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I Cavalieri del Vaticano: The Vatican Knights

I Cavalieri del Vaticano: The Vatican Knights

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I Cavalieri del Vaticano: The Vatican Knights

Lunghezza:
395 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
14 nov 2018
ISBN:
9781547557059
Formato:
Libro

Descrizione

Mente è in visita negli Stati Uniti, Papa Pio XIII viene rapito da una cellula di terroristi denominata Soldati dell’Islam. Se gli Stati Uniti e i suoi alleati non soddisferanno le loro richieste, il papa verrà ucciso.

Così, quando la Specialista dell’FBI Shari Cohen viene chiamata per rintracciare la cellula terroristica responsabile, la donna capisce di non essere l’unica. Dietro alle mura del Vaticano c’è un ordine segreto, un gruppo operativo di soldati speciali noti come i Cavalieri del Vaticano. La loro missione è riportare il papa sano e salvo.

Quando Cohen e i Cavalieri uniranno le forze scopriranno una cospirazione nella Casa Bianca che coinvolge alti membri di Capitol Hill. Quando la donna si avvicinerà alla verità sul rapimento del papa, diventerà l’obiettivo da eliminare da parte delle forze cospiratrici. Ma per arrivare a lei dovranno affrontare i Cavalieri del Vaticano.

Editore:
Pubblicato:
14 nov 2018
ISBN:
9781547557059
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I Cavalieri del Vaticano - Rick Jones

Indice

Prologo

Capitolo 1

Capitolo2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

Capitolo 18

Capitolo 19

Capitolo 20

Capitolo 21

Capitolo 22

Capitolo 23

Capitolo 24

Capitolo 25

Capitolo 26

Capitolo 27

Capitolo 28

Capitolo 29

Capitolo 30

Capitolo 31

Capitolo 32

Capitolo 33

Capitolo 34

Capitolo 35

Capitolo 36

Capitolo 37

Capitolo 38

Capitolo 39

Capitolo 40

Capitolo 41

Capitolo 42

Capitolo 43

Capitolo 44

Capitolo 45

Capitolo 46

Capitolo 47

Capitolo 48

Capitolo 49

Capitolo 50

Capitolo 51

Capitolo 52

Capitolo 53

Capitolo 54

Capitolo 55

Capitolo 56

Epilogo

PROLOGO

Washington, D.C. 

Quindici anni fa

––––––––

Quando la nonna di Shari Cohen fu portata nel campo di concentramento di Auschwitz, dal cielo pioveva sempre cenere.

All’apice della vita del campo, 20.000 ebrei venivano sommariamente uccisi ogni giorno e bruciati nei forni, una tragedia che era rimasta impressa nelle foto appese lungo i muri, le gallerie e le teche di vetro del Museo della Memoria dell’Olocausto a Washington D.C.

Le persone si muovevano senza far rumore da un punto all’altro, zigzagando tra una teca e l’altra, rallegrate da croci di ferro e Luger tedesche. Sotto le luci incassate erano appese la bandiera tedesca e della nazione ebraica, oltre ai quadri di cui si era appropriato il regime nazista, prelevandoli dalle case dei loro proprietari ebrei.

In fondo a un corridoio, Shari camminava lungo un muro ricco di foto in bianco e nero, studiandole una per una attentamente.

E poi la trovò, una stampa sfocata in bianco e nero di detenuti in piedi tutti insieme con le divise che ricadevano su fianchi non più larghi di un grissino. Traspariva grande disperazione dai loro volti, gli occhi erano pieni di tristezza e vuoti.

Con la punta delle dita Shari seguì i contorni dell’immagine di una giovane donna che se ne stava in piedi con il mento in su in segno di sfida. Le ossa scavata delle spalle e sulle guance, il pallore della pelle e le occhiaie presagio di morte intorno ai suoi occhi testimoniavano tutta la sua volontà e il suo coraggio di fronte al nemico. Era la foto della nonna di Shari.

Subito si sentì inondare gli occhi di lacrime, il dolore e la pietà che si fondevano con un orgoglio immenso.

Si spostò lentamente per vedere le teche, esaminando ogni foto e immaginando le atrocità dietro a ciascuna di esse. In una notò i corpi impiccati senza vita. Shari si ricordò allora che sua nonna diceva che i corpi rimanevano lì a penzolare per giorni, a monito per tutti gli ebrei detenuti nel campo per ricordare loro quale destino li attendesse.

Essere una persona di fede ebraica, le diceva sua nonna, era un destino che assicurava la morte e mai a una grazia.

Anche in quel momento, nella sua mente, Shari poteva sentire l’accento di sua nonna, il dolce ritmo del suo tono di voce. Il modo in cui parlava, con il coraggio e l’orgoglio di avercela fatta in uno dei momenti più bui della storia, era di per sé la dimostrazione della forza di quell’anziana donna.

Quando Shari era troppo piccola per capire la profondità del dolore di sua nonna, ma con tanta voglia di imparare, sua nonna le aveva mostrato i numeri tatuati sull’avanbraccio sinistro. Vedendo quei numeri da una parte si poteva leggere 100681, ma quando si osservava l’avanbraccio dall’altro lato, allora si leggeva 189001. Lo stesso tatuaggio ma numeri diversi. Sua nonna le aveva sempre detto che quelli erano numeri magici.

Shari sorrise. Poteva vedere sua nonna che le sorrideva a sua volta, divertita dallo stupore dipinto sul volto di Shari quando vedeva quei numeri trasformarsi sotto i suoi occhi.

E poi il sorriso di Shari sparì, gli angoli della bocca formarono una linea dritta. La donna che era così impavida e coraggiosa nella lotta per la sopravvivenza ad Auschwitz era morta per un infarto una settimana prima in un ospedale di Washington, all’età di settantanove anni. A Shari mancava moltissimo.

Muovendosi tra un espositore e l’altro, Shari vide altre fotografie, tra cui quelle delle ossa carbonizzate e spezzate provenienti dai forni che riempivano profondi solchi tra un dormitorio e l’altro, un altro monito costante per gli ebrei e per ricordar loro il destino imminente che avrebbero dovuto affrontare.

Come sua nonna fosse riuscita a rimanere sana di mente andava al di là di ogni comprensione per Shari.

Come si poteva vivere sotto la coltre del cielo di Auschwitz, pensando ogni giorno se le tue ceneri sarebbero piovute dal cielo un giorno e avrebbero ricoperto tutto di un orribile grigiore?

Non riusciva nemmeno minimamente a immaginare il terrore di non sapere.

Tra le foto del museo, Shari lesse una cronologia di eventi che le ricordarono che sebbene lei fosse una ebrea in una terra tollerante, neanche il suo Paese era immune dai pregiudizi. Si ricordò delle parole della nonna due anni prima, quando Shari aveva compiuto sedici anni.

Ora sei una giovane donna le aveva detto. Grande abbastanza per capire le cose che una giovane donna dovrebbe capire. Quindi quello che ti voglio dare, bambina mia, è il più bel regalo di tutti. Il dono dell’intuizione e della saggezza. Fu allora che sua nonna si era chinata e le aveva fatto cenno di avvicinarsi, come se quello che stava per dirle non potesse essere detto ad alta voce. Sono di fede ebrea, aveva detto, come te. Ma io ero orgogliosa e mi rifiutavo di arrendermi. Essere un’ebrea ad Auschwitz significava morte certa. Ma se combatti partendo da qui, aveva detto mettendo il palmo aperto della mano sul cuore, se veramente sei orgogliosa di chi sei e cosa sei, allora sopravviverai. Ma non dimenticare mai una cosa: ci sono persone orribili lì fuori che ti vorranno distruggere solo perché in loro dimora il male. Se vuoi che il male prenda il sopravvento, allora arretra e non fare niente. Ma se vuoi fare la differenza, allora lotta, in modo che tutti possano vivere nella luce. Capisci cosa ti sto dicendo?

Shari ricordò di averla guardata piena di incertezza. Così sua nonna le aveva mostrato l’avambraccio, l’inchiostro dei numeri magici era svanito ed aveva assunto un colore verde oliva.

Proprio perché ero una ebrea, mi è stato fatto questo tatuaggio, anche se ero una brava ragazza che non aveva mai fatto del male a nessuno. I miei genitori, i miei bisnonni, erano brave persone che non sono mai stati marchiati, perché a loro era stato detto di andare a sinistra, il che, ad Auschwitz, significava una morte veloce nelle camera a gas. Non li ho visti più. Aveva sorriso, aveva tante rughe sul volto ma erano calde e bellissime, le rughe di una persona che veramente amava la vita.

Poi aveva preso la mano di Shari e l’aveva stretta con fare materno. C’è il bene dentro di te, le aveva detto. Io lo sento. Sono le persone come te che possono fare la differenza nelle vite di tutti, anche se non sono di fede ebraica. Questo marchio sul braccio mi ricorda sempre la brava gente che ha chiuso gli occhi e non ha fatto niente per aiutare me o gli altri quando la vita era più buia che mai. E proprio per questo molte persone sono morte inutilmente, perché avevano permesso al male di prosperare. Ma in te, piccolo mia, c’è un fuoco così bello che lo posso vedere nei tuoi occhi. Tu vuoi fare del bene per coloro che non possono difendersi da soli, vero?

In quel momento Shari aveva capito che era proprio così, sebbene il suo nuovo, ritrovato entusiasmo era dovuto al fatto di voler compiacere sua nonna piuttosto che alla risolutezza nel voler proteggere i più deboli. Questa non era una sensazione nuova per lei, sebbene avesse solo diciassette anni e la sua più grande preoccupazione fino a quel momento fossero stati i ragazzi.

Il sorriso di sua nonna si era allargato. Non preoccuparti, aveva detto. Ricorda solo che quando arriverà il momento ci saranno degli ostacoli da superare. Ma non arrenderti. La determinazione e la perseveranza ti faranno sempre da guida. Io ero assolutamente decisa a sopravvivere ad Auschwtiz. E ce l’ho fatta. Ora tocca a te assicurarti che quanto successo a me non capiti più a nessun altro, mai più.

Shari aveva accarezzato l’avambraccio di sua nonna e l’aveva girato, poi aveva scorso con le dita il tatuaggio oramai quasi svanito. Nessuno dovrebbe soffrire come hai sofferto tu, nonna. E io mi assicurerò che sia così.

Sua nonna aveva continuato a sorridere.

Shari spesso pensava se sua nonna credesse alle sue promesse, che erano fatte da una sedicenne che diceva a una persona anziana quello che voleva sentirsi dire, o se credeva davvero a Shari. Ma Shari non avrebbe potuto essere più sincera, visto che l’affetto per sua nonna era superiore ad ogni altra cosa in quel momento, anche se aveva sedici anni ed era preoccupata per i ragazzi. Le persone buone come sua nonna meritavano di meglio.

Questo è il mio regalo per te, mia cara. A volte i regali più belli non sono racchiusi in una scatola ma sono una lezione di vita. Quindi prendilo e fanne buon uso.

Shari non aveva mai dimenticato quella lezione da parte di sua nonna al suo diciassettesimo compleanno.

Ora, due anni più tardi, all’età di diciotto anni, Shari era stata ammessa alla Georgetown University con una borsa di studio. Meno concentrata sui ragazzi e più sulla carriera, Shari stava mantenendo il suo impegno nel non permettere più atrocità nei confronti di coloro che non possono farcela da soli, frequentando i corsi di Diritto Penale, con un occhio a traguardi più importanti.

Alla sua destra Shari vide tre adolescent, più o meno della sua età, vestiti di nero, con rossetto nero e smalto nero, capelli tinti di nero e facce incipriate per sembrare ancora più pallide. Chiaccheravano rumorosamente mentre indicavano le foto e dicendo parole come dolce, stupendo, e forte,, parole che la colpirono profondamente.

E Shari si fermò a riflettere. Se avessero dovuto subire le stesse torture e soffrire come quelli ritratti nelle foto, avrebbero ancora pensao che fosse dolce, stupendo e forte?

Lei pensava di no.

Andando avanti e lasciandosi alle spalle quei coetanei non illuminati, Shari pensò a sua nonna e al modo in cui aveva coraggiosamente affrontato il resto della sua vita. Aveva continuato la discendenza una volta sopravvissuta ad Auschwitz. Sua nonna aveva dato alla luce tre bambini, che,a loro volta, avevano avuto sette nipoti, di cui Shari era la più  giovane. Senza la volontà di sua nonna di andare avanti nonostante uno dei momenti più bui della storia, nessuno di loro sarebbe vivo oggi.

Grazie, nonna.

Shari rimase in piedi accanto a una teca, con il suo riflesso che la fissava di rimando. Era bella, con un ricciolo ribelle sul sopracciglio che sembrava un punto interrogativo rovesciato, proprio a sinistra dell’attaccatura dei capelli. E gli occhi, di un ramato marrone fiammante che splendevano come monetine appena coniate, riflettevano un non so che di curioso.  Perché c’era così tanto fanatismo nel mondo che legittimava l’uccisione di più di sei milioni di ebrei? Nella mente di Shari sembrava troppo tragico che l’umanità non fosse ancora abbastanza matura per vedere quanto era caduta in basso.

Sospirando, guardò oltre il riflesso e vide la bandiera nazista nella teca. Il rosso e il bianco erano ancora vivaci e brillanti, come nuovi, e la svastica la fissava come simbolo di intolleranza.

Proprio perché sei ebrea, le aveva detto sua nonna, sarai sempre perseguitata. Ma non dimenticare mai chi sei e sii sempre orgogliosa di te stessa, perché un giorno tu sarai ricordata per quello che sei e dovrai combattere ancora per sopravvivere. Non dimenticarlo, piccola mia.

Non lo farò, nonna.

Shari sorrise delicatamente, una piccola increspatura delle labbra in ricordo di una donna valorosa. Visitare il Museo dell’Olocausto non era solo un omaggio a sua nonna, ma anche un monito per Shari per tutto quello che le aveva trasmesso sua nonna: essere orgogliosa e forte e non dimenticare mai da dove veniva, o coloro che non ce l’avevano fatta. Ma, ancora più importante, essere sempre forti davanti alle avversità, che sono inevitabili.

Ricorda, piccolo mia. Arriverà il momento. Credimi.

In un Paese in cui la religione era una libertà garantita dalla Costituzione, Shari dubitava che essere ebrea l’avrebbe emarginata in qualche modo. Ma non poteva nemmeno esserne sicura.

Se davvero fosse stato così, allora sarebbe stato un ostacolo in più da superare per appoggiare la causa di tanti, pensò. Sapeva che avrebbe sempre perseverato, perché perseverare era una parte di sua nonna e quindi sua, ce l’aveva nel DNA.

Camminando lungo le teche, una dopo l’altra, Shari passò la giornata riflettendo sulle persone coraggiose che erano sopravvissute ai campi di concentramento e pregando per quelle che non ce l’avevano fatta.

CAPITOLO UNO

Sei miglia nordovest da Mesquite, Nevada

18 Settembre, 14:16

Due jeep e un camion coperto irruppero nel paesaggio deserto mentre avanzavano velocemente sulla sabbia, sollevando colonne di polvere e sabbia. La jeep davanti, ideale per quel tipo di terreno, scortava un camion coperto serie M lungo la valle mentre la jeep dietro teneva il passo, assicurandosi che il camion non perdesse il carico.

Man mano che le jeep andavano su e giù lungo le dune del deserto avanzando a balzelli, il camion, che non aveva la stessa stabilità sul terreno delle jeep, si mostrava meno cooperativo. Con grandi difficoltà, il commando dentro provava a far rimanere fermi gli MP5 puntati su otto arabi seduti all’interno, ammanettati.

Più si muovevano fuori strada più il paesaggio si faceva aspro e inospitale. Enormi formazioni rocciose affioravano nella landa deserta mentre la polvere si ammantava sulla sabbia come onde del mare. L’argilla era logora e fragile, la superficie frammentata dal tempo in mille elementi forgiati dal vento e dal caldo terribile. E i custodi, serpenti, scorpioni e lucertole che si erano adattati a quei luoghi desolati quasi privi di pioggia e con un sole accecante, avevano ereditato un regno che nessuno voleva conquistare.

