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Lo scudo dell'illusione

Lo scudo dell'illusione

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Lo scudo dell'illusione

Lunghezza:
274 pagine
4 ore
Pubblicato:
Jun 4, 2018
ISBN:
9788865642818
Formato:
Libro

Descrizione

Nella prima metà del XX secolo, in Giappone si è assistito a un fenomeno dal valore artistico incalcolabile. I più importanti e talentuosi scrittori dell’epoca, oggi noti a livello internazionale, si sono cimentati nella stesura di racconti fantastici esplorando tutte le potenzialità del genere e lasciando così un profondo segno negli autori successivi. L’antologia in questione raccoglie e presenta in Italia quattordici tra le opere più significative di quel periodo, frutto del lavoro di sei grandi scrittori: Natsume Sōseki, Yamamura Bochō, Yumeno Kyūsaku, Miyazawa Kenji, Unno Jūza e Dazai Osamu. Tra le storie incluse, Lo scudo dell’illusione di Natsume Sōseki, considerato il padre dei romanzieri moderni e contemporanei giapponesi, tra cui anche Murakami Haruki, è un racconto ambientato ai tempi di re Artù. Miyazawa Kenji, in Obber e l’elefante, denuncia con un’abile satira lo sfruttamento delle masse e il lato peggiore del capitalismo. Dazai Osamu, in Corri Melos!, riflette sul valore dell’amicizia.
Pubblicato:
Jun 4, 2018
ISBN:
9788865642818
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Libro

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Anteprima del libro

Lo scudo dell'illusione - Miyazawa Kenji

2

Titolo dell’opera originale

Rondontō, 1905

Maboroshi no tate, 1905

Chiruchiru-michiru, 1920

Sensei no medama ni, 1924

Amefuri bōzu, 1925

Fushigina tōmegane, 1925

Kyōjin wa warau, 1932 : Aonekutai e Konroncha

Kari no dōji, 1923

Gadorufu no yuri, 1923

Obberu to zō, 1926

Robotto satsugaijiken, 1931

Sennengo no sekai, 1939

Hashire Merosu, 1940

Kakekomiuttae, 1940

Traduzione dal giapponese di Massimo Soumaré

© Atmosphere libri 2017

Via Seneca 66

00136 Roma, Italy

www.atmospherelibri.it

info@atmospherelibri.it

blog.atmospherelibri.it

I edizione cartacea nella collana Asiasphere maggio 2017

ISBN 978-88-6564-281-8 (versione digitale)

Avvertenze

Il sistema di trascrizione per il giapponese seguito è lo Hepburn, che si basa sul principio generale che le vocali siano pronunciate come in italiano e le consonanti come in inglese. In particolare, si tengano presenti i seguenti casi:

 ch, è un’affricata come l’italiano «c» in cena

 g, è sempre velare come l’italiano «g» in gara

 h, è sempre aspirata

 j, è un’affricata come l’italiano «g» in gioco

 s, è sorda come nell’italiano sasso

 sh, è una fricativa come l’italiano «sc» di scena

 u, in su e tsu è quasi muta e assorbita

 w, va pronunciata come una «u» molto rapida

 y, è consonantica e si pronuncia come l’italiano «i» di ieri

 z, è dolce come nell’italiano rosa o smetto; o come in zona se iniziale o dopo «n»

Il diacritico indica l’allungamento del suono della vocale.

Nell’introduzione e nei racconti, seguendo l’uso giapponese e cinese il cognome precede sempre il nome.

Il sistema di trascrizione seguito per i termini cinesi è il Pinyin.

Il Glossario è inserito al termine dei racconti.

INDICE

Introduzione di Massimo Soumaré                              

Biografie degli autori                                                          

La Torre di Londra (Natsume Sōseki)                                  

Lo scudo dell’illusione (Natsume Sōseki)                                Chiruchiru-michiru (Yamamura Bochō)                               Negli occhi del maestro (Yumeno Kyūsaku)                          Amefuri bōzu (Yumeno Kyūsaku)                                      

Il cannocchiale prodigioso (Yumeno Kyūsaku)                    

I pazzi ridono (Yumeno Kyūsaku)

- Cravatta blu

- Il tè kunlun                                                                    

Il fanciullo oca (Miyazawa Kenji)                                      

I gigli di Gadolf (Miyazawa Kenji)                                      

Obber e l’elefante (Miyazawa Kenji)                                    

Il caso dell’omicidio del robot (Unno Jūza)                            

Il mondo dopo mille anni (Unno Jūza)                                 Corri Melos! (Dazai Osamu)                                                      

L’accusa affrettata (Dazai Osamu)                                      

Glossario                                                                            

Note                                                                                  

Nella prima metà del XX secolo, in Giappone si è assistito a un fenomeno dal valore artistico incalcolabile. I più importanti e talentuosi scrittori dell’epoca, oggi noti a livello internazionale, si sono cimentati nella stesura di racconti fantastici esplorando tutte le potenzialità del genere e lasciando così un profondo segno negli autori successivi. L’antologia in questione raccoglie e presenta in Italia quattordici tra le opere più significative di quel periodo, frutto del lavoro di sei grandi scrittori: Natsume Sōseki, Yamamura Bochō, Yumeno Kyūsaku, Miyazawa Kenji, Unno Jūza e Dazai Osamu. Tra le storie incluse, Lo scudo dell’illusione di Natsume Sōseki, considerato il padre dei romanzieri moderni e contemporanei giapponesi, tra cui anche Murakami Haruki, è un racconto ambientato ai tempi di re Artù. Miyazawa Kenji, in Obber e l’elefante, denuncia con un’abile satira lo sfruttamento delle masse e il lato peggiore del capitalismo. Dazai Osamu, in Corri Melos!, riflette sul valore dell’amicizia.

