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Musica e Coesistenza: Un viaggio alla ricerca di musicisti che fanno la differenza

Musica e Coesistenza: Un viaggio alla ricerca di musicisti che fanno la differenza

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Musica e Coesistenza: Un viaggio alla ricerca di musicisti che fanno la differenza

Lunghezza:
357 pagine
4 ore
Pubblicato:
26 set 2018
ISBN:
9788899706456
Formato:
Libro

Descrizione

La musica può aiutare a sanare le ferite di una società e a costruire ponti fra culture differenti?
Per rispondere a questa domanda, Osseily Hanna ha percorso più di 240.000 chilometri in tre anni, ha visitato 15 Paesi e diverse regioni critiche del mondo, afflitte da forti tensioni sociali e politiche.
Musica e coesistenza documenta importanti progetti sociali e nuovi modi di interpretare il benessere, la bellezza e, soprattutto, l’arte. L’autore ha raccolto molteplici testimonianze di musicisti desiderosi di infrangere preconcetti sociali limitanti e di creare un dialogo basato su messaggi di pace e fratellanza.
Si spazia, così, per esempio, dalla testimonianza di un gruppo folk turco che celebra la diversità linguistica e culturale esistente nel Paese da secoli, ma repressa fino alla metà degli anni Novanta dal governo, a quella di un coro misto di bianchi e neri impegnato a promuovere il rispetto reciproco, indipendentemente dal colore della pelle e nonostante le tensioni razziali tuttora esistenti a vent’anni dalla fine dell’apartheid. Il filo rosso che accomuna tutte queste esperienze è il raro coraggio, l’immensa vitalità, e l’ostinazione nel ricercare attraverso la musica uno strumento di dialogo e la possibilità di trasformare le realtà attuali verso società più libere.

Osseily Hanna è nato a Londra, dove ha iniziato le lezioni di violino all’età di otto anni e ha suonato con la North London Symphony Orchestra nel 2005. Ha rinunciato a una carriera di successo nei mercati finanziari globali nel 2011 per sviluppare Musica e coesistenza come documentario e libro. È bilingue inglese-spagnolo e ha studiato arabo, francese, italiano e turco.
Pubblicato:
26 set 2018
ISBN:
9788899706456
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Musica e Coesistenza - Osseily Hanna

libro

Elenco delle abbreviazioni

ARCT Albino Revolution Cultural Troupe

CLA Cambodian Living Arts (organizzazione con

sede a Phnom Penh impegnata a trasformare

la Cambogia attraverso l’arte)

FRTP Fund for Reconciliation, Tolerance, and Peace

(Fondo per la riconciliazione, la tolleranza

e la pace)

ONG Organizzazione non governativa

PSS Poesía, Samba, Soul (poesia, samba e anima)

RAU Rand Afrikaans University

Soweto South Wostern Township (township

sudoccidentale in inglese) nella zona

sud-occidentale di Johannesburg, Sudafrica

UNESCO Organizzazione delle Nazioni Unite per

l’Educazione, la Scienza e la Cultura

UNICTR Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda

delle Nazioni Unite

UNT University of North Texas

UNWRA Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso

e l’Occupazione

Ringraziamenti

Questo viaggio, iniziato tre anni fa, è stato un privilegio e, allo stesso, tempo un onore. Sono molte le persone che desidero ringraziare per il loro aiuto e sostegno:

Bennett Graff, acquisitions editor senior presso Rowman & Littlefield, per aver visto il potenziale del progetto e avermi suggerito di ampliare il raggio di azione del libro in modo da abbracciare un numero maggiore di culture e realtà, rendendolo così un’analisi globale, e non solo regionale, di progetti di musica e coesistenza pacifica. Mi ha incoraggiato e sostenuto durante tutto il progetto.

Paul Imison, il mio editore, per avermi aiutato con un’attenta revisione del testo e per avermi aiutato a tirare fuori il meglio di me.

Julio Rodriguez Garcia, per aver preparato la cartografia.

Laura Hassler, per avermi aiutato all’inizio del progetto e avermi aperto due porte importanti — una in Kosovo e l’altra in Ruanda — e per avermi ascoltato prima di eseguire il lavoro di campo.