Era un posto senza pentimenti.

Una volta che i veicoli ebbero percorso i chilometri di solchi e salite e la topografia finalmente si era livellata, la jeep davanti rallentò per fermarsi, con gli altri veicoli che si stavano fermando a loro volta. Mentre la polvere lentamente scompariva, i nove commando, vestiti per nascondersi nel deserto, con occhialini protettivi e caschi, scesero dalle jeep e caricarono le armi da assalto.

Nella jeep davanti, un commando stava in piedi e si affacciava dal tettuccio della torretta con un Laser YardagePro, il sistema telemetrico che rendeva il binocolo così pesante che doveva usare entrambe le mani per stabilizzarsi mentre scandagliava attentamente l’orizzonte. Dopo aver confermato l’assenza di movimenti, abbassò il binocolo. Libero!

In quel momento il Capo del team, seduto sul retro del camion, abbassò la linguetta della tela e, con la canna del suo MP5 puntata per terra oltre il portellone, gridò a quelli ammanettati di scendere dal veicolo. Quando parlò lo fece in un buon arabo, una lingua alla quale si era abituato, avendo vissuto in Medio Oriente per una vita.

I prigionieri scesero uno ad uno dal mezzo gli occhi socchiusi per il sole accecante, mentre gli altri soldati sbraitavano ordini, sapendo benissimo che i prigionieri non avrebbero capito quasi nulla.  Eppure l’istigazione delle punte delle armi era sufficiente per fare capire loro tutto mentre conducevano gli arabi verso una radura fatta di cespugli morti e argilla cotta dal sole.

Dal retro del camion, il Capo del team guardava senza emozioni mentre la sua unità portava gli ostaggi davanti a una struttura in pietra dalla forma di una mezza conchiglia, la superficie resa liscia dal vento. Poi si voltò verso i due arabi che ancora stavano seduti sulle panche di legno duro nel retro del camion, le caviglie incatenate ad anelli d’acciaio fissati sul pavimento. Con freddezza, puntò l’arma contro di loro.

Oggi segna l’inizio della fine, disse loro. Quindi considerateli... fece cenno con la testa in direzione dei loro fratelli in piedi davanti alla mezza conchiglia, i fortunati.

Con lentezza meccanica, puntò la sua arma verso l’alto. Temo che Allah abbia in serbo un destino più grande per voi due, disse, quindi il vostro Paradiso dovrà attendere. Non c’era niente di cinico nel suo tono. Era una semplice constatazione che la morte aveva un suo posto e che non era ancora giunto il momento.

Riconoscendo la scrittura islamica, il Capo, prima così in controllo, divenne furibondo.

Se Allah davvero ti sente, allora chiedi a Lui un intervento divino per il bene dei vostri fratelli. E se davvero Lui è la vostra salvezza, allora dovrebbe farmi morire davanti a voi come dimostrazione del Suo grande potere. Io gli concederò la grazia di un minute per farlo, disse. E poi puntò in alto l’indice. "Ha un...minuto. Non un secondo di più."

Improvvisamente saltò giù dal camion e sbattè il portellone in segno di risentimento. Camminò verso la mezza conchiglia con gli occhi fissi sugli arabi e poi fece un gesto alle truppe per far inginocchiare i prigionieri.

Una volta tornato in sè, il Capo strinse l’arma e valutò i suoi nemici, mostrando pochissima pietà mentre chiedevano di essere graziati. Ma le loro parole non arrivavano alle sue orecchie sorde mentre lui guardava il cielo.

Allah, ora Tu hai meno di un minuto.

Davanti a lui gli arabi supplicavano che venisse loro mostrata pietà o che fossero mandati dritti in paradiso.

