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La spada e la croce: Il romanzo di Goffredo di Buglione

La spada e la croce: Il romanzo di Goffredo di Buglione

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La spada e la croce: Il romanzo di Goffredo di Buglione

Lunghezza:
640 pagine
8 ore
Pubblicato:
3 ott 2018
ISBN:
9788829519262
Formato:
Libro

Descrizione

Nell’XI secolo l’Europa visse uno dei periodi storici più affascinanti e grandiosi dopo Carlo Magno.
   Fu l’Europa delle Crociate e di Goffredo di Buglione, un eroe leggendario per un’impresa leggendaria. Duca della Bassa-Lotaringia, educato alla corte di suo zio Goffredo il Gobbo, ardimentoso cavaliere, leale vassallo del sovrano di Germania Enrico IV, grande condottiero e liberatore di Gerusalemme.
   Rivivono, in un’epopea straordinaria, le sue battaglie, i contrasti con la volitiva contessa Matilde di Canossa, le sue epiche gesta, i suoi amori. Dagli scenari brumosi del nord alle assolate contrade d’Oriente, passando per Costantinopoli e i fasti dell’impero bizantino, fino alle inespugnabili mura di Antiochia e infine a Gerusalemme.
   Un viaggio meraviglioso fra il sacro e il profano, sfolgorante d’armi e ideali cavallereschi, intrighi e lotte di potere, che al grido di “Dio lo vuole” ha per meta la Città Santa, ieri come oggi contesa, e teatro di cruenti combattimenti.

Pubblicato nel 2001 col titolo Il Romanzo di Goffredo di Buglione nella Collana Romanzi Storici dell’Editrice Nord, viene riproposto oggi, a distanza di molti anni, in versione digitale con una nuova veste grafica e con il suo titolo originale: La Spada e la Croce.
Le fonti a cui attinge un autore che desidera far rivivere attraverso la propria opera letteraria un periodo storico, sono la ricerca bibliografica e lo studio, se possibile i viaggi nei luoghi in cui si svolgono le vicende che si vogliono raccontare. Questo romanzo non fa eccezione, e scrivendolo con grande passione e il più possibile fedele alla realtà l’autrice ha voluto ridisegnare la vita di Goffredo di Buglione partendo dall’infanzia, ma anche tracciare la figura di un grande signore feudale, dei doveri a cui era obbligato, dei legami di vassallaggio al sovrano, il senso dell’onore che permeava l’intera esistenza di un cavaliere, tenuto a difendere i più deboli e gli oppressi dal giuramento prestato nel momento dell’investitura. Un momento solenne, preceduto da una notte di veglia, di preghiera e di elevata spiritualità.

L’AUTRICE
Nata ad Asti, dove risiede tuttora, Angela Pesce Fassio è un’autrice versatile, come dimostra la sua ormai lunga carriera e la varietà della sua produzione letteraria. Coltiva altre passioni, oltre alla scrittura, fra cui ascoltare musica, dipingere, leggere e, quando le sue molteplici attività lo consentono, ama andare a cavallo e praticare yoga. Discipline che le consentono di coniugare ed equilibrare il mondo dell’immaginario col mondo materiale.
Mistero, avventura, brividi e amore, sono i soggetti che predilige e che ha proposto anche sotto pseudonimo. I suoi libri hanno riscosso successi e consensi dal pubblico e dalla critica in Italia e all’estero.
Pubblicato:
3 ott 2018
ISBN:
9788829519262
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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La spada e la croce - Angela P. Fassio

Angela P. Fassio

La spada e la croce

Il romanzo di Goffredo di Buglione

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Progetto Genesis. Post Mortem [Vol. I]

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La spada e la croce. Il romanzo di Goffredo di Buglione

I edizione digitale: ottobre 2018

Copyright © 2018 Angela Pesce Fassio

Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Sito web

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ISBN: 9788829519262

Immagini di copertina:

Depositphotos | vukkostic91

Periodimages | Nina e Floyd

Progetto grafico: Consuelo Baviera

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Edizione digitale: Gian Paolo Gasperi

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PARTE PRIMA

Il segno del destino

1

La luce incandescente colava come un fiume di fuoco lungo i crinali scoscesi delle alture, si riversava nella pianura e lambiva le mura della città, ammantandole d’oro e di fiamma.

La Cupola della Roccia scintillava e dall’alto del minareto vibrava una voce cantilenante che chiamava i fedeli alla preghiera. Nelle viuzze si aggiravano misteriose figure velate e dai giardini ombrosi, celati da graticci e trafori, esalavano fragranze selvagge, frammiste all’odore dell’arenaria e della polvere, che nel suo incessante turbinio accompagnava l’eterna litania del vento...

Goffredo si destò di soprassalto nell’urtare il libro con la fronte. Si passò le mani sugli occhi e scrollò il capo per scacciare dalla mente le ragnatele del sonno.

Che strano sogno, pensò riprendendo contatto con la realtà. Posò lo sguardo sulla pagina e vide il disegno, davvero bellissimo, di Gerusalemme. Doveva aver colpito a tal punto la sua immaginazione che nell’assopirsi l’aveva sognata.

«La Città Santa», disse Vilfredo alle sue spalle. «Un luogo benedetto da Dio e maledetto dagli uomini. Una terra consacrata dal martirio di Cristo e ora calpestata dai pagani, oltraggiata e oppressa.»

Ancora suggestionato dal sogno, Goffredo chiuse gli occhi.«Un giorno tornerà ad esser cristiana, ma prima dovranno scorrere fiumi di sangue.»

La mano di Vilfredo si posò sulla sua spalla con forza. «Che hai detto?»

Si girò a guardarlo trasognato. «Niente. Cos’avete sentito?»

«Hai mormorato qualcosa a proposito di… No, lasciamo stare. Devo aver frainteso.» Aggirò il tavolo per andare a sedergli di fronte e sorrise, nascondendo il proprio turbamento. Talvolta il suo giovane allievo riusciva a sconcertarlo. «Riprendiamo la lezione dal punto in cui l’avevamo interrotta.»

La contessa Ida percorse il corridoio, seguita da due dame, e spalancò l’ultima porta. Con grande costernazione scoprì che la stanza era vuota.

«Dov’è Goffredo?»

«Di certo non sarà lontano, mia signora», la rassicurò Bertrada.

Ida scosse il capo. «Gli avevo raccomandato di non muoversi.»

Chiuse la porta e sospirò. «Bisogna trovarlo, e stavolta lo punirò per la disubbidienza.»

«L’abate l’avrà portato nell’orto per studiare le piante», ipotizzò Rigilda.

La contessa non condivise. Goffredo era un discolo e appena poteva eludeva la sorveglianza per avventurarsi fuori. Era diventato così furbo che spesso riusciva a non farsi scoprire dalle guardie.

Precedette le dame nella sala, dove mobilitò la servitù per trovare il latitante. Nel castello e nelle vicinanze c’erano decine di posti in cui un ragazzino si sarebbe potuto nascondere. Ida ordinò che venissero perlustrati tutti.

Le ricerche si protrassero più del previsto e l’attesa la innervosì. Bertrada e Rigilda fecero del loro meglio per rassicurarla, pur condividendone l’ansia. Tuttavia Ida non le ascoltò e misurò la sala a lunghi passi, torcendosi le mani per l’apprensione e cercando di non pensare al peggio.

Baldovino, il più piccolo dei suoi tre figli, segui dalle braccia della governante il suo andirivieni senza comprendere il motivo di tanta agitazione.

Si fece buio. Le donne accesero le candele, mentre Ida scrutava da una delle piccole feritoie con espressione sempre più tesa.

Poi d’improvviso la porta si spalancò e Goffredo apparve insieme all’abate Vilfredo. Ignari d’aver causato tanto scompiglio, vennero avanti sotto gli sguardi della contessa e delle dame, da cui proruppero esclamazioni di sollievo.

Ida corse ad abbracciare il figlio e gli coprì il viso di baci, così felice di rivederlo da dimenticare il minacciato castigo.

Goffredo si sottomise di buon grado alle effusioni, ma non ne comprese il motivo e la guardò con muta interrogazione.

La contessa si accigliò. «Dove sei stato per tutto questo tempo? Sono ore che ti stiamo cercando.»

L’abate si sentì in dovere di rispondere per lui. «Siamo usciti per una ricerca botanica, poi siamo scesi nella biblioteca della cappella per una lezione di storia e ci stiamo trattenuti più del previsto.»

«Avreste almeno potuto avvisarmi. Non avete idea di come sia stata in ansia.»

«Sono desolato, mia signora, ma non ci ho pensato. Non credevo di far male.»

«Quando ho trovato la sua stanza vuota, ho temuto che si fosse allontanato.»

«Domando perdono, e vi assicuro che non accadrà più.»

Ida gli fece un cenno. «Ve ne sarò grata.»

«Ho il permesso di ritirarmi?»

«Certo, padre.»

L’abate s’inchinò e fece per andarsene, ma Goffredo lo trattenne per la tunica. «Mi farete di nuovo lezione di storia domani?»

«No, domani c’è filosofia», rispose con un sorriso, e dopo avergli fatto una carezza se ne andò.

Ida prese il figlio per mano e si rivolse a Bertrada. «Per favore, avvisate la servitù che le ricerche possono esser sospese. Dite che Goffredo è tornato.»

«Subito, mia signora.»

Quindi congedò le donne e sedette sulla panca attirandolo accanto a sé. «Devo parlarti d’una cosa importante e desidero che ascolti con attenzione.»

«Sì, madre.»

Gli sorrise e gli prese le mani tra le proprie. «Ho ricevuto una lettera da mio fratello Goffredo, che attualmente si trova in Italia. Ti rammenti di lui, vero?»

Il bambino annuì, anche se conservava un ricordo abbastanza vago di quello zio che aveva visto solo un paio di volte e che veniva soprannominato il Gobbo a causa della sua deformità. «Lo zio verrà a trovarci?»

Sul bel viso di Ida apparve un’ombra di tristezza. «No, caro, sarai tu ad andare da lui. Lo zio ha deciso di prenderti sotto la sua protezione. Andrai a Buglione, nelle Ardenne, per venire addestrato alle arti della guerra e ricevere un’adeguata istruzione.»

Trascorse qualche istante di silenzio, mentre Goffredo valutava quelle parole. Nel comprenderne il significato venne preso dall’ansia. «Mi mandate via perché sono disubbidiente?»

«Oh, no! No, tesoro, non per questo», lo rassicurò. «Ti parlai di questa usanza, un po’ di tempo fa, e adesso hai raggiunto l’età giusta per diventare scudiero. È un’insperata fortuna, figlio mio, e devi sentirti onorato.»

«Quando dovrò partire?»

«Ancora non so, ma non prima che tuo padre abbia dato la sua approvazione. L’ho già informato, mandandogli una lettera in Inghilterra... Ma perché quest’aria triste?»

«Preferirei restare qui, madre. Non voglio lasciarvi, né lasciare Baldovino e Vilfredo.»

Ida lo abbracciò. «Lo so, ma è necessario per il tuo futuro. È probabile che un giorno diventerai signore della Bassa-Lotaringia, un duca... Non ti alletta l’idea?»

Non lo allettava, ma Goffredo non lo disse, limitandosi ad annuire. Non voleva andarsene. Il suo desiderio d’avventura non si spingeva tanto lontano, per il momento. Il mondo sconosciuto che avrebbe dovuto affrontare lo intimoriva.

Ida continuò. «La tua partenza non è imminente e avrai tempo per abituartici. D’altronde tuo padre aveva già deciso di mandarti al servizio d’un signore, e la richiesta di tuo zio è giunta quanto mai opportuna. Mi conforterà sapere che sarai presso un parente.»

Un altro cenno d’assenso, senza dirle che in fondo lo zio era quasi un estraneo e non vedeva una gran differenza. Ma anche col cuore straziato avrebbe ubbidito, perché fin dalla primissima infanzia gli era stato inculcato un profondo senso del dovere. Inoltre, pur essendo giovanissimo, non era del tutto digiuno delle sottigliezze della politica e comprendeva quanto fosse importante che il feudo di Buglione restasse in famiglia.

Ne parlò con l’abate Vilfredo il giorno dopo, senza nascondergli la tristezza che l’allontanamento dai famigliari gli procurava.

«Il duca è un uomo di grandi qualità e potrà insegnarti tante cose. Starai benissimo con lui», gli assicurò l’abate.

«Lo so, ma lo conosco cosi poco! È da ieri che ci penso, ma per quanto mi sforzi non riesco a ricordare i tratti del suo viso.»

«E questo è importante?»

«Credo di sì.»

«Ciò che conta non è il volto, ma l’anima, che è lo specchio di Dio. Bisogna guardare oltre le apparenze, al di là dell’aspetto esteriore, per comprendere com’è veramente un uomo.»

«È vero, ma non sempre è possibile discernere l’anima dal corpo. Spesso le persone fingono e appaiono diverse da ciò che sono. Talune sono così abili da riuscire a ingannare chiunque.»

«Ti sbagli. Solo chi si sofferma alla superficie delle cose ne resta ingannato. Vi sono dei segni evidenti che non passano inosservati se si presta attenzione. Se l’anima è perversa e corrotta, l’individuò finirà col rivelarsi.»

Goffredo sorrise. L’abate aveva colto al volo l’occasione per addentrarsi in uno dei suoi sermoni. «È per questo che Dio condanna l’ipocrisia.»

«Bravo», approvò Vilfredo. «Gesù chiamò i Farisei del Tempio sepolcri imbiancati, proprio per sottolineare e condannare la loro condotta falsa e ipocrita. La sua apparente mitezza non deve farci ritenere che fosse un imbelle. Quand’era necessario, sapeva essere aggressivo.»

