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Memorie del sottosuolo

Memorie del sottosuolo

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Memorie del sottosuolo

Lunghezza:
169 pagine
2 ore
Pubblicato:
Aug 20, 2018
ISBN:
9788874174775
Formato:
Libro

Descrizione

Le memorie del sottosuolo è un romanzo scritto da Fedor Dostoevskij nel 1865, narra la storia di una fallita redenzione di una prostituta, rilevando così una tormentosa disamina dell’inconscio e dell’insufficienza dell’intelletto a comprendere e giustificare sé stessi ed il prossimo. Il libro è diviso in due parti. La prima parte è un monologo di critica sociale, dove vengono messi alla berlina gli ideali ottimistici del positivismo, che secondo l'autore non potrebbero mai condurre alla tanto agognata società del benessere, fondata su scienza e ragione, La seconda parte dell'opera è un racconto in prima persona, in cui l'autore del precedente cupo monologo confessa alcune sordide azioni che ha compiuto nella sua vita, a dimostrazione di come anche una persona "istruita" e "a modo" come lui possa essere in realtà profondamente abietta.
Pubblicato:
Aug 20, 2018
ISBN:
9788874174775
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Memorie del sottosuolo - Fëdor Dostoevskij

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Informazioni

In copertina: Bartolomé Esteban Murillo, Due donne alla finestra, 1660

© 2017 REA Edizioni

Via S. Agostino 15

67100 L’Aquila

www.reamultimedia.it

redazione@reamultimedia.it

www.facebook.com/reamultimedia

Questo e-book è un’edizione rivista, rielaborata e corretta, basata sulla traduzione di B. Jakovenko. La casa editrice rimane comunque a disposizione di chiunque avesse a vantare ragioni in proposito.

Introduzione

Tanto l’autore delle memorie quanto le Memorie stesse sono, come s’intende, inventati. Nondimeno, persone come l’autore di Queste me­morie, non solo possono, ma persino devono esistere nella nostra società, se si prendono in considerazione Quelle circostanze nelle quali generalmente andava formandosi la nostra società. Ho voluto portare davanti al pubblico che si eleva sul livello comune, u n tipo che caratterizza il tempo da poco trascorso. E uno dei rappresentanti della generazione che sta per finire. In questo frammento, intitolato Il sottosuolo, un individuo di tal genere presenta sé stesso e il suo punto di vista e sembra che voglia mettere in evidenza quelle cause per le quali esso è comparso e doveva comparire nel nostro ambiente. Nel secondo frammento seguiranno poi le vere Memorie di questo individuo dedicate ad alcuni avvenimenti della sua vita.

FEDOR DOSTOEVSKIJ.

Il sottosuolo

I

SONO un uomo malato.... Sono un uomo cattivo.

Non sono davvero un uomo attraente. Credo che il mio fegato sia malato. Del resto non capi­sco un’ acca nella mia malattia e non so con sicurezza che cosa mi faccia male. Non faccio cure e non ne ho mai fatte, sebbene rispetti la medicina e i medici. Per giunta sono supersti­zioso fino all’ estremo, almeno tanto da rispet­tare, per esempio, la medicina. (Sono sufficien­temente colto per .non dover essere superstizioso, ma sono superstizioso lo stesso). No, no; se non mi curo, lo fo per cattiveria. Ma voi certa­mente non vi degnate di capirlo. Ebbene: io, invece, lo capisco. S’intende, che non saprò spiegarvi a chi precisamente faccia dispetto in questo caso con la mia cattiveria; io so perfettamente bene che neppure ai medici riuscirò a giocare un brutto tiro quando non mi faccia curare da loro; so meglio di chiunque che con tutto ciò non re­cherò danno che a me stesso e a nessun altro. Ma nondimeno, se non mi curo, lo faccio per cattiveria. Il fegato mi duole: ebbene, che il dolore sia più forte!

