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La battaglia dei giganti.: Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico
La battaglia dei giganti.: Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico
La battaglia dei giganti.: Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico
E-book673 pagine9 ore

La battaglia dei giganti.: Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico

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Info su questo ebook

 Saggio dedicato a uno specifico aspetto della seconda guerra mondiale: la lotta tra tedeschi e russi per il possesso delle regioni baltiche. Tipico volume di "militaria" contiene accurate descrizioni belliche, tattiche e strategiche con supporto di cartine e  immagini dei protagonisti.
LinguaItaliano
Editore21 Editore
Data di uscita23 giu 2018
ISBN9788899470395
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    Anteprima del libro

    La battaglia dei giganti. - Prit Buttar

    CONTROSTORIA

    Collana a cura di Giusto Traina

    Prit Buttar

    La battaglia dei giganti

    Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico

    traduzione italiana a cura di Umberto Tulli

    ©2013 Prit Buttar

    This translation of Between Giants is published by Maut srl-21 editore by arrangement with Osprey Publishing, part of Bloomsbury Publishing Plc.

    La battaglia dei giganti. Nazisti e sovietici in lotta per il Baltico

    Prima edizione italiana – Palermo

    © 2018 Maut Srl – 21 Editore

    www.21editore.it

    ISBN 978-88-99470-17-3

    Tutti i diritti riservati

    Progetto grafico e impaginazione: Luca De Bernardis

    Immagine di copertina:

    German troops crossing the Soviet border during Operation Barbarossa, marked as public domain on Wikimedia Commons

    per Dan

    Lista delle illustrazioni

    Tra pagina 197 e 204

    Molotov e Ribbentrop. (Bundesarchiv Bild) 197

    Georg von Küchler. (Bundesarchiv Bild) 197

    Alfred Rosenberg. (Bundesarchiv Bild) 198

    Ernst Busch. (Bundesarchiv Bild) 199

    Hoepner e von Leeb. (Bundesarchiv Bild) 200

    Georg-Hans Reinhardt. (Bundesarchiv Bild) 200

    Erich von Manstein. (Bundesarchiv Bild) 201

    Hyazinth von Strachwitz. (Bundesarchiv Bild) 201

    Otto Carius. (Bundesarchiv Bild) 202

    Voldemars Veiss. (Bundesarchiv Bild) 203

    Johannes Freissner. (Bundesarchiv Bild) 204

    Tra pagina 379 e 386

    Felix Steiner. (Bundesarchiv Bild) 379

    Govorov e Bagramian. (Getty Images) 380

    Lindemann. (Topfoto) 380

    Yeremenko. (Topfoto) 381

    Ants Kaljurand. (Archivi di Stato estoni) 381

    Volontari lettoni delle SS. (Bundesarchiv Bild) 382

    Postazione con mitragliatrice pesante in Curlandia. (Bundesarchiv Bild) 382

    Soldati russi nei pressi di Riga. (Topfoto) 383

    Soldati tedeschi in Estonia. (Topfoto) 384

    Riga, dopo la liberazione. (Topfoto) 384

    Ritirata tedesca da Riga. (Topfoto) 385

    Combattimento nella sacca della Curlandia. (Topfoto) 385

    Avanzata in Lettonia. (Topfoto) 386

    Manifesti estoni per il reclutamento (Collezione privata dell’autore) 386

    Lista delle cartine

    Gli Stati baltici, 1940 36

    Il teatro baltico, 1941 101

    L’avanzata verso Daugavpils e Riga 107

    Battaglia di Raseiniai 114

    L’invasione tedesca dell’Estonia, 1941 136

    La difesa di Narva: febbraio-aprile 1944 244

    La ritirata da Narva, 25-26 luglio 1944 284

    Operazioni Doppelkopf / Cäsar, agosto 1944 304

    La riconquista sovietica dell’Estonia, 1944 326

    L’avanzata verso il Baltico, ottobre 1944 354

    La testa di ponte della Curlandia 404

    Le battaglie della Curlandia 406

    Seconda battaglia della Curlandia 414

    Terza battaglia della Curlandia 418

    Nota dell’autore

    Inevitabilmente, un libro come questo è possibile solo grazie al generoso aiuto di molti.

    Il mio buon amico David Clarke mi ha gentilmente prestato numerosi libri che, altrimenti, non avrei facilmente trovato. Infatti, David ha la responsabilità di avermi fatto conoscere, molti anni fa, le operazioni Doppelkopf e Cäsar, i primi passi che ho mosso sulla strada che mi ha portato a questo libro.

    Tom Houlihan, di www.mapsatwar.us, mi ha garantito un aiuto prezioso e ha mostrato grande pazienza nel lavorare con me alle mappe. Sono molto grato anche a Irina Dovbush, che mi ha aiutato a rintracciare molte delle fonti sovietiche che ho poi utilizzato.

    Il mio agente, Robert Dudley, è stato una fonte costante di consigli professionali e di incoraggiamento personale.

    Come al solito, i membri della mia famiglia hanno dimostrato grande pazienza con me mentre lavoravo a questo libro, e sono loro eternamente grato.

    Dramatis personae

    Stati baltici

    Juozas Ambrazevičius – nominato primo ministro ad interim della Lituania dopo l’invasione tedesca del 1941.

    Oskars Dankers – nominato dai tedeschi nel 1941 leader della futura amministrazione lettone.

    Augusts Kirhenšteins – leader del governo della Lettonia dopo l’invasione sovietica del giugno 1940.

    Petras Kubiliūnas – nominato dai tedeschi console generale in Lituania, impegnato nell’attuare le politiche tedesche e nel reclutamento dei lituani per le forze armate tedesche.

    Hjalmar Mäe – nominato dai tedeschi nel luglio 1941 alla guida del direttorio dell’Estonia per attuare le politiche tedesche.

    Antanas Merkys – primo ministro della Lituania nel 1939; deposto nel giugno 1940.

    Vincas Mickevičius – ministro degli Esteri lituano dopo l’invasione sovietica del 1940. Restò in carica per meno di un mese.

    Ladas Natkevičius – ambasciatore lituano a Mosca nel 1939.

    Justas Paleckis – leader della Lituania dopo l’invasione sovietica del 1940.

    Konstantin Päts – capo di stato estone allo scoppio della guerra nel 1939; fu costretto a dimettersi a metà luglio 1940.

    Karl Selter – ministro degli Esteri estone nel 1939.

    Antanas Smetona – leader della Lituania allo scoppio della guerra nel 1939; scappò in Germania nel 1940 e, successivamente, negli Stati Uniti.

    Kārlis Ulmanis – capo di stato lettone nel 1939; fu costretto a dimettersi a metà luglio 1940.

    Juozas Urbšys – ministro degli Esteri lituano dal 1938 al 1940.

    Johannes Vares – primo ministro estone dopo l’invasione sovietica del 1940.

    Germania

    Generale Clemens Betzel – comandante della IV Divisione Panzer nel 1944; con la sua divisione svolse un ruolo fondamentale nelle operazioni Doppelkopf e Cäsar e nei combattimenti per la Curlandia tra l’ottobre 1944 e il gennaio 1945.

    Generalmajor Erich Brandenberger – comandante dell’ottava Divisione Panzer durante l’operazione Barbarossa.