«Ma poi disse anche che al nemico che ci offende e ci schiaffeggia bisogna porgere l’altra guancia.»

«Si tratta di una metafora. Non si deve prenderlo alla lettera. Tuttavia, se si fosse più spesso disposti al perdono, questo mondo sarebbe senza dubbio migliore. Un giorno diventerai cavaliere e non dovrai mai dimenticare che la prima regola d’un buon cavaliere cristiano è la pietà. Dio ha voluto creare la cavalleria per porre alcuni uomini devoti e valorosi al di sopra degli altri, in modo che con le loro armi proteggessero i deboli, gli inermi. Il cavaliere della fede è al servizio dei miseri. Non ricerca la gloria o il potere e rifugge dalle facili tentazioni.»

«Non sempre la cavalleria è sinonimo di rettitudine morale.»

«No, purtroppo. Tuttavia proprio per questo coloro che sono chiamati a fame parte devono impegnarsi a non seguire l’esempio dei pochi che ne macchiano l’onore. Non è tanto la nobiltà di nascita che fa il cavaliere, ma la nobiltà d’animo e d’intenti.»

«E qui torniamo all’ inizio del nostro discorso e alla dissertazione sull’anima. Ma mi sapete dire che cos’è l’anima?»

Vilfredo faticò a nascondere la sorpresa. La domanda, posta da un bambino di sei anni, era stupefacente. «L’anima è il ricettacolo in cui dimora Dio. È l’alito che ha insufflato dentro ciascuno di noi. È ciò che ci rende simili a Lui e Suoi prediletti. Senza di essa saremmo soltanto un involucro di carne e sangue, misere creature destinate all’annientamento. È come una fiamma, una luce che bisogna alimentare con le buone azioni, altrimenti si affievolisce fino a estinguersi e ci condanniamo all’eterna dannazione. Gesù prediligeva i fanciulli per la loro innocenza, per la purezza dell’anima, ed esortava gli adulti a imitarli, a essere simili ad essi.»

Goffredo sospirò. «Non è possibile restare bambini per sempre. A un certo punto si lascia il mondo dell’infanzia per entrare in quello degli uomini, e la crescita è anche frutto dell'esperienza. Non esiste nulla che sia immutabile. Fra qualche anno io non sarò più quello di adesso. La mia visione del mondo sarà per forza diversa. Come potrebbe la mia anima non restarne influenzata?»

L’abate si sentì alquanto spiazzato da quella profondità di pensiero. «Anche questo insegnamento di Gesù dev’essere interpretato in senso metaforico.»

«Dovevano piacergli parecchio le metafore», osservo Goffredo con un sorriso.

«Erano necessarie per rendere accessibili anche alle menti meno ricettive i suoi discorsi. Come le parabole, che sono racconti allegorici dal contenuto morale. Devi tener presente che si rivolgeva al popolo, alla gente umile, e che doveva fornire argomenti di riflessione che non fossero troppo complicati, altrimenti sarebbero risultati incomprensibili.»

«A me non pare che siano tanto semplici. Il senso metaforico di una storia non è facilmente accessibile a tutti.»

«Eppure il suo messaggio è stato capito e assimilato. Questa è la dimostrazione di quanto fosse grande il potere della Sua parola.»

«Un messaggio che ancor oggi ci viene trasmesso dai Vangeli e dalle Sacre Scritture.»

«Proprio così.»

«In conclusione, avete voluto dirmi che se non ricordo il volto di mio zio non ha importanza, perché presto conoscerò l’uomo e mi sarà rivelato ciò che si cela dietro al suo aspetto esteriore.»

«Esattamente», annuì Vilfredo soddisfatto. «E spero di averti fornito materiale su cui riflettere. Vale la pena di soffermarsi a meditare sugli insegnamenti del Cristo.»

Goffredo ebbe veramente di che meditare nelle settimane che precedettero la sua partenza.

In quei giorni arrivò a Weinsthal l’abate Erluino, la cui reputazione di santità era ben nota. Si trovava di passaggio, in attesa di potersi imbarcare per l’Inghilterra e rivedere il suo caro Lanfranco, appena nominato vescovo di Canterbury da Guglielmo il Conquistatore. Ottantenne, non aveva esitato ad affrontare il lungo viaggio, ma le pessime condizioni del mare l’avevano obbligato a quella sosta. La contessa Ida aveva messo a sua disposizione il castello e non senza orgoglio gli aveva fatto conoscere i figli Goffredo e Baldovino.

Erluino rimase fortemente impressionato dalla personalità del giovanissimo Goffredo, nel quale vide i segni d’un futuro luminoso. Gli posò le mani sulle spalle, attirandolo un poco a sé, e lo guardò a lungo negli occhi, poi abbassò le palpebre e parve scivolare in una specie di trance. Sconcertato, il bambino guardò la madre e ne ricevette un cenno d’assenso. Restò immobile, avvertendo uno strano calore irradiarsi dalle mani del venerabile abate e diffondersi nel proprio corpo fino a pervaderlo tutto. Nel silenzio e nella crescente tensione, il volto rugoso si trasfigurò.

«Dio ti ha segnato», disse Erluino tenendo gli occhi chiusi.«Vedo la tua strada tracciata dalla volontà divina e vedo la luce della Sua grazia illuminarti. Sarai chiamato a compiere un’impresa straordinaria nel nome di Nostro Signore. La spada e la croce saranno i simboli su cui fonderai un nuovo regno e i pagani ti renderanno omaggio, riconoscendoti loro signore.» Si riscosse e sollevò le mani per mostrargli i palmi. Due piccole macchie a forma di croce vi erano apparse. «Guarda, Dio ha voluto darti un segno.»

Goffredo fissò a bocca aperta le strane stimmate cruciformi e s'inginocchiò. Erluino gli impose di nuovo le mani e quando le ritrasse le croci erano scomparse. Nel rialzarsi, il bambino s’accorse che il volto di sua madre era rigato di lacrime e le si accostò con atteggiamento protettivo. Non avrebbe saputo descrivere ciò che aveva sentito attraverso il tocco di Erluino, ma per un attimo aveva avuto la sensazione di essere entrato in contatto con l’essenza di Dio.

Più tardi l’abate chiese di essere accompagnato al porto.

La contessa ne rimase meravigliata, dato le pessime condizioni del tempo. «Perdonatemi, venerabile padre, ma non credo sia una buona idea. Comprendo la vostra ansia d’imbarcarvi, ma di sicuro non vi saranno navi con questa bufera.»

In risposta ricevette un sorriso serafico. «Vi saranno, fidatevi. Prima che sia buio, le navi arriveranno.»

Ida non volle mettere in dubbio la sua affermazione. Dopo ciò che aveva visto era pronta a credere qualsiasi cosa. Pertanto diede ordine che ci si preparasse alla partenza.

Lasciarono Weinsthal nel primo pomeriggio, accompagnati da Goffredo e da una scorta. Il porto di Wissant distava solo poche leghe. Durante il viaggio la tempesta diminuì d’intensità e all’arrivo si era placata del tutto. Nondimeno il porto era deserto.