Io vivo cosi già da un pezzo: da vent’an­ni circa. Ora ne ho quaranta. Prima ero in servizio, ora non più. Ero un impiegato di cat­tivo umore. Ero rozzo, e ci provavo piacere. Non facevo concussioni, quindi dovevo ricom­pensarmi almeno cosi. (Benché questa sia una spiritosaggine poco riuscita, non la cancellerò. L’ho scritta credendo che sarebbe stata molto acuta, ma ora vedo che volevo solo fare pompa di me in un modo abominevole, e perciò a bella posta non la cancellerò ! ). Venivano dei sol­lecitatori per avere informazioni; ma quando questi si accostavano al tavolino presso il quale stavo seduto, io digrignavo i denti contro di loro e provavo un insaziabile piacere, se mi riusciva di affliggere qualcuno. E mi riusciva quasi sempre. Per lo più era gente timorosa questa, e si capi­sce perché: erano dei sollecitatori. Ma tra i bellimbusti io non tolleravo particolarmente un ufficiale. Egli non voleva sottomettersi a nessun costo e faceva tintinnare schifosamente la sciabola.

Io ebbi con lui una guerra che durò un anno e mezzo a causa di questa sciabola. Finalmente la vinsi io ed egli la smise con quel tintinnio. Del resto tutto ciò accadde quand’ero ancora gio­vane. Ma sapete, o signori quale era la nota essenziale della mia cattiveria? Tutto il se­greto consisteva, — ed in ciò era il peggio — appunto nel fatto, che io in ogni momento, per­fino negli accessi più violenti di bile, mi ac­corgevo, provandone vergogna, che non solo non ero un essere cattivo, ma neppure arrab­biato e che spaventavo soltanto ed inutilmente i passeri, così divertendo me stesso. Ho la schiu­ma alla bocca, ma se mi portate qualche bamboletta, se mi date del tè con dello zucchero, for­se, mi acquieto. Mi estasierò persino con l’anima, benché dopo, sicuramente, digrignerò i denti contro me stesso e soffrirò qualche mese d’insonnia per la vergogna. Questa è ormai la mia abitudine.

Ho mentito un momento fa, dicendo che ero un impiegato cattivo. Ho mentito per cattiveria. Mi trastullavo semplicemente coi sollecitatori e con l’ufficiale, ma in sostanza non son mai potuto di­ventare cattivo. Ogni momento sentivo in me molti, anzi moltissimi sentimenti i più opposti alla cattiveria. Sentivo che questi sentimenti con­trari proprio formicolavano in me. Sapevo che essi avevano formicolato in me per tutta la vita, e che chiedevano di uscire fuori di me; ma io non li lasciavo andare, li ostacolavo, apposita­mente non li lasciavo scappare fuori. Essi mi tormentavano fino alla vergogna, mi facevano giungere fino alle convulsioni e, finalmente, mi annoiavano. Oh, quanto mi annoiavano! Ma non vi pare forse, o signori, che io mi penta davanti a voi di qualche cosa e che io vi chieda per­dono? ... Sono persuaso che così vi sembri Ma

del resto, ve lo assicuro, mi è proprio indiffe­rente, anche se cosi vi sembra

Non solo non seppi diventare cattivo, ma nep­pure diventare qualche cosa: né cattivo, né buo­no, né vile, né onesto, né eroe, né insetto. Ora sto finendo i miei giorni nel mio cantuccio, stuzzican­domi con una consolazione irosa e che non serve a nulla, quella cioè che un uomo intelligente non possa seriamente diventare qualche cosa, ma che solo un imbecille diventi qualche cosa. Si, l’uo­mo del secolo decimonono deve essere, anzi ha l’obbligo morale di essere un uomo eminentemen­te senza carattere; invece l’uomo che ha un carat­tere, l’uomo energico, deve essere eminentemente limitato. Questa è la mia convinzione dopo quarant’anni di vita. Ho quarant’ anni adesso e quarant’anni sono tutta la vita! Quarant'anni sono la più profonda vecchiaia! Vivere più di quarant’anni è indecente, volgare, immorale! Ri­spondetemi sinceramente ed onestamente: chi vive più di quarant’anni? Ve lo dirò io chi vive: vivono gli imbecilli e gli scellerati. Lo dirò guardando negli occhi a tutti i vegliardi, a tutti questi rispettabili vegliardi, a tutti quanti i vegliardi ca­nuti e profumati! Lo dirò guardando negli occhi a tutto il mondo! Ho il diritto di parlare così, perché anch'io vivrò fino ai sessant’anni. Vivrò fino ai settant’anni ! Vivrò fino agli ottant’anni!... Aspettate ! Lasciatemi riprendere fiato....

Credete sicuramente, o signori, che io voglia farvi ridere? Vi siete sbagliati anche in questo. Non sono affatto un uomo cosi allegro come pare o come, forse, pare a voi. Però se voi, irritati da tutto questo chiacchierare (ed io sento già che siete irritati), voleste domandarmi più precisamente chi dunque sono io, vi risponderò: sono un consigliere di collegio. Ho servito tanto per avere qualche cosa da mangiare ( e solo per questo), e quando l’anno scorso, uno dei miei lontani parenti mi lasciò per testamento seimila rubli, io chiesi subito di andare a ri­poso, e volli accomodarmi nel mio cantuccio. An­che prima abitavo quello stesso cantuccio, ma ora mi ci sono accomodato. La mia camera è misera, è brutta ed è alla periferia della città. La mia serva è una donna di campagna, vecchia, cattiva per stupidaggine, e per giunta si lascia sempre dietro un cattivo odore.

Mi dicono che il clima di Pietroburgo mi sia nocivo e che con i miei infimi mezzi ci si viva molto a stento. Io so tutto ciò, lo so meglio di tutti questi sperimentati e saggi consiglieri e scrollatori di testa, ma rimango a Pietroburgo, non mi allontanerò da Pietroburgo ! E non mi ci allon­tanerò perché.... Eh! Ma è perfettamente indiffe­rente che io me ne allontani o no.

Del resto, di che cosa può parlare con mag­giore piacere un uomo dabbene?

Risposta: di sé.

Ebbene : dunque, anch’ io parlerò di me.

II

Ora vi racconterò, o signori, vogliate o non vogliate sentirlo, il perché non ho saputo di­ventare neppure un insetto. Vi dirò solenne­mente che ho desiderato più volte diventare un insetto; ma non mi è riuscito neppure questo. Vi giuro, o signori, che l’essere troppo conscio, è una malattia, una vera e propria malattia. Per gli usi comuni degli uomini, sarebbe stata più che sufficiente la consueta coscienza umana, cioè anche la metà, anche un quarto di quella porzione che viene a costituire la dote di un uomo evoluto del nostro disgraziato secolo de­cimonono, che, per giunta, abbia la vera di­sgrazia di abitare a Pietroburgo, la più astratta e riflessiva città di tutto il globo terrestre: (le città possono essere riflessive e non riflessive). Sarebbe stata, per esempio, pienamente sufficiente quella coscienza della quale sono dotati tutti i cosiddetti uomini di natura spontanea.

Scommetto che voi credete che io scriva tutto ciò per far sfoggio, per fare dello spirito a spese degli uomini d'azione e, per giunta, per cattivo gusto, facendo tintinnare la sciabola, come il mio ufficiale. Ma, signori, chi può vantarsi delle pro­prie malattie e inoltre farne sfoggio?

