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La mistica città di Dio

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La mistica città di Dio

Lunghezza:
2.496 pagine
39 ore
Editore:
Pubblicato:
10 lug 2018
Formato:
Libro

Descrizione

I libri dell'abbadessa spagnola Maria di Agreda sulla vita di Maria sono ritenuti una delle più importanti opere ma­riane della letteratura cattolica e della mistica cristiana. Do­po la morte dell'Autrice, l'opera venne ripresa e revisionata accuratamente da parte di teologi e a ciò seguì nel 1670 la prima edizione a cura della tipografia reale di Madrid, che si diffuse in modo incredibilmente rapido. Nel 1681 e 1684 in breve tempo furono approntate altre edizioni; anche l'In­quisizione spagnola esaminò questi scritti e sancì la propria approvazione. Le edizioni si moltiplicarono anche in altri luoghi (Barcellona e Valenza in Spagna, Perpignano in Fran­cia e si diede corso a traduzioni in altre lingue.La Mistica Città di Dio fu tuttavia fin dal principio un'o­pera attaccata violentemente da più versanti, ma contempo­raneamente sperimentò anche il massimo riconoscimento. Il cardinale Aguirre, dell'Ordine dei benedettini, il 4 agosto del 1699 scrisse all'Arcivescovo di Parigi: «È certo che nessuno, per quanto erudito, avrebbe potuto presentare con la redazio­ne di quell'opera delle nozioni così sublimi in modo così na­turale. Ognuno deve essere moralmente convinto che tutto ciò che questa grande serva di Dio ha scritto, è stato composto per ispirazione dello Spirito Santo e con il particolare soccor­so della beatissima Vergine». Il papa Pio XI, in un'udienza pri­vata nel 1929, disse al reverendo Fiscar Marison, traduttore in lingua inglese: «Lei ha realizzato una grande opera a ono­re della Madre di Dio... Impartiamo la benedizione apostolica a tutti i lettori e divulgatori della Mistica Città di Dio».

Editore:
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10 lug 2018
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Libro

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Anteprima del libro

La mistica città di Dio - Suor Maria d'Agreda





La Vergine apparve più volte,

durante la sua vita, alla venerabile suor Maria di Gesù (1602-1665),

 

...badessa del convento di Agreda delle Francescane scalze concezioniste. Maria Coronel era nata il 2 aprile 1602 ad Agreda da una nobile famiglia decaduta; i suoi genitori erano Francisco Coronel e Catalina Arana. A otto anni fece voto di verginità; a dodici sua madre Caterina trasformò la sua casa in un convento, nel quale entrarono le sue due figlie e poi altre ragazze di Agreda.Nel 1627 la Madonna stessa disse a suor Maria che sarebbe diventata badessa del convento fondato dalla madre. Oltre alle visioni della Madonna col Bambino Gesù, suor Maria godette di altri straordinari favori divini: sentiva un soavissimo gusto nel ricevere l'Ostia santa; vedeva il Santissimo circondato da vivo splendore; ebbe visioni di gesù tutto coperto di piaghe che la incitava a soffrire per amore suo ed ebbe il dono della bilocazione grazie alla quale apparve numerose volte in America agli indiani (Xumanas e di altre tribù) per catechizzarli.

Nel 1654 fu elevata alla visione della Santissima trinità, davanti al cui trono professò imitatrice e figlia della santa Vergine. I favori celesti di cui godette la Venerabile badessa non furono mai disgiunti da sofferenze fisiche e morali e da crudi attacchi del demonio. Nel 1627, lo stesso anno in cui fu nominata badessa, si sentì spinta da Dio a scrivere la vita della Madonna.Dopo aver atteso per dieci anni, nel 1637 scrisse Mistica Città di Dio (Mística Ciudad de Dios), ovvero la vita della Madonna. Nel 1654 tale opera fu data alle fiamme per ordine di un sacerdote, suo confessore temporaneo.Nel 1650 il suo nuovo confessore le comandò di scrivere una seconda volta la vita della Madonna, facendole mettere per iscritto pure la propria vita e le sue esperienze mistiche. L'opera fu terminata nel 1660 e divulgata sotto il titolo Mistica Città di Dio.

Approvata dall'Inquisizione spagnola nel 1686, proprio grazie al suo rigore teologico ed ai suoi edificanti contenuti, ebbe una grandissima diffusione, nonostante i tentativi più volte compiuti di messa all'indice da parte di avversari prevenuti.Madre Maria morì il giorno di Pentecoste del 24 maggio 1665 nel suo monastero di Agreda. Lo straordinario fenomeno della conservazione del suo corpo, rimasto inalterato dopo la morte della religiosa, è stato oggetto di quattordici riconoscimenti ufficiali. Con l’ultimo avvenuto il 20 maggio 1989, venne collocato nella Chiesa della Concezione ed esposto al pubblico.Madre Maria di Agreda è una figura femminile di eccezionale levatura, non solo per il suo tempo, che con i suoi insegnamenti, con le sue influenze spirituali e le sue straordinarie virtù ha saputo conquistare il mondo.





::: Suor Maria d'Agreda :::

La Vergine apparve più volte, durante la sua vita, alla venerabile suor Maria di Gesù (1602-1665), badessa del convento di Agreda delle Francescane scalze concezioniste. Maria Coronel era nata il 2 aprile 1602 ad Agreda da una nobile famiglia decaduta; i suoi genitori erano Francisco Coronel e Catalina Arana. A otto anni fece voto di verginità; a dodici sua madre Caterina trasformò la sua casa in un convento, nel quale entrarono le sue due figlie e poi altre ragazze di Agreda.

Nel 1627 la Madonna stessa disse a suor Maria che sarebbe diventata badessa del convento fondato dalla madre. Oltre alle visioni della Madonna col Bambino Gesù, suor Maria godette di altri straordinari favori divini: sentiva un soavissimo gusto nel ricevere l'Ostia santa; vedeva il Santissimo circondato da vivo splendore; ebbe visioni di gesù tutto coperto di piaghe che la incitava a soffrire per amore suo ed ebbe il dono della bilocazione grazie alla quale apparve numerose volte in America agli indiani (Xumanas e di altre tribù) per catechizzarli.

Nel 1654 fu elevata alla visione della Santissima trinità, davanti al cui trono professò imitatrice e figlia della santa Vergine. I favori celesti di cui godette la Venerabile badessa non furono mai disgiunti da sofferenze fisiche e morali e da crudi attacchi del demonio. Nel 1627, lo stesso anno in cui fu nominata badessa, si sentì spinta da Dio a scrivere la vita della Madonna.

Dopo aver atteso per dieci anni, nel 1637 scrisse Mistica Città di Dio (Mística Ciudad de Dios), ovvero la vita della Madonna. 

Nel 1654 tale opera fu data alle fiamme per ordine di un sacerdote, suo confessore temporaneo.

Nel 1650 il suo nuovo confessore le comandò di scrivere una seconda volta la vita della Madonna, facendole mettere per iscritto pure la propria vita e le sue esperienze mistiche. L'opera fu terminata nel 1660 e divulgata sotto il titolo Mistica Città di Dio. Approvata dall'Inquisizione spagnola nel 1686, proprio grazie al suo rigore teologico ed ai suoi edificanti contenuti, ebbe una grandissima diffusione, nonostante i tentativi più volte compiuti di messa all'indice da parte di avversari prevenuti.

Madre Maria morì il giorno di Pentecoste del 24 maggio 1665 nel suo monastero di Agreda. Lo straordinario fenomeno della conservazione del suo corpo, rimasto inalterato dopo la morte della religiosa, è stato oggetto di quattordici riconoscimenti ufficiali. Con l’ultimo avvenuto il 20 maggio 1989, venne collocato nella Chiesa della Concezione ed esposto al pubblico.

Madre Maria di Agreda è una figura femminile di eccezionale levatura, non solo per il suo tempo, che con i suoi insegnamenti, 

con le sue influenze spirituali e le sue straordinarie virtù ha saputo conquistare il mondo.





::: Suor Maria d'Agreda :::

Indice

¹ - Due particolari visioni che il Signore mostra alla mia anima

² - Si spiega il modo in cui il Signore manifesta all'anima mia i misteri

³ - La manifestazione che ebbi della Divinità

⁴ - Si dividono in momenti successivi i decreti divini

⁵ - La conoscenza che l'Altissimo mi diede della sacra Scrittura.

⁶ - Il dubbio che presentai al Signore sull'insegnamento di questo capitolo e la rispettiva risposta

⁷ - Come l'Altissimo diede inizio alle sue opere

⁸ - Prosegue il discorso precedentemente riportato con la spiegazione del capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

⁹ - Prosegue la spiegazione del capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

¹⁰ - Si conclude la spiegazione del capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

¹¹ - Nella creazione di tutte le cose, l'Altissimo ebbe presente Cristo Signore nostro e la sua santissima Madre

¹² - Con lo sviluppo del genere umano si moltiplicarono sia le preghiere dei giusti per la venuta del Messia sia i peccati.

¹³ - Il santo arcangelo Gabriele annunzia il concepimento di Maria santissima.

¹⁴ - L'Altissimo manifestò agli angeli il tempo stabilito per la concezione di Maria santissima.

¹⁵ - La concezione immacolata di Maria.

¹⁶ - L'Altissimo rivestì di virtù l'anima di Maria santissima.

¹⁷ - Mi fu fatta comprendere la prima parte del capitolo ventunesimo dell'Apocalisse.

¹⁸ - Prosegue il mistero della concezione di Maria santissima.

¹⁹ - l'ultima parte del capitolo ventunesimo dell'Apocalisse.

²⁰ - Ciò che avvenne nei nove mesi della gravidanza di sant'Anna.

²¹ - La nascita fortunata di Maria santissima, signora nostra.

²² - Come sant'Anna adempì nel suo parto alla legge di Mosè e come la bambina Maria procedeva nella sua infanzia.

²³ - I segni con cui i santi angeli custodi di Maria santissima le si manifestavano.

²⁴ - I santi esercizi e le occupazioni della Regina del cielo nel primo anno e mezzo della sua infanzia.

²⁵ - Come ad un anno e mezzo la santissima bambina Maria cominciò a parlare.



CAPITOLO 1

Due particolari visioni che il Signore mostrò alla mia anima; altre rivelazioni e misteri

che mi costringevano ad allontanarmi dalle cose terrene, sollevando la dimora del mio spirito al di sopra della terra.

¹. Ti benedico e ti magnifico, o Re altissimo, che per tua degnazione e sublime maestà hai nascosto questi alti misteri ai sapienti e agli intelligenti e li hai rivelati a me tua schiava, la più piccola ed inutile della tua Chiesa, per essere tanto più riconosciuto e ammirato come onnipotente ed autore di quest'Opera quanto più lo strumento è vile e debole.

². Questo altissimo Signore - dopo le lunghe resistenze di cui ho parlato, dopo molti timori esagerati e grandi incertezze causate dalla mia codardia nel riflettere su questo immenso mare di meraviglie in cui m'immergo col timore di esserne sommersa - mi fece sentire dall'alto una virtù forte, soave, efficace e dolce, una luce che illumina l'intelletto e piega la volontà ribelle acquietando, indirizzando, governando l'insieme dei sensi interni ed esterni e assoggettando tutta la creatura al compiacimento e alla volontà dell'Altissimo, cosicché essa cerchi in tutto solo la sua gloria e il suo onore. Trovandomi in questa disposizione, udii la voce dell'Onnipotente che mi chiamava e mi attirava a sé, sollevando in alto il mio spirito. Egli mi fortificava contro i leoni che ruggivano famelici per separare la mia anima dal bene offertole nella conoscenza dei grandi misteri racchiusi in questo tabernacolo e città santa di Dio. Egli mi liberava dalle porte delle tribolazioni attraverso le quali m'invitavano ad entrare, circondata dai dolori della morte e della perdizione e assediata dalle fiamme di questa Sodoma e Babilonia in cui viviamo. Volevano abbagliarmi perché io, cieca, mi volgessi indietro e mi abbandonassi a chi mi offriva oggetti di apparente diletto per i miei sensi, ingombrandoli di vanità con fallacia ed inganno. Da tutti questi lacci che tendevano ai miei piedi mi liberò l'Altissimo che, sollevando il mio spirito e insegnandomi il cammino della perfezione con efficaci esortazioni, m'invitava a una vita spiritualizzata e angelica nella carne mortale. In questo modo mi obbligava a vivere con una sollecitudine tale che dentro alla fornace non mi toccassero le fiamme e in modo che mi sapessi liberare dalla lingua impura, quando spesso mi raccontava frottole terrene. Così sua Altezza mi chiamava affinché mi sollevassi dalla polvere e dalla fiacchezza che la legge del peccato procura. Voleva che io resistessi agli effetti ereditati dalla natura corrotta e che la ostacolassi nelle sue inclinazioni disordinate, dissipandole alla vista della luce e sollevandomi al di sopra di me stessa. Con la forza di Dio potente, con correzioni di Padre e carezze di sposo, molte volte mi chiamava e mi diceva: «Mia colomba e opera delle mie mani, alzati e affrettati; vieni a me che sono luce e via: chi mi segue non cammina nelle tenebre. Vieni a me che sono verità sicura, santità certa, onnipotenza e sapienza, e correggo i sapienti».

³. Gli effetti di queste parole erano per me dardi di dolce amore, d'ammirazione, di timore e coscienza dei miei peccati e della mia viltà, per cui mi ritiravo, mi umiliavo e mi annichilivo. Il Signore mi diceva: «Vieni, anima, vieni, poiché io sono il tuo Dio onnipotente; e come sei stata prodiga e peccatrice, così ora alzati da terra e vieni a me che sono tuo Padre, ricevi la stola della mia amicizia e l'anello di sposa».

⁴. Trovandomi in questa dimora, un giorno vidi sei angeli santi che l'Onnipotente mi aveva assegnato per assistermi in quest'Opera guidandomi in essa, come in altre occasioni di combattimenti. Essi mi purificarono e mi prepararono. Fatto ciò, mi presentarono al Signore e sua Maestà diede alla mia anima una nuova luce, simile allo splendore della gloria, con la quale mi fortificò, rendendomi capace di vedere e conoscere ciò che sorpassa le mie forze di creatura terrena. Subito mi apparvero altri due angeli di gerarchia superiore, che udii chiamarmi con grande forza da parte del Signore; capivo che erano misteriosissimi e che mi volevano svelare sublimi arcani. Risposi loro con sollecitudine e, impaziente di godere di quel bene che mi annunziavano, con ardente desiderio manifestai la mia intenzione di vedere ciò che mi volevano rivelare ma che intanto mi celavano con fare misterioso. Subito essi mi risposero con decisione: «Fermati, o anima». Mi rivolsi alle loro Altezze e dissi: «Principi dell'Onnipotente e messaggeri del gran Re, perché, dopo avermi chiamato, ora mi trattenete così, facendo violenza alla mia volontà e ritardando la mia gioia e allegrezza? Quale forza è la vostra e quale il potere che mi chiama, mi infiamma, mi sollecita e mi trattiene, e tutto questo ad un tempo? E attirandomi dietro al profumo degli unguenti del mio diletto Signore mi trattenete tuttavia come con forti catene? Ditemi la ragione di questo». Mi risposero: «Perché è necessario, o anima, che per conoscere questi sublimi misteri, tu venga completamente spoglia dei tuoi desideri e delle tue passioni, poiché non si conciliano con le cattive inclinazioni. Togliti i sandali, come fu intimato di fare a Mosè, perché potesse guardare quel roveto miracoloso». Io risposi: «Principi e signori miei, molto fu chiesto a Mosè esigendo che nella sua natura terrena si comportasse come un angelo; ma egli era santo ed io peccatrice piena di miserie. Il mio cuore si turba e mi lamento di questa schiavitù e legge del peccato che nelle mie membra sento contraria a quella del mio spirito». Ed essi: «Anima, ti si chiederebbe una cosa assai violenta se la dovessi operare con le tue sole forze, ma l'Altissimo, che vuole e ricerca questa disposizione, è onnipotente e non ti negherà l'aiuto, se glielo domandi di cuore disponendoti a riceverlo. Il suo potere, che faceva ardere il roveto senza che si consumasse, sarà ben capace di far sì che l'anima imprigionata e chiusa nel fuoco delle passioni non bruci, se vuole liberarsi. Sua Maestà chiede ciò che vuole e può ciò che chiede e col suo aiuto tu puoi quel che ti ordina. Togliti i sandali, piangi amaramente e grida dal profondo del tuo cuore affinché venga udita la tua preghiera e si compia il tuo desiderio».

⁵. Vidi subito un velo ricchissimo che nascondeva un tesoro e la mia volontà desiderava ardentemente che venisse tolto scoprendo quello che l'intelligenza mi manifestava come mistero. A questo mio desiderio risposero: «Obbedisci, o anima, in ciò in cui ti si ammonisce e che ti si comanda: spogliati di te stessa e ti sarà svelato». Per questo mi proposi di emendare la mia vita e di vincere i miei appetiti, e piangevo forte con sospiri e gemiti dal profondo dell'anima mia, affinché questo bene mi si manifestasse. E nella misura in cui facevo propositi, scorgevo aprirsi il velo che copriva il mio tesoro. Infine si aprì del tutto e con gli occhi dello spirito vidi quello che non saprei dire né manifestare a parole. Vidi un segno grande e misterioso nel cielo; vidi una Donna, una signora e regina bellissima coronata di stelle, vestita di sole e con la luna sotto ai suoi piedi. Mi dissero i santi angeli: «Ecco la beata donna che san Giovanni vide nell'Apocalisse e nella quale sono racchiusi, depositati e sigillati gli ammirabili misteri della redenzione. L'Altissimo e onnipotente favorì così tanto questa creatura umana che desta ammirazione persino in noi suoi spiriti. Considera e ammira le sue perfezioni e scrivile, perché proprio a questo fine - dopo quello del tuo profitto spirituale - ti è rivolta questa manifestazione». Io allora conobbi così tante meraviglie che la loro abbondanza mi fa ammutolire, l'ammirazione mi tiene in sospeso e non credo affatto che tutte le creature terrene siano capaci di conoscerle nella vita terrena, come in seguito spiegherò.

⁶. Un altro giorno, in tempo di quiete e serenità, in questa medesima dimora di cui parlo, udii la voce dell'Altissimo che mi diceva: «Sposa mia, voglio che ti decida seriamente, mi cerchi con diligenza e mi ami con fervore. Voglio che la tua vita sia più angelica che umana, dimenticandoti di tutte le cose terrene. Ti voglio sollevare dalla polvere come povera e dall'immondizia come misera; voglio che, mentre ti innalzo, tu ti umilii e stando alla mia presenza il tuo nardo spanda la soavità del suo profumo. Conoscendo la tua debolezza e miseria ti devi persuadere di tutto cuore che meriti la tribolazione e con essa l'umiliazione. Guarda la mia grandezza e la tua piccolezza, considera che sono giusto e santo e ti affliggo giustamente usandoti la misericordia di non castigarti come meriti. Su questo fondamento dell'umiltà sforzati di acquistare altre virtù, affinché si adempia la mia volontà. Ti assegno come maestra la Vergine madre mia perché ti istruisca, ti corregga e ti riprenda. Ella ti addestrerà e orienterà i tuoi passi secondo il mio gusto e il mio beneplacito».

⁷. A queste parole era presente la Regina stessa, la quale non si sdegnò affatto di assumere un simile incarico che sua divina Maestà le assegnava. Al contrario, accettandolo benignamente, disse: «Figlia mia, voglio che tu sia mia discepola e compagna ed io sarò tua maestra; ma sappi che mi devi obbedire con fortezza e da oggi in poi non deve restare più in te traccia del tuo essere figlia di Adamo. La mia vita, le opere del mio pellegrinaggio e le meraviglie che il braccio onnipotente dell'Altissimo ha operato con me devono essere tuo specchio e regola della tua vita». Io mi prostrai dinanzi al trono regale del Re e della Regina dell'universo offrendomi di obbedire in tutto e resi grazie al sovrano Signore per il beneficio tanto superiore ai miei meriti che mi concedeva dandomi un tale patrocinio e una tale guida. Nelle mani della Vergine rinnovai i voti della mia professione offrendomi nuovamente di obbedirle e di cooperare con tutte le mie forze all'emendazione della mia vita. Allora mi disse il Signore: «Fai attenzione e guarda». Io lo feci e vidi una scala di molti gradini, bellissima, con un numero grande di angeli che la circondavano e altri che per essa salivano e discendevano. E sua Maestà mi disse: «Questa è la misteriosa scala di Giacobbe, che è casa di Dio e porta del cielo. Se tu ti preparerai e la tua vita sarà tale che i miei occhi non vi trovino nulla da riprendere, tu per essa salirai a me».

⁸. Questa promessa eccitava il mio desiderio, accendeva la mia volontà e teneva sospeso il mio spirito. Di conseguenza, con molte lacrime, mi lamentavo di essere io medesima un peso a me stessa. Sospiravo la fine della mia schiavitù e desideravo di raggiungere la meta dove non c'è più ostacolo che possa impedire l'amore. In queste ansie passai alcuni giorni, procurando di perfezionare la mia vita, facendo di nuovo la confessione generale e riformando alcune imperfezioni. Sempre continuava la visione della scala, ma non ne intendevo il siguificato. Feci anche molte promesse al Signore, proponendo nuovamente di allontanarmi da ogni cosa terrena e di conservare libera la mia volontà per amare lui solo senza lasciarla inclinare verso cosa alcuna, per quanto minima e fuor di sospetto; respinsi e ripudiai ogni cosa vana e visibile. Avendo trascorso alcuni giorni in questi affetti e in tale disposizione, l'Altissimo mi rivelò che quella scala rappresentava la vita, le virtù e i misteri della santissima Vergine. E mi disse: «Voglio, o mia sposa, che tu salga per questa scala di Giacobbe, che tu venga a conoscere attraverso questa porta del cielo i miei attributi e a contemplare la mia divinità: sali, dunque, affrettati, ascendi a me per essa. Questi angeli che l'assistono e l'accompagnano sono quelli che io ho destinato a custodia, difesa e presidio di questa città di Sion. Fai attenzione e, meditando queste virtù, impegnati per imitarle». Così mi parve di salire per questa scala e di conoscere la più grande meraviglia, il prodigio più ineffabile del Signore in una semplice creatura, la più grande santità e perfezione delle virtù che abbia mai operato il braccio dell'Onnipotente. Alla sommità di questa scala vidi il Signore dei signori e la Regina di tutto il creato: mi ordinarono di glorificarlo, lodarlo ed esaltarlo per questi magnifici misteri e di scrivere tutto ciò che ne avessi inteso. L'eccelso Signore mi dette su queste tavole, migliori di quelle di Mosè, una legge da meditare ed osservare, scritta col suo dito onnipotente: egli mosse la mia volontà affinché in sua presenza manifestassi alla purissima Regina che avrei vinto la mia resistenza e col suo aiuto avrei scritto la sua santissima vita proponendomi tre fini. Primo: la conoscenza della profonda riverenza dovuta al Dio eterno e come la creatura si debba umiliare ed annientare quanto più la sua immensa maestà le si comunica, dovendo derivare dai maggiori benefici e favori, quale effetto, maggior timore, riverenza, attenzione ed umiltà. Secondo: la coscienza da parte del genere umano, dimentico del suo rimedio, di quanto deve alla sua Regina e madre pietosa nell'opera della redenzione; di quanto amore e riverenza ella ha avuto per Dio e di quanto noi dobbiamo averne per lei, nostra signora. Terzo: la manifestazione della mia bassezza e viltà e della mia inadeguata corrispondenza per quanto ricevo a chi dirige la mia anima e, se conveniente, a tutti gli uomini.

⁹. A questo mio desiderio la Vergine santissima rispose: «Figlia mia, il mondo è così bisognoso di questi insegnamenti perché non conosce né porta a Dio onnipotente la dovuta riverenza. Per siffatta ignoranza l'audacia dei mortali provoca la Giustizia, che li affligge ed opprime, e, non sapendo cercare il rimedio né vedere con la luce, restano nell'oblio e nelle tenebre. Ciò deriva dalla mancanza di timore e di riverenza che invece dovrebbero avere». L'Altissimo e la Regina mi diedero questi ed altri avvertimenti per chiarirmi la loro volontà riguardo a quest'Opera, cosicché rifiutare gli ammaestramenti che questa grande Signora aveva promesso di darmi parlandomi della sua santissima vita mi parve temerario e poco caritatevole verso me stessa. Inoltre stimai inopportuno rimandare a un altro momento, poiché l'Altissimo mi aveva manifestato che era questo il tempo opportuno, dicendomi: «Figlia mia, quando io inviai il mio Unigenito nel mondo, esso si trovava nello stato peggiore in cui fosse mai stato dal suo principio in poi, eccetto i pochi che mi servivano fedelmente; perché la natura umana è così imperfetta che, se non si riferisce alla guida interiore della mia luce e alla pratica di quanto insegnano i miei ministri, cade subito nel profondo delle tenebre e in innumerevoli miserie, di abisso in abisso, fino a giungere all'ostinazione nel peccato. E questo accade ogni volta che non si vuole assoggettare la propria volontà a seguire me, che sono via, verità e vita, e ad osservare i miei comandamenti senza perdere la mia amicizia.

Dalla creazione e dal peccato del primo uomo fino alla legge che diedi a Mosè gli uomini si governarono secondo le loro inclinazioni e incorsero in gravi errori e peccati. Sebbene li commettessero anche dopo la legge col non obbedirvi e andassero così sempre più allontanandosi dalla verità e dalla luce fino a pervenire allo stato del sommo oblio, tuttavia io con paterno amore inviai alla natura umana la salvezza eterna e la medicina a rimedio delle sue infermità incurabili, e con ciò giustificai la mia causa. E come allora aspettai il tempo in cui avrebbe potuto risplendere meglio tale misericordia, così adesso voglio mostrarne un'altra assai grande, perché è appunto questo il tempo opportuno per operarla finché non giunga la mia ora, in cui il mondo troverà contro di sé tali e tanti capi d'accusa, che riconoscerà quanto sia giusta la ragione del mio sdegno. In quell'ora farò conoscere il mio cruccio, la mia giustizia ed equità e quanto sia ben giustificata la mia causa. Per farlo meglio e poiché è questo il tempo in cui l'attributo della mia misericordia si deve maggiormente manifestare e in cui voglio che il mio amore non resti inoperoso, avendo riguardo per i giusti che ci sono in questo tempo e che lo rendono accettabile, voglio aprire a tutti una porta attraverso cui accedere alla mia misericordia. Ora che il mondo è giunto al secolo più infelice da quando il Verbo si è fatto carne e gli uomini sono più dimentichi del proprio bene, che cercavo sempre meno; ora che più volge al termine il giorno della loro vita mortale col tramonto del sole del tempo, giungendo per i reprobi la notte dell'eternità e nascendo per i giusti il giorno eterno senza più notte; ora che la maggior parte dei mortali vive nelle tenebre della propria ignoranza e delle proprie colpe, opprimendo i giusti e disprezzando i figli di Dio; ora che la mia legge santa e divina si conculca per l'iniqua ragione di stato tanto odiosa quanto nemica della mia grande provvidenza; ora infine che mi vedo così ripagato dai malvagi, proprio in questo tempo, per riguardo ai giusti, voglio offrire una luce perché gli uomini si illuminino nelle tenebre della loro cecità, e voglio dar loro - ammesso che vogliano avvalersene - un rimedio opportuno per giungere alla mia grazia. Felici coloro che lo troveranno; beati quelli che ne conosceranno il valore; ricchi coloro che s'incontreranno con questo tesoro; fortunati e assai sapienti quelli che vi scruteranno dentro con riverenza e ne intenderanno gli enigmi e i misteri! Voglio inoltre che sappiano quanto vale l'intercessione di colei che fu rimedio delle loro colpe, dando nel suo grembo vita mortale all'Immortale. Voglio che abbiano come specchio, in cui scorgere la propria ingratitudine, le opere ammirabili del mio braccio onnipotente con questa semplice creatura, e intendo manifestarne molte altre da me compiute con la Madre del Verbo, ma che finora ho tenuto nascoste per i miei alti giudizi».

¹⁰. «Nella Chiesa primitiva non manifestai tali misteri perché, essendo troppo alti, i fedeli si sarebbero soffermati troppo a scrutarli e ad ammirarli, mentre era necessario che si stabilissero rapidamente la legge della grazia e il Vangelo. E benché fosse tutto compatibile, tuttavia l'ignoranza umana avrebbe potuto incorrere in alcuni sospetti e dubbi troppo dannosi in un tempo in cui la fede derivata dall'incarnazione e dalla redenzione e i precetti della legge evangelica erano ancora agli inizi. Per questo lo stesso Verbo incarnato nell'ultima cena disse ai suoi discepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. In loro parlò a tutto il mondo, che, finché non si fosse ben radicata la legge della grazia e la fede del Figlio, non sarebbe neanche stato pronto a ricevere i misteri e la fede della Madre. Inoltre al presente ne ha maggior necessità ed essa mi obbliga anche più della sua disposizione. Oh! Se mi obbligassero con l'onorare, credere e contemplare le meraviglie che la Madre della pietà racchiude in sé! E se tutti sollecitassero di cuore la sua intercessione, ben avrebbe il mondo qualche rimedio!... Tuttavia non voglio trattenermi dal porre loro davanti questa Mistica Città di rifugio; tu descrivila e fanne il ritratto, per quanto può la tua inadeguatezza. Ma non voglio che questa descrizione ed esposizione della sua vita consista in opinioni né in contemplazioni quanto piuttosto in verità certa. Quelli che hanno orecchi per intendere intendano, quelli che hanno sete vengano alle sorgenti d'acqua viva e lascino le cisterne screpolate e quelli che vogliono la luce la seguano sino alla fine» Questo disse il Signore Dio onnipotente.

¹¹. Queste sono le parole che l'Altissimo mi disse nell'occasione che ho riferito. Del modo in cui ricevo questi insegnamenti e questa luce e in cui conosco il Signore, parlerò nel capitolo seguente, per soddisfare l'obbedienza che me lo comanda e perché siano manifeste a tutti le rivelazioni e le misericordie di questo genere, che ricevo e che riferirò d'ora in poi.

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CAPITOLO 2

Si spiega il modo in cui il Signore manifesta all'anima mia i misteri

e la vita della Regina del cielo nello stato in cui sua Maestà mi ha posto.

¹². Per far conoscere, nel resto di quest'Opera, il modo in cui il Signore mi manifesta queste meraviglie,

mi parve conveniente premettere questo capitolo, in cui ne darò spiegazione come meglio potrò e come mi verrà concesso.

¹³. Da quando ho avuto l'uso della ragione, ho provato un beneficio del Signore, che giudico il maggiore di quanti la sua mano liberale mi ha fatti. Questo consiste in un timore intimo e grande di perderlo che Dio mi ha infuso. E ciò mi ha incitata e mossa a desiderare in tutte le cose ciò che è meglio e più sicuro, operandolo sempre e sempre chiedendolo all'Altissimo, che ha crocifisso la mia carne con questo dardo perché ho temuto i suoi giudizi sempre vivo con questo timore di perdere l'amicizia dell'Onnipotente e di non trovarmi in essa. Mio pane di giorno e di notte sono state le lacrime, che questa ansietà mi procurava. Essa, in questi ultimi tempi, in cui ai discepoli del Signore che praticano la virtù è necessario starsene nascosti, mi ha portato altresì a fare grandi suppliche a Dio, implorandolo con tutto il mio cuore affinché mi guidi e indirizzi per un cammino retto ma nascosto agli occhi degli uomini; sollecitando l'intercessione della Regina e vergine purissima.

¹⁴. A tali reiterate domande mi rispose il Signore: «Non temere, o anima, e non ti affliggere, perché da parte mia io ti darò uno stato e un sentiero di luce e di sicurezza tanto nascosto e stimabile, che soltanto chi ne è l'autore lo potrà conoscere. Cosicché tutto ciò che di esteriore è soggetto a pericolo da oggi innanzi ti verrà meno e il tuo tesoro resterà nascosto: da parte tua custodiscilo e conservalo con una vita perfetta. Io ti metterò in una via nascosta, chiara, vera e pura, e tu cammina per essa». Da allora in poi percepii una trasformazione dentro di me ed uno stato molto spiritualizzato. All'intelletto fu data una nuova luce, attraverso cui gli è comunicata ed infusa la scienza, con la quale conosce in Dio tutte le cose, ciò che sono in se stesse e i loro effetti. Esse gli sono manifestate perché è volere dell'Altissimo che le conosca e le veda. Ora questa luce intellettiva che illumina è santa, soave, pura, sottile, acuta, mobile, sicura e nitida, fa amare il bene e riprovare il male. È un'emanazione della virtù di Dio ed un effluvio genuino della sua luce, la quale mi si pone come specchio dinanzi all'intelletto. Con la parte superiore dell'anima e con la vista interiore, vedo molto, perché si comprende che l'oggetto è infinito mediante la luce che da esso riverbera, quantunque gli occhi e l'intelletto siano limitati. In questa vista è come se il Signore sedesse sopra un trono di grande maestà, dove si conoscono i suoi attributi con distinzione, benché con i limiti della condizione umana. Infatti lo copre come un cristallo purissimo che si frappone ed è per mezzo di esso che si conoscono e ravvisano queste meraviglie, questi attributi, ossia queste perfezioni di Dio, con grande chiarezza e distinzione. Questo anche se attraverso quel velo, che impedisce di vederlo tutto immediatamente. cioè intuitivamente e senza velo; velo che è, appunto, come un cristallo. Tuttavia la cognizione di ciò che copre non è penosa per l'intelletto, ma ammirabile, poiché si comprende che è infinito l'oggetto e limitato solo colui che lo contempla; inoltre gli dà speranza che, se lo acquista, si aprirà quel velo, togliendosi quello che si frappone quando l'anima si spogli della mortalità del corpo.

¹⁵. In questa conoscenza vi sono modi e gradi di vedere, disposti dal Signore a seconda che sia sua volontà di manifestarsi più o meno, perché è specchio volontario. Talora si rivela più chiaramente, talora meno, e qualche volta vengono mostrati alcuni misteri, nascondendone altri sempre grandi. Questa differenza abitualmente si uniforma alla disposizione dell'anima, poiché, se essa non si trova in tutta quiete e pace, o se ha commesso veramente qualche colpa o imperfezione, per piccola che sia, non giunge a vedere questa luce nel modo che dico, luce in cui si conosce il Signore con tanta chiarezza e certezza, che non lascia dubbio alcuno su ciò che s'intende. Ma si comprende che è Dio colui che è presente meglio e prima che si capisca tutto quello di cui sua Maestà parla. Tale cognizione provoca un impulso soave, forte ed efficace per amare, servire l'Altissimo ed ubbidire a lui. In questa illuminazione si apprendono misteri grandi: quanto vale la virtù e quanto prezioso sia il possederla e praticarla; se ne conosce la sicurezza e la perfezione; si sente una virtù e forza che costringe al bene, contrasta e combatte il male e le passioni e molte volte le vince. Se l'anima gode di questa luce e vista interiore e fa in modo di non perderle, non può essere vinta, perché le danno coraggio, fervore, sicurezza e gioia, luce attenta e sollecita che chiama ed innalza, dà leggerezza e brio, cosicché la parte superiore dell'anima trae dietro a sé quella inferiore ed ancora rende lieve il corpo stesso, che resta per quel tempo come spiritualizzato, sospendendosi il suo gravame e peso.

¹⁶. Quando l'anima conosce e sente questi dolci effetti, con amoroso affetto dice all'Altissimo: «Trahe me post Te», attirami dietro a te e correremo insieme. Infatti, unita al suo amato, non sente più le cose della terra e, lasciandosi attirare dalla fragranza di questi unguenti del suo diletto, viene a vivere più dove ama che dove anima. Lascia deserta la parte inferiore e, quando torna a cercarla, è per perfezionarla, riformando e in un certo senso sopprimendo questi animaleschi appetiti delle passioni. Infatti, se talora si vogliono ribellare, l'anima li respinge con prontezza, perché ormai non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

¹⁷. Si sente qui con certezza in tutti i moti e gli atti santi l'assistenza dello Spirito di Cristo, che è Dio ed è vita dell'anima, poiché nel fervore, nel desiderio, nella luce, nell'efficacia ad operare si riconosce una forza interiore, che solo Dio può dare. Si sente l'effetto e la virtù di questa luce, l'amore che suscita e una parola intima, continua e viva, che fa attendere a tutto quello che è divino e astrae da ciò che è terreno. In questo si manifesta che Cristo vive in me, la sua virtù e luce, che sempre risplendono nelle tenebre. Questo significa propriamente stare negli atri della casa del Signore, poiché l'anima vede dove rifulge la luce della lampada dell'Agnello.

¹⁸. Non dico che si possegga tutta la luce, ma una parte si e questa parte è una comprensione superiore alle forze o alle capacità della creatura. Per comunicare questa visione, l'Altissimo anima l'intelletto, dandogli una qualità e una luce tutta propria, perché questa potenza sia capace di conoscere ciò che è superiore alle sue forze; ciò ancora si comprende e si conosce in questo stato con la certezza con cui si credono e conoscono le altre cose divine. Tuttavia anche qui accompagna la fede e in questo stato l'Onnipotente mostra all'anima il valore di questa scienza, di questa luce che le infonde. Non si può estinguere la sua luce; insieme con essa mi vennero tutti i beni e attraverso le sue mani una ricchezza incalcolabile. Questa lampada mi precede, indirizzando i miei passi: senza frode l'appresi e senza invidia desidero comunicarla e non già nascondere la sua bellezza. È partecipazione di Dio e la sua compagnia è contentezza e gioia. In un istante insegna molto e trasforma il cuore, con forza potente allontana e separa dalle cose ingannevoli, nelle quali, contemplandole in questa luce, si trova un'immensità di amarezza. Per questo l'anima, allontanandosi sempre più da questa caducità e correndo, fugge al sacro rifugio della verità eterna ed entra nella cella del vino dove il sovrano Signore ordina in me la carità. Con essa mi costringe ad essere paziente e senza invidia, ad essere benigna senza offendere alcuno, a non essere superba né ambiziosa, a non adirarmi né pensare male del prossimo, a soffrire e tollerare tutto. Sempre mi istruisce e mi ammonisce nel segreto con grande forza, perché io operi ciò che è più santo e puro, insegnandomelo in tutto; e se sono mancante, anche se in una cosa da poco, mi riprende senza alcuna dissimulazione.

¹⁹. Questa è luce che ad un tempo illumina, infervora, ammaestra, riprende, mortifica e vivifica, chiama e trattiene, ammonisce e costringe, insegna a distinguere il bene e il male, l'altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza, il mondo, il suo stato, la sua disposizione, i suoi inganni, le illusioni e le falsità dei suoi abitanti ed amanti e soprattutto m'insegna a disprezzarlo e calpestarlo, sollevandomi al Signore, guardando a lui come sovrano, padrone e governatore di tutto. Nella sua Maestà vedo e conosco la disposizione delle cose, la forza degli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, i loro mutamenti e le loro varietà, il corso degli anni, l'armonia di tutte le creature e le loro qualità, tutti i segreti degli uomini, le loro opere e i loro pensieri e quanto siano lontani da quelli del Signore, i pericoli in cui vivono, i sentieri tortuosi che percorrono, gli stati, i governi, la loro momentanea fermezza e poca stabilità, qual è il loro principio e la loro fine e ciò che possiedono di verità e di menzogna. Tutto questo si vede e si penetra in Dio distintamente con questa luce, conoscendo le persone e le loro qualità. Nondimeno, discendendo ad un altro stato più basso, in cui l'anima si trova di solito e in cui si serve della sostanza e della veste della luce, ma non di tutta la sua luminosità, in esso vi è qualche limitazione di quella conoscenza così alta circa le persone, gli stati e i segreti pensieri di cui ho detto. Infatti qui, in questo luogo inferiore, non ho maggiore comprensione di quella che basta per liberarmi dal pericolo e fuggire dal peccato, compatendo con vera tenerezza le persone, senza permettermi di parlare chiaramente con alcuna, né di manifestare quel che conosco. Né potrei farlo, perché mi pare di restare muta, se non quando l'Autore di queste opere talvolta mi dà il permesso e mi ordina di ammonire qualcuno; tuttavia vuole che ciò sia fatto parlando al cuore con ragioni piane, chiare, comuni e caritative in Dio e chiedendo aiuto per queste necessità, che per questo appunto mi sono manifestate.

²⁰. Quantunque abbia conosciuto tutto ciò con chiarezza, il Signore non mi ha mai mostrato la fine infelice di nessuna anima, che si sia dannata. Ciò è stata provvidenza divina, perché così è giusto e, se non per grandi fini, non si vuole manifestare la dannazione di alcuno e inoltre perché, se io la conoscessi, credo che ne morirei di dolore. Questo sarebbe effetto della cognizione derivata da questa luce, poiché è una grande sofferenza vedere che un'anima è privata per sempre di Dio. Per questo lo supplicai di non mostrarmi nessuno che si danni, ma, se io potessi, dando la mia vita, liberare qualcuno che sia in peccato, non ricuserei la tribolazione, né che il Signore me lo mostrasse; ma colui per il quale non vi è più rimedio, ah, no! Che io non lo veda!

²¹. Mi è data questa luce, non già perché io palesi il mio segreto in particolare, ma piuttosto perché ne faccia uso con prudenza e sapienza. Questa luce mi resta come una sostanza che vivifica (benché sia accidentale), che emana da Dio, e come un abito da usare per regolare bene i sensi e la parte inferiore. Nondimeno, nella parte superiore dello spirito godo sempre di una visione e abitazione di pace e conosco intellettualmente tutti i misteri che mi vengono mostrati circa la vita della Regina del cielo e molti altri della fede, che quasi incessantemente tengo presenti; per lo meno non perdo mai di vista la luce. E se qualche volta discendo, come creatura, per attendere alla conversazione umana, subito il Signore mi chiama con rigore e forza soave e mi riporta all'attenzione delle sue parole e locuzioni, e alla conoscenza di questi misteri, di queste grazie, virtù ed opere sia interiori che esteriori della Madre vergine, come andrò esponendo.

²². In questo modo, inoltre, negli stati e nella luce che dico, vedo e conosco la medesima Regina e signora nostra quando mi parla, nonché i santi angeli e la loro natura e perfezione. Alcune volte li conosco e li vedo nel Signore ed altre in se stessi, ma con differenza, perché per conoscerli in se stessi discendo qualche grado più in basso. Di questo mi rendo conto e questo risulta dalla differenza degli oggetti e dal modo di muovere l'intelletto. In questo grado più basso vedo e intendo i santi principi e parlo con loro: essi conversano con me e mi manifestano molti di quegli stessi misteri che già il Signore mi ha mostrato; la Regina del cielo mi rivela e manifesta quelli della sua santissima vita, nonché le vicende mirabili di essa. Con distinzione conosco ciascuna di queste persone in se stessa, sentendo gli effetti divini che ognuna mi provoca nell'anima.

²³. Nel Signore poi li vedo come in uno specchio volontario, poiché sua Maestà mi mostra i santi che vuole e come gli piace, con una chiarezza grande e con effetti più alti; infatti si conoscono con ammirabile luce lo stesso Signore, i santi e le loro eccellenti virtù e meraviglie e come essi le operarono con la grazia, in forza della quale tutto poterono. In questa conoscenza la creatura resta più abbondantemente e adeguatamente piena di gaudio, che la riempie di maggiore virtù e soddisfazione, e rimane come nel riposo del suo centro. Questo perché quanto più tale cognizione è intellettuale e meno corporea ed immaginaria, tanto più la luce è forte, alti gli effetti e maggiore la sostanza e certezza che si sente. Ma anche qui vi è una differenza: si sa che è un grado superiore il vedere e conoscere il Signore, i suoi attributi e le sue perfezioni, i cui effetti sono dolcissimi e ineffabili, e che è un grado inferiore vedere e conoscere le creature, anche se nello stesso Signore. Questa inferiorità mi pare che nasca in parte dalla stessa anima, la cui vista, essendo limitata, non contempla tanto Dio con le creature quanto la sola sua Maestà senza di esse; questa sola vista mi pare contenga maggiore pienezza di gaudio, che il vedere in Dio le creature. Questa conoscenza della Divinità è così delicata che, almeno finché siamo mortali, l'osservare in essa qualsiasi altra cosa la impedisce alquanto.

²⁴. Nell'altro stato, inferiore a quello che ho detto, vedo la Vergine santissima in se stessa e gli angeli: comprendo e conosco che il modo di insegnarmi, parlarmi ed illuminarmi è simile alla maniera in cui gli angeli medesimi si danno luce, comunicano e parlano gli uni con gli altri e al modo in cui quelli superiori illuminano gli inferiori. Il Signore stesso, come causa prima, dona questa luce, ma siffatta luce partecipata, di cui questa Regina fruisce con tanta pienezza, viene poi da lei comunicata alla parte superiore della mia anima, cosicché io conosco sua Altezza, le sue prerogative e i suoi misteri nello stesso modo in cui l'angelo inferiore conosce ciò che gli comunica quello superiore. Inoltre si comprende mediante l'insegnamento che trasmette, l'efficacia che possiede e altre qualità della visione che si sentono e si gustano, quali la purezza, l'altezza e la verità della stessa visione, in cui niente d'impuro, di oscuro, di falso o di sospetto si riconosce, e niente di santo, di puro e di vero si tralascia di riconoscervi. Lo stesso mi accade conversando a loro modo coi santi principi; ugualmente il Signore mi ha spiegato molte volte che l'illuminazione della mia anima e la comunicazione con essa è la stessa che hanno tra sé. Anzi, molte volte mi accade che l'illuminazione passi per tutti questi canali, cioè che il Signore dia la rivelazione e la luce, o l'oggetto di essa, la Vergine santissima me la manifesti e gli angeli mi suggeriscano i termini. Altre volte - ed è più frequente - fa tutto ciò il Signore e mi ammaestra; altre volte lo fa la Regina, dandomi tutto lei, ed altre gli angeli. Talora sogliono darmi solo l'illuminazione, e prendo io da quello che ho inteso i termini per spiegarmi. In questo potrei sbagliare se il Signore lo permettesse, poiché sono donna ignorante, mi valgo di quello che ho udito e, quando trovo qualche difficoltà nello spiegare le manifestazioni, ricorro al mio maestro e padre spirituale nelle materie più ardue e difficili.

²⁵. In questi tempi e stati ricevo molto di rado visioni corporee, ma ne ho alcune immaginarie, e queste sono di grado molto inferiore a tutte quelle che ho detto, le quali sono sublimi e molto spirituali, ossia intellettuali. Quello che posso assicurare è che in tutte le rivelazioni grandi e piccole, inferiori e superiori del Signore, della Vergine santissima e dei santi angeli, ricevo abbondantissima luce e insegnamento molto proficuo, in cui vedo e conosco la verità, la più grande perfezione e santità, e sento una forza e luce divina che mi spinge a desiderare la maggiore purezza dell'anima e la grazia del Signore, di morire per essa e di operare in ogni cosa il meglio. Mediante i gradi e i modi di queste manifestazioni che ho detto, conosco tutti i misteri della vita della Regina del cielo, con grande profitto e giubilo del mio spirito. Per questo con tutto il mio cuore e con tutta la mia mente magnifico l'Onnipotente, lo esalto, lo adoro e lo riconosco come Dio santo, onnipotente, forte, ammirabile, degno di lode, di magnificenza, di gloria e di riverenza per tutti i secoli. Amen.

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CAPITOLO 3

La manifestazione che ebbi della Divinità e della decisione che Dio prese di creare tutte le cose.

²⁶. O Re altissimo e sapientissimo Signore! Quanto incomprensibili sono i tuoi giudizi e quanto inaccessibili le tue vie! Dio invitto, che vivi in eterno e che da sempre sei, chi potrà conoscere la tua grandezza, o sarà all'altezza di raccontare le tue magnifiche opere? E chi ti potrà dire: «Perché le facesti così?». Infatti tu sei altissimo al di sopra di tutti e la nostra vista non ti può raggiungere, né il nostro intelletto comprendere. Benedetto sii tu, o Re magnifico, che ti degnasti di svelare a questa tua schiava e vile vermicello grandi e altissimi misteri, sublimando ed elevando la dimora del mio spirito là dove vidi cose che non saprò ridire. Vidi il Signore e creatore di tutti. Vidi un'Altezza non espansa in se stessa prima di creare qualsiasi altra cosa. Ignoro il modo nel quale mi si mostrò, ma non ciò che vidi e compresi. E sua Maestà, che tutto comprende, sa bene come, a parlare della sua divinità, il mio pensiero resta sospeso, l'anima mia si turba profondamente, le mie facoltà si arrestano nelle loro azioni e tutta la parte superiore, lasciando quella inferiore deserta e i sensi inattivi, se ne vola dove ama, abbandonando ciò che anima. E in tali amorosi svenimenti e deliqui, i miei occhi versano lacrime e la mia lingua ammutolisce. O altissimo e incomprensibile Signor mio, oggetto infinito del mio intelletto! Oh, come alla tua vista - giacché sei immenso ed eterno - mi ritrovo annichilita, il mio essere si confonde con la polvere e a stento percepisco quel che sono! E come ardisce questa piccolezza e miseria fissare lo sguardo nella tua magnificenza e maesta grande? Anima, o Signore, il mio essere, avvalora la vista e da' vigore al mio cuore impaurito, tanto che possa riferire ciò che io ho visto e obbedire al tuo comando.

²⁷. Con l'intelletto vidi l'Altissimo così come egli è in se stesso e compresi chiaramente con vera cognizione che egli è un Dio infinito nella sostanza e negli attributi, eterno, somma Trinità in tre Persone ed un solo vero Dio. Tre, perché si esercitano le attività del conoscersi, comprendersi ed amarsi, e uno solo, per conseguire il bene dell'unità eterna. È Trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre non è fatto, né creato, né generato, né può esserlo, né può avere origine. Conobbi che il Figlio trae la sua origine dal Padre, ma solamente per eterna generazione - essendo entrambi ugualmente eterni - ed è generato dalla fecondità dell'intelletto del Padre. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio per amore. In questa Trinità indivisa non vi è cosa che si possa dire anteriore o posteriore, maggiore o minore: tutte e tre le Persone in se stesse sono egualmente eterne ed eternamente uguali, essendovi unità di essenza in trinità di Persone, cioè un Dio solo nella indivisa Trinità e tre Persone nell'unità di una sola sostanza. Non si confondono le Persone per il fatto che è un Dio solo, né si separa o si divide la sostanza per il fatto che sono tre Persone, ed essendo distinte nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, è una sola e medesima la divinità, è uguale e identica la gloria e la maestà, la potenza, l'eternità, l'immensità, la sapienza e la santità e tutti gli altri attributi. E benché siano tre le Persone in cui queste infinite perfezioni sussistono, tuttavia è uno solo il Dio vero, santo, giusto, potente, eterno ed immenso.

²⁸. Ebbi anche la rivelazione che questa divina Trinità comprende se stessa con una vista semplice, senza che le sia necessaria una nuova e distinta conoscenza, sapendo il Padre quello che sa il Figlio e il Figlio e lo Spirito Santo quello che sa il Padre; che fra loro si amano reciprocamente con uno stesso amore immenso ed eterno. È un'unità d'intendere, di amare e di operare, uguale ed indivisibile; è una semplice, incorporea, indivisibile natura; è un essere di Dio vero, nel quale si trovano in supremo ed infinito grado tutte le perfezioni unite e raccolte insieme.

²⁹. Conobbi la forma di queste perfezioni dell'Altissimo: che egli è bello senza neo, grande senza quantità, buono senza qualità, eterno senza tempo, forte senza infiacchire, vita senza mortalità, verità senza menzogna, presente in ogni luogo, riempiendolo senza occuparlo e stando in tutte le cose senza estensione. Non ha contraddizione nella bontà, né difetto nella sapienza; in essa è irraggiungibile, nei consigli terribile, nei giudizi giusto, nei pensieri segretissimo, nelle parole veritiero, nelle opere santo, nei tesori munifico. Lo spazio non lo dilata, né l'angustia del luogo lo restringe; in lui non c'è volontà che cambi, né tristezza che lo turbi, né cose passate che passino, né future che si succedano. A lui nessuna origine diede principio, né tempo darà fine. O immensità eterna, quali interminabili spazi ho visto in te! Quale infinità riconosco nel tuo infinito Essere! La vista non ha confine, né diminuisce, contemplando questo oggetto illimitato! È questo l'Essere immutabile, l'Essere sopra ogni altro essere, la santità perfettissima, la verità invariabile. È questo l'infinito, la latitudine e la longitudine, l'altezza e la profondità, la gloria e la sua origine, il riposo senza fatica, la bontà in grado immenso. Vidi tutto ciò nello stesso tempo e non riesco a dire quel che vidi.

³⁰. Vidi il Signore come era prima di creare cosa alcuna e con stupore guardai dove aveva la sua sede l'Altissimo; infatti non vi era il cielo empireo, né vi erano gli altri cieli inferiori, né sole, né luna, né stelle, né elementi, ma c'era solo il Creatore senza aver creato cosa alcuna. Se ne stava tutto solo, senza la presenza degli angeli, né degli uomini, né degli animali; per questo compresi che di necessità si deve ammettere che Dio era nel suo stesso essere e che non ebbe necessità né sentì bisogno di nessuna cosa di quelle che egli creò, poiché era infinito negli attributi prima di crearle non meno che dopo e in tutta la sua eternità li possedette e possederà, come soggetto indipendente e increato. Infatti nessuna perfezione assoluta e semplice può mancare a sua Divinità, poiché egli solo è ciò che è e contiene in se stesso in modo eminentemente ineffabile tutte le perfezioni che si trovano nelle creature; inoltre, ogni cosa che esiste, è racchiusa in quell'Essere infinito, come gli effetti sono contenuti nella loro causa.

³¹. Compresi che l'Altissimo se ne stava appunto nell'immobilità del suo stesso essere, quando fra le medesime Persone divine - a nostro modo d'intendere - fu deciso di comunicare le loro perfezioni, distribuendole in doni. E voglio dire, per spiegarmi meglio, che Dio conosce le cose con un atto in se stesso indivisibile, semplicissimo e senza discorso: egli non procede dalla cognizione di una cosa a quella di un'altra, come procediamo noi, che discorriamo col pensiero conoscendo prima una cosa con un atto dell'intelletto e subito dopo un'altra con un altro. Ma Dio conosce tutte le cose contemporaneamente, senza che ci sia, nel suo intelletto infinito, né un prima né un dopo, dato che tutte sono unite insieme nella conoscenza divina increata, come lo sono nell'essere di Dio, dove sono racchiuse e contenute come origine prima.

³². In questa conoscenza, che prima si chiama di semplice intelligenza, secondo la naturale precedenza dell'intelletto sulla volontà, si considera in Dio un ordine non già di tempo, ma di natura, secondo il quale noi concepiamo l'atto dell'intelletto divino come un precedere quello della volontà. Infatti noi consideriamo prima di tutto in Dio il solo atto d'intendere, senza la decisione della sua volontà di dare la vita alle creature. Ora, in questo stadio o momento, le tre Persone divine si consultarono insieme, con quell'atto d'intendere, sulla convenienza delle opere ad extra, vale a dire di tutte le creature che furono, sono e saranno.

³³. Inoltre Dio volle degnarsi di soddisfare al desiderio che gli espressi, per quanto indegna, di conoscere l'ordine che egli seguì, o quello che noi dobbiamo comprendere, nella creazione di tutte le cose; cosa che io gli domandavo per conoscere il posto che, secondo quest'ordine, la Madre di Dio e regina nostra ebbe nella mente divina. Per questo dirò, come meglio potrò, quello che mi fu risposto e manifestato e l'ordine che in Dio c'è tra queste idee, suddividendolo in momenti perché altrimenti non si può adattare alla nostra capacità la conoscenza di questo sapere divino, che già qui si chiama scienza di visione e alla quale appartengono le idee, ossia le immagini delle creature, che stabilì di creare e che nella sua mente ha ideate, conoscendole infinitamente meglio di come le vediamo e conosciamo noi al presente.

³⁴. Quantunque questo sapere divino sia uno, semplicissimo e indivisibile, tuttavia, poiché le cose che vede sono molte, fra loro ordinate in modo che le une sono prima delle altre e le une hanno vita o esistenza attraverso le altre, con rispettiva dipendenza, è necessario dividere la scienza divina - e così la volontà - in molti stadi e in molti atti che corrispondano ai diversi stadi, secondo l'ordine degli oggetti. Così diciamo che Dio concepì e determinò prima questo che quello, o l'uno per mezzo dell'altro, e che, se prima non avesse voluto e conosciuto con scienza di visione una cosa, non avrebbe voluto neppure l'altra. Con ciò non si vuole inferire che vi siano in Dio molti atti d'intendere o di volere, ma vogliamo solamente dire che le cose sono concatenate fra loro e le une succedono alle altre. Immaginandole con questo ordine oggettivo, ricomponiamo, per meglio comprenderle, l'ordine stesso negli atti della scienza e volontà divina.

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CAPITOLO 4

Si dividono in momenti successivi i decreti divini,

rivelando quello che in ciascuno Dio stabilì circa la sua comunicazione ad extra.

³⁵. Compresi che quest'ordine doveva essere diviso nei seguenti momenti: nel primo Dio conobbe i suoi attributi divini e le sue perfezioni, con la propensione ed ineffabile inclinazione a comunicarsi fuori di sé. Questa fu la prima cognizione che Dio è comunicativo ad extra. Perciò Dio, vedendo la natura delle sue infinite perfezioni e l'efficace potenza che racchiudono in se stesse per compiere opere meravigliose, nella sua equità vide che ad una così grande bontà era più che opportuno comunicarsi, per operare secondo la sua inclinazione comunicativa e per esercitare la sua liberalità e misericordia, distribuendo con magnificenza fuori di sé la pienezza dei suoi infiniti tesori racchiusi nella divinità. Infatti, essendo infinito, a lui è molto più naturale fare grazie e doni di quanto non lo sia per il fuoco salire alla sua sfera, per la pietra tendere al centro e per il sole spandere la sua luce. Questo profondo mare di perfezioni, quest'abbondanza di tesori, questa impetuosa infinità di ricchezze, volge tutta a comunicarsi per sua inclinazione, ma anche per la volontà e la sapienza di Dio stesso, il quale, per la comprensione che ha di sé stesso, sa bene che fare doni e grazie, comunicandosi al di fuori, non è un diminuirle ma piuttosto un accrescerle, dando un opportuno sfogo a quella inestinguibile sorgente di ricchezze.

³⁶. Dio guardava tutto ciò in quel primo momento, dopo la comunicazione ad intra (dentro se stesso) già avvenuta con le emanazioni eterne. E ponendovi attenzione, si trovò come condotto da se stesso a comunicarsi ad extra (al di fuori), riconoscendolo come cosa santa, giusta e misericordiosa, dato che nessuno glielo poteva impedire. Conforme al nostro modo d'intendere, ben possiamo immaginare che, in un certo senso, Dio non stava quieto, né tranquillo, finché non fosse arrivato al centro delle creature, nelle quali e con le quali trova le sue delizie, rendendole partecipi della sua divinità e delle sue perfezioni.

³⁷. Due cose mi stupiscono, mi tengono sospesa e inteneriscono il mio tiepido cuore lasciandolo come annichilito in questa cognizione e luce che sperimento: la prima è quella inclinazione e quel peso che vidi in Dio e la veemenza della sua volontà di comunicare la propria divinità e i tesori della sua gloria; la seconda è l'ineffabile e incomprensibile immensità dei beni e dei doni che conobbi che voleva distribuire, e come li creava destinandoli a tal fine, rimanendo infinito come se niente avesse dato. Infatti io intesi che, in questa inclinazione e in questo suo desiderio, egli era disposto a santificare, giustificare e riempire di doni e di perfezioni tutte le creature insieme e ciascuna in particolare, dando ad ognuna più di quanto hanno tutti i santi angeli e serafini messi insieme, quantunque fossero stati capaci di ragione e dei suoi doni tutte le gocce e la sabbia del mare, tutte le stelle, le piante, gli elementi, e tutte le creature irrazionali, purché da parte loro si disponessero ad accoglierli e non opponessero alcun ostacolo alla sua grazia. Oh, terribile peccato e malizia del peccato! Tu sola basti per trattenere l'impetuosa corrente di tanti beni eterni!

³⁸. Nel secondo momento conferì e decretò questa comunicazione della Divinità, perché fosse per maggiore gloria ad extra e per maggiore esaltazione di sua Maestà, manifestando la sua grandezza. In questo istante Dio guardò tale esaltazione come fine del comunicarsi e del farsi conoscere nella liberale profusione dei suoi attributi, usando cioè la sua onnipotenza per essere conosciuto, lodato e glorificato.

³⁹. Nel terzo momento conobbe e determinò l'ordine e la disposizione, vale a dire le modalità di questo comunicarsi, in modo che, nell'effettuare una così ardua determinazione, si ottenesse il fine più glorioso. Non altrimenti determinò l'ordine che doveva esserci negli oggetti, la maniera e la differenza con cui comunicare loro la sua divinità e le sue qualità, in modo che quel moto, per così dire, del Signore avesse giuste ragioni e oggetti proporzionati, e si trovasse tra loro la più bella e ammirabile disposizione, armonia e subordinazione. In questa fase si determinò in primo luogo che il Verbo divino s'incarnasse e si rendesse visibile; si decretò la perfezione e i tratti della santissima umanità di Cristo nostro Signore, la quale così restò come impressa nella mente divina. In secondo luogo, fu presa la stessa decisione per gli altri ad imitazione di lui, ideandosi nella mente divina l'armonia dell'umana natura coi suoi ornamenti, composta di corpo organico ed anima propria, anima fornita di apposite facoltà per conoscere e godere il suo Creatore, discernendo tra bene e male, per amare con libera volontà lo stesso Signore.

⁴⁰. Compresi che era necessario che questa unione ipostatica della seconda Persona della santissima Trinità con la natura umana fosse la prima opera e il primo oggetto in cui l'intelletto e la volontà divina uscissero ad extra, per ragioni altissime che non potrò spiegare. Una ragione è che, dopo essersi Dio conosciuto ed amato in se stesso, l'ordine migliore era quello di

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