«Temo sia stato inutile venire, padre», disse Ida.

«Abbiate pazienza; le navi arriveranno», rispose Erluino.«Dio ascolterà le preghiere dei miei fratelli.»

Passò un po’ di tempo senza che la predizione s’avverasse.

La contessa cominciò a temere che l’attesa sarebbe stata vana, ma non protestò. Malgrado tutto, Erluino continuava a esser tranquillo e fiducioso. Scrutava il mare coi suoi occhi chiari e sorrideva come se avesse avuto il potere di chiamare a sé le navi.

D’un tratto, in distanza, apparvero delle vele.

Un cavaliere le indicò alla contessa. «Guardate, mia signora, è una piccola flotta.»

«La vedo», mormorò Ida, mentre stringeva più forte la mano del figlio.

Goffredo non ne fu sorpreso. Dopo i prodigi di cui era stato protagonista e testimone non aveva un solo istante dubitato dell’asserzione di Erluino. Girò il capo per guardarlo e il vegliardo gli sorrise.

Quel giorno comprese d’aver varcato la soglia di un mondo più vasto e meraviglioso che si schiudeva dinnanzi a lui pieno di promesse.

La prima volta che vide il castello fortificato di Buglione, arroccato sulla rupe che dominava la cupa foresta delle Ardenne, stagliarsi contro il cielo grigio, Goffredo sentì più che mai nostalgia per la dimora patema.

I castelli di Weinsthal, Boulogne e Falburg non erano tanto tetri.

Buglione sembrava quasi una prigione, e quanto più s’avvicinava, più si sentiva oppresso dalla sua ombra minacciosa.

Salì l’erto sentiero in mezzo alla scorta, scrutando verso l’ingresso oscuro che si spalancava dinnanzi a lui come le fauci di una mostruosa creatura sul punto d’inghiottirlo.

La fondazione del fortilizio risaliva al tempo di Carlo Martello e testimoniava la sua inespugnabilità con una serie di fossati, cinte e torrioni, passaggi impervi e talmente stretti che avrebbero messo in difficoltà qualsiasi nemico.

Ormai i bastioni erano così vicini da nascondere ogni altra cosa. E così alti che Goffredo, pur sforzandosi, non riuscì a scorgerne la sommità. Gli assiti del ponte levatoio echeggiarono d’un cupo rimbombo al loro passaggio. Superato il portale esterno, munito d’una grata massiccia, s’inoltrarono sotto un androne umido e buio tra due ali di armigeri. La volta era talmente bassa da costringerli a procedere piegati sulla sella. Una corrente d’aria gelida li investì, ma non fu nulla al confronto del vento impetuoso che li sferzò al momento di uscire nel cortile circondato da lugubri edifici di pietra. Su uno spiazzo, alla loro destra, dei soldati si stavano esercitando agli ordini di un truce sergente. Da lì proseguirono verso un altro passaggio e finalmente sbucarono nella corte interna, dominata dal mastio e dalle mura gremite di guerrieri.

A quel punto Goffredo era più che intimidito, ma si fece coraggio e si sforzò di guardare la situazione in modo positivo. Ricordò le parole che gli avevano detto sua madre e l’abate Vilfredo e si ripromise di non emettere giudizi affrettati. Sapeva che, in quanto figlio cadetto, sarebbe stato escluso dall’eredità patema e che la sua unica speranza era di crearsi un nome come cavaliere arruolato. Perciò doveva esser grato alla sorte che l’aveva condotto lì, sotto la protezione di un signore prestigioso e benvoluto che un giorno, forse, l’avrebbe nominato suo erede.

Smontarono e mentre i cavalli venivano condotti via dagli staffieri, si fece loro incontro un uomo alto e imponente. Scambiò qualche parola col comandante Ermanno, poi s’avvicinò a Goffredo e lo studiò alcuni istanti, valutandolo.

Il bambino lo osservò a propria volta, sostenendo l’esame senza abbassare lo sguardo e ostentando la sicurezza d’un adulto.

L’uomo era anziano, a giudicare dai capelli brizzolati e dalle rughe. Aveva occhi chiari, d’un colore mutevole come le brume del nord, e un naso aquilino che gli dava l’aspetto d’un rapace.

«Sono Manric di Reisenthal», disse inchinandosi. «E vi do il benvenuto a Buglione.»

«È un onore conoscervi, signore», replicò Goffredo.

«Durante l’assenza di vostro zio sarò io a occuparmi di voi. Alloggerete nei quartieri militari, assieme agli altri scudieri, e da domani inizierete il vostro apprendistato. Se volete seguirmi...»

Il bambino annuì, girandosi a guardare gli uomini che l’avevano accompagnato. Vide che si stavano allontanando per raggiungere gli alloggi, già entrati in confidenza con i soldati della fortezza. L’indomani sarebbero ripartiti e non li avrebbe rivisti per molto tempo, forse mai più. Sospirò, ma non permise alla malinconia d’insinuarsi nel suo cuore. Con passo deciso s’affiancò a Reisenthal. «Quando tornerà il duca?» domandò.

«Non prima d’un mese. So che ha lasciato l’Italia per recarsi in Germania e fungere da mediatore in una questione assai delicata. È possibile che le trattative si protraggano a lungo, ma non avete di che preoccuparvi. Vostro zio ha dato precise disposizioni riguardo alla vostra preparazione.»

Goffredo non seppe se sentirsi sollevato o allarmato, ma ormai era pronto a cominciare la sua nuova vita e a dedicarsi col massimo impegno all’apprendistato che un giorno, sperava con tutto il cuore, gli avrebbe permesso di ricevere l’investitura di cavaliere. Si fece un punto d’onore di primeggiare per non deludere le aspettative della famiglia.

Si ritrovò fin dal giorno dopo, come aveva promesso Reisenthal, a dividersi fra l’addestramento alle armi, i lavori intellettuali e il servizio nel senso più concreto del termine.

Era già un buon cavallerizzo, ma ebbe modo di perfezionarsi e di eccellere nell’arte equestre, superando in bravura i propri compagni. Si prendeva cura dei cavalli, accudiva le armi e le cotte di ferro, apprendeva le varie tecniche di combattimento con la spada, la lancia, la mazza e il pugnale, il tiro con l’arco e la lotta a mani nude, imparando le astuzie per sopraffare l’avversario.

All’occorrenza serviva a tavola e si trasformava in corriere o domestico, se richiesto. Obbediva agli ordini dei cavalieri più anziani e ne condivideva la vita rude, osservandoli e studiandoli con attenzione. S’alzava prima dell’alba e si coricava tardi, stanco morto ma entusiasta di ciò che faceva e dei progressi che venivano un po’ alla volta. Aspettava con ansia il ritorno di suo zio per dimostrargli la propria bravura e provargli che non l’avrebbe deluso.