La troupe cinematografica di Music and Coexistence, per avermi accompagnato, del tutto o solo in parte, durante le riprese: Carlo de Agostino (aiuto fotografia), Alessandro Molatore (direttore della fotografia), Averio Molatore (produttore tecnico, Italia), Josef Ruffo (aiuto fotografia), Hector Ruiz Quintanar (tecnico audio nonché visionario nel suggerirmi di far suonare la canzone Bukra fi mishmish da altri musicisti dandomi consigli su come farlo).

Hamza Zeytinoglu, per avermi fatto conoscere i diversi generi musicali anatolici e avermi dato ulteriori meravigliosi suggerimenti.

Heartbeat, soprattutto il fondatore del gruppo, Aaron Shneyer, per avermi aiutato a far prendere vita la canzone Bukra fi mishmish in diversi paesi e a Shoshi Gottesman per tutto il suo appoggio.

Wendy Hassler-Forest, Lenart Gara, Dafina Kosova e la Mitrovica Rock School/Musicians without Borders.

Chris Nicholson, per essere stato un meraviglioso cicerone in Ruanda, e tutti i giovani cuori e menti del programma di musica di Tigali.

Aimable Nsabayesu, della scuola di musica di Kigali in Ruanda.

Arn Chorn-Pond e Cambodian Living Arts.

Nimrod Moloto e i musicisti di Melodi Music presso Soweto, Sudafrica.

La Professoressa Associata Donna Emmanuel e la University of North Texas, per avermi dato l’opportunità di visitare la facoltà di musica durante il campo estivo di musica mariachi del 2013, il maestro José Hernández e Manuel Delgado per aver condiviso con me informazioni importanti sull’essenza della musica mariachi.

Tutti i componenti di Kardeş Türküler, in particolare uno dei fondatori, Ülker Uncu, per aver sostenuto il progetto del film e del libro fin dall’inizio.

Muhammad Mughrabi e Fadi Ammous di G-Town. Liz Shropshire e la Shropshire Music Foundation. Dr. Pól Deeds e An Droichead.

Darren Ferguson, Beyond Skin.

Arto Tunçboyaciyan e la Armenian Navy Band, compresi Armen Hyusnunts, Gagas e il team di gestione (Artak Gevorgyan e John Grigoryan), che hanno reso memorabile il mio soggiorno in Armenia.

Tito David Ntanga e tutta la Albino Revolution Cultural Troupe in Tanzania.

Claudio Miranda Moura e tutti i componenti di Poesía, Samba, Soul, San Paolo. Flávio Pimenta di Meninos do Morumbi, San Paolo.

Nin Solis, per avermi aiutato con la post-produzione di alcune delle foto incluse nel libro.

I seguenti intervistati (se non menzionati in precedenza): Kamal Abunassar, Yasmina Abunassar, Ayhan Akkaya, Dr. Volkan Aytar, David Broza, Renette Bouwer, Sorcha Campbell, Yitzak Frankenthal, Lenart Gara, Guy Gefen, Michal Gefen, Marion Gommard, Susana Harp, Moody Kablawi, Madison Koen, Blerta Kosova, Yasar Kurt, Sister Martha, Geo Meneses, Fabio Miranda Moura, Sabelo Mthembu, Aimé Ndorimana, Tamer Omari, professor Caryl Phillips, Alejandra Robles, Şevval Sam, Thouch Savano, Nisrine Totri, Ami Yares, Vedat Yildirim e Nzeyimana Kana Yves.

Harry Brake, Betty Caplan, Luis Cotto, Myles Estey, Johannes Goderbauer, Daniel Hamilton, Fulya Kurter, Jack Little, Violeta Pelaez, per aver rivisto i primi capitoli.

Ann-Marie Weaver, per aver rivisto alcuni dei primi capitoli e avermi dato consigli su dove fare ricerche per i capitoli successivi.

María González de Castilla Gómez e Burce Celik, per avermi dato un prezioso feedback durante le prime fasi del progetto del libro.

Mahir Namur, per avermi aiutato con una traduzione particolarmente difficile dal turco all’inglese.

Benjamin Assey, Alejandra Barajas, Jesus Bravo Pliego, Francisco Bosch y Gutierrez, Mariana Bosch y Gutierrez, Camila Eleuterio, Alex Murga, Gini Dardalle Rute (RIP), Regina Tapia, Guadalupe Vázquez, e Helena Vidaurri, per avermi aiutato da un punto di vista logistico.