    Generalfeldmarschall Walther von Brauchitsch – comandante dell’esercito tedesco nel 1941.

    Generaloberst (dal luglio 1940), poi Generalfeldmarschall (dal febbraio 1943) Ernst Busch – comandante della 16a Armata durante l’operazione Barbarossa; comandante del Gruppo Armate Centro durante la battaglia di Narva tra il gennaio e l’aprile 1944.

    Oberst Hans Christern – comandante del 35° Reggimento della 4a Divisione Panzer, divenne comandante della 4a Divisione Panzer durante l’assenza temporanea di Betzel nel dicembre 1944.

    Generaloberst Johannes Friessner – comandante del Gruppo Armate Nord nel gennaio 1944; sostituì Lindemann, per essere poi sostituito da Schörner a fine mese.

    Generalmajor Rüdiger von der Goltz – comandante tedesco in Lettonia nel 1918-19.

    Generaloberst Heinz Guderian – capo dello staff dell’Alto commando tedesco (OKH).

    Generale Christian Hansen – comandante della 16a Armata nel 1944.

    Reinhard Heydrich – capo della Reichssicherheitshauptamt (Direzione generale per la sicurezza del Reich, RSHA).

    Generaloberst Erich Hoepner – comandante del 4° Gruppo Panzer, Gruppo Armate Nord, durante l’operazione Barbarossa.

    Oberst Hermann Hoth – comandante del 3° Gruppo Panzer, Gruppo Armate Centro, durante l’operazione Barbarossa.

    SS-Standartenführer Karl Jäger – comandante dell’Einsatzkommando 3 dall’estate 1941; venne nominato comandante delle forze di sicurezza e del Sicherheitsdienst (Dipartimento sicurezza o DS) in Lituania. Rimase in Lituania per due anni. Scrisse il Rapporto Jäger, una relazione dettagliata sullo sterminio degli ebrei nel ghetto di Kaunas durante la seconda metà del 1941.

    Generaloberst Georg von Küchler – comandante della 18a Armata durante l’operazione Barbarossa. Comandò il Gruppo Armate Nord dopo la destituzione di Leeb, nel dicembre 1941, ma fu allontanato dal comando nel gennaio 1944 e sostituito da Model.

    Generalfeldmarschall Wilhelm Ritter von Leeb – comandante del Gruppo Armate Nord, il più importante comando militare nella regione del Baltico che, all’inizio dell’operazione Barbarossa, era composto dalla 16a Armata, dalla 18a Armata e dal 4° Gruppo panzer.

    Generaloberst Georg Lindemann – comandante della 18a Armata da gennaio 1942 a marzo 1944; dalla fine di marzo 1944 a luglio 1944 guidò il Gruppo Armate Nord.

    Generale (dal giugno 1940), poi Generalfeldmarschall (dal luglio 1942) Erich von Manstein – comandante del LVI Corpo Panzer durante l’operazione Barbarossa.

    Generalfeldmarschall Walter Model – comandante del Gruppo Armate Nord dal gennaio 1944, quando sostituì Küchler. Fu promosso al grado di feldmaresciallo due mesi più tardi. Il 31 marzo 1944 venne spostato al Gruppo Armate Nord Ucraina e sostituito alla guida del Gruppo Armate Nord da Lindemann; a giugno, dopo l’operazione Bagration, assunse il comando del Gruppo Armate Centro. Fu trasferito sul fronte occidentale nell’agosto 1944 e al suo posto alla guida del Gruppo Armate Centro arrivò Reinhardt.

    Generale Georg-Hans Reinhardt – comandante del XLI Corpo Panzer all’inizio dell’operazione Barbarossa. Venne promosso Generaloberst e, durante i combattimenti di luglio 1944 nell’area di Vilnius, comandò la 3a Armata Panzer. Nell’agosto 1944 sostituì Model alla guida del Gruppo Armate Centro.

    Joachim von Ribbentrop – ministro degli Esteri tedesco tra il 1938 e il 1945. Negoziò il Patto Ribbentrop-Molotov con l’Unione Sovietica.

    Alfred Rosenberg – autorevole nazionalsocialista, con un forte interesse per le teorie razziali, profondamente antisemita e antibolscevico. Fu molto influente nell’elaborazione dell’ideologia razziale nazista e le sue idee furono riprese dal Generalplan Ost. Dal 1941 fu a capo del nuovo Reichsministerium für die besetzten Ostgebiete (Ministero del Reich per i Territori Occupati d’Oriente) o Ostministerium.

    Generale Dietrich von Saucken – comandante del nuovo XXXIX Corpo Panzer nell’estate 1944. Assunse il comando dell’AOK Ostpreussen nell’aprile 1945.

    Generale Ferdinand Schörner – nominato comandante del Gruppo Armate Nord nel luglio 1944, sostituì Friessner. Conosciuto per la ferrea disciplina che esigeva dai propri uomini, godeva dei favori di Hitler. Restò nel Gruppo Armate Nord sino al gennaio 1945, quando la 16a e la 18a Armata divennero parte del nuovo Gruppo Armate Curlandia, sotto il comando di Vietinghoff.

    Friedrich Werner von der Schulenburg – ambasciatore tedesco a Mosca nel 1939.

    Franz Walter Stahlecker – un avvocato che riuscì ad arrivare al grado di Sicherheitsdienst (Responsabile della Sicurezza, o SD), comandò l’Einsatzgruppe A durante l’operazione Barbarossa. Scrisse una dettagliata relazione sulle azioni del suo gruppo in Lituania, dopo l’invasione tedesca.

    SS-Obergruppenführer Felix Steiner – comandante del III (Germanische) Corpo Panzer delle SS dal maggio 1943 all’ottobre 1944.

    Generaloberst Heinrich von Vietinghoff – comandante del nuovo Gruppo Armate Curlandia da gennaio 1945 a marzo dello stesso anno.

    Sovietici

    Maresciallo dell’Unione Sovietica Ivan Khristorovich Bagramian – in qualità di vicecapo dello staff sul fronte sudoccidentale all’inizio dell’operazione Barbarossa, Bagramian sopravvisse alla sconfitta del fronte in Ucraina occidentale. Giunse alla guida della 16a Armata, poi dell’undicesima, prima di essere promosso alla guida del 1° Fronte Baltico, dove giocò un ruolo di primo piano nell’operazione Bagration del 1944. Fu coinvolto nei combattimenti per la regione della Curlandia e, successivamente, scrisse un resoconto dettagliato della sua esperienza di guerra.

    Lavrenti Beria – a capo dell’NKVD, la polizia segreta russa.

    Generale Ivan Danilovich Cherniakhovsky – comandante della 28a Divisione Corazzata durante l’operazione Barbarossa. Fu promosso comandante del 3° Fronte Bielorusso tra il 1944 e il 1945 e combatté magistralmente durante l’operazione Bagration.

    Colonello-generale Ivan Mikhailovich Chistiakov – comandante della 6a Armata della Guardia della Rivoluzione dal 1943 alla fine della guerra. Con i suoi uomini ebbe un ruolo importante nell’operazione Cäsar e nei combattimenti per la Curlandia dell’ottobre 1944.

    Vladimir Georgievich Dekanozov – vicecommissario per gli Affari esteri, inviato dall’Unione Sovietica in Lituania per organizzare un nuovo governo dopo la destituzione di Antanas Smetona nel giugno 1940. Nel novembre 1940 divenne ambasciatore sovietico a Berlino.