Ma Goffredo il Gobbo tardava, trattenuto in Germania dal re, minacciato dal suo più accanito rivale il duca di Sassonia.

Tuttavia il ragazzo non aveva molto tempo per pensare allo zio lontano, impegnato sia sul fronte dell’addestramento militare che di quello intellettuale, da cui non era meno attratto.

A quel tempo, nel Brabante, le scuole di Liegi brillavano d’uno splendore ineguagliabile, attirando studenti dalla Francia, dalla Germania, e persino dai lontani paesi slavi. Eruditi e sapienti vi insegnavano e la loro fama era diffusa in tutta l’Europa del settentrione. Grazie ai rapporti con l’esterno, i maestri di Liegi si tenevano al corrente di tutte le dottrine che si diffondevano in Occidente. Le diverse tendenze scientifiche dell’epoca avevano i loro rappresentanti in questa specie d’università internazionale che era allora la città della Mosa. Per suo tramite, le idee di Fulberto di Chartres e di Berengario di Tours trovarono vasta diffusione in Germania, circa al medesimo tempo in cui vi penetravano, dopo esser passate per i Paesi Bassi, la riforma cluniacense e la pace di Dio.

Goffredo si recava volentieri a Liegi per frequentare la prestigiosa abbazia di Sant’Uberto, che si trovava a poche leghe da Buglione.

Il suo insegnante, l’abate Enrico di Liegi, originario di Verdun, era un eminente studioso e fu ben felice di istruire il ragazzo, il quale dimostrò ben presto la sua viva intelligenza e la sua profonda, quasi inesauribile sete di conoscenza.

L’abate era un uomo aperto alle ispirazioni elevate, sensibile, fine politico e abile diplomatico. Provava una forte inclinazione per la vita contemplativa, tanto che non appena poteva si ritirava nel chiostro per meditare e dividere coi confratelli il sublime incanto della preghiera.

Enrico circondò il giovane Goffredo di Boulogne di cure attente e premurose, completando la formazione avviata dalla madre e da Vilfredo.

Il ragazzo, che parlava la lingua romanza, fece rapidi progressi nel tedesco in uso nella parte orientale del ducato, ma apprese anche altre lingue e tutte con facilità sorprendente. Questa dote si sarebbe rivelata in futuro d’importanza fondamentale.

Con rigore, pazienza e serietà, Goffredo preparava in tal modo il suo avvenire, nell’ombra dello zio tuttora assente ma del quale seguiva fedelmente i passi e che, sia pure a distanza, lo seguiva a propria volta, aggiornato sui suoi progressi e soddisfatto dei giudizi dei maestri.

Un giorno, mentre passeggiava in compagnia del maestro dissertando di filosofia, arrivò un converso con una lettera. La consegnò all’abate e se ne andò rapido com’era venuto.

«È di tuo zio», disse Enrico riconoscendo il sigillo. «Vuoi che la leggiamo insieme?»

Il volto del ragazzo s’illuminò. «Mi farebbe piacere, signore.»

L’abate l’aprì e dispiegò il foglio, dandogli una veloce scorsa e spostandolo verso Goffredo. Nei primi paragrafi il duca esprimeva il proprio rammarico per il fallimento dei negoziati. Dopo mesi di trattative, malgrado l’influenza e il prestigio di cui godeva, non si era approdati a nulla e ci si trovava in una fase di stallo. Sebbene non lo dicesse apertamente, risultava chiaro quanto ciò lo angustiasse. Poi, in tono più leggero, annunciava il suo prossimo ritorno ed esternava la propria ansia di vedere il nipote e di seguirne da vicino la preparazione.

La notizia rese felice Goffredo. Finalmente avrebbe potuto incontrare lo zio a cui doveva tanto. «Però non dice quando tornerà», sospirò vagamente deluso.

«La lettera è partita da più di una settimana. Se si fosse messo in viaggio subito dopo averla mandata, potrebbe esser qui nei prossimi giorni.»

Il ragazzo annuì lentamente. «Ho atteso con impazienza questo momento, ma adesso ho quasi timore d’incontrarlo.»

L’abate sorrise. «Capisco quello che provi, ma sono certo che v’intenderete subito. Tu gli somigli molto. Non nel fisico, ma nell’animo e nell’intelletto. Il duca è un uomo davvero notevole e tu sei sulla buona strada per diventare come lui. Non mi sbaglio nel giudicare le persone e so che hai davanti uno splendido avvenire.» Fece una lunga pausa mentre riprendevano a camminare nella quiete del giardino. «Talvolta, quando medito, Dio mi parla. Non è esattamente una conversazione come la nostra, ma sento la Sua presenza ed è come se la luce della conoscenza si aprisse un varco nella mia anima. Dio ha in progetto un grande compito per te. Un’impresa quale nessun uomo ha finora compiuto. Egli ha impresso su di te il Suo marchio. Il segno d’un destino che ti conferirà gloria e che sancirà il trionfo delle forze del bene. Ricordalo, quando sarai chiamato.»

Parole che evocarono nella sua mente quelle pronunciate da Erluino.

Non dubitò che il suo maestro dicesse la verità. Conosceva la sua fama di preveggenza e l’aura di santità che lo circondava. Ma perché proprio lui? Perché un oscuro figlio cadetto, sia pure discendente da Carlo Magno, avrebbe dovuto esser prescelto da Dio? Quale misterioso disegno divino aveva tracciato la sua vita prima che venisse al mondo? Persone straordinarie l’avevano predetto e pure lui, talvolta, provava la sensazione d’essere predestinato. Come quel giorno nella biblioteca di Weinsthal, quando aveva sognato Gerusalemme. Ma era stato soltanto un sogno, oppure una visione giunta attraverso vie imperscrutabili e occulte?

Enrico gli lesse in volto il turbamento. «Non pensare a ciò che accadrà in futuro. Non cercare risposte che ora non troverai. Aspetta e sii paziente. Al momento giusto tutto ti sarà chiaro.»

Goffredo restò in silenzio, riflettendo e ponderando ogni parola con la meticolosità che gli era propria. Poi guardò il saggio coi limpidi occhi azzurri. «Maestro, come si concilia la predestinazione col libero arbitrio? Significa che le nostre scelte sono libere soltanto quando Dio non decide d’intervenire e influenzarle?»

«Mi attendevo questa domanda», replicò l’abate compiaciuto. «Tuttavia devi sapere che si tratta d’un quesito che ha fatto e fa discutere tuttora i grandi studiosi di teologia. I sapienti e gli accademici delle più famose scuole d’Europa se lo chiedono e dissertano sull’argomento. Finora non hanno ancora saputo dare una risposta, e temo di non poterlo fare neanch’io. Credo che resterà un dilemma irrisolto, poiché rientra nell’imperscrutabile disegno di Dio, e noi poveri mortali dovremo semplicemente accettarlo.»

«Ma ci sono delle contraddizioni che non si possono ignorare.»

