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Borderline - Oltre la linea

Borderline - Oltre la linea

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Borderline - Oltre la linea

Lunghezza:
178 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
15 ago 2018
ISBN:
9788867828371
Formato:
Libro

Descrizione

Sono passati oltre due anni dai fatti narrati dal ragazzo interrotto e la vita di Martin da allora è molto cambiata. Riprendendo la narrazione nel punto esatto in cui si interrompeva, Martin intraprende da esule errante un nuovo viaggio che lo porterà a esplorare una dimensione della sua esistenza del tutto sconosciuta: un territorio non solo fisico, ma anche metafisico. Come in un percorso iniziatico, Martin si confronterà con i suoi demoni più feroci, ma soprattuto con le sue più antiche paure, scavando dentro di sé e guardando nelle profondità degli abissi del proprio inconscio. Alla stregua di un moderno e nevrotico Ulisse in viaggio verso Itaca, alle prese con la crisi dell’Io del nuovo millennio, in balìa di un apparente destino avverso che lo metterà alla prova, tra mille peripezie e ostacoli, Martin giungerà a una nuova autoconsapevolezza che lo condurrà, dopo lungo girovagare, al di fuori di quel limbo nebuloso sospeso tra nevrosi e psicosi, oltre la misteriosa e ambivalente linea di confine in cui era intrappolato.
Editore:
Pubblicato:
15 ago 2018
ISBN:
9788867828371
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Borderline - Oltre la linea - Martin B.

MARTIN B.

BORDERLINE

OLTRE LA LINEA

©Martin B.

©Borderline - Oltre la linea

©Editrice GDS

Via Pozzo 34

20069 Vaprio d’Adda - MI

www.gdsedizioni.it

www.gdsbookstore.it

Ogni riferimento descritto nel seguente romanzo a cose, luoghi, persone o altro è da considerarsi del tutto casuale.

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

"In un gioco di luci e ombre, tra il bianco e il nero, ci sono mille altre tonalità:

sono le sfumature di quell’olio su tela chiamato vita".

Martin B.

PROLOGO

Luglio 2017 sta gradualmente volgendo al termine. Mi trovo in Svezia, nella mia terra natale, dove ormai vivo dalla fine di agosto 2015. Sono passati oltre due anni dagli ultimi fatti narrati; in quel periodo mi ritrovavo a vivere il momento più buio della mia esistenza e vedevo il mondo e le persone ancora in modo piuttosto ambivalente e dicotomico.

Oggi le cose sono cambiate: lentamente, sono riuscito a tirarmi fuori dall’acquitrino melmoso in cui annaspavo. Niente più limbo, niente più vuoto sbadigliante. Finalmente sono oltre la linea di confine. Come sono arrivato fin qui? Non è stato facile. Ne sono successe di cose da allora e il viaggio è stato molto faticoso e non scevro da pericoli e ostacoli. È opportuno tuttavia che io proceda con ordine, facendo un balzo temporale di due anni, nove giorni e due mesi, tornando laddove tutto si interrompeva.

Era il 21 aprile 2015 e all’epoca ero in procinto di partire per un viaggio di due settimane alla volta degli Stati Uniti.

Là avrei incontrato Sean.

CAPITOLO 1

Aprile 2015 fu un mese di ricostruzione; la primavera era arrivata in tutto il suo splendore e mi sentivo rigenerato. L’idea che a breve sarei partito per gli Stati Uniti dove avrei rivisto Sean dopo quattro lunghi anni mi dava forza e speranza. Passavo le giornate godendomi in bicicletta il paesaggio bucolico di quella amata e odiata campagna, un’altra delle innumerevoli cose con cui avevo un rapporto ambivalente. A riempire l’horror vacui di quei giorni, la scrittura e l’ascolto del disco How Big How Blue How Beautiful di Florence + The Machine, per me catartico.

Mi ero davvero sentito come una nave in procinto di naufragare, o meglio, come il superstite di un terrificante naufragio che con un arto fratturato cercava di attraversare un canyon, per citare due sue canzoni in cui tanto mi identificavo.