Dopo aver tolto gli occhiali di protezione e il casco, voltò la faccia verso il cielo per crogiolarsi al caldo raggio di luce che lo avvolgeva ed evidenziava il suo pallore che era in netto contrasto con i capelli corvini e gli occhi ancora più scuri. Alla base del mento aveva una cicatrice a forma di spicchio, un residuo del kamikaze di diversi anni prima a Ramallah. Il tessuto danneggiato era diventato il monito di una lotta costante.

Dopo essersi rimesso il casco e aver messo gli occhiali di protezione nella tasca interna sulla spalla, il Capo spianò e bilanciò l’arma per il colpo mortale, facendo aumentare così le richieste di grazia di due arabi che gridavano isterici per essere risparmiati, la loro volontà di andare in paradiso era svanita.

Quando il minuto fu scaduto e Allah non si vide da nessuna parte, e con la bocca del suo MP5 che sfiorava ora un arabo ora l’altro come se volesse decidere chi dovesse andare per primo in paradiso, parlò loro con tono piatto e distaccato.

Quando vedete Allah, disse, la punta dell’arma ora spianata, ditegli che vi ha mandato Yahveh. Senza alcuna esitazione o rimorso, il Capo premette il grilletto.

Quando fu tutto finito, gli spari riecheggiarono lontano nella valle, poi si dispersero con un ritmo distante e vuoto fino a quando non ci fu altro che silenzio e il leggero fruscio del vento del deserto.

Con l’odore della cordite che aleggiava nell’aria in maniera nauseante e metallica, chiuse gli occhi e fece un respiro profondo per assaporare il momento.

Il momento, comunque, fu bruscamente interrotto dalla voce di un soldato del commando.

Vuole che li seppelliamo?

Il Capo aprì gli occhi, il momento era passato. Voglio che prendiate questi due uomini e gli facciate sparpagliare i cadaveri, disse con un accento straniero stretto. E seppelliteli bene in profondità. L’ultima cosa di cui ho bisogno è che i coyote li riportino in superficie.

Sì, signore.

Il Capo fece un passo verso i corpi e osservò gli sguardi sui loro volti. Nessuno sembrava riposare in pace. Piuttosto ogni volto esprimeva quella che lui interpretava come sorpresa per la propria mortalità. O era l’improvvisa rivelazione di essere di fronte alla vera faccia del Giudizio? Pensandoci su, ancora una volta si voltò verso il cielo come se stesse cercando delle risposte ma trovò solo il caldo asfissiante, mentre il fascio di luce che lo aveva avvolto fu improvvisamente oscurato da una nube di passaggio.

Si concentrò nuovamente sugli arabi, poteva solo immaginare se davvero credevano che le loro azioni guidate da Dio fossero ricompensate da un paradiso pieno di vergini.

Era una mentalità che lui non aveva mai compreso fino in fondo, lui credeva che quando l’uomo si era messo in posizione eretta e si era allontanato dal brodo primordial avesse portato con sé il concetto di autoconservazione. Eppure quei gruppi faziosi erano guidati dal fascino sucida che ovviamente eclissava il loro istinto di sopravvivenza. Lottare per una causa era un conto, morire per una causa era un altro.

Con la punta dell’arma il Capo diede un colpetto a uno degli arabi, il che fece dondolare la testa dell’uomo su un lato.

Ora inizia la battaglia, sussurrò in arabo all’uomo morto. Ora dimmi, chi sarà il dio più forte? Allah o Yahveh? Senza aspettarsi una risposta, l’uomo con la cicatrice si voltò e si diresse sul retro del camion, dove si rimise al suo posto per affrontare il viaggio di ritorno.

Con l’MP5 sul camion, e con al-Hashrie e al-Bashrah che continuavano il loro mantra con rinnovato vigore, il Capo riflettè sul fato dei due uomini davanti a lui, anticipando l’impatto che avrebbero avuto sul futuro del mondo civilizzato.

Sì, pensò. Questi hanno un ruolo più grande agli occhi di Allah.