Introduzione

Dopo essermi laureato a Londra nel 1999, ho intrapreso diversi viaggi in tutta Europa insieme al mio caro amico Alessandro Lalvani. A guidarci era il principio del freestyling: Prendevamo le ferie dal lavoro, compravamo i biglietti d’aereo più economici e vedevamo un po’ cosa succedeva una volta arrivati a destinazione. Con la sicurezza di avere un cellulare in una mano e una guida turistica nell’altra, noi due — adolescenti con soldi in tasca — facevamo freestyling diverse volte all’anno per conoscere città per noi esotiche, come Praga, Venezia, Milano e Barcellona. Ci sembrava che il mondo fosse ai nostri piedi.

Ad un certo punto Alessandro si è sposato e sistemato, mentre io ho continuato a fare lunghi viaggi in Messico, Argentina, Brasile e Vietnam, seguendo, però, quasi sempre percorsi già battuti e avventurandomi solo occasionalmente verso rotte nuove, come il viaggio in bicicletta di 400 chilometri da Dalat a Hoi An, intrapreso con uno studente di dottorato austriaco conosciuto durante il mio soggiorno in Vietnam. Questi viaggi mi hanno aperto gli occhi rispetto a nuovi modi di interpretare il benessere, la bellezza, la natura e, soprattutto, l’arte. Senza queste esperienze, oggi la mia vita sarebbe completamente diversa. Tre anni fa ho deciso che volevo qualcosa in più. Un po’ per il brivido dell’avventura e un po’ per il desiderio di documentare il mondo in cui viviamo, ho deciso di combinare il viaggio con la scrittura e la realizzazione di un documentario.

Il progetto di Musica e Coesistenza è iniziato dopo aver assistito a una performance della West Eastern Divan Orchestra, un gruppo di musicisti provenienti da Israele e da Paesi limitrofi, presso la Filarmonica di Berlino. In programma c’era il Kammerkonzert di Alban Berg, un pezzo di musica da camera ambiguo e complesso, eseguito da Michael Barenboim, figlio del pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, e da Karim Said, parente del defunto intellettuale palestinese Edward Said. Vedere questi giovani talenti unire menti e cuori in un progetto di collaborazione di questo tipo mi ha colpito piacevolmente facendo nascere in me una serie di domande. Esistono altri esempi di collaborazione di questo genere fra culture diverse? La musica può aiutare a sanare le ferite di una società?

Fin dall’infanzia la musica ha svolto un ruolo importante nella mia vita. Ho iniziato a prendere lezioni di violino a Londra quando avevo otto anni e nel 2005 ho suonato per un certo periodo nella North London Symphony Orchestra. Ricordo che tornavo a casa tardi e ascoltavo i notturni di Chopin o qualche disco di jazz per rilassarmi con un bicchiere di vino in mano. La musica mi ha aiutato a evadere dalla monotonia e dalla noia del mio lavoro. La passione per questa disciplina e quanto visto a Berlino mi hanno spinto a intraprendere le ricerche per questo libro appena tornato a Città del Messico, la città che oggi considero casa mia.

Nel giro di qualche mese ho lasciato il mio lavoro presso una banca di investimento per dedicarmi a scoprire altri esempi di musica e coesistenza pacifica in giro per il mondo. Credo non abbia molto senso fare un lavoro ben pagato che, però, non piace; inoltre, il desiderio di approfondire un mio interesse era forte. Mi considero fortunato per aver avuto l’opportunità di documentare gli importanti progetti sociali descritti in questo libro. Per realizzare le ricerche del testo e del documentario che lo accompagna, ho percorso più di 240.000 chilometri in tre anni – l’equivalente di diciassette voli di andata e ritorno fra Londra e New York.

In un mondo sempre più globalizzato, volevo conoscere da vicino progetti musicali in grado di fare la differenza in diverse regioni del mondo, offrire una panoramica trasversale sulle modalità attraverso cui le persone propongono soluzioni a problemi sociali grazie alla musica e creare analogie fra attività svolte in culture apparentemente diverse tra loro. In particolare, mi premeva confrontarmi con persone che accettano la diversità. Durante il viaggio ho scoperto che la musica è un catalizzatore perfetto per questo tipo di coesistenza che, a volte, può realizzarsi nei luoghi più inaspettati.