Sean, come diceva la dottoressa De Carolis, era la persona giusta al momento giusto.

Dal 2004 per lui provavo una sorta di venerazione. Incarnava un ideale: estetico, affettivo e intellettuale. Una triade.

Finalmente arrivò il giorno della partenza per la Florida. Un viaggio sereno ed estremamente godibile, nonostante lo stress del dover prendere una coincidenza a Madrid. Una volta atterrato a Miami, lui era lì agli arrivi ad aspettarmi, con un mazzo di rose rosse e gli occhi lucidi. Era bello come sempre. Non ero indifferente a tale visione ed ero anch’io molto emozionato. Ciononostante ero ancora scosso e sofferente per come erano andate a finire le cose con Alex. Sean per me era un surrogato.

«Non ci posso credere... Mio Dio Sean, sono bellissime, grazie!»

«Grazie a te.»

«Ce l’abbiamo fatta!»

«Già, quattro lunghi anni...»

«Sembra un film...»

«Puoi dirlo forte!»

«Ora finalmente siamo insieme!»

Quelle parole suonavano rincuoranti, specie dopo la tempesta emotiva che avevo affrontato. La Florida mi accolse col suo calore tropicale e un sole abbagliante. Mentre guidava verso casa dall’aeroporto, Sean parlava entusiasta e sorrideva. La radio, lo ricordo bene, trasmetteva la canzone Ghost di Ella Enderson. Io cercavo di godermi l’attimo. Sarebbero stati quattordici giorni all’insegna della serenità e del riposo. Sean viveva in una villetta in una zona residenziale poco distante dal quartiere gay della città di Fort Lauderdale. Benché la sua relazione con Kurt fosse finita, manteneva con quest’ultimo, così come anche con il suo ex storico, un legame simbiotico. Non riuscivo bene a spiegarmelo: per me era molto difficile mantenere simili rapporti amicali con i miei ex. Questo mi faceva sentire sbagliato.

«Come mai Kurt è sempre presente?»

«Kurt è un ragazzo con problemi. Mi deve poi un sacco di soldi e questo è l’unico modo che ho per sperare che me li restituisca.»

«Problemi?»

«Sì. Ha iniziato a prendere psicofarmaci. È stato in carcere minorile e ha un passato non facile alle spalle fatto di abusi e violenze domestiche.»

«Capisco.»

«Sai, ha fatto tra le varie cose anche l’attore porno in alcune pellicole gay.»

«Cavolo.»

«Che dire... Pare sia antisociale o borderline anche lui.»

Borderline anche lui... Tentai di contestualizzare quelle parole.

Il borderline per me era un male equiparabile a una malattia cronica stigmatizzante, per cui non biasimavo Sean. Anzi, provavo vergogna per il fatto di essere border a mia volta.

Elucubrazioni a parte, furono due settimane in cui facemmo tutto insieme, docce bollenti comprese; due settimane intense che culminarono in un viaggio a Orlando dove visitammo l’Epcot e Disneyworld.

Per il resto, trascorrevamo il tempo insieme sul divano a guardare la serie televisiva True Blood, che Sean tanto adorava, in compagnia dei sui due American Bulldog Ben e Billy, viziatissimi ma molto teneri; oltre alle passeggiate sulla spiaggia, alle cene insieme da Daisy’s, agli allenamenti in palestra e al tour dei locali gay che Sean mi persuase a fare, affermando che dovevo migliorare le mie social skills, ci concedemmo anche momenti di relax in una piscina gay della città dove c’erano uomini desiderosi di fare nuovi incontri e conoscenze. Sean adorava quel posto, dove il codice di abbigliamento poteva prevedere la nudità, per cui il costume da bagno, che entrambi indossavamo, era un optional.

Ciò a cui però Sean non riusciva proprio a rinunciare era il suo cock-ring: indossava questo anello di gomma sul pene per farlo apparire più voluminoso così da dare risalto alle sue forme.

«Perché devi portare quel coso? Non ne hai bisogno.»

«Sì che ne ho bisogno. Senza mi sento insicuro.»

«No, che non ne hai.»

«Ti dico di sì.»

Non riuscii a dissuaderlo e lasciai correre. Sean era ossessionato dal proprio corpo e aspetto. Molti gay lo sono, ma lui superava ogni limite. Un bellissimo ultraquarantenne che dimostrava almeno dieci anni di meno con il terrore di invecchiare. Aveva per giunta l’abitudine di dormire nudo e voleva che facessi altrettanto, cosa a cui non ero abituato.

C’era un particolare di lui che mi inquietava: Sean si manteneva ormai da anni facendo il massaggiatore. I suoi clienti erano uomini che riceveva in casa, dove aveva una camera adibita a sala relax e massaggi. Un luogo inespugnabile di cui era abbastanza geloso, illuminato da luci soffuse. Ad arredare la stanza c’era un lettino affiancato da un tavolo con creme e oli vari; c’era inoltre un impianto Dolby Surround e un misterioso armadio.

«Ti prometto che smetterò con questo lavoro: sono stufo di vivere di massaggi. Mi sento frustrato.»

«Non preoccuparti, non ti giudico.»

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra", pensai. E comunque erano massaggi. Cosa importava che fossero massaggi gay?

Volevo vedere le cose in quest’ottica. A ogni modo sembrava sincero: voleva smettere, l’aveva detto lui stesso. Apprezzai moltissimo l’interruzione dalla sua attività lavorativa durante quei quattordici giorni. Quel mestiere, del resto, gli aveva fornito i mezzi economici per invitarmi negli Stati Uniti, per cui non potevo e non dovevo far altro che mostrargli gratitudine.

La partenza, al termine di quelle due settimane, fu serena: ero stato bene, ma ancora pensavo ad Alex. Soffrivo. E Sean questo l’aveva intuito.

«Non preoccuparti, prenditi il tempo che ti serve.»

«Mi dispiace, sappi che mi piaci molto.»

«Tranquillo. Vedrai che tutto si sistemerà, credo in noi.»

«Spero di rivederti presto.»

«Anch’io. E farò in modo che accada il prima possibile.»

«Fa’ buon viaggio.»

«Grazie e a presto.»

Ci salutammo all’aeroporto di Fort Lauderdale, dove mi imbarcai per Charlotte, Carolina del Nord. Di lì avrei preso la mia coincidenza per Roma, dove ad attendermi all’aeroporto ci sarebbe stato, come spesso accadeva, mio padre.

CAPITOLO 2

«Be’, allora com’è andata, americano? Ti sei divertito? E chi è questo tipo? Che lavoro fa?»

«È andata bene. Lui fa... il musicista. Compone con il piano.»

«Compone con il piano? E ti ha pagato il biglietto aereo componendo musiche? Deve essere un compositore di successo.»

Non replicai a quelle allusioni provocatorie. Semplicemente, cercai di glissare e lasciare in modo naturale che la conversazione prendesse un’altra piega.

Una volta a casa, piombai nello stato di vuoto che mi ero lasciato alle spalle prima di partire: il vuoto sbadigliante che mi attanagliava.

Furono giorni di stasi, stagnanti. Oscillavo come un pendolo tra la noia e il dolore per la fine di quella relazione che si era conclusa in modo così assurdo e violento. Sean era sì un surrogato, presente e costante a livello virtuale, ma viveva pur sempre dall’altra parte dell’Atlantico. E dentro di me c’era ancora Alex: non riuscivo a scacciarne il ricordo. Alex che ormai aveva fatto le valigie partendo per la Germania nella speranza di vedere realizzati tutti i suoi sogni. In quei giorni mi sforzavo di combattere la noia e la sofferenza andando in palestra. Tra un’escursione in bicicletta e l’altra attraverso la verdeggiante campagna alle porte dei Castelli Romani ingannavo l’attesa che mi separava da Sean.