«Credi che non lo sappia? Ma stiamo parlando di fede, ed essa non ammette discussioni. La fede in Dio è il punto fermo della nostra esistenza. Soltanto credendo senza riserve otterremo la salvezza eterna.»

«La mia fede è salda, lo sapete, ma una mente aperta e analitica si pone domande e cerca risposte. Me l’avete insegnato voi.»

Enrico rise e annuì. «E te l’ho insegnato talmente bene che ora tu mi metti in difficoltà. Pulisci la tua mente da ogni domanda e limitati a sentire. Troverai ciò che cerchi dentro di te.»

Goffredo accettò il consiglio, ma non dimenticò le premonizioni. Era nella sua natura sondare l’ignoto e svelarne i misteri. Il suo desiderio di conoscenza era insaziabile e, fra tutti, gli occulti disegni di Dio erano i più affascinanti. In specie se lo riguardavano.

Col ritorno del duca di Buglione, la vita di Goffredo subì un cambiamento.

Suo zio, malgrado la deformità che lo affliggeva, era un uomo di grande carisma. Univa il fascino dell’intelletto al coraggio, superando gli altri principi per l’abilità nella guerra, nell’assetto delle sue magnifiche truppe, per la saggezza e l’eloquenza. Goffredo ne rimase conquistato e lo idolatrò fin dal primo giorno. Da quel momento non ebbe altro desiderio che emularlo e diventare uguale a lui. Non riusciva a capire perché sua moglie l’avesse ripudiato con tanto disprezzo. Sotto l’apparenza poco attraente erano custoditi dei tesori che chiunque sarebbe stato felice di condividere. Sapeva essere duro e spietato all’occorrenza, ma era dotato di grande sensibilità e intelligenza. Inoltre era generoso con chi era meno fortunato di lui, tanto che sia i vassalli che i servi della gleba lo adoravano. I suoi cavalieri e i soldati, poi, l’avrebbero seguito in capo al mondo.

Anche il duca rimase conquistato dal nipote.

Non solo era bello, ma possedeva in larga misura tutte le qualità fondamentali d’un cavaliere prode e leale. Era l’erede che aveva sempre sognato. Se avesse avuto un figlio, l’avrebbe desiderato tale e quale a lui. Un giorno, a Dio piacendo, quel giovane avrebbe governato Buglione e la Bassa-Lotaringia con la sua stessa fermezza e lungimiranza.

Il duca era impaziente di completare personalmente l’addestramento del nipote conducendolo con sé, come d’uso, nelle campagne militari. Voleva che fosse presente a negoziati e discussioni politiche, che assistesse al confronto tra i grandi del suo tempo. Voleva, insomma, che imparasse tutto ciò che gli sarebbe servito in futuro. Il ragazzo era pronto a scendere in lizza e non c’era motivo di procrastinare il momento.

2

Stando al fianco dello zio, Goffredo comprese assai presto quanto fosse arduo e quale abilità richiedesse mantenere la fedeltà alla corona di Franconia e lottare contro le forze esterne che minacciavano di travolgere la fragile unità della Lotaringia.

Con l’appoggio dei vescovi, il duca contrastava senza un attimo di tregua la feudalità che tendeva a esasperare la tutela tedesca, mentre dall’altra parte doveva provvedere agli arruolamenti richiesti dal re, intrappolato in un’interminabile guerra contro i sassoni in rivolta.

Nonostante tutti i suoi sforzi, tuttavia, la situazione finì col deteriorarsi e accadde ciò che si temeva da tempo.

Enrico IV perse la pazienza. Umiliato per esser stato costretto a sottoscrivere un accordo che prevedeva lo smantellamento delle piazzeforti reali in territorio ribelle, decise di scendere in guerra e ordinò alle forze di cui disponeva di radunarsi.

All’arrivo dell’ordine il duca non si trovò impreparato.

Saggio e previdente, aveva provveduto a mettere insieme un esercito di ragguardevoli dimensioni e l’aveva addestrato in modo che fosse pronto al momento opportuno. Erano uomini sulla cui devozione e fedeltà poteva fare affidamento, pronti a combattere al suo fianco e a morire per lui.

Goffredo era impegnato in una delle consuete, estenuanti esercitazioni.

A cavallo, insieme agli altri scudieri, attendeva che venisse il suo turno di misurarsi. L’esercizio prevedeva che si colpisse con la lancia una sagoma impagliata collocata sopra una piattaforma rotante. Lanciato al galoppo, il cavaliere doveva centrare lo scudo agganciato a uno dei bracci e poi abbassarsi per evitare il contraccolpo. La palla che fungeva da mazza era piena di sabbia e non procurava danni seri, ma l’esserne colpiti era comunque abbastanza doloroso e, soprattutto, significava che non si era stati sufficientemente veloci.

I ragazzi ci mettevano il massimo impegno, sapendo che in battaglia velocità e destrezza potevano valere la vita, ma anche perché l’istruttore castigava severamente gli ignavi. Lo strepito che accompagnava ogni colpo andato a segno era assordante.

Quella era una specialità di Goffredo, che in sella al cavallo scalpitante era impaziente di dimostrare la propria bravura.

Quando venne il suo turno si fece avanti, prendendo l’asta e impugnandola saldamente. Spronò il cavallo, che partì con un balzo e prese velocità. Si concentrò sul bersaglio, estraniandosi dalla piccola folla rumorosa. Non esisteva nient’altro in quel momento: solo lui e la sagoma a cui s’avvicinava vertiginosamente.

Colpì al centro con precisione millimetrica, poi s’abbassò e galoppò via, sentendo sibilare la palla sopra la testa.

Un coro entusiasta accolse la sua prova.

Poco oltre arrestò il destriero sollevando un gran polverone e alzò la lancia in segno di vittoria, con un ampio sorriso sul volto ancora imberbe. Fu allora che s’accorse della presenza dello zio. Il duca era venuto lì per parlargli e aveva assistito alla dimostrazione della sua abilità. Lo vide sorridere compiaciuto e si sentì orgoglioso della sua approvazione.

Al suo cenno d’avvicinarsi chiese il permesso all’istruttore e lo raggiunse. Smontò e subito uno staffiere prese in consegna il cavallo, mentre zio e nipote s’incamminavano affiancati.

Goffredo, non ancora quindicenne, lo superava già in altezza. Il suo fisico, foggiato dal costante allenamento, si stava sviluppando armoniosamente. Entro pochi anni sarebbe diventato non solo un valente guerriero, ma anche un bel giovane. Di somiglianze tra i due non ve n’erano proprio, almeno nel fisico, ma le affinità che li accomunavano erano tante che sembravano padre e figlio.

Camminarono per qualche minuto in silenzio, poi il duca alzò il capo per guardarlo. I suoi occhi chiari sembravano sbiaditi al confronto dell’intensa tonalità d’azzurro di quelli di Goffredo.

«Sono soddisfatto dei tuoi progressi», gli disse. «Gli istruttori non fanno che elogiare la tua abilità, e ti assicuro che non lo fanno alla leggera.»