Il genere fantastico letterario giapponese della prima metà del XX secolo: un importante ponte di passaggio

tra passato e futuro

diMassimo Soumaré

Il genere fantastico in Giappone ha goduto di un considerevole sviluppo in tutte le sue forme durato più di un millennio, tanto da creare nel corso della sua storia anche filoni autoctoni di grande originalità. Non deve quindi stupire che compaia già nella prima e più antica cronaca storica giapponese, il Kojiki (Cronache di antichi eventi),I compilata da Ō no Yasumaro nel 712 d.C., legandosi al contempo alla religione shintoista e al buddhismo; troviamo, infatti, poco più di un secolo dopo, conferma di tale rapporto anche nella raccolta a sfondo religioso e morale in tre volumi Nihon ryōiki (Cronache soprannaturali e straordinarie del Giappone, 822 d.C.)II curata dal monaco buddhista Kyōkai. Ma è con il racconto il Taketori monogatari (Storia di un tagliabambù, autore anonimo, X secolo),III il più vecchio componimento di narrativa pervenutoci, che possiamo affermare che il fantastico nipponico acquisisca una sua dimensione autenticamente autonoma. In seguito, fa la sua comparsa pure in un capolavoro universale come il Genji monogatari (La storia di Genji, XI secolo)IV di Murasaki Shikibu, da molti ritenuto il primo romanzo psicologico della storia – dove, per esempio, il personaggio d’invenzione di Rokujō no Miyasudokoro, amante del principe imperiale Genji e gelosa delle altre donne, uccide le sue rivali trasformandosi non solo ancora in vita in un ikiryō (spirito di viventi) ma dopo la morte persino in uno shiryō (spirito di defunti).V Conosce poi un grande sviluppo nel Periodo Edo (1603-1868) tramite le forme del romanzo popolare, del teatro e dell’arte. Si assiste quindi a livello pittorico a un ricco sviluppo di una serie di rappresentazioni grafiche più o meno iconiche delle creature del fantastico, creando opere di considerevole forza e impatto che trovano espressione ideale nelle stampe xilografiche ukiyo-e, le quali vanno ad affiancarsi agli splendidi emakimono (rotoli dipinti)VI realizzati già dai secoli precedenti.

Il fantastico, dopo essere divenuto fonte d’ispirazione anche per i drammi del teatro Kabuki, in tempi recenti si è ampiamente diffuso in film, telefilm, manga, anime e videogiochi, cosicché si può affermare che l’influenza dell’immaginario fantastico classico e del folklore giapponesi si sia estesa in modo tutt’altro che trascurabile persino ai mezzi di comunicazione di massa contemporanei.VII Le letterature horror, fantasy e di fantascienzaVIII nipponiche rappresentano oggi un filone estremamente ricco e attivo. Tra l’altro, se si parla di genere fantasy, esiste all’interno del Giappone una distinzione tra quello basato sulla tradizione americana e inglese che s’ispira a elementi europei e quello basato invece su miti e leggende giapponesi e cinesi.IX