CAPITOLO DUE

Qualche parte sull’Oceano Atlantico

22 settembre, mattino

Lo Shepherd One è la versione vaticana dell’Air Force One ma senza tutti i lussuosi fronzoli dell’ufficio presidenziale come l’angolo bar e le costose sedie corinzie in pelle. In realtà, lo Shepherd One è un normalissimo jet di linea di proprietà dell’Alitalia, che spesso è tenuto da parte per le escursioni del Papa. Le uniche modifiche fatte al velivolo avevano riguardato la sicurezza per cui erano stati inseriti dei dispositivi per respingere gli attacchi provenienti da armi di ribelli. L’aereo era dotato di razzi per attirare le armi a ricerca di calore, intercettori per eliminare i missile terra-aria e un jammer laser ideato per confondere qualsiasi dispositivo dotato di laser, tra cui i missili. Dopo l’attentato a Giovanni Paolo II, il Vaticano aveva preso le dovute precauzioni che Alitalia era stata più che contenta di accettare.

Seduto nella sezione anteriore del quasi deserto 747 che si dirigeva verso ovest, verso Dulles, da Roma, Papa Pio XIII esaminò l’itinerario per la sua visita di due settimane sul suolo americano. Spesso guardava fuori dal finestrino l’oceano sotto di lui, un paesaggio marino ricco e trasparente, e pensava alla sfida che aveva davanti.

Aveva capito che la religione era un affare che offriva la fede come una merce. E con i politici e le banche sempre più potenti sostenitori del Vaticano, e lui a capo dello Stato, era una sua responsabilità creare una domanda di fede tra le persone. Papa Pio aveva bisogno di ridurre il divario sempre più grande tra la Chiesa e i suoi elettori, visto che da anni questi avevano abbandonato la messa grazie a un crescente liberalismo e al rifiuto della Chiesa di addolcire i suoi valori conservatori con il risultato di panche vuote in tutto il mondo.

Quello che Pio voleva fare, quello che doveva fare, era seguire i passi del suo predecessore e riaccendere la scintilla della religiosa speranza.

Non voleva commercializzare la Parola di Dio, ma far sapere che Dio non aveva abbandonato i Suoi figli, ma che li amava incondizionatamente. Non stava a lui predicare il fuoco e la dannazione eterna, né voleva fare sermoni tipo ‘Dio ti ama. Ma ti amerebbe di più se venissi a messa e accettassi i vecchi modi."

Non voleva predicare facendo rimproveri.

Dopo essersi stropicciato gli occhi, il papa sospirò come se improvvisamente avesse capito che questo compito era troppo per un uomo della sua età. Ma nonostante la fatica e il suo scoraggiamento temporaneo, era fortemente determinato a riconquistare la cittadinanza cattolica e a far rinascere la fede in declino. Era convinto della sua missione, non gli importavano le istanze o le lotte che sicuramente avrebbe dovuto contrastare in futuro.

La sua sfida era dimostrare l’importanza degli antichi precetti del cristianesimo in un mondo che invocava l’evoluzione. Considerando che la Chiesa era sopravvissuta alle insurrezioni del passato, il papa sapeva che sarebbe sopravvissuta al futuro. Comunque, come promuovere l’unità era davvero un mistero. Papa Pio XIII tornò al suo tragitto e scrisse dei discorsi per un ulteriore studio, concludendo che avrebbe dovuto abbandonare frasi troppo elaborate se voleva conquistare le masse. E ad aiutarlo c’erano quattro dei suoi migliori oratori, tutti vescovi della Santa Sede, il braccio amministrativo del Vaticano. I vescovi della Santa Sede erano preparati per questo tipo di cose. Avrebbero fatto da consulenti e avrebbero simulato dei forum, ognuno avrebbe disegnato vari scenari, come un regista di Hollywood.

E poi l’implicazione dei suoi pensieri lo colpì violentemente. La religione è arrivata a questo? È diventata un teatrino?

Il papa si rifiutò di accettare quell’idea sconfortante e tornò a organizzare e rileggere i discorsi proposti dai suoi collaboratori. Chiuse gli occhi e vide i fogli bruciare come una visione postuma dietro alle pieghe delle palpebre. Papa Pio XIII decise che avrebbe parlato con il cuore in mano piuttosto che pontificato dal pulpito.

Avrebbe parlato con tutta la sua anima.

Sua Santità? Le

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