Sinedrio.

Il giorno va e l’altro torna

(infinita nenia di marranzano).

Ove cadrà domani? E come incolpare

quei suonatori di flauto / mitra

che hanno inventato un nuovo minuetto?

QUELLO STRANO RESPIRO

Quello strano respiro che strattona

la gola alle caverne, d’asma

ti percuote nel mezzo della notte.

E’ un’aggiunta ai divertimenti,

un carnevale in più… il terremoto.

SICILIA

Incomparabile triangolo, si è detto

in teoremi di forme. Noi ci stiamo…

(con una mano a Messina,

l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi,

piedi a Capo Passero) un po’ crocifissi.

VARIANTE

Notte d’estate e ciurma di ragazzi

con rotta una pizzeria,

poi corde di chitarre pizzicate

ad allegria su rena di mediterraneo

mentre ai piedi d’uno scoglio

ancora dura breve amore

tra cuore siciliano e gonna di Torino.

L’OROLOGIO AL QUARZO

Batte il cuore all’orologio: vive.

La mattina non prende

caffè come tal’altri;

brucia, robusto, le tappe al millesimo.

Pompa / batte / monta…

cento esatti secondi sopra la donna.

TALVOLTA IN PAESE

Fra una notte e l’altra il giorno

con concerto di campane a morto

-lugubre sandwich di tempo – .

Come talvolta il cuore dell’uomo

stretto fra

una fetta di rabbia e l’altra di dolore.

DODICI LUNE

Liria (cappio al collo) è sparita

già da dodici lune

(da morta due preti la insozzarono

con bigotte architetture).

L’accompagnammo

con corone d’ore calde a Maggio

e nel sangue

un acre accordo di settima.

DUEOTTOCINQUE (lista dei disoccupati) / 5

A Febbraio, Agrigento è già sagra

del mandorlo e subito salendo

l’invidiata primavera siciliana

le cosce spalanca a Taormina, a Cefalù.

La nostra amara stagione

ha contro punte di coltello

che cogliendo minestre toccano la terra.

IN PROSSIMITA’ DELLA ESTIVA GEOGRAFIA

al lettore –

Che pena offrirti questo rantolo

d’acqua che evapora

(ruscello percosso dal sole)

in prossimità della estiva geografia

e non l’ombra d’una quercia robusta

nel folto d’un bosco che nessuno pianta.

Villaggio fra le braccia di Morfeo

poesie scritte fra il 1981 e il 1982

pubblicata nella antologia Sogni di Nessuno

Il Vertice / Libri Editrice, Palermo 1982

Morfeo & Lucio

D’improvviso… la quiete rovinò

in boato e cadde

l’alto piano sui piani sottostanti…

(Ci attenda o non ci attenda

un cupo arco di cielo

sempre lo temiamo, imprevisto

cane rabbioso dietro l’angolo;

relatività di possibile

giorno spaziato dalla gioia).

Morfeo & Fulvio

Serpenti d’ogni specie,

lunghissimi e robusti,

minuscoli e a frotte,

medi e viscidi,

sempre ripugnanti.

Ritmici e puntuali

come un’ossessione…

(Diecimila giorni e passa

irrealizzati.

E c’è chi sfida lo sguardo triste

e dà le pacche sulle spalle

e poi la mano

e poi sparisce

portandosi la mano e la speranza).

Morfeo & Salvatore

La stramberia nell’ovvia stalla

dello zio era uno steso telone

con sotto qualcosa, chissà cosa?

Scrutare pertanto era un bisogno

e prese un lembo e alzò la tela

e vide i suoi molti cani trascorsi

accucciati e uno che prediligeva

e li accarezzò e si disse

che strano che i suoi cani morti

fossero lì, ancora vivi…

(Se assommo che lui ha sempre avuto

ed ha un canile

e lo zio è un vecchio scapolo

vissuto senza affetto di donna

azzardo che senza valido presente

il passato torna spesso da sovrano).

Morfeo & Isa

Un’arida, piccola, isola deserta,

leitmotiv,

quasi uno scoglio, di notte

e lei fa cenni e grida

e dalla chiassosa chiatta in lontananza

sembra che guardino ma…

non capiscono, non sentono

(o non vogliono) e scompaiono…

(Ragazza appena fiorita

sul davanzale del tempo

scoprendo che la solitudine

talvolta trova misure

in quel metro comune

dell’occhio che vuole la sua parte

e chi non offre ampie curve,

nasini delicati, cosce lunghe

eccetera…

è svista e dimenticata).

Morfeo & Pina

Il luogo dell’ozio comune,

il dialogare quieto…

e all’improvviso

divenne sensazione

un imminente passaggio

di cavalli sbrigliati

e s’impose un forte scompiglio,

un senso d’impari lotta…

(L’ordine di meridiani e paralleli

è ancora intessuto

a bava di ragno

e cadono le mosche una ad una).

Morfeo & Nuccia

Leitmotiv pregare in chiesa…

talvolta con frequenza modulata

in monofonìa di confessione

ma… la veste di prete

ha viso anonimo

e sbatte a penitenza

un lungo atto di dolore.