    Leonid Alexandrovich Govorov – comandante del Fronte di Leningrado dall’aprile 1942. Nel gennaio 1945, dopo lo sfaldamento del Fronte di Leningrado, sostituì Yeremenko alla guida del 2° Fronte Baltico.

    Fyodor Isidorovich Kuznetsov – comandante del Distretto militare speciale del Baltico, la prima linea difensiva di Leningrado durante l’operazione Barbarossa.

    Maxim Maximovich Litvinov – commissario per gli Affari esteri per gran parte degli anni Trenta, fu rimosso da Stalin nel 1939 in parte a causa delle sue origini ebraiche.

    Kirill Afanasevich Meretskov – comandante del Fronte Volkhov nel gennaio 1944.

    Vyacheslav Mikhailovich Molotov – divenne commissario per gli Affari esteri nel 1939, dopo che Stalin allontanò Litvinov. Assieme a Stalin negoziò il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, che durò sino all’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel giugno 1941.

    Tenente Generale Petr Petrovich Sobennikov – comandante dell’ottava Armata all’inizio dell’operazione Barbarossa, sostituì Kuznetsov alla guida del Distretto militare speciale del Baltico dopo le battaglie del giugno 1941.

    Colonnello-generale Vasili Timofeevich Volskii – comandante della 5a Armata Corazzata della Guardia della Rivoluzione durante le battaglie in Curlandia nell’ottobre 1944.

    Maresciallo dell’Unione Sovietica Andrei Ivanovich Yeremenko – comandante del 2° Fronte Baltico che si unì alle battaglie del Baltico nell’estate del 1944.

    Ivan Zotov – ambasciatore sovietico in Lettonia nel 1940.

    Prefazione

    Una frase, forse apocrifa, spesso attribuita a Josef Stalin, è quella secondo cui la morte di una persona è una tragedia; quella di un milione di persone è statistica. Tali parole possono certamente essere valide per ciò che accadde agli Stati baltici. La distruzione e le sofferenze che numerose nazioni dovettero sopportare durante la Seconda guerra mondiale sono fuori discussione, ma spesso l’ampiezza dei numeri ne riduce l’impatto. Le atrocità tedesche in Unione Sovietica, seguite da quelle sovietiche in Germania, sono ben note e ampiamente documentate ma, in termini di proporzione tra i caduti e la popolazione, i Paesi geograficamente compresi tra questi due potenti protagonisti – la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia – soffrirono più di qualunque altro.

    Mentre le vicende della Polonia sono state relativamente ben documentate, le morti e le sofferenze nei Paesi baltici sono menzionate solo di rado, sebbene le perdite tra le loro popolazioni, all’incirca il 20%, furono più alte di qualsiasi altro Paese, ad eccezione della Polonia. Queste terribili morti furono causate dagli eventi unici che si svilupparono in queste tre nazioni che, in rapida successione, subirono tre diverse occupazioni: la prima occupazione sovietica nel 1939, l’occupazione tedesca nel 1941 e la seconda occupazione sovietica che dal 1944-45 si protrasse per mezzo secolo. Ma, contrariamente a quanto accadde in Polonia, gran parte dei morti tra i cittadini dei Paesi baltici, in particolare in Lituania e Lettonia, fu vittima dei propri concittadini, poiché le potenze di occupazione si servirono in maniera spietata delle divisioni all’interno di questi Paesi. E, a differenza della Polonia, le tre nazioni furono costrette dalla situazione unica in cui si ritrovarono a offrire sostegno, seppur in maniera riluttante, alla Germania, precludendo la possibilità di invocare il supporto dei vittoriosi alleati negli accordi per il dopoguerra.

    Questo libro non cerca di esprimere un giudizio sulle decisioni adottate dai leader e dai cittadini degli Stati baltici che lottarono per riconciliare la realtà in cui si ritrovarono con le proprie aspirazioni. Cerca di offrire una ricostruzione delle terribili distruzioni e delle carneficine che ebbero un effetto così devastante su quest’angolo di Europa, le cui conseguenze sono ancora oggi ben presenti.

    Introduzione

    Per diverse centinaia di anni, i cittadini degli Stati baltici furono poco più che pedine nelle guerre combattute dagli stranieri che governarono sul loro territorio. In questi secoli, le aspirazioni delle popolazioni locali – anche quelle dei pochi ricchi – furono irrilevanti. Alla fine, nel tardo diciottesimo secolo, ciò portò all’affermazione di movimenti nazionalisti e all’esplodere di una serie di conflitti che, all’indomani della Prima guerra mondiale, condussero all’indipendenza. Tuttavia, nonostante i tre Stati baltici abbiano attraversato una storia resa simile da queste battaglie e dalla Seconda guerra mondiale, le origini delle tre nazioni sono ben diverse e hanno portato alla nascita di tre Paesi chiaramente distinti.

    La Lituania, lo Stato baltico più a sud, fu il primo dei tre a dar vita a un’entità nazionale, con l’incoronazione di Mindaugas a primo re nel 1253. Dieci anni più tardi, il Paese combatté un lungo conflitto con i Cavalieri teutonici che provenivano dalla vicina Prussia. Nel 1385, la Lituania formò un’unione con la Polonia e, per la prima volta, abbracciò il cristianesimo. Le due nazioni iniziarono a cooperare contro il loro nemico comune in Prussia e, nel 1410, riportarono una vittoria decisiva contro i Cavalieri teutonici a Tannenberg o a Grunwald. Al calare della minaccia prussiana, molti nobili lituani cercarono di spezzare l’unione con la Polonia, ma il potere crescente del granduca di Mosca costrinse la Polonia e la Lituania a una più stretta collaborazione. L’unione restò in vigore sino a quando non venne smembrata con la prima spartizione della Polonia nel 1772. Da allora la Lituania divenne parte dell’impero russo.

