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Il segreto del tribuno

Il segreto del tribuno

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Il segreto del tribuno

Lunghezza:
181 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
18 giu 2018
ISBN:
9788885497191
Formato:
Libro

Descrizione

Inverno 53-52 a.C., Gallia centrale. Nell'ultimo anno della campagna di Cesare, mentre si prepara segretamente la rivolta di Vercingetorige, la tredicesima legione, al comando del fratello minore di Cicerone, è accampata nel territorio dei Cadurci, tribù gallica fiera e ostile agli invasori Romani. Una fredda mattina due notizie in successione sconvolgono la vita ordinata dell'accampamento. Dumnaco, figlio del re dei Cadurci, che era trattenuto come ostaggio, è fuggito; poco più tardi, viene rinvenuto il cadavere di un tribuno della legione, Publio Ummidio.
Il macabro stato in cui versa il corpo e strane tracce di un rituale fanno pensare che l'orrendo delitto sia stato commesso dal fuggitivo.
Ma il tribuno più anziano, Marco Valerio, a partire da una serie di deduzioni oggettive, si convince che qualcosa non quadra. Con l'aiuto del suo giovane e fedelissimo servo Tito, che racconta in prima persona tutta la vicenda, Marco Valerio inizierà a scavare fra tutti i membri della legione, portando alla luce una scomoda verità, nascosta nel passato di alcuni di loro. Ma dovrà scoprire in fretta di chi è la reale mano dietro l'assassinio, perché il malcontento serpeggia nella legione e tra i Romani e i Galli basta solo un pretesto perché si arrivi alle armi e si scateni una guerra.
Editore:
Pubblicato:
18 giu 2018
ISBN:
9788885497191
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Il segreto del tribuno - Giorgio Galeazzi

Intrighi

Il segreto del tribuno

di Giorgio Galeazzi

Immagine di copertina: viking-2084863_1920.jpg di Blaise_L (pixabay.com)

Editing: Federica Maccioni

Produzione digitale: Daniele Picciuti

ISBN: 9788885497191

Nero Press Edizioni

http://neropress.it

© Associazione Culturale Nero Cafè

Edizione digitale giugno 2018

Giorgio Galeazzi

Il segreto del tribuno

INDICE

PERSONAGGI PRINCIPALI

PREFAZIONE

CAPITOLO I

CAPITOLO II

CAPITOLO III

CAPITOLO IV

CAPITOLO V

CAPITOLO VI

CAPITOLO VII

CAPITOLO VIII

CAPITOLO IX

CAPITOLO X

CAPITOLO XI

CAPITOLO XII

EPILOGO

L'AUTORE

PERSONAGGI PRINCIPALI

MARCO VALERIO CORVINO, tribuno militare laticlavio

GAIO ANNIO CORBULONE, tribuno militare

MARCO GABINIO PRISCO, tribuno militare

GAIO ACILIO BALBO, tribuno militare e aiutante di Marco Valerio

AULO GALERIO PLANCO, tribuno militare

PUBLIO UMMIDIO AHALA, tribuno militare

TITO, servo di Marco Valerio

QUINTO TULLIO CICERONE, legato della tredicesima legione

MANLIO NIGRO, centurione della tredicesima legione

COTUATO, comandante della cavalleria degli Edui

VERUCLEZIO, nobile eduo

DUMNACO, nobile cadurcio, figlio di Lucterio

LUCTERIO, re dei Cadurci

Nota: nessuno dei personaggi suddetti, con l'eccezione di Quinto Tullio Cicerone e di Lucterio, è realmente esistito. Tuttavia il loro nomi erano tutti effettivamente in uso presso i Romani e i Galli e sono stati ricavati da fonti dell'epoca.

PREFAZIONE

Poiché mi hai chiesto più volte, illustre Filandro, che io ti parlassi del valore, dell'intelligenza e della magnanimità di Marco Valerio Corvino, il mio amato e compianto patrono, che ha dato grande lustro alla sua stirpe e a tutto il popolo romano e ha contribuito in molte occasioni al rinvenimento della verità e all'affermazione della giustizia, quando esse venivano oscurate dalle bassezze e dalle passioni umane, mi sono deciso a scriverti il seguente resoconto. Esso tuttavia, al contrario di quanto ti potresti aspettare, non contiene, alla maniera greca, la descrizione puntuale dell'intera vita di quel nobile uomo, dal momento della nascita a quello della dipartita, ma piuttosto riporta un singolo episodio, che io ho scelto tra tutti quelli a cui ho avuto la sorte di assistere, dapprima come suo servo e poi come suo liberto, e che da solo contiene, per così dire, tutto quanto è utile a soddisfare il tuo desiderio di conoscere le sue virtù. Ho compiuto questa scelta perché, mentre la carriera politica e i principali atti pubblici di Marco Valerio sono noti alla maggior parte delle persone istruite e potrai dunque apprenderli da chiunque, questo episodio, che pure mostra in modo specchiato l'intelligenza e la bontà del mio patrono, per sua stessa volontà è sempre rimasto ignoto, tranne che alle persone che vi hanno preso parte: ciò perché egli, spinto in modo naturale dalla modestia, lo considerava come qualcosa di poco conto. Io invece ritengo che, ora che Marco Valerio è morto, anche questo episodio possa essere rivelato, tanto più se una tale rivelazione viene fatta a un giovane come te, che sta compiendo i primi passi dell'età adulta.

Nel comporre insieme i fatti e le parole di questa narrazione ho cercato di impiegare le mie modeste qualità di scrittore secondo i criteri di fedeltà e chiarezza che ci sono offerti dai grandi autori del passato. Ciò mi è stato reso più facile dall'aver assistito come diretto testimone a quanto qui è contenuto e dall'aver raccolto già allora in forma scritta alcune essenziali memorie. Questo vale in modo particolare per i discorsi che ho sentito pronunciare: di essi ho riportato la sostanza e ho solo in parte rimaneggiato la forma, quando l'ho ritenuto opportuno.

Tuttavia, sappi che questo mio scritto non è una biografia, nel significato che voi greci date a questo termine, ma soltanto il racconto di quanto è accaduto in un breve lasso di giorni durante l'ultimo inverno della campagna di Gaio Giulio Cesare contro i Galli. D'altro canto, poiché ciò che è accaduto si presenta come una successione di fatti alquanto intricati, nei quali ciò che appare non è e ciò che è non appare, spero vorrai comprendere, caro Filandro, la scelta di uno stile semplice e vicino alla lingua parlata. Inoltre, poiché le persone che menzionerò sono romani e galli, ho aggiunto qua e là qualche spiegazione sui costumi degli uni e degli altri per aiutare la tua comprensione. In questo modo sarà un poco sacrificata la bellezza dell'eloquio, indispensabile qualità dell'uomo sapiente, ma ne avrà grande vantaggio la chiarezza, quasi che quanto è scritto sulla pagina possa essere visto come sulla scena di un teatro.

CAPITOLO I

DOVE LA STORIA INIZIA CON UNA SCAMPAGNATA

Si era compiuto ormai il sesto anno da quando Gaio Giulio Cesare, obbedendo al suo desiderio di gloria più che agli ordini del Senato, era entrato in Gallia per sottometterla. Dopo molti assedi e battaglie tutti i principali popoli di quella fiera regione avevano riconosciuto la superiorità delle legioni romane, tanto che allora sembrava regnare la pace. Ma lo scontento, l'umiliazione e il desiderio di vendetta covavano ancora nei cuori di molti nobili galli. Uno di essi in particolare, di nome Vercingetorige, appartenente al popolo degli Arverni, aveva giurato di scacciare i Romani e a quel tempo tramava per farsi re dei Galli, ottenendo ogni giorno maggiori consensi e adesioni. All'inizio dell'inverno, come di consueto, prima di partire per l'Italia, Cesare mandò a svernare ciascuna legione in un territorio diverso: faceva così per controllare meglio il paese e anche perchè i soldati, separandosi, potessero procurarsi più cibo e comodità. E così avvenne che la tredicesima legione, in cui a quel tempo Marco Valerio prestava servizio come tribuno, fu affidata al comando del legato Quinto Tullio Cicerone e fu mandata nel paese dei Cadurci, una tribù piccola ma assai bellicosa, che aveva più volte dimostrato negli anni precedenti di avversare fieramente i Romani.

Il paese dei Cadurci si trova nella parte meridionale della Gallia Comata e confina con la Provincia. La capitale dei Cadurci, il cui nome gallico è Uxelloduno, dista circa sei giorni di cavallo da Tolosa e non più di dieci da Narbona. Eppure, nonostante la vicinanza a queste due città romane, i costumi dei Cadurci erano a quel tempo molto rozzi e violenti: basti dire che essi, a dispetto delle richieste di Cesare, continuavano allora a compiere sacrifici umani e a praticare quella ripugnante usanza che consiste nel conservare le teste dei nemici uccisi per esporle fuori dalle proprie case. Per il resto i Cadurci avevano istituzioni simili a quelle delle altre tribù galliche, ma pare che derivassero la loro particolare brutalità dal fatto di essere originari della Germania: secondo una leggenda locale il loro capostipite, di nome Cadurco, sarebbe stato il figlio diseredato di un re germanico e si sarebbe trasferito in Gallia insieme ai suoi parenti e amici per trovare un nuovo paese dove abitare.

La tredicesima legione raggiunse il paese dei Cadurci all'inizio dell'inverno e, poiché non era possibile trovare ospitalità nei pressi di un insediamento a causa dell'ostilità degli abitanti, Quinto Tullio decise di acquartierarla in un accampamento invernale, che fece erigere in una posizione molto favorevole. Esso infatti si trovava nel mezzo di una grande pianura aperta, sulla sommità di un modesto ciglio, dal quale era possibile osservare il territorio circostante. Un ruscello di acqua corrente attraversava l'accampamento e serviva per dissetare i soldati e le bestie. Sui bordi di questa pianura si estendeva in ogni direzione una fitta foresta: le foreste infatti sono rigogliosissime in quella regione e in generale in tutta la Gallia. Ma l'accampamento distava non meno di un miglio dalla selva, in modo che da ogni parte il terreno circostante era libero. Al di là del bosco, verso occidente, a quasi un giorno di marcia sorgeva Uxelloduno. La legione aveva acquistato da altre popolazioni grandi quantità di granaglie e animali - Cesare infatti di rado permetteva alle sue legioni di razziare i Galli e per lo più pagava, talvolta persino con le proprie sostanze, le vettovaglie necessarie - e ora era ben rifornita per l'inverno.

Come ho già detto, il mio padrone, Marco Valerio Corvino, si trovava presso la tredicesima legione con l'ufficio di tribuno militare. I tribuni sono gli aiutanti del legato, cioè del comandante della legione. Marco Valerio aveva allora venticinque anni e stava per concludere il servizio militare: confidava infatti che al termine dell'anno successivo Cesare lo avrebbe congedato e così egli sarebbe tornato a Roma. Sebbene infatti fosse nato e cresciuto a Milano, nella Gallia Cisalpina, dove suo padre ancora viveva, si era trasferito nell'Urbe ormai da alcuni anni, come usava tra i figli di buona famiglia, e lì aveva studiato e intendeva ora intraprendere la carriera politica. Tu sai infatti, caro Filandro, che i Romani illustri, quelli che sono destinati alle cariche più prestigiose della repubblica, hanno la consuetudine di far precedere all'attività politica un periodo di ferma nell'esercito. Ebbene, tra i sei tribuni della tredicesima legione, Marco Valerio, nonostante l'età ancor giovane, ricopriva il ruolo di tribuno laticlavio: costui è tra i tribuni il più importante per rango e per anzianità. È così chiamato perché sulla toga da cerimonia porta una larga striscia di stoffa rossa, simile a quella dei senatori. Gli altri cinque tribuni della legione sono detti angusticlavi, perché la loro striscia di porpora è più stretta.

La vicenda che intendo narrarti, illustre amico, è bene che prenda le mosse da una mattina di quel freddo inverno, quando erano trascorsi settecentodue anni dalla fondazione di Roma o, come usate contare voi greci, si era celebrata da poco la centottantaduesima olimpiade: il calendario segnava già le idi di aprile, ma in realtà secondo l'andamento delle stagioni doveva essere all'incirca la fine di febbraio. I Romani, infatti, avevano ancora in uso a quel tempo l'antico calendario del re Numa, che con il trascorrere dei secoli non seguiva più il corso effettivo delle stagioni: fu Cesare, più avanti, quando divenne dittatore, a riformarlo; e bisogna riconoscere che si trattò di una riforma utile e necessaria.

Quella mattina dunque Marco Valerio prese con sé un altro tribuno, Gaio Acilio, che egli aveva come collega più stretto, e una cinquantina di uomini con carri e muli per raccogliere della legna. Io seguivo il suo cavallo a dorso di mulo, perché egli usava sempre portarmi con sé in ogni compito che svolgeva: diceva infatti che in questo modo avrei potuto imparare molte cose. Il tempo era splendido: l'aria era limpida e gelida, la neve ricopriva tutta la campagna e scintillava al sole come una distesa di sale, il vento soffiava da settentrione in una brezza tesa e costante. Uscendo dal campo la nostra colonna fu raggiunta da altri due giovani tribuni, che, non avendo particolari incarichi per quella mattina, pregarono Marco Valerio di prenderli con sé perché potessero godersi la cavalcata. Il mio padrone, che era di animo cordiale e indulgente, acconsentì.

Attraversammo dunque la pianura e giungemmo al limitare della foresta. Qui Marco Valerio impartì alcune istruzioni ai soldati, i quali si inoltrarono fra gli alberi in cerca della legna. I tribuni, invece, approfittando della bella giornata, si misero a cavalcare qua e là, restando però fuori dalla macchia per godere dei raggi solari, e intanto si cimentavano in gare di corsa e scherzavano tra loro. Il mio padrone e io li seguivamo a una certa distanza, perché Marco Valerio non intendeva partecipare a quegli svaghi e preferiva tenere il cavallo al passo.

«Cos'hai questa mattina, Tito?» mi chiese il mio padrone, che aveva notato dell'inquietudine in me.

«Come sai, mi spaventa questa foresta» risposi, puntando lo sguardo spaurito tra i grandi alberi. In effetti eravamo in quell'accampamento da circa quattro mesi, ma era la prima volta che io mi spingevo così vicino al bosco. Il mio padrone, invece, vi era entrato diverse volte per esplorarlo e ogni volta mi aveva bonariamente canzonato, perché mi ero rifiutato di seguirlo. Nel Sannio, dove io sono nato, ci sono molte e rigogliose foreste, soprattutto di querce e frassini, ma nessuna di esse mi spaventava quanto quella: i boschi della mia terra, infatti, anche quando sono fitti, hanno qualcosa di gaio e festoso, o almeno così a me pare; invece quella selva, per quanto non differente da altre che avevo già visto, mi sembrava tetra e minacciosa. Su di essa i soldati del campo narravano storie spaventevoli di mostri e altre creature terrificanti. A quel tempo io avevo circa tredici anni e, non conoscendo nulla del mondo, ero molto impressionato da quelle storie.

Marco Valerio mi sorrise e disse: «Proprio oggi potresti avere la fortuna di liberarti di questo timore».

«In che modo?» chiesi, preoccupato, e proprio in quel momento si udì provenire dai recessi del bosco un ululato che non avrei saputo attribuire a nessun animale: era un suono lugubre e prolungato, come un lamento rabbioso. Subito diedi di tallone al mulo e mi lanciai verso l'accampamento, sicuro che il mio padrone avrebbe fatto lo stesso. Ma con stupore mi accorsi che egli rimaneva fermo sul suo cavallo e addirittura rideva. Poi, sceso a terra, mi chiamava e mi faceva cenno di tornare da lui. Io non volevo, ma insistette così tanto e in modo così tranquillo, che alla fine mi decisi ad avvicinarmi. Mi prese per un braccio e insieme tornammo per un breve tratto sui nostri passi lungo il limitare del bosco. Poi, a una certa altezza, Marco Valerio si fermò, parve riflettere per qualche istante e infine mi tirò con sé tra gli alberi. Io facevo resistenza, ma egli mi teneva stretto e ancora rideva. «Non ti avevo forse detto che poteva presentarsi per te l'occasione di vincere la paura?» disse in tono soddisfatto.

«Ma padrone, tu stesso hai sentito quel verso: non può che essere di una creatura mostruosa. Forse tu intendi che il modo per vincere la paura è quello di perdere la vita?»

«Hai detto una cosa molto saggia» rispose Marco Valerio ridendo ancora più forte. «In

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