Ma che cosa dico, per carità! Tutti fanno cosi: si vantano proprio delle loro malattie, ed io forse più di ogni altro. Non accapigliamoci: la mia obbiezione è incongruente; ma, nondimeno, sono saldamente convinto che non solo-la molta coscienza, ma perfino ogni coscienza' sia una ma­lattia. E ci insisto anche; però lasciamo andare per un momento anche questo. Ditemi un po’ una cosa: perché in quei momenti, si, proprio in quelli nei quali io ero capace di accorgermi con maggior acume di tutto il bello e tutto il nobile, (come si diceva una volta da noi), mi ac­cadeva, come se lo facessi apposta, non solo di non accorgermene, ma di fare atti tali e cosi poco belli che. . . . insomma, gli atti che forse tutti quanti fanno, ma che a me capitava di compiere, come apposta, proprio quando ero più conscio che non dovevano assolutamente essere compiuti ? Quanto più ero conscio del buono e di tutto ciò che c’è di "belio e di nobile, tanto più profon­damente mi sprofondavo nella mia melma e tanto più ero capace di restarne completamente preso. Ma quel che importava era che tutto ciò sem­brava non casuale in me, ma una parte inte­grante di me, sembrava il mio stato più nor­male, e non una malattia o un guasto, sicché alla fine mi passò perfino la voglia di lottare contro questo guasto. Ci mancò poco che non finissi per credere, (e forse lo credetti effetti­vamente), che questo fosse appunto il mio stato normale. Ma quanto tormento al prin­cipio di questa lotta! Non pensando che acca­desse lo stesso anche agli altri, tenni nascosto in me questo segreto per tutta la mia vita. Io me ne vergognavo (perfino adesso, forse, me ne ver­gogno); la cosa giungeva a tal punto che mi prendeva una certa letizia segreta, insolita, pungente di tornarmene, in certe pessime notti pietroburghesi, nel mio cantuccio, intensamente preso dal pensiero che anche questa volta avevo fatta di nuovo una sconcezza; che l’accaduto era accaduto, né c’era da tornare indietro, e mi rodevo coi denti mi dilaniavo e mi struggevo internamente ed in segreto fino a che l’ama­rezza si trasformava in una certa dolcezza diso­norante e maledetta e poi finiva col diventare una delizia decisa e seria. Si, appunto una de­lizia, proprio una delizia! Ci insisto. Ho comin­ciato a parlare di questo esclusivamente per­ché ho sempre il desiderio di venire a sapere con sicurezza se anche agli altri tocchino talvolta di queste delizie. Ma ve lo spiegherò meglio: la delizia dipendeva in questo caso appunto da una coscienza troppo forte della propria umiliazione. Mi sentivo giunto fino all’ ultimo; comprendevo che tutto ciò era brutto, ma sentivo pure che non poteva essere altrimenti; che ormai non c’ era più per me alcuna via di uscita; che mai più sarei diventato un altro; che pur se mi fossero rimasti ancora il tempo e la fede per trasformarmi in qualche cosa di altro, sicuramente non lo avrei voluto io stesso, o che se anche avessi voluto, non avrei fatto nulla neppure allora, perché, forse, in realtà non ci sarebbe stato m che trasformarmi. Ma ciò che ha importanza fon­damentale, è che tutto succede in questi casi se­condo le leggi normali e fondamentali di una coscienza intensificata e per inerzia, che è la con­seguenza diretta di queste leggi; sicché non solo non ci si può trasformare, ma non si può addirittura far nulla. Per esempio, in forza di una coscienza intensificata si vede che hai ragione e che sei veramente un briccone, quasi che fosse una consolazione per te il sentire di essere real­mente un briccone. Ma basta. Ho ammucchiato tanta roba, ma che cosa ho spiegato ? ... Vera­mente, con che cosa si spiega questa delizia? Dunque, debbo spiegarmi, ed andrò sin in fondo. È proprio per questo che ho presa la penna in mano....

Sono, per esempio, terribilmente invaso di amor proprio. Sono sospettoso e mi offendo facilmente come un gobbo o un nano, eppure ho avuti cer­ti momenti in cui se mi fosse toccato di ricevere uno schiaffo, forse sarei stato perfino contento. Parlo seriamente: è certo che avrei saputo tro­vare anche in ciò un certo genere di

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