«Lo so bene signore», rispose il giovane con un sorriso.«Sono più facili ai rimbrotti e alle ramanzine che alle lodi.»

«È questo che ci si aspetta da loro. È esattamente ciò che io mi attendo che facciano.»

«Sì, signore.»

«Sia ben chiaro che non devi montarti la testa. La tua bravura è la prova del tuo impegno, ma in battaglia è tutto diverso. Non c’è simulazione e il nemico che hai di fronte è pronto a ucciderti.» Fece una breve pausa e soggiunse: «Credo sia arrivato il momento di metterti alla prova.»

Sul giovane volto apparve un’espressione di gioiosa sorpresa. «Intendete condurmi con voi in guerra?»

«Sì. Il re mi ha ordinato di raggiungerlo per combattere contro i sassoni. Tu mi seguirai con gli altri scudieri. Avrete tutti modo d’imparare molto, sempre che riusciate a sopravvivere.»

Il pensiero di restare ucciso non scalfì il suo entusiasmo.«Quando partiamo, signore?»

«Fra pochi giorni. Enrico è impaziente di dar battaglia e d’infliggere ai sassoni una dura lezione. Non si rende conto che sarebbe stato più saggio negoziare. Disgraziatamente non ha dato retta ai miei consigli.»

«Mi sembrate contrariato.»

«E lo sono, perdio! Ma non posso sottrarmi al mio dovere, anche se disapprovo il modo d’agire del re. Come vassallo, è mio preciso compito rispondere alla chiamata e mettermi ai suoi ordini. La mia opinione non conta. La fedeltà che gli ho giurato esige che obbedisca. Ricordalo, ragazzo, l’atto di vassallaggio verso un re è un impegno dal quale non ci si può esimere. È questione d’onore.»

«Non lo dimenticherò», dichiarò Goffredo solenne.

Il volto preoccupato del duca si spianò nel sorridergli. «Adesso va’ a continuare l’esercitazione. Ci vedremo più tardi.»

Goffredo s’inchinò e corse via.

Il duca indugiò qualche istante a osservarlo mentre rimontava in sella e si riuniva ai compagni. Era giovane, vibrante di vita e d’entusiasmo, ma anche saggio e cauto. Forse persino un po’ troppo per la sua età, ma non era male. Sospirò. Ormai la sua educazione e l’addestramento erano a buon punto, ma non sarebbero stati completati finché non avesse imparato sul campo tutto quello che ancora c’era da imparare - ed era davvero molto - e venire messo alla prova. Desiderava che fosse pronto a succedergli nel malaugurato caso che gli fosse accaduto qualcosa. Aveva tanti nemici e la sua inattaccabile fedeltà al re di Germania rodeva non pochi feudatari, incapaci di tenere a freno i loro insaziabili appetiti.

Manric di Reisenthal, uscito a cercarlo, lo trovò ancora immerso in profonde riflessioni.

«Mio signore, gli emissari del principe di Offstadt vi stanno aspettando e danno qualche segno d’impazienza», gli ricordò.

Il duca annuì e si voltò per avviarsi con lui verso il mastio.«Cosa vogliono, secondo voi?»

«Corrompervi, mio signore», rispose senza esitare. «I sassoni farebbero di tutto per impedirvi di unire le vostre forze a quelle del re. Sanno che siete invincibile.»

«Lo penso anch’io. Per ora si limiteranno a tastare il terreno per capire se vi sono possibilità, poi giocheranno in modo più scoperto. Ma a cosa giungeranno quando realizzeranno che non tradirò mai il mio sovrano?»

Reisenthal lo guardò allarmato. «Temete che potrebbero osare tanto, mio signore?»

Il duca scosse il capo e sospirò. «Non lo so, ma un sicario non è certo difficile da trovare.»

«Dubito che qualcuno dei vostri nemici abbia un tale coraggio. Il vostro prestigio e la stima di cui siete circondato vi rendono invulnerabile. Nessuno leverà la mano su di voi, ne sono certo.»

«È possibile», convenne il duce senza troppa convinzione. «Ma ora affrettiamoci. Sono proprio curioso di sapere a quale strategia faranno ricorso, questa volta.»

Mentre s’allontanavano, Goffredo si girò un istante sulla sella per guardare lo zio. Gli era parso insolitamente turbato durante la loro breve conversazione e ciò era un fatto nuovo. Sapeva che di ragioni per essere preoccupato ne aveva da vendere, ma era la prima volta che lo vedeva così teso.

«Ehi, ragazzo, sveglia!» lo richiamò l’istruttore.

Si riscosse subito, ma non abbastanza in fretta da impedirgli di tirarlo giù di sella senza tanti complimenti. Si ritrovò nella polvere con l’uomo che torreggiava su di lui e gli sbraitava contro, e quando tentò di rialzarsi quello glielo impedì. Allora Goffredo s’infuriò. Con una mossa fulminea gli fece perdere l’equilibrio e lo proiettò a terra. L’altro, senza neanche sapere come, s’accorse d’avere uno stiletto puntato alla gola.

I presenti assistettero alla scena in uno stupefatto silenzio.

«Non t’azzardare mai più a fare una cosa simile, se non vuoi che ti sgozzi come un capretto!» gli sibilò minaccioso.

L’uomo capì che non scherzava, tuttavia sorrise. «Bene, hai reagito proprio come volevo», dichiarò allontanando la lama e tendendo una mano. «Adesso aiutami ad alzarmi e riprendiamo la lezione.»

Goffredo obbedì e rinfoderò lo stiletto. S’accorse che i presenti lo guardavano in modo diverso, forse con maggior rispetto, ma non ne fu orgoglioso perché aveva permesso all’istruttore d’atterrarlo e se ciò fosse accaduto in battaglia non avrebbe avuto scampo.

L’addestramento continuò fino al tramonto e quasi senza soste.

Quando finalmente arrivò l’ordine di smettere, uomini e ragazzi erano esausti, assetati e affamati.

Ma non era ancora finita.

Furono trattenuti sullo spiazzo e informati che sarebbero usciti per un' esercitazione notturna, a piedi e con equipaggiamento completo.

«Vi voglio qui, pronti e in pieno assetto da combattimento, a un giro della candela a partire da adesso! Quello che arriverà ultimo riceverà dieci colpi di verga!»

L’eco di quelle parole non si era ancora disperso nell’aria che tutti erano corsi a prendere l’equipaggiamento. Si mossero in fretta ma con disciplina, non tanto per timore del castigo, quanto perché avevano imparato ad agire come un’entità omogenea, e a forza di ripetere fino alla nausea gli stessi gesti ormai veniva loro naturale compierli.

Esercitazioni notturne avvenivano di frequente e a sorpresa.

L’oscurità affinava l’istinto e acuiva le percezioni. Ciò che non si poteva vedere lo si poteva sentire, annusare, percepire attraverso le capacità extrasensoriali che venivano potenziate e sviluppate con una particolare forma d’addestramento già in uso nella Grecia antica. Era questo uno dei segreti che rendeva le truppe e i cavalieri del duca di Buglione imbattibili.

Partirono che era buio.

A poche leghe dal castello si trovarono immersi nella nebbia, una cortina così fitta che a malapena potevano vedere a pochi passi di distanza. Nessuno però s’aspettava che l’esercitazione venisse sospesa. I guerrieri dovevano sapersi muovere anche nelle condizioni più avverse e orientarsi in qualsiasi situazione.

Avanzarono nella foresta, un luogo familiare e insieme temuto, dove insidie nascoste erano sempre in agguato. Una foresta in cui s’andava a caccia, ma dove si poteva anche diventare preda. Conosciuta, ma segreta. Mai abituale. Arcana, misteriosa e millenaria.

In un silenzio in cui anche un piccolo fruscio poteva risuonare minaccioso, marciarono per un tempo che parve interminabile prima di ricevere l’ordine di fermarsi.

Erano in un’ampia radura e gli istruttori li divisero in due squadre: l’Unicorno e il Nibbio. Si doveva simulare un combattimento, dopo il quale gli sconfitti si sarebbero dati alla fuga e gli altri li avrebbero inseguiti per catturarne il più elevato numero possibile. Non era soltanto una prova di forza, ma anche d’abilità e d’astuzia.

Goffredo venne assegnato alla squadra dell’Unicorno. Con lui c’era Dudo di Volkmar, un ragazzo con cui aveva stretto amicizia fin dai primi tempi del suo arrivo.

Venne dato il segnale d’attacco e i due schieramenti si scontrarono.

La quiete della radura venne infranta dalle urla di battaglia, dai colpi scambiati dai combattenti. L’erba venne fiaccata, le zolle smosse. Nel vorticare della nebbia le figure apparvero sfumate, simili a diafani spettri. Ogni tanto una falce di luna errabonda s’affacciava a uno spiraglio e traeva pallidi lucori dalle armi.

Goffredo avanzò con impeto. I suoi avversari caddero. I compagni, incitati dal suo esempio, lo seguirono, trascinati dal suo slancio.

Sebbene fosse uno scontro simulato, l’effetto era impressionante.

L’Unicorno vinse, sconvolgendo ogni previsione.

La squadra del Nibbio, ormai in netta inferiorità numerica, si diede alla fuga disperdendosi nella foresta. Goffredo radunò i compagni e li guidò all’inseguimento. Dudo era subito dietro di lui, e poiché erano veloci corridori in breve distanziarono gli altri.

Guardandosi alle spalle, Dudo s’accorse che erano rimasti soli. Il buio e la nebbia erano impenetrabili e l’improvviso silenzio gli diede i brividi. «Fermati. Non vedo più nessuno», ansimò.

Goffredo non si voltò neppure. «Non importa, proseguiremo senza di loro.»

«Ma sei matto? Non ce la faremo mai !»

«Li prenderemo in trappola. Sarà come catturare la selvaggina.»

«Finiranno col prenderci loro, me lo sento.»

Goffredo non gli rispose, ma poco oltre si fermò. Si accucciò e lo tirò accanto a sé, facendogli segno di star zitto e indicandogli qualcosa a breve distanza. Erano ombre appena visibili, ma erano senza dubbio uomini.

Senza parlare, Goffredo si liberò della cotta di ferro e di quanto potesse far rumore e rivelare la loro presenza. A cenni fece capire a Dudo che doveva fare altrettanto. L’altro esitò, poi eseguì. Non aveva idea di cosa l’amico avesse in mente, ma doveva fidarsi. Quando però lo vide indicare gli alberi, scosse energicamente il capo. Arrampicarsi su uno di quei giganti era proprio l’ultima cosa che volesse fare. E a quale scopo poi?

Goffredo non insistette e s’allontanò strisciando in mezzo alla boscaglia senza far rumore. Raggiunse uno degli alberi e gli diede la scalata, agile e veloce come un furetto. In un baleno scomparve tra le fronde.

Dudo si pentì subito di non avergli dato retta e strisciò in direzione d’una grossa quercia. S’arrampicò e andò a prender posizione fra i rami più alti, accertandosi della loro solidità.

Il gruppetto isolato confabulava, ignaro d’essere osservato. Trascorsero alcuni istanti, poi una freccia sibilò nell’aria e andò a configgersi nel terreno, a meno d’una spanna dai piedi di uno. A quella ne seguì un’altra e poi un’altra ancora.

«Arrendetevi!» intimò Goffredo. «Siete circondati!»

Dudo ridacchiò e tirò a sua volta. «Lasciate cadere le armi!» gridò.

Guardandosi attorno sorpresi, i membri del gruppetto obbedirono, senza capire che gli arcieri appostati erano solo due.

Quando li videro compresero d’esser stati giocati e si lasciarono sfuggire colorite imprecazioni. Ma ormai erano stati presi e si rassegnarono.

Goffredo e Dudo si calarono per raccogliere le armi. Erano soddisfatti di come erano riusciti a trarli in inganno. Credevano che l’istruttore li avrebbe elogiati, ma si sbagliavano.

Mentre stavano per mettersi in marcia sopraggiunse il resto della squadra. Il sergente ordinò l’alt e si fece avanti guardando i due ragazzi con aria truce. Li trapassò con lo sguardo ed essi, immediatamente, abbassarono il capo.

«Avete fatto tutto questo da soli?» tuonò.

«Sì, signore», rispose Goffredo. «Ci siamo appostati sugli alberi e gli abbiamo fatto credere di essere circondati.»

L’uomo gettò un’occhiata in direzione delle frecce e annuì. «Già, lo vedo», commentò. «Suppongo che per questa bravata vi aspettiate di ricevere le mie congratulazioni.»

Goffredo alzò il mento. «Signore, dovevamo prendere dei prigionieri e l’abbiamo fatto.»

«E siete riusciti a dimostrare di essere degli stupidi! In primo luogo non avreste dovuto procedere da soli, correndo il rischio di cadere in un agguato. Secondo, avete abbandonato le vostre armi. Terzo, vi siete rivelati troppo presto. Se questi, invece di essere degli idioti come voi, fossero stati davvero dei nemici, vi avrebbero fatti secchi e abbandonati a marcire nella foresta! Avete della segatura al posto del cervello?»

«Ma signore, noi credevamo che...» esordì Dudo, ma venne interrotto con un ringhio.

«Taci, mucchio di sterco! Ti ho dato il permesso di parlare?»

I due avvamparono per l’umiliazione e la vergogna. Per qualche istante si erano sentiti degli eroi e adesso avrebbero desiderato sprofondare sottoterra per non dover subire le risatine di scherno dei compagni, ancora peggiori dei rimproveri.

La sfuriata continuò per un pezzo e non cessò neanche mentre tornavano a Buglione. La cosa peggiore era il sapere che tutto il castello sarebbe venuto a conoscenza della loro onta e che anche l’ultimo degli stallieri si

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