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I grandi protagonisti della Storia
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E-book289 pagine3 ore

I grandi protagonisti della Storia

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Saggi - saggio (211 pagine) - Grandi condottieri, grandi statisti, grandi sovrani, ma anche scienziati, pensatori, esploratori, papi e leader dei diritti civili. Un viaggio entusiasmante per conoscere gli uomini e le donne che hanno contribuito a forgiare il mondo come lo conosciamo.


Sulla scia di un genere classico, la narratio de viris illustribus, un interessante complemento didattico a un libro di testo per le scuole medie e superiori. Una mini-enciclopedia di protagonisti della storia, appartenenti a entrambi i sessi, divisi per epoche. Nelle sezioni (che chiamiamo “quaderni”) dedicate all’antichità, al Medioevo, all’età moderna e a quella contemporanea abbiamo dato spazio alle figure di grandi condottieri, grandi statisti, grandi sovrani, ma anche scienziati, pensatori, esploratori, papi e leader dei diritti civili. La scelta dei personaggi risponde ai criteri di rappresentatività, centralità ed esemplarità. All’interno di ogni “quaderno”, la successione dei Grandi protagonisti della storia non rispetta un ordine cronologico rigido, ma si dipana piuttosto con l’andamento di una galleria di medaglioni.


Gianluca Vivacqua, storico freelance, alterna saggi di approfondimento teorico ad altri di natura più divulgativa. Questo è il caso de I grandi protagonisti della Storia, il suo terzo lavoro per Delos Digital, dopo Scrittura creativa e produzione per lo spettacolo (2017) e Lo storico come coach (2018).

LinguaItaliano
Data di uscita3 lug 2018
ISBN9788825406443
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    I grandi protagonisti della Storia - Gianluca Vivacqua

    9788825404623

     Quaderno primo – L’antichità

    1. Pericle

    Pericle fu il leader del partito democratico ateniese e, di fatto, la figura egemone della capitale dell’Attica, dal 461 a.C. al 429. Naturale continuatore della linea temistoclea tesa a rafforzare la potenza militare ateniese sul mare, egli fu anche sempre profondamente convinto del primato culturale di Atene in tutta la Grecia. Mosso da questa concezione, all’interno realizzò una politica splendidamente diretta ad arricchire il patrimonio artistico e architettonico della città (del resto, essendo uno dei cittadini più,ricchi in Atene, non gli mancavano certo i mezzi personali per fare mecenatismo), in parallelo con misure sociali che molti storici definiscono apertamente populiste. Più controversa, invece, fu la sua politica estera, che culminò nella rovinosa avventura della guerra del Peloponneso, grande conflitto panellenico che, nella narrazione geniale di Tucidide, diventa quasi un antesignano di una guerra mondiale. Lo scontro finale con Sparta (dal 431 a.C.) fu sostanzialmente preparato e cercato proprio da lui, voglioso di dare uno slancio decisivo all’espansionismo ateniese, frenato dalle rivolte di numerose città della Lega attica (cioè l’alleanza di città che facevano capo ad Atene), ma anche di risollevare le proprie sorti di stratega, dopo le esperienze non incisive delle spedizioni in Egitto e Cipro degli anni della sua coabitazione al governo con Cimone (lo statista, pur non avendole condotte personalmente, ne era stato comunque il regista). Di sicuro, Pericle fu avventato nel mettere in gioco con troppa leggerezza in una guerra civile la potenza marittima e militare della sua patria (del resto disprezzava gli Spartani, ritenendoli inferiori agli Ateniesi), ma in fondo l’unico errore veramente suicida che gli si può imputare, nella gestione della guerra da lui scatenata, fu quello di predisporre Atene a reggere, passivamente, all’assedio nemico, fidando nella resistenza prolungata di essa (nel frattempo, le navi attiche facevano spedizioni punitive contro le coste del Peloponneso). Convinzione che poteva anche avere un fondamento, se non che Pericle pensò bene di accogliere entro le mura della città anche la gente del contado, dove una terribile epidemia di peste si stava diffondendo con velocità impressionante. In poco tempo il morbo mortale devastò la metropoli, e Pericle stesso ne fu colpito e ucciso, come a dire che pagò con la vita un errore di strategia. Peggio di lui, comunque, fecero i suoi successori, che allargarono il fronte del conflitto alla Sicilia e alla Magna Grecia: questa fu la vera chiave della rovina di Atene.

    2. Baal

    Baal è la principale divinità dei Fenici (anche noti come Cananei). Dio della tempesta e della fecondità, era considerato anche il progenitore degli dei, sebbene più in alto dello stesso Baal ci fosse El, l’Altissimo (la radice di Allah è imparentata col nome di questo dio). Sposo di Asherah, grande dea madre (che però alcuni testi vogliono piuttosto sposa di El), era padre di Alein, dio delle sorgenti, e di Anat, dea della guerra e dei sacrifici. Suoi antagonisti erano il fratello, Mot e Anat, aspirante usurpatore del suo trono. In quanto dio delle tempeste, Baal era venerato con l’epiteto di Hadad. Con quello di Berith, invece, veniva invocato per i patti e i trattati. Con quello di Hammon era conosciuto come patrono di Cartagine, mentre come Melqart era la principale divinità di Tiro: molto spesso, però, nelle fonti si trova che Melqart è considerato un dio diverso da Baal. Non era a lui che venivano tributati sacrifici infantili, bensì a Moloch, dio del fuoco che non era imparentato con Baal: la confusione è dovuta al fatto che a Cartagine, in onore di Hammon, venivano effettivamente celebrati dei sacrifici nello stile di quelli consueti per Moloch.

    3. Demostene

    Quando era giovane, pochi avrebbero scommesso che Demostene (284-233 a.C.) sarebbe diventato il principe degli oratori greci e addirittura il leader politico della sua città, Atene. Affetto da una forte balbuzie, per anni dovette forzarsi a ore e ore di duro esercizio con i sassolini in bocca per fortificare pronuncia e dizione. La volontà e la motivazione, come succede in ogni tempo, diedero i loro frutti. A dire il vero, per Demostene diventare un comunicatore in grado di persuadere la pubblica opinione era anche una necessità personale, dovendo costringere i tutori che si erano presi cura di lui dopo la prematura morte del padre a fare il rendiconto dello sperpero dell’eredità lasciatagli dal genitore. Alla fine di una lunga ed estenuante causa Demostene riuscì a riottenere solo la metà del patrimonio che gli spettava. Ma quell’esperienza valse comunque a segnalarlo per le sue capacità oratorie, e in un certo senso gli servì anche come trampolino per l’attività politica. Trasportò quella passione per la propria indipendenza individuale sul piano più strettamente legato alle sorti della sua patria, che volle sempre vedere libera e non sottomessa. Ecco perché vide prima degli altri il pericolo rappresentato, per Atene e per il resto dell’Ellade, dalla politica espansionistica di Filippo II di Macedonia. Dopo aver promosso una forte coalizione inter-ellenica in funzione anti-macedone, combatté come oplita a Cheronea (338 a.C.), nella battaglia che però il destino volle fosse la fine dell’indipendenza della Grecia. Ciononostante l’oratore non si dette per vinto, e anzi approfittò dell’improvvisa morte di Filippo, due anni dopo la battaglia, per rinfocolare nei suoi concittadini l’aspirazione alla libertà. Tuttavia la sua speranza di poter avere buon gioco col figlio e successore di Filippo, Alessandro, finì presto delusa. In seguito, condannato al pagamento di una multa con l’accusa di essersi appropriato del denaro del tesoriere di Alessandro, Arpalo, che aveva disertato l’esercito macedone prima della battaglia di Isso ed era riparato proprio ad Atene, Demostene si rifugiò a Calauria, nel Peloponneso, presso il tempio di Poseidone, ma poté tornare nuovamente in Attica non molto dopo. Giusto in tempo per provocare la guerra lamiaca, l’ultimissima intenzione insurrezionale panellenica contro il dominio macedone. Ma le conseguenze di questa nuova iniziativa furono per l’oratore fatali: Antipatro. il re macedone che era succeduto al defunto Alessandro, conclusa rapidamente la guerra, impose ad Atene un presidio e la consegna dei principali esponenti anti-macedoni. A Demostene non rimase, quindi, che fuggire nuovamente a Calauria, dove si diede la morte col veleno per prevenire l’arrivo degli emissari incaricati di catturarlo.

    4. Epaminonda

    L’ascesa di Epaminonda (418-362 a.C.) alla guida di Tebe, la terza città più potente della Grecia antica, dopo Atene e Sparta, si deve a un colpo di stato. Quello che i tebani non allineati a Sparta (ma non considerati apertamente oppositori, com’era appunto Epaminonda) attuarono, in collaborazione con i Tebani che invece erano stati esiliati (il cui leader era Pelopida), contro il governo filo-lacedemone di Leonziade e Archia che si era insediato in città dopo la conquista della Beozia da parte di Febida, generale spartano. Era il 378 a.C.: in seguito Sparta tentò vanamente di recuperare il controllo di Tebe, ma fu invece quest’ultima a riprendersi il resto della Beozia e a ricostituire la Lega Beotica. Mentre Pelopida si occupava del governo della città, Epaminonda aveva la responsabilità delle operazioni belliche. Con Sparta era ormai, naturalmente, guerra aperta: tuttavia si fece un ultimo tentativo diplomatico nel 371, e fu proprio Epaminonda ad esser chiamato a guidare la legazione negoziale tebana. Ma alla pretesa di Sparta che le altre città della Beozia dovessero essere indipendenti da Tebe le trattative si interruppero bruscamente, e non ci fu altra soluzione che un nuovo scontro armato. A Leuttra (371), con Pelopida comandante in capo dell’esercito ed Epaminonda alla guida del battaglione sacro (il reparto speciale dell’esercito tebano formato da 150 coppie di soldati con forti vincoli affettivi, il cui quartier generale era la sacra rocca Cadmea), si consumò il passaggio dell’egemonia nel subcontinente ellenico dagli Spartani ai Tebani: e per i successivi 10 anni sarebbero stati questi ultimi, a capo della loro lega, a portare ripetutamente la guerra in territorio peloponnesiaco. Più che la guerra e la devastazione, l’esercito tebano si mosse in realtà nella direzione di creare nel Peloponneso nuovi nemici per Sparta e di indebolire la simmachia spartana: a questo fine nel 370 fu favorita la nascita della confederazione degli Arcadi e la rinascita della Messenia, come regione indipendente. Nel 367, all’epoca della terza discesa nel Peloponneso, Epaminonda, sempre nell’intento di isolare ancora di più gli Spartani in casa loro, stipulò un’alleanza con gli Achei. Tuttavia, nello stesso tempo in cui Tebe si impegnava a togliere alleati a Sparta, ne perdeva a sua volta, e per di più, nel 364, il generale tebano fu addirittura tentato di aprire un fronte marittimo contro Atene, accarezzando l’idea di espandere la lega beotica verso est con l’annessione delle isole di Chio e Rodi, alleate della città attica. Il destino dell’egemonia spartana, tuttavia, si giocava sulla terraferma: nel 362 la sottomissione di Mantinea, altra città del Peloponneso, fu all’origine di un nuovo scontro frontale con Sparta, a cui stavolta si era unita anche Atene. Epaminonda, che comandava un esercito più numeroso di quello avversario, stava conducendo in porto la sua ennesima vittoria, quando nel cuore della battaglia fu ferito a morte e dovette soccombere. La sua uccisione non provocò la sconfitta di Tebe, che però perse moltissimi dei suoi uomini e, di fatto, la sua egemonia. Egemonia che, come quella spartana, aveva volato basso e si era mantenuta priva degli aneliti imperialistici propri degli Ateniesi (a parte le velleità di un piccolo impero del mare); il suo massimo obiettivo era stato in effetti quello di togliere terreno al nemico e attuare periodiche operazioni di gendarmeria perché non ne recuperasse. Un anno prima di Mantinea, anche Pelopida era stato ucciso, nel corso di una campagna in Tessaglia, il secondo grande fronte di combattimento dei Tebani padroni della Grecia.

    5. Hammurabi

    Il sesto re della I dinastia di Babilonia (1810-1750) passò alla storia come re legislatore, per via del codice che porta il suo nome. Mentre nella memoria storica resta in secondo piano quella che, invece, è probabilmente la sua impresa principale, l’unificazione della bassa Mesopotamia con la conquista definitiva degli imperi di Sumer e Akkad. Il suo codice, inciso su una stele di bronzo oggi conservata al museo del Louvre di Londra, è rilevante soprattutto dal punto di vista penale, in quanto contiene norme che si rifanno alla legge del taglione, tipica della cultura amorrea: in base ad essa la pena per un reo doveva essere del tutto simmetrica alla colpa commessa. Il capitolo della legge del taglione più noto a livello manualistico è certamente quello relativo ai reati fisici contro la persona: contrariamente alla legge sumera, che prevedeva delle penalità pecuniarie per i colpevoli, quella amorrea legalizzava la violenza in risposta alla violenza. Quindi, come si sa, chi, ad esempio, cavava un occhio a qualcun altro doveva essere punito egli stesso con la perdita di un occhio.

    6. Erodoto

    Il padre della storia (484-dopo il 430 a.C) era nativo di Alicarnasso e cugino di un poeta, Paniassi,che, essendo un oppositore del tiranno della città, Ligdami II,fu messo a morte da questi con l’accusa di aver partecipato a una congiura contro di lui. Anche Erodoto, in quanto familiare del condannato, fu coinvolto nell’accusa, e dovette perciò lasciare la sua patria, nel 457 a.C., e fuggire a Samo. Tornò ad Alicarnasso due anni dopo, giusto in tempo per vedere la fine della tirannia ligdamica. Nel 447 a.C. si trasferì ad Atene, e, nel 444, i Magna Grecia, a Thuri (nei pressi dell’attuale Sibari, in Calabria), colonia ateniese che egli stesso aveva contribuito a fondare.

    Le sue Storie, in nove libri, raccontano la genesi e lo svolgimento delle guerre persiane (499-479 a.C.). Scritte tra il 440 e il 429, sono il frutto, oltre che delle ricerche compiute sulla materia principale dell’opera, anche delle variegate esperienze di viaggio dell’autore, compiute nel decennio successivo al ritorno ad Alicarnasso e poi negli anni della sua sistemazione ad Atene. Cuore della concezione storica di Erodoto è infatti il racconto e la descrizione dello spazio geografico e del panorama antropologico che fanno da teatro e da sfondo agli eventi. A lui si debbono due concetti storico-storiografici fondamentali: l’importanza dell’autopsia, cioè dell’esperienza il più possibile diretta delle cose e dei fatti narrati; e la costruzione della memoria storica come fine ultimo del racconto. La missione di chi scrive storia, cioè, è proprio quella di creare un patrimonio di narrazioni di gesta umane che possano essere tramandate al pari di quelle degli dei e degli eroi mitici.

    7. Thutmosi III

    Dopo la morte della regina reggente Hatshepsut, il figliastro Thutmosi III (1481-1425 a.C), che in associazione con lei era al trono già da 22 anni, regnò da solo per altri 31, così da dar vita al regno fu più lungo della XVIII dinastia egizia (ben 53 anni), iniziata con Ahmose I. Se si può fare un parallelo tra storia egiziana e storia romana, si può dire che Thutmosi fu il Vespasiano o il Settimio Severo dei faraoni: un generale impegnato costantemente in campagne di consolidamento del potere egiziano nell’area siro-palestinese: lo scopo era quello di creare una solida rete di stati clienti. Nel corso di tali campagne (circa 17 secondo le fonti) distrusse più volte la città fenicia di Kadesh, mentre assoggettò del tutto Megiddo, altra città fenicia. La sua spedizione più documentata è quella contro il regno hurrita di Mitanni, in Assiria: Mitanni, con la sua vocazione ad estendersi proprio nell’area siriana, era stato una spina nel fianco anche per i predecessori di Thutmosi, e continuò ad esserlo fino ad Amenofi III, sul trono d’Egitto dal 1386 al 1349: questi sposò la figlia del re hurrita Shuttarna II, favorevole a un decisivo miglioramento dei rapporti con l’Egitto. Essi, però, erano destinati a peggiorare nuovamente dopo la morte di Shuttarna.

    A Thutmosi si deve l’invenzione di una consuetudine che sarà ripresa in seguito anche dai Romani: per regolare in prospettiva i rapporti con i sovrani vassalli, pensò bene di prelevarne i figli eredi al trono perché fossero condotti e trattenuti in Egitto per un periodo. durante il quale sarebbero stati educati al modo egizio: con questo sistema si garantiva la fabbricazione di re filo-egiziani.