Il libro si divide in tre parti: Musica e inclusione sociale, Musica e guerra e Programmi di educazione musicale. La prima parte presenta l’esperienza di musicisti desiderosi di infrangere preconcetti sociali limitanti e di creare un dialogo basato su messaggi di pace e fratellanza, come ad esempio un gruppo folk turco che celebra la diversità linguistica e culturale esistente nel Paese da secoli, ma repressa fino alla metà degli anni ’90 dal governo. Grazie a iniziative come queste, oggi in Turchia si assiste a una rinascita della musica tradizionale. Un ulteriore esempio viene dall’Università di Johannesburg dove ho avuto modo di conoscere un coro misto di bianchi e neri impegnato a promuovere il rispetto reciproco, indipendentemente dal colore della pelle e nonostante le tensioni razziali tuttora esistenti a vent’anni dalla fine dell’apartheid.

La seconda parte, dal titolo Musica e guerra, presenta una serie di progetti musicali che spaziano da Cambodian Living Arts, un’organizzazione votata a far rivivere melodie quasi completamente scomparse durante il genocidio avvenuto in Cambogia negli anni ’70, a una scuola di musica rock di Mitrovica, in Kosovo, divisa in due in una città flagellata da tensioni politiche. I musicisti serbi e kosovari sono costretti a fare le prove nelle due diverse sedi della scuola e possono suonare insieme solo fuori città. È difficile immaginare che, al giorno d’oggi, giovani ragazzi debbano fare tanti sacrifici per poter suonare insieme, ma questa continua ad essere una realtà in diverse parti del mondo.

L’ultima parte del libro prende in analisi programmi di educazione musicale in Brasile, Israele e negli Stati Uniti, mirati non solo ad aiutare i giovani nello sviluppo del proprio talento e a mantenerli occupati con attività produttive, ma anche a scoprire qualcosa di altrettanto importante: la propria voce. Il successo del progetto israeliano di Heartbeat, che vede uniti ebrei e palestinesi, non si è limitato al suo Paese d’origine, ma è arrivato anche in Germania e negli Stati Uniti. Un programma dedicato a promuovere la musica mariachi, tipica del Messico, presso la University of North Texas, dopo sei anni vede ancora un’ottima partecipazione, mentre la scuola di samba Meninos do Morumbi di San Paolo è una piattaforma di lancio per aspiranti musicisti che offre, allo stesso tempo, anche pasti e sostegno alla comunità. In totale il libro descrive progetti di musica e coesistenza sviluppati in quindici diversi Paesi e territori con l’obiettivo di presentare esperienze importanti provenienti da tutto il mondo.

Molte delle interviste in Medio Oriente e nella regione circostante sono state realizzate durante le riprese dell’omonimo documentario Music and Coexistence uscito nel marzo 2014. Mentre il film si sofferma soprattutto su progetti della regione mediorientale, il libro esplora il tema in modo più approfondito con lo scopo di dimostrare come la musica possa aiutare a costruire ponti fra culture differenti in continenti diversi. Tutto gira attorno all’esperienza di persone che dedicano la propria vita a promuovere un cambiamento positivo attraverso la musica.

Questo libro è anche un diario di viaggio e, in quanto tale, spero riesca anche a trasmettere gli alti e bassi dovuti alle ristrettezze economiche e la dura realtà vissuta da molte persone intorno al mondo. Ho imparato ad essere meno duro con gli altri, anche se riconosco che il mio cammino è ancora lungo. In passato, ad esempio, odiavo la banda, un tipo di musica popolare in Messico, perché, paragonandola con la musica classica, mi sembrava priva di ritmo e di tempo; con gli anni però ho capito che non si trattava di un paragone obiettivo perché la musica classica dispone di repertori e modalità di esecuzione completamente diversi. L’aspetto più importante da prendere in considerazione è la storia e l’intenzione del musicista e, nel caso di questo tipo di musica, il mio punto di vista è cambiato quando ho avuto modo di ascoltare dal vivo la performance di un complesso di ventotto persone provenienti da una remota regione del sud del Messico, per cui la musica è un modo di preservare tradizioni e lingua indigena. E questo è molto più importante e rilevante dell’applicare le rigide regole della musica classica. E, dopotutto, chi sono io per giudicarli?

Inoltre, sono diventato molto più cauto nel dare troppo peso alla forma e all’estetica così come al livello culturale delle persone. Aver letto tutte le opere di Shakespeare o conoscere a memoria tutte le sinfonie e i concerti di Mozart non rende una persona migliore di un’altra. L’antisemita Richard Wagner o Simon Bikundi, un cantante e compositore ruandese che ha incitato alla violenza e sostenuto il genocidio in Ruanda, possono essere considerati ottimi compositori, ma nessuna persona di buon senso li definirebbe brave persone solo perché più esperti di musica rispetto alla media.