(Da quando il di lei fratello

discjockey a un posto di potere

l’incluse

in un pentagramma di assunzioni

e altri rimasero fuori).

Morfeo & Pippo

L’esame più vicino

(ormai esame lontano)

torna

con arie di gatto sornione

e frequenza fastidiosa…

(La sfiducia

gatto-vita, topo-vittima,

spesso è disincanto,

specchio del disamore

del quale è circondato).

Morfeo & Sebastiano

Basta gonfiare il petto e… è bello.

E riprova: basta gonfiare il petto,

riempire d’aria i polmoni ed ecco…!

E riprova ancora: gonfia il petto

e naviga per l’aria, libero dalla terra

vola, contento

della novità ma punto da un’angoscia.

(Lui figlio disoccupato, pertanto

dipendente, mentre il petto

i polmoni del padre sempre più spesso

ancorano a sofferte veglie la famiglia.

Un padre come tanti

che vogliono i figli così e così

e si fanno

inconsapevole giogo, forza di gravità).

Morfeo & Enzamaria

Si diressero al cinema in combriccola.

Alla biglietteria, per un contrattempo,

perse i compagni e li cercò

per vie di difficili equilibri,

ma non venne verso di soluzione

e infine sedette sola in sala,

rassegnata. E cominciò il film

con lei protagonista

seduta nella terrazza di casa sua

e un uomo vicino, in piedi,

che andava avanti e indietro…

e così durò la pellicola,

scialba ed estenuante…

(Cerchiamo sempre la vita

e sempre qualcosa ci sfugge.

E prendiamo un altro treno…

Una disfida, insomma,

tra ciò che abbiamo e siamo

e ciò che avremmo voluto vivere).

Morfeo & Enzo

Succede talvolta che

l’ingegnere Mario fa il barista

e talaltra che Rosario

il dattilografo è postino

e Rodolfo da pittore

diviene manovale edile

e Franco e Gianni, maestri elementari,

parlano da impiegati del Comune.

(Uomo come spesso capita

con sogni lacerati

da vita con luccichio di pugnale

meditando amaro adattarsi).

Sussulti d’acquazzone sulle tegole

poesie scritte fra il 1983 e il 1986

singolarmente edite su riviste e antologie

pubblicata su Rami di Scirocco, Ed. Il Centro Storico, 2000

ESSERE

Essere in questa parte d’infinito

solo per una porzione di tempo:

nostro delirio nascosto fra

le pieghe del sorriso

mentre si brinda

all’anno che

va via.

Intanto

è giorno e

cruda come un martirio

continua a girare la terra

(l’ieri e il domani non nostri

fanno dell’oggi una prigione…)

E s’intrecciano… e si intersecano

fedi a sciogliere il dubbio delle cose.

TEMPO

Generazione dopo generazione

il conto si perde; così

milioni d’anni sono vicini

all’eternità. Ma se talvolta

le ore sono dilatate dal tum-tum

tum-tum del cuore e talaltra

cent’anni vengono risucchiati

nello spazio di un sospiro

questo male, in fondo, è schizofrenico.

SUSSULTI D’ACQUAZZONE SULLE TEGOLE

I

Ventinove anelli nel tronco

e più di un’altra stagione

a cavallo fra lo scorrere

della primavera con sussulti

d’acquazzone sulle tegole

e il sopraggiungere dell’estate.

Niente di eccezionale

però la notte si dormiva

(le frustrazioni accantonate

nell’io profondo andavano

a spasso col sonno post-rem).

Ora è diventata smania

insostenibile

l’ombra della morte.

II

Confusione, senso di vuoto

in testa, senso d’oppressione

costante al petto, martellante,

luce strana, giallognola

sulle cose, sulle piante

senza senso, ombre sui muri.

III

Giacomo, Giacomo dolce,

cantore di Silvia,

perso in quest’immensità

sudo le tue camicie.

Gli altri…

Esistono davvero le persone?

O tutto è fantasia

di quest’angoscia?

Giacomo dolce,

cantore di Silvia,

un secolo è zero e tu sembri

morto appena ieri.

Angoscia, senso di oppressione,

costante al petto, martellante…

dio Dio immenso

facci un cenno, mostrati

non fantasia – suggestione

di quattro apostoli,

mostrati e perdona

questo peccato

di incredulo Tommaso.

IV

Chiusi gli occhi

(dopo quanto tempo?)

subito un saltello della gamba

-sveglia-.

Ancora un’altra notte insonne…

V

"Pillole efficaci! Mezza,

al massimo una per notte…"

Ma, chiusi gli occhi,

-dopo quanto tempo?-

subito un saltello della gamba

-sveglia-

E lente, le ore, scorrono

e tutte finiranno.

VI

L’angoscia è frazionare

l’immensità del tempo

dividendolo per i numeri

a due cifre della tua vita.

Il neurologo:

Perché sorride nel raccontare?

"Non mi

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