    La Lettonia, immediatamente a nord della Lituania, era abitata da tribù simili ai lituani. Queste si divisero progressivamente sino a formare cinque gruppi distinti, che resistettero ai tentativi da parte dei missionari di introdurre il cristianesimo nel tardo dodicesimo secolo. Come le tribù dell’Estonia, i lettoni erano separati dal cuore della Russia da fitte foreste e da paludi e, sino all’avvento del commercio marittimo con l’Occidente, condussero un’esistenza relativamente isolata, per quanto dura e frugale. I commercianti, che arrivarono assieme ai missionari cristiani, fondarono una serie di porti lungo la costa baltica per favorire un incremento nei commerci con l’Europa del Nord e molti di questi porti divennero parte della Lega anseatica, un’alleanza commerciale tra città indipendenti che si sviluppò a partire dal porto di Lubecca. La resistenza al cristianesimo mostrata dalla popolazione locale attirò le attenzioni dei Cavalieri teutonici, i cui membri consideravano una crociata nella regione baltica come l’equivalente spirituale del compito ben più difficile di riconquistare la Terra Santa. Inoltre, una simile crociata presentava un vantaggio ulteriore poiché si svolgeva vicino a casa ed era quindi più facile e più economica da organizzare. I figli di diversi sovrani dell’Europa occidentale parteciparono per brevi periodi alle crociate del Nord: si unirono agli ordini cavallereschi e tornarono a casa in meno di un anno. Nel 1202, il vescovo di Riga, la cui diocesi esisteva solo da un anno, fondò un nuovo ordine cavalleresco, i Cavalieri portaspada, che in breve tempo riuscì a conquistare il territorio conosciuto come Livonia. Nel 1236, i Cavalieri portaspada fecero delle incursioni nel territorio dei samogizi, una delle tribù più grandi dell’area. Al loro rientro, scoprirono che la strada era stata bloccata da guerrieri samogizi nei pressi del piccolo insediamento di Saule, oggi conosciuto col nome di Šiauliai. Nello scontro che ne scaturì, pressoché tutto l’esercito cristiano, che era composto da 3.000 soldati, fu sterminato, inclusi 60 cavalieri. Tra i caduti ci fu anche Volkyn, il Gran maestro dell’Ordine. Le tribù a sud del fiume Dugava, che erano state faticosamente conquistate dai Cavalieri portaspada, si sollevarono. Per poter sopravvivere, i rimanenti cavalieri furono trasformati nell’Ordine di Livonia, formalmente una branca dei Cavalieri teutonici di Prussia, sebbene la presenza della Lituania tra i territori controllati dai due ordini cavallereschi impedisse la fusione delle loro forze. Quando il loro potere cominciò a diminuire, il territorio lettone fu spartito e annesso dai suoi vicini: le parti occidentali finirono sotto il controllo lituano e polacco, mentre la parte settentrionale della Livonia andò alla Svezia. Alla fine, come nel caso della Lituania, l’impero russo riuscì ad annettere anche la Lettonia.

    L’Estonia era culturalmente diversa dai suoi due vicini meridionali, con una lingua più simile al finlandese. Fu l’ultima area della regione a convertirsi al cristianesimo, cadendo sotto l’influenza dei Cavalieri teutonici solo dopo il 1208. Poco dopo la Danimarca iniziò a interessarsi all’area e occupò la parte settentrionale del Paese. La popolazione locale si ribellò ai danesi nel 1343 e, non molto tempo dopo, questi ultimi cedettero i loro possedimenti nella regione all’Ordine di Livonia, che fondò uno Stato retto dalla Chiesa che, conosciuto come Terra Mariana, fu sottoposto al controllo dell’Ordine di Livonia. È forse un elemento costante della storia della regione che diverse fazioni – i Cavalieri dell’Ordine di Livonia, le autorità ecclesiastiche e i rappresentanti degli interessi secolari tedeschi – combattessero una serie di guerre civili per il controllo dell’Estonia, senza mai considerare la popolazione locale, se non come bassa manovalanza per i propri eserciti.

    Quando l’Ordine di Livonia fu finalmente sconfitto nel 1345, le diverse fazioni si accordarono per mettere da parte le divergenze e per dar vita alla Confederazione della Livonia. Nel sedicesimo secolo i danesi manifestarono un rinnovato interesse verso l’Estonia, prima che gli svedesi assumessero il controllo della parte settentrionale del Paese. Seguirono una serie di guerre tra la Svezia, da una parte, e l’Unione polacco-lituana, dall’altra. Alla fine, gli svedesi ottennero il controllo definitivo del territorio dell’attuale Estonia e costrinsero i proprietari terrieri tedeschi a garantire maggiore autonomia ai contadini estoni, ma nel 1710 la regione finì sotto il controllo della Russia, a seguito della Grande Guerra del Nord. Per gli estoni ciò rappresentò qualcosa di più che la sostituzione di un governo straniero con un altro: i russi revocarono le limitate riforme avviate dagli svedesi, reintrodussero la servitù e anche il dominio della nobiltà baltico-germanica.

    Queste storie così diverse, seppur con una conclusione analoga, lasciarono similitudini e differenze nelle tre nazioni. A seguito della sua associazione con la Polonia, la Lituania era diventata un Paese a maggioranza cattolica e la sua nobiltà aveva stretto legami famigliari con l’aristocrazia polacca. Al contrario, l’Estonia e la Lettonia avevano una classe dominante e un ceto di proprietari fondiari di etnia tedesca; e tedesca era anche la maggior parte della popolazione dei principali villaggi e delle città. Entrambi i Paesi seguirono la Germania e la Scandinavia nell’abbracciare il luteranesimo. In cambio della restaurazione dei propri diritti sui contadini, le famiglie baltico-tedesche fornirono all’impero russo alcuni tra i loro migliori amministratori, diplomatici e ufficiali militari. Inevitabilmente ciò portò a profonde ostilità tra le etnie estoni e lettoni, da una parte, e i loro signori di etnia tedesca, dall’altra. Quindi, le radici dell’ostilità delle popolazioni del Baltico verso la Russia, un’ostilità che giocò un ruolo importante nella storia della regione durante il ventesimo secolo, affondavano nei secoli precedenti.

    La nuova imposizione della schiavitù ebbe vita breve e, dal 1819, venne abbandonata in Estonia e in parti della Lettonia. Qualunque fosse lo scopo di tale decisione, si rivelò essere di poco sostegno per i contadini dell’area, giacché la terra rimase sotto il controllo delle famiglie proprietarie di etnia tedesca e i servi recentemente liberati non avevano le risorse finanziarie per acquistarla. Fu solo verso la metà del diciannovesimo secolo che venne promossa una limitata riforma agraria. Allo stesso tempo, un allentamento delle norme relative all’obbligatorietà di iscrizione alle gilde commerciali permise a un numero maggiore di lettoni e di estoni di emigrare dall’entroterra verso le più grandi città della costa: nel 1871 la popolazione di Tallinn era composta per più del 50% da estoni, per raggiungere nel 1897 il 67%. Nello stesso periodo, la popolazione lettone di Riga crebbe dal 23 al 42%.

    La religione fu un’altra area in cui le differenze culturali crearono numerose occasioni di conflitto. La competizione delle Chiese ufficiali degli Stati baltici – quella luterana in Lettonia ed Estonia e quella cattolico-romana in Lituania – con la Chiesa russo-ortodossa portò a un aumento delle pubblicazioni in estone, lettone e lituano, così come a un rapido incremento dell’alfabetizzazione: alla fine del secolo, quasi tutta la popolazione degli Stati baltici era istruita¹. Durante il diciannovesimo secolo, un tratto comune ai tre Paesi fu il tentativo degli zar di imporre la cultura russa nella regione. Oltre agli sforzi della Chiesa ortodossa, tutto l’insegnamento scolastico era, per legge, svolto in russo e, in Lituania, la pubblicazione di libri scritti con l’alfabeto latino e in lituano fu bandita sino al 1904. Nel 1894, in Lituania i cattolici furono allontanati dall’amministrazione locale, una scelta che portò a una stretta sovrapposizione tra i sentimenti nazionalisti e la Chiesa cattolica in tutta la regione. I tentativi di russificazione furono vanificati dalla presenza di un’ampia popolazione lituana nella confinante Prussia Orientale, dove veniva stampato materiale in lituano per essere poi introdotto clandestinamente al di là del confine. A differenza della Lettonia e dell’Estonia, la Lituania fu pressoché tagliata fuori dalla rivoluzione industriale e rimase, per lo più, uno Stato rurale. Di conseguenza, gran parte della sua sempre più numerosa popolazione emigrò verso il Nuovo Mondo e non verso i centri industriali, come accadeva invece nei due Stati più a nord.

    Il ventesimo secolo cominciò con l’esplodere di moti in tutto l’impero russo. Nel 1905 i nazionalisti convocarono assemblee a Tallinn, a Riga e a Vilnius mentre, nelle campagne dell’Estonia e della Lettonia, l’agitazione prese di mira l’invisa aristocrazia tedesca. All’incirca 200 possedimenti di campagna furono dati alle fiamme e circa 300 uomini furono uccisi. Alcune delle vittime erano ricchi proprietari terrieri, altre erano lettoni ed estoni che, secondo i loro vicini, avevano sostenuto i tedeschi dei Baltici. Alcuni furono presi di mira per i legami, spesso deboli, che avevano con l’aristocrazia terriera, come nel caso di un anziano parroco nel villaggio di Jelgava o Mitau:

    La sua principale passione era la collezione di canzoni, indovinelli, proverbi e leggende. Era diventato cieco per questa sua passione […] Di colpo, i contadini attaccarono la sua parrocchia, uccisero il suo sacrestano e minacciarono sua figlia, bruciarono la sua libreria, distrussero il suo vasellame, calpestarono il suo clavicembalo e fecero un falò in giardino con i suoi mobili, accendendolo con i suoi manoscritti.²

    In Lituania, al contrario, ci furono meno disordini, con pochi attacchi che presero di mira gli insegnanti russi e il clero ortodosso. La risposta russa variò in base all’intensità del problema: in Lituania la repressione fu minima, mentre a Tallinn e a Riga l’esercito russo sparò sui dimostranti, uccidendone più di 150 e ferendone diverse centinaia in più. Nelle campagne, circa 400 estoni furono uccisi dalle truppe russe, giunte per porre fine agli assalti contro i possedimenti dei proprietari agrari. In Lettonia, i nazionalisti presero il controllo di ampie aree della campagna e furono necessarie numerose spedizioni prima che fosse ristabilito il controllo russo, causando più di 1.100 morti e un numero ben più alto di deportati in Siberia³.

    La Prima guerra mondiale creò ulteriori conflitti nella regione. All’inizio, gli eserciti russi avanzarono nella Prussia Orientale, ma subirono decisive sconfitte nel 1914 a Tannenberg e nei pressi dei laghi della Masuria. Nei mesi successivi, vaste aree della Lettonia e della Lituania furono occupate dalle forze tedesche, mentre l’Estonia rimase sotto il controllo russo. Nel 1917, il collasso dell’impero russo e la presa del potere da parte di Lenin portarono a ulteriore anarchia e al ritiro delle truppe russe che erano rimaste nell’area. Di fronte alla prospettiva di una lunga guerra civile, nel dicembre 1917 i bolscevichi avviarono trattative di pace con la Germania, con l’Austria-Ungheria e con la Turchia nella città di Brest-Litovsk, nel tentativo di raggiungere un accordo con le potenze centrali, in modo che l’Armata Rossa potesse concentrarsi nella guerra contro le Armate Bianche.

    Furono, nel giudizio dei presenti, dei negoziati impressionanti. La Germania e l’impero austro-ungarico erano rappresentati da diplomatici provenienti dall’aristocrazia e da ufficiali anziani dell’esercito che appartenevano a famiglie patrizie, mentre la delegazione dei bolscevichi era composta da ferventi rivoluzionari. Durante una cena, il principe Leopoldo di Baviera si ritrovò seduto vicino ad Anastasia Bizenko, che venne descritta dal ministro degli Esteri tedesco Richard von Kühlmann come una vecchia domestica. Durante la cena, Bizenko disse a Leopoldo di aver sparato al generale Sakharov, un governatore che lei descrisse in tutta franchezza come un uomo perfido. All’apertura della conferenza, il capo della delegazione bolscevica era Adolf Joffe, un sostenitore di lungo corso di Trotsky, che era rientrato dall’esilio in Siberia all’inizio dell’anno. Il capo della delegazione austro-ungarica, il conte Ottokar Czemin von und zu Chudenitz, fu sconvolto dall’ascoltare le proposte di Joffe secondo il quale, seguendo l’esempio della rivoluzione russa, l’attuazione universale del principio di autogoverno avrebbe permesso a tutte le popolazioni di imparare a vivere in pace e nel rispetto reciproco. Esportare la rivoluzione, prima in Europa e poi nel resto del mondo, disse Joffe ai suoi commensali, era lo scopo e l’ambizione dei bolscevichi. La guerra non aveva seguito un buon corso per l’impero austro-ungarico: la sua iniziale invasione della Serbia era stata un disastro totale e l’insieme di incompetenza dell’Alto Comando, la confusione dovuta alla moltitudine di etnie e di lingue nell’impero e gli irrisolvibili problemi di rifornimento avevano impedito che l’esercito austro-ungarico potesse contribuire in maniera significativa allo sforzo bellico tedesco. In effetti, nel 1916 l’esercito tedesco aveva iniziato a paragonare con una certa frequenza la propria alleanza con l’impero asburgico a un incatenamento a un corpo morto. Ora, con il diffondersi del malcontento in tutto l’impero e con rivolte tra i ranghi del demoralizzato esercito, Chudenitz reagì con orrore ai commenti di Joffe:

    Gli indicai che non avremmo mai imitato i metodi russi e che auspicavamo che non compissero ingerenze nei nostri affari interni: ciò doveva essere vietato. Se avesse continuato con i tentativi per attuare questo piano utopico volto a far attecchire le sue idee tra i nostri cittadini, avrebbe fatto bene ad andarsene con il primo treno in partenza, perché sarebbe stato impossibile raggiungere un accordo di pace. Il signor Joffe mi guardò stupito, con i suoi occhi dolci, rimase in silenzio per un po’ e, poi, con un tono gentile e quasi supplichevole che non potrò mai dimenticare, disse: Va bene, ma continuo a sperare che riusciremo a esportare la rivoluzione anche nel vostro Paese.

    I negoziati si interruppero nel febbraio 1918, quando Leon Trotsky, in quel momento alla guida della delegazione dei bolscevichi, concluse che era impossibile compiere ulteriori progressi a causa della richiesta tedesca di concessioni territoriali, laddove la posizione bolscevica era di non concedere alcun territorio né alcuna riparazione economica agli imperi centrali. Ci fu una ripresa delle ostilità, che si rivelò essere disastrosa per le posizioni russe, giacché le truppe tedesche entrarono in Estonia e, quando i negoziati ripresero un mese dopo, i bolscevichi furono costretti ad accettare termini ben più duri di quelli originariamente offerti. La Russia rinunciò a ogni rivendicazione nei confronti di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina e Polonia. Nelle parole del trattato, la Germania e l’Austria-Ungheria avrebbero determinato i destini futuri di questi territori in accordo con le loro popolazioni. In realtà, i tedeschi cercarono di costruire degli Stati clienti, retti da qualunque minoranza fosse disposta a sostenerli.

    Quando sembrò che i sogni tedeschi di costruzione di un impero nell’Europa orientale, che avrebbe permesso alla Germania di rivaleggiare con l’impero britannico, potessero realizzarsi, l’abdicazione del Kaiser e il crollo dell’impero tedesco a fine 1918 modificarono radicalmente la situazione. Al ritirarsi delle truppe tedesche dagli Stati baltici, i leader sovietici scorsero l’opportunità di riacquisire i territori che avevano concesso con il Trattato di Brest-Litovsk. Dalla loro prospettiva, il trattato era stato imposto loro in un momento di massima debolezza e, in qualità di successori dello zar, si consideravano legittimati a richiedere gli stessi territori che erano stati controllati dalla Russia zarista. La possibilità di esportare la rivoluzione bolscevica nel cuore d’Europa e di creare nuove repubbliche socialiste sovietiche negli Stati baltici, in Polonia ed eventualmente in Germania sembrava concretizzare il sogno manifestato da Joffe durante i negoziati di Brest-Litovsk. Perciò, rivendicando quei territori che molti russi consideravano essere loro di diritto e ricercando l’opportunità per diffondere il bolscevismo in Occidente, le forze sovietiche cominciarono ad avanzare verso la regione baltica. Sebbene questa sia stata descritta come l’offensiva sovietica verso Occidente e, secondo una fonte, avesse il nome in codice di Obiettivo Vistola, sembra in realtà che non ci sia stata alcuna pianificazione a livello centrale⁵. Piuttosto, si trattò di un insieme di movimenti militari nella stessa regione, ma privi di coordinamento. Oltre ai calcoli geopolitici, l’animosità dei leader sovietici verso gli Stati baltici giocò certamente un ruolo nel dipanarsi degli eventi. Lenin aveva detto ai suoi collaboratori: Attraversate la frontiera in qualsiasi punto, anche solo per un chilometro, e impiccate 100 o 1.000 tra ricchi e amministratori⁶.

    Se la guerra che ne scaturì fosse stata limitata alle forze di invasione dei bolscevichi e agli inesperti eserciti nazionalisti dei tre Stati, il conflitto sarebbe terminato nel 1919 con la schiacciante vittoria dell’Armata Rossa. Tuttavia, furono coinvolte numerose parti, ognuna con i propri obiettivi. Alla base di questi stava il rompicapo relativo a questi tre Stati: potevano esistere come nazioni indipendenti o dovevano essere costretti a sacrificare parte della propria indipendenza a vantaggio di uno tra i più potenti vicini?

    Abbiamo già parlato dei progetti dei bolscevichi per i tre Stati. I tedeschi affinarono le proprie idee sull’Europa orientale durante la Prima guerra mondiale. Friedrich Naumann aveva proposto, per la prima volta nel 1915, il concetto di Mitteleuropa come una proiezione dell’impero tedesco in un libro intitolato alla stessa maniera⁷. Propugnava la creazione di una nuova costellazione di Stati nelle parti occidentali dell’impero russo. Attraverso un accordo, questi sarebbero stati progressivamente germanizzati e, fornendo alla Germania un’area di sfruttamento economico, la Mitteleuropa avrebbe bilanciato le colonie britanniche. In generale, anche l’Austria-Ungheria e la Turchia, entrambe alleate della Germania, sarebbero diventate sempre più dipendenti da un punto di vista economico dalla Germania e dai suoi Stati vassalli e, alla fine, sarebbero diventate anche loro poco più che Stati vassalli.

    Furono proposti diversi gradi di autonomia per i nuovi Stati. L’Estonia, la Lettonia e la Lituania sarebbero stati semi autonomi, ma le funzioni di governo sarebbero rimaste sotto il controllo quasi completo della Germania. Sarebbero divenuti facili bersagli della colonizzazione tedesca e, di conseguenza, ci si aspettava che non sarebbero rimasti semi autonomi per un lungo periodo⁸. È importante tenere presente che la concezione tedesca di colonia differiva da quella degli inglesi e dei francesi. Mentre la Gran Bretagna si assicurò che non vi fosse alcuna autonomia nelle parti non bianche del proprio impero, non vi fu alcun tentativo concreto di impiantare in queste aree un numero sufficiente di cittadini britannici bianchi per creare una maggioranza britannica. Al contrario, i tedeschi volevano germanizzare le proprie colonie e consideravano tutti i non tedeschi, senza distinzione di colore di pelle, inferiori rispetto a loro. Nel protettorato dell’Africa tedesca del Sud Ovest – che oggi corrisponde alla Namibia – la confisca della terra alla popolazione locale a favore dei coloni tedeschi, nel tentativo di creare una Germania africana, produsse una rivolta da parte della popolazione degli Herero⁹. La risposta tedesca fu una guerra di annientamento che portò alla morte di decine di migliaia di Herero¹⁰. Tale attitudine verso le colonie si protrasse anche dopo la caduta del Kaiser e influenzò in profondità l’atteggiamento della Germania nazista nei confronti delle aree dell’Europa orientale che furono poi occupate dai tedeschi. Effettivamente, numerosi personaggi chiave del regime nazista ebbero legami con la guerra contro gli Herero: il padre di Hermann Goering fu uno degli ufficiali coinvolti nel genocidio.

    Il Trattato di Brest-Litovsk diede effettivamente alla Germania l’opportunità di creare la Mitteleuropa e, sebbene il trattato fosse stato disconosciuto da Lenin poco dopo, poiché era stato imposto all’Unione Sovietica, i tedeschi non abbandonarono mai il sogno di costruire un impero nell’Europa dell’Est. La caduta del Kaiser fu un grande problema ma – nonostante questo – la politica tedesca verso gli Stati baltici sembrò essere volta alla creazione di una forma di dominio attraverso Stati clienti, definendo perciò uno status quo favorevole alla Germania, che sarebbe sopravvissuto sino alla pace con le potenze occidentali. Furono create ampie formazioni tedesche, organizzate in corpi volontari conosciuti come Freikorps, che giocarono un ruolo fondamentale nelle guerre di indipendenza negli Stati baltici. Mentre il loro contributo nel ricacciare le forze bolsceviche fu inestimabile, non ebbero alcuna intenzione di contribuire alla costruzione di Stati pienamente indipendenti. Piuttosto, lavorarono per rafforzare la visione tedesca di Stati-fantoccio sotto il controllo diretto della Germania o, in alternativa, dominati dall’aristocrazia baltica di origine tedesca. Va detto che ciò era vero in particolare per la Lettonia. In Estonia, i tedeschi del Baltico erano fermi sostenitori del nazionalismo estone e contribuirono a organizzare le prime unità militari che combatterono per l’indipendenza estone.

    La visione polacca per il futuro della parte d’Europa compresa tra la Germania e la Russia non era radicalmente diversa da quella tedesca. I polacchi auspicavano la costruzione di una confederazione di Stati indipendenti conosciuti collettivamente con il nome di Międzymorze (Tra i mari, riferendosi alla striscia di terra che va dalle coste del Mar Baltico al Mare Adriatico). Ovviamente, questi Stati sarebbero stati dominati dalla Polonia, che sarebbe stato il membro più grande della confederazione. In aggiunta, nel progetto polacco non c’era spazio per una Lituania indipendente. Piuttosto, sarebbe stata ricreata la vecchia unione tra le due nazioni, con la Lituania ridotta a una parte semi-autonoma all’interno della Polonia.

    I nazionalisti lituani, che pure salutarono con favore il coinvolgimento della Polonia nella guerra contro le forze bolsceviche, erano contrariati per ciò che percepivano essere un’ingerenza polacca nella stessa Lituania, incluso anche il tentativo di colpo di stato e la presa della capitale lituana, Vilnius.

    C’era un’ulteriore forza armata nell’area, che aveva una visione radicalmente diversa su come trovare una soluzione. Le Armate Bianche dei controrivoluzionari russi, ancora impegnate nella guerra civile contro i bolscevichi, stavano lavorando per la restaurazione dell’impero russo, all’interno del quale gli Stati baltici avrebbero goduto di un grado limitato di autonomia.

    I tedeschi cercarono di cooperare con le Armate Bianche nella speranza di ricreare un impero russo che avrebbe sostenuto la Germania contro i britannici e i francesi; britannici e francesi che, dal canto loro, erano ansiosi di sostenere i bianchi contro i bolscevichi ma che, al contempo, cercavano di bilanciare tutto ciò sostenendo anche gli Stati baltici nella loro ricerca di indipendenza.

    Mentre, in Occidente, la fine della Prima guerra mondiale portò alla pace, nell’Est le agitazioni continuarono con scontri tra i gruppi delle diverse nazionalità e le formazioni lealiste presenti nel territorio di tutti e tre gli Stati baltici. Furono combattute tre distinte guerre per l’indipendenza dei Paesi baltici, sebbene le interazioni tra di loro rendano pressoché impossibile studiarle separatamente. Mentre i movimenti nazionalisti di Lituania, Lettonia ed Estonia stavano faticosamente creando i propri eserciti, ricevettero aiuti di diversa entità da altri Paesi. I forti legami dell’Estonia con la Finlandia spinsero diverse centinaia di volontari finlandesi a combattere per l’indipendenza estone. Una squadriglia di incrociatori leggeri britannici fornì agli estoni armi e munizioni e impedì che la flotta sovietica di stanza a Pietrogrado potesse compiere incursioni significative nel Baltico. Le unità dell’Armata Rossa che invasero i tre Stati erano mal dirette, poco addestrate ed equipaggiate nel più approssimativo dei modi. Quando cessò la spinta iniziale dell’invasione bolscevica, il governo nazionalista estone, con l’importante sostegno della Finlandia, degli incrociatori britannici e delle Armate Bianche, riprese velocemente il controllo del proprio territorio. La Lettonia fu quasi completamente occupata dall’Armata Rossa, ma i tedeschi del Baltico e i Freikorps guidati da Rüdiger von der Goltz riuscirono a mantenere il controllo di alcune teste di ponte intorno al porto di Liepāja e, assieme ad altre forze tedesche nel nord della Lettonia, le unità di Goltz e il piccolo esercito nazionalista lettone riuscirono a riprendere Riga. In seguito, quando Goltz cercò di instaurare un governo filotedesco al posto del governo nazionalista, vi furono scontri tra i tedeschi e i lettoni, con le forze estoni in aiuto dei secondi che, alla fine, portarono all’espulsione dei Freikorps dalla Lettonia.

    In Lituania, le relazioni con la Germania e la Polonia giocarono un ruolo importante nelle sorti della guerra di indipendenza del Paese e contribuirono anche a definirne il destino negli anni successivi. Durante i negoziati di Brest-Litovsk, i tedeschi avevano avanzato una proposta alla Lituania: la Germania avrebbe riconosciuto l’indipendenza della Lituania in cambio di una federazione permanente con la Germania, con le questioni relative alla difesa, agli affari esteri e alla valuta controllate da Berlino. La Conferenza di Vilnius, un’emanazione dei nazionalisti lituani, valutò l’offerta e rispose che l’avrebbe accettata a condizione che la Lituania avesse mantenuto la propria autonomia in politica interna e in politica estera. Quest’ultimo punto era inconciliabile con la richiesta tedesca per l’allineamento sulle questioni militari e la Germania respinse la proposta. Tuttavia, l’11 dicembre 1917, la Conferenza di Vilnius votò per accettare l’offerta tedesca sulla base delle condizioni che erano già state stipulate e, di conseguenza, rilasciò ciò che era in realtà una dichiarazione di indipendenza limitata. Si rivelò essere una decisione controversa, criticata tanto dai lituani all’interno dei confini nazionali quanto da quelli all’estero, che ritenevano eccessive le concessioni fatte alla Germania. La dichiarazione attirò anche le critiche delle potenze dell’Intesa, che erano ancora in guerra con la Germania. Nel gennaio 1918, la Conferenza di Vilnius cercò di modificare il proprio proclama, aggiungendo un ulteriore punto con cui si richiedeva che alla Lituania fosse garantita la convocazione di un’assemblea nazionale composta da esponenti locali. I tedeschi, che avevano già chiarito la propria opposizione alle precedenti richieste della Conferenza, respinsero quest’ultima proposta. Il Consiglio si ritrovò a dover fronteggiare una crescente ostilità da tutte le parti e molti tra i suoi membri minacciarono di dimettersi. Il 16 febbraio decise di proclamare una dichiarazione di indipendenza nazionale ma, questa volta, senza alcun riferimento a un’alleanza permanente con la Germania. Le forze tedesche di occupazione impedirono la pubblicazione del proclama all’interno della Lituania, nonostante la notizia fosse stata riportata ampiamente sulla stampa tedesca e si fosse immancabilmente diffusa nella stessa Lituania.

    Nel marzo 1918, poco dopo la firma del Trattato di Brest-Litovsk, la Germania annunciò il riconoscimento dell’indipendenza della Lituania sulla base dei principi enunciati l’undici dicembre dalla Conferenza di Vilnius. Le controversie sulla precisa natura dell’indipendenza continuarono e, a giugno, la Conferenza invitò il conte di Württemberg a diventare il primo re della Lituania. Tale azione mise a dura prova la Conferenza e diversi suoi membri si dimisero. In ogni caso, il governo tedesco si rifiutò di riconoscere tale soluzione e impedì al futuro re Mindaugas II di viaggiare verso il suo nuovo Paese¹¹. I frustrati membri dell’Assemblea di Vilnius scoprirono che la Germania aveva impedito loro qualsiasi tentativo di formulare politiche indipendenti, creando una fase di stallo che continuò sino al crollo della Germania a novembre. A questo punto, l’Assemblea revocò l’invito al conte di Württemberg. Aumentò anche il numero dei propri membri, sino a includere anche degli ebrei e dei bielorussi, nel tentativo di accrescere la propria popolarità tra queste due comunità. Inizialmente alla comunità ebraica furono offerti due seggi, rifiutati dai suoi leader che chiesero di avere una rappresentanza proporzionale alla popolazione ebraica all’interno della Lituania. Di conseguenza fu loro offerto un terzo seggio. Fu proclamato un nuovo governo lituano con Augustinas Voldemaras come primo ministro. Antanas Smetona, che presiedeva l’Assemblea quando questa si era riunita la prima volta, divenne presidente.

    Tuttavia, la Lituania si trovava in uno stato di caos. Gruppi di soldati tedeschi, che spesso si rifiutavano di eseguire gli ordini dei propri ufficiali, attraversavano regolarmente il Paese verso la Germania. Il nuovo governo non aveva gli strumenti per raccogliere le tasse e, di conseguenza, non fu capace di svolgere alcuna funzione significativa. Voldemaras annunciò che la Lituania non aveva intenzione di minacciare i propri vicini e, perciò, concluse che non esisteva alcuna necessità di costruire un esercito. Sfortunatamente per Voldemaras, i bolscevichi avevano obiettivi molto diversi e, in breve tempo, invasero le parti orientali della Lituania per raggiungere Vilnius il 5 gennaio 1919.

    La storica capitale della Lituania era una città multietnica. Un censimento tedesco del 1916 aveva individuato che metà della popolazione era polacca, una parte sostanziale era ebrea e una piccola minoranza era lituana. Tuttavia, altri censimenti avevano indicato che la popolazione delle aree circostanti era per lo più lituana¹². In effetti, l’ampia popolazione ebraica di Vilnius aveva spinto Napoleone a chiamare la città con l’appellativo di Gerusalemme del Nord. Tale composizione multietnica era destinata a creare ulteriori tensioni, che potevano essere sfruttate da qualsiasi potenza straniera che avesse voluto farlo. Il governo nazionalista lituano cominciò a organizzare delle truppe, ma queste non erano in una posizione utile, sia in termini tattici che di forza, per difendere Vilnius. I difensori più attivi furono partigiani filopolacchi che, tuttavia, non riuscirono a impedire all’Armata Rossa di assumere il controllo della città. Da qui, le truppe bolsceviche avanzarono gradualmente verso ovest, ma l’azione perse lo slancio iniziale poiché la loro quasi inesistente linea di rifornimento non fu in grado di reintegrare le truppe. I lituani riuscirono anche a reclutare volontari tedeschi, soprattutto in Sassonia, per combattere contro i bolscevichi e questi veterani si rivelarono essere una forza formidabile.

    Un altro esercito attivo nell’area era quello della Polonia. Già in guerra con la Russia, i polacchi lanciarono nella primavera del 1919 una grande offensiva contro l’Armata Rossa. Józef Piłsudski, il capo di stato polacco, pianificò l’operazione con la sua consueta attenzione meticolosa per i dettagli, sferrando un attacco diversivo su Lida, Navahrudak e Baranovichi. Tuttavia, il suo obiettivo principale era Vilnius, cui destinò una forza di 800 soldati di cavalleria e 2.500 uomini di fanteria, accompagnati dai loro pezzi di artiglieria. Anziché attendere l’arrivo della più lenta fanteria, il comandante della cavalleria polacca, il colonnello Wladyslaw Belina-Prazmowski, decise di attaccare Vilnius il 18 aprile con la sola cavalleria. Accerchiò la città e attaccò da est, prendendo di sorpresa la guarnigione sovietica e impadronendosi delle periferie. Quando le forze bolsceviche riuscirono a riorganizzarsi, arrivò anche la fanteria polacca e, con il suo supporto – nonché con l’aiuto dei partigiani polacchi da Vilnius – Belina ebbe progressivamente la meglio. Alla fine del 21 aprile era riuscito a ripulire la città dalle forze russe¹³.

    Alla fine di giugno, l’Armata Rossa era stata espulsa da quasi tutta la Lituania ed erano cominciati i negoziati per la definizione del confine tra la Polonia e la Lituania. Si rivelò essere una questione difficile, non ultimo perché Piłsudski non voleva vedere la nascita di una Lituania indipendente, auspicando invece la restaurazione dell’unione polacco-lituana. Bloccati sulla definizione dello status futuro della regione di Vilnius, che era rivendicata da entrambi i Paesi ma occupata dalle truppe polacche, i lituani e i polacchi domandarono alla Conferenza degli ambasciatori delle potenze dell’Intesa di intervenire. A questo punto, la differenza nello status diplomatico tra Polonia e Lituania divenne brutalmente chiara. La Polonia era stata riconosciuta dalle potenze dell’Intesa ed era stata anche menzionata in uno dei celebri Quattordici punti di Woodrow Wilson:

    Dovrà essere creato uno stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali.¹⁴

    Al contrario, la Lituania non aveva ottenuto alcun riconoscimento internazionale. In molti circoli, in particolare in quelli favorevoli alla restaurazione dell’impero russo, l’indipendenza della Lituania era ovviamente malvista. Perciò non dovette sorprendere nessuno che la Conferenza degli ambasciatori scelse di non affidare Vilnius e l’area circostante alla Lituania.

    Sebbene fosse contrario all’indipendenza lituana, Piłsudski era consapevole che ogni ipotesi di unione avrebbe potuto avere successo solo se accettata dalla popolazione lituana. Fece ogni sforzo per convincere i lituani a cooperare con il suo piano. Con i suoi subordinati propose che le sorti della regione di Vilnius fossero definite da un plebiscito, ma i lituani respinsero la proposta. Tuttavia, i bolscevichi non avevano gettato la spugna. Nel 1920, la rinvigorita Armata Rossa lanciò una nuova invasione, espellendo i polacchi da Vilnius. Poco dopo, la Russia sovietica e la Lituania si accordarono per un trattato di pace che prevedeva l’attribuzione della regione di Vilnius alla Lituania. Tale soluzione era inaccettabile per i polacchi e, a ottobre, il generale polacco Lucjan Żeligowski guidò un ammutinamento per poi marciare su Vilnius, occupando la città il 9 ottobre. Dichiarò quindi la creazione della Repubblica della Lituania Centrale, che si unì alla Polonia nel 1923. Successivamente, venne fuori che l’ammutinamento di Żeligowski era tutto fuorché un ammutinamento: era stato, in realtà, un’azione orchestrata dal capo di stato polacco Piłsudski. In una schiacciante inferiorità numerica, l’esercito lituano non poté fare nulla per contrastare l’occupazione della regione, e la questione di Vilnius rimase motivo di gravi frizioni tra i due Paesi per tutto il periodo compreso tra le due guerre, impedendo ogni possibilità di cooperazione tra la Polonia e la Lituania.

    Le guerre di indipendenza degli Stati baltici furono perciò una manifestazione del conflitto tra due visioni alternative: da una parte, i tre Stati avevano forti aspirazioni nazionaliste mentre, dall’altra, i loro vicini più potenti – la Russia sovietica, la Germania e persino la Polonia – li consideravano troppo piccoli e deboli per poter sopravvivere senza diventare parti di un blocco più ampio. Tale questione sarebbe diventata oggetto di attenzioni e di azioni ancora più brutali durante la Seconda guerra mondiale. La sua risoluzione avrebbe richiesto più di 70 anni e sarebbe costata milioni di vite umane prima che, alla fine del secolo, venisse finalmente riconosciuta l’indipendenza.

    Capitolo 1

    Molotov, Ribbentrop e la prima occupazione sovietica

    Il decennio precedente alla Seconda guerra mondiale registrò importanti cambiamenti in tutti e tre gli Stati baltici. Nati originariamente come repubbliche, svilupparono tutti sistemi totalitari. Il capo di stato polacco, Konstantin Päts, sfruttò la minaccia di un colpo di stato da parte di nazionalisti estremisti antisovietici e antiparlamentari per proclamare nel 1934 la nascita del suo governo attraverso un decreto. Lo stesso anno, il leader lettone, Kārlis Ulmanis, si liberò del suo Parlamento, in parte come risposta alla situazione economica globale. Nel caso della Lituania, un colpo di stato militare nel 1926, scatenato dal crescente malcontento per la scelta del governo di

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