    8. Ramesse II

    Anche noto come Ramses il Grande, Ramesse II (1303-1212 a.C.) fu uno dei faraoni più rappresentativi della XIX dinastia e forse dell’intera storia dell’antico Egitto, se non altro per la durata eccezionale del suo regno, ben settant’anni (più i cinque in associazione col padre, Seti). La sua attività di re-guerriero, mirata a una costante protezione del dominio egiziano, accoppiata a quella edilizia, ha probabilmente un solo equivalente nella storia antica: parliamo di una figura-cardine dell’ età imperiale romana, Augusto. Il tempio di Abu Simbel, infatti, edificato nel 1264, ma anche il Ramesseum (che si può mettere in perfetto parallelo con l’Augusteum), i templi di Luxor, Karnak, Abido e addirittura una città nuova di zecca, Pi-Ramses, testimoniano la volontà augustea di celebrare lo splendore di un regno potente e sicuro, che non aveva nulla da temere da nemici esterni ma che, nello stesso tempo, era in grado anche di creare e garantire la pace. All’esterno, le numerose campagne condotte soprattutto nell’area siriana rappresentano, poi, l’incessante aspirazione, anch’essa di stampo augusteo, a mantenere saldi i confini dell’impero, e dunque i suoi margini di sicurezza. In particolare, nel corso della terza campagna in Siria, Ramesse si scontrò contro gli Ittiti, popolo indoeuropeo stanziato in Anatolia la cui potenza, dopo un periodo di crisi, aveva ripreso a prosperare anche grazie all’assoggettamento di Mitanni. Gli Ittiti avevano ormai infranto l’accordo risalente al gran re Suppiluliuma per la spartizione dei territori in Siria, e dunque si venne a guerra aperta: l’episodio culminante fu la battaglia di Qadesh (1274 a.C.), in cui Ramesse sconfisse, sul campo, l’esercito di Mutawalli II, ma in realtà non riuscì in modo significativo ad accrescere la sua egemonia sull’area territoriale per la quale si combatteva: sembra, anzi, che gli Ittiti riuscissero di lì a poco a prendere il controllo di tutta la Siria. Fu quindi necessario per Ramesse una nuova campagna per ristabilire il controllo faraonico sulla Cananea. La pace con gli Ittiti, suggellata dal matrimonio del faraone con la principessa ittita Maathorneferura, fu poi stilata nel 1258 a.C. quando sul trono ittita c’era ormai Hattusili III. Altre imprese militari di Ramesse si legano alla repressione di rivolte in Nubia (il confine più meridionale dell’impero egiziano) e in Libia (quello settentrionale), e all’estirpazione della minaccia rappresentata, nel Mediterraneo Orientale, dai pirati Shardana.

    9. Il Minotauro

    La mostruosa creatura era in pratica un figliastro di Minosse, il potente re di Creta (vissuto nel II millennio a.C.), essendo nato dall’accoppiamento di Pasifae, la moglie di Minosse, con il toro che Poseidone gli aveva inviato perché lo sacrificasse a lui: ma il sovrano aveva omesso di farlo. Così il dio lo punì suscitando in Pasifae una passione irrefrenabile per il bovino: dalla loro unione, tecnicamente facilitata da un marchingegno di Dedalo, che costruì per la regina una carcassa di legno a forma di vacca, nacque appunto un raccapricciante essere metà toro e metà uomo, che però Minosse si guardò bene dal sopprimere, ma pensò anzi di utilizzare come strumento per rafforzare la sua tirannia su Atene. Come tributo da pagargli annualmente, infatti, egli pretese che sette giovani maschi e sette giovani donne ateniesi gli venissero inviati per saziare la fame del mostro, che nel frattempo Dedalo aveva provveduto a confinare a Cnosso, dentro un labirinto. Era un sopruso, che un audace re di Atene aveva il compito di cancellare: quell’ardimentoso doveva essere Teseo, figlio di Egeo, che, alla terza spedizione sacrificale, ruppe gli indugi, si unì, in incognito, ai condannati, e decise di andare ad affrontare il mostro direttamente nella sua tana, il labirinto. Grazie all’amore di Arianna, figlia di Teseo, l’ateniese riuscì a trovare lo strumento adatto per orientarsi in una struttura, qual era appunto quella labirintica fatta

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