Avevamo deciso che ci saremmo rivisti, ma ancora non era stata fissata una data. Quel maggio fu tra i più tristi di sempre. L’arrivo del mio compleanno mi fece deprimere ancora di più. Il mio rifugio era la mia stanza, dov’ero impegnato nella revisione del mio primo libro. Quella primavera partecipai a un concorso pubblico: il bando era stato organizzato da un importante e prestigioso ente nazionale.

Ero stato selezionato per la prova scritta, rappresentata da varie traduzioni dall’italiano all’inglese. Erano tre testi piuttosto complessi di economia. Superai, con mio grande stupore, lo scritto, parlandone al mio migliore amico Filippo.

«Ma è fantastico! Ti rendi conto? Hai passato lo scritto di un concorso pubblico, sei a cavallo!»

«Non lo so, c’è ancora l’orale e non posso contare su alcuna corsia preferenziale.»

«Pensa positivo, andrà bene.»

Quelle parole mi rincuorarono. Non riuscivo più a trovare un lavoro, visti i miei handicap fisici e psichici e le agenzie interinali mi evitavano rifiutandomi come la peste, benché professassero falsamente di volermi collocare. Come se fossi un’auto da parcheggiare. La cosa mi faceva soffrire, motivo per cui mi aggrappai con tutte le mie speranze all’idea di ottenere quel posto di lavoro superando il concorso.

*

Arrivò la data dell’orale. Purtroppo feci il passo più lungo della gamba, scegliendo di portare in sede di esame una materia che non padroneggiavo, nella zelante speranza di fare comunque bella figura, visto lo sforzo. Le domande di economia erano troppo specifiche e puntuali: passarlo fu impossibile, sebbene mi fossi difeso nella parte orale inglese. L’ostacolo principale però erano i candidati che godevano di raccomandazione: per me era una morte annunciata. Fui cosi rispedito a casa, dove tornai con la coda tra le gambe.

«Non disperarti, sei stato in ogni caso bravo», mi disse mio padre.

«Grazie ma se lo fossi stato davvero, avrebbero scelto me.»

«Non essere così severo con te stesso.»

Proprio lui mi diceva così, lui che in passato mi aveva sottoposto a pressioni enormi, facendomi sentire in dovere di soddisfare aspettative fin troppo alte; lui che all’epoca aveva innescato quella pericolosa competizione tra me e mio cugino Giacomo; lui che volente o nolente non mi aveva mai fatto sentire all’altezza, paragonandomi ai figli dei suoi colleghi, sempre più bravi e più prodighi di me; lui, per cui non ero mai stato abbastanza. Naturalmente lo apprezzai, ma ciò non toglieva il fatto che mi sentissi un fallito: l’ennesima sconfitta. Ormai non le contavo più.

Non mi rimaneva che il libro, su cui spendevo energie preziose, facendo le ore piccole. Per il resto, il senso di vuoto e di rabbia si erano amplificati. Sean cercava di consolarmi come poteva, chiamandomi più volte al giorno. Lo trovavo stancante, ma gradivo la sua premura: ne avevo bisogno. Intanto avevamo fissato la data in cui ci saremmo rivisti: sarei partito per gli Stati Uniti il 6 luglio 2015. La cosa mi rendeva felice: la vedevo come una piacevole evasione dalla monotonia e dal torpore della mia vita. Sarei rimasto sei lunghe settimane in America.

«Ho una sorpresa in serbo per te», mi disse Sean.

«Ah sì? E di cosa si tratta?»

«Se te lo dico, che sorpresa sarebbe?»

Tutto sembrava così eccitante. Condivisi la notizia con Filippo e la mia migliore amica Allegra. Erano entrambi entusiasti per me. Anche Leonardo, la persona che mi era stata vicina in uno dei momenti più difficili della mia vita, si mostrava contento, benché il nostro rapporto si fosse notevolmente raffreddato, specie dopo un mio tentativo di confrontarci su qualcosa di sgradevole che lui, a detta di

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