Oggigiorno, in una società sempre più globalizzata, il ruolo della musica diventa ancora più importante, soprattutto se vogliamo dimostrare una maggiore empatia verso gli altri. È senz’ombra di dubbio un ingrediente fondamentale in grado di evitare guerre, genocidi, carestie e disastri ecologici, tragedie che, di fatto, si potrebbero scongiurare se decidessimo di riconoscere, rispettare e accettare chi ci circonda e di avere tutti un solo obiettivo in comune.

Le tradizioni musicali delle regioni del mondo sono molto diverse fra loro. Non è mia intenzione stilare un compendio etnomusicale dei cinque continenti, per farlo occorrerebbe un gruppo di esperti ed esistono già molti libri di etnomusicologia e articoli al riguardo in grado di fornire una documentazione molto più efficace, anche per quel che riguarda la relazione con la società. Desidero, invece, offrire una panoramica sulle vite di musicisti di diverse estrazioni sociali, giovani e anziani, appartenenti a contesti etnici e religiosi differenti. Invito il lettore ad accompagnarmi alla ricerca di analogie esistenti fra persone di diverse regioni del mondo per poterne apprezzare, e allo stesso tempo riconoscere, le differenze, un aspetto da non tralasciare.

Una ricerca per un progetto di questo tipo avrebbe sicuramente potuto includere molti altri musicisti. Spero, comunque, che questo libro susciti nel lettore la curiosità di voler scoprire in maniera autonoma ulteriori esempi di questo tipo. Nella stesura del testo ho cercato di esprimere sensibilità e rispetto verso tutti i musicisti descritti. Alcune persone mi hanno chiesto di non usare i loro veri nomi per paura di rappresaglie, ma la verità è presentata nelle loro storie, non nel nome che accompagna le citazioni.

Non sarebbe un’esagerazione dire che ho messo anima e cuore in questo progetto. Musica e coesistenza è diventato per me uno stile di vita e mi ha fatto crescere come persona. Durante la redazione del libro, le riprese del documentario, i viaggi e gli incontri con musicisti provenienti da tutto il mondo, ho avuto l’opportunità di lavorare con persone piene di creatività che hanno dedicato la loro vita all’arte, e con molti di loro ho avuto la grande fortuna di costruire un’amicizia. Queste persone sono la vera ispirazione che mi motiva a continuare ogni giorno e, dopotutto, il motivo per cui questo libro è arrivato nelle vostre mani. Sono sinceramente grato a ognuno di loro.

Parte 1

MUSICA E INCLUSIONE SOCIALE

CAPITOLO 1

CANTI DI FRATELLANZA

(TURCHIA)

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna a quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni.

– Konstantinos P. Kavafis, Itaca (Trad. di F. M. Pontani)

Ogni giorno dal mio appartamento di Gümüşsuyu, un quartiere tranquillo affacciato su via Istiklal Caddesi, alle spalle del leggendario liceo Galatasaray, nel cuore di Istanbul, cammino fino alla scuola dove sto prendendo lezioni di turco. Ogni mattina il fornaio mi saluta dal suo vecchio e pittoresco carretto rosso e per fare colazione gli chiedo un simit, una grande ciambella di pane al sesamo. La via pedonale ospita negozi di grandi catene internazionali della moda, gallerie d’arte e talentuosi musicisti di strada che suonano un po’ di tutto: dal pop turco accennato con la chitarra alla musica arabeggiante eseguita con il baglama, un liuto a manico lungo, passando per melodie più vivaci originarie della costa turca del Mar Nero e interpretate con il kemanche, uno strumento simile ad un violino verticale con una cassa più snella.

L’estetica – in architettura, in scultura, in pittura o nella musica – è un aspetto fondamentale della vita di Istanbul. L’ossessione ottomana per la forma, evidenziata da Orhan Pamuk nel suo romanzo storico Il mio nome è Rosso, deriva dal grande interesse dei sultani per le arti figurative e, in particolare, per le miniature persiane dipinte da famosi artisti di questa regione. Oggi l’affascinante città trasuda stile e magnificenza, regalando nuovi scorci ogni volta che si passeggia lungo la Istiklal Caddesi: un’iscrizione sull’imponente arco della galleria commerciale Suriye Pasaji; il Misir Apartment con la sua splendida scalinata di marmo che, al primo piano, conduce a una sala da ballo in stile parigino; le esclusive gallerie colme di opere d’arte provenienti dalla Turchia e dall’estero; o le vedute del Bosforo dai numerosi ristoranti affacciati sullo stretto che evocano l’epico passato ottomano, mentre le sagome delle moschee si stagliano all’orizzonte durante il richiamo alla preghiera.

Sono arrivato ad Istanbul nel settembre del 2012 perché mi ero perdutamente innamorato della città in occasione di due visite effettuate per filmare il gruppo folk anatolico Kardeş Türküler. Mi ero fatto molti amici e la loro accoglienza e la loro ospitalità, così come il fascino della città, mi avevano convinto a tornare per conoscerla più da vicino. Desideroso di cambiare aria e lasciare Città del Messico, volevo imparare una nuova lingua e confrontarmi con una nuova cultura, e quindi ho deciso di tuffarmi a capofitto in una città e in una società molto complesse.

Ogni giorno passo davanti alla bandiera turca che sventola in piazza Taksim, giro a destra e scendo giù per una collina, raggiungendo la scuola di turco. La mia classe di secondo livello è composta quasi in egual numero da arabi e tedeschi. Molti degli studenti arabi sono siriani fuggiti dalla guerra civile scoppiata nel 2011, mentre i tedeschi si trovano lì per conoscere più da vicino una cultura integratasi, in poco tempo, nella loro. Uno dei miei compagni, Ibrahim, uno studente ventitreenne proveniente dalla regione curda della Siria, suona il baglama, un liuto a collo lungo tipico della Turchia, ma anche della Siria, dell’Iraq e di alcune regioni dell’Iran. Mi piace pensare che lo strumento possa rappresentare un simbolo di speranza, un oggetto che unisce culture diverse, piuttosto che un semplice pezzo di legno con corde ed elegantemente intagliato. Un giorno Ibrahim mi propone di portare il violino per improvvisare una jam-session; appena si sparge la voce, anche l’insegnante e il resto della classe decidono di unirsi a noi.

In una piccola aula accordo il mio violino con il baglama di Ibrahim. Tutti ci guardano, impazienti. Ho ricevuto un’educazione musicale classica, quindi non so suonare usando il makam, il sistema melodico di derivazione araba basato su microtoni; il mio cervello e il mio udito sono abituati a pensare in termini di semitoni e non in quarti di tono. Per scaldarmi intono una sonata barocca di François Francoeur finché Ibrahim non inizia a suonare una canzone popolare siriana, con le dita che si muovono veloci su e giù lungo il collo dello strumento. Riesce a creare un legame speciale con il suo baglama e tutti lo vediamo sotto una luce completamente diversa: il compagno di classe tranquillo e silenzioso si è trasformato in un musicista appassionato. La musica è capace di fare questo alle persone: permette ad alcuni di noi di raggiungere uno stato interiore impossibile da esprimere a parole.

Uno degli insegnanti ci suggerisce di suonare Üsküdar’a gider iken, una canzone popolare che si esegue nella scala minore melodica tipica della musica occidentale e che non conosce davvero confini. I turchi sostengono sia turca, ma la canzone si suona anche in altri Paesi, come Bulgaria e Grecia. Esistono diverse versioni del pezzo, eseguite con strumenti e abbellimenti musicali differenti per renderlo unico. L’insegnante scrive il testo della canzone sulla lavagna e inizia a dirigere il canto, mentre io e Ibrahim iniziamo a intonare la melodia principale. Il resto degli studenti si unisce al coro poco dopo: tedeschi, arabi e turchi si ritrovano a cantare tutti insieme una canzone popolare in un’aula di Istanbul.

Istanbul è una città nostalgica. La sua facciata moderna copre il passato dell’impero ottomano, incredibilmente ricco di storia ma anche di crudeltà, i cui segni indelebili sono visibili dappertutto. Le iscrizioni in turco antico con caratteri arabi, usati fino all’adozione dell’alfabeto europeo in occasione della proclamazione della Repubblica nel 1923, e i riferimenti all’Egitto testimoniano i tempi d’oro del passato in cui il Paese era una potenza. Camminando per le stradine di Beyoglu, attraversando i bazar e

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