Oltre ai temi classici sono stati creati anche particolari filoni autoctoni come l’ero-guro (erotico-grottesco), cui si cimentò con ottimi risultati pure Edogawa Ranpo (1894-1965) e dove gli scrittori hanno sviluppato le loro opere esplorando a trecentosessanta grandi gli abissi della mente umana tessendo un filo di trame immerse in atmosfere da sogno o, per meglio dire, da incubo permeate da una vena di lucida follia e di eros. Oppure, ancora, come il recente Yōkai misuteri (lett. Giallo con mostri sovrannaturali) creato da Kyōgoku Natsuhiko (1963-),X in cui il folklore locale, la psicologia e la pratica magica dell’onmyōdō (lett. "la via yin e yang", un sistema esoterico basato sull’antica filosofia cinese yin e yang e sulla teoria dei cinque elementi) sono state rivisitate per creare un genere dove la deduzione alla Sherlock Holmes si fonde con il motivo della caccia e dell’esorcismo del mostro, salvo rivelarsi quest’ultimo nient’altro che un’emanazione degli aspetti maggiormente oscuri dell’uomo. Da questo punto di vista, è interessante notare come i lavori degli scrittori nipponici abbiano contribuito a stimolare non solo i lettori, ma anche le ricerche di etnologi, antropologi e altri studiosi sul sovrannaturale e sul folklore popolare autoctoni. Un interesse che si riscontra pure nella produzione dei libri di Bandō Masako (1958-2014) dedicatasi, dopo un soggiorno di studio nel campo del design di due anni a Milano, alla stesura di romanzi che traggono spunto dalle antiche leggende della sua patria. Inoltre, il fantastico contemporaneo ha influenzato in maniera rilevante lo stesso Giappone con le storie dell’orrore di Suzuki Kōji (1957-), autore della serie di romanzi di Ringu (Ring, 1991) le cui versioni cinematografiche americane e giapponesi, a onor del vero forse un po’ meno raffinate rispetto agli originali letterari, sono in seguito divenute un fenomeno mondiale. O, nel suo aspetto più scientifico, con i libri di Sena Hideaki (1968-), come l’horror scientifico-medico Parasaito-ivu (Il parassita Eva, 1995), dove metà del volume è dedicato alla minuziosa spiegazione su come siano realizzati i trapianti d’organi per poi all’improvviso concentrarsi sulla vicenda dello scontro tra il protagonista e un antico mostro che ha accompagnato in segreto la storia degli esseri umani, e il volume di fantascienza filosofica Dekaruto no misshitsu (La stanza sigillata di Descartes, 2005), romanzo fondato sui molti dibattiti di Sena avuti con i più avanzati ricercatori nipponici nel campo dell’intelligenza artificiale e della psicologia cognitiva in cui tenta di dar vita a un’opera rappresentativa della robotica del XXI secolo. Senza dimenticare i lavori di Hirayama Yumeaki (1961-), scrittore e regista, che ha pubblicato storie basate su terrificanti leggende urbane che rielaborano fatti che parrebbero essere realmente accaduti.XI

A ogni modo, si tratta soltanto di alcuni nomi di una numerosa schiera di valenti autori. Si tocca appena la punta di un iceberg che per la maggior parte resta, all’estero, ancora sommerso. È chiaro che a causa dell’esistenza di una così grande quantità di scrittori e di opere il presentarli in occidente risulta complesso e impegnativo. Riguardo tale difficoltà in relazione all’Italia, una preziosa analisi sono il saggioXII e la conversazioneXIII di Giulia Iannuzzi sulla situazione del mercato della traduzione della letteratura fantascientifica nipponica pubblicati nel 2015 sulla rivista accademica Aspects of science fiction since the 1980s: China, Italy, Japan, Korea.

Il fatto che esista un genere come il succitato Yōkai misuteri non deve, d’altra parte, generare stupore. In Giappone anche in letteratura si è creato un sincretismo che, già osservabile nelle opere degli scrittori moderni, è divenuto ancora più evidente nei lavori degli autori contemporanei.

Compiamo ora un salto indietro di oltre mezzo secolo per andare ad analizzare un periodo decisamente importante ed essenziale per lo sviluppo del genere fantastico nel Sol Levante e che è quello su cui s’incentrano i raccolti pubblicati nella presente antologia; quella prima metà del XX secolo fino agli anni ‘40 dove si è assistito a un fenomeno per cui i maggiori e più dotati scrittori dell’epoca, nomi oggi noti anche a livello internazionale come, per citare un autore conosciutissimo dal grande pubblico, lo scrittore Natsume Sōseki (1867-1916), si sono cimentati nella stesura di racconti – in cui i giapponesi sono sempre stati particolarmente abili – fantastici, dando libero sfogo alla loro fervida immaginazione ed esplorando tutte le potenzialità espressive consentite, portando così questo tipo di letteratura a livelli elevati e consentendole di fiorire ulteriormente e perfezionarsi nei decenni successivi. Per sfortuna, tali opere sono ancora in gran parte sconosciute in occidente, essendo state tradotte soltanto in minima parte. Una mancanza che il presente volume cerca, con tutti i limiti del caso, di colmare raccogliendo sia una parte di racconti, in quest’occasione riveduti, usciti in traduzione italiana agli inizi degli anni 2000, sia una parte di racconti inediti.

Per l’ordine di pubblicazione si sono seguiti due criteri cronologici: la data di nascita dei vari scrittori, partendo proprio da Natsume, e la data di stesura delle opere.

Di Natsume Sōseki, romanziere a buon diritto considerato il padre della moderna letteratura giapponese e che ha fortemente influenzato tutti gli autori successivi, sono stati inclusi i racconti La Torre di Londra (Rondontō, 1905) e Lo scudo dell’illusione (Maboroshi no tate, 1905) che rappresentano due opere importanti per la conoscenza dei processi creativi e dello sviluppo di questo scrittore, giacché la loro stesura è avvenuta proprio nel medesimo anno in cui dava alle stampe a puntate il suo primo importante romanzo, Wagahai wa neko de aru (Io sono un gatto); inoltre, queste due storie sono rispettivamente il primo e il terzo racconto da lui mai scritti. Lavori non del tutto perfetti e criptici, tanto che persino i giapponesi contemporanei faticano a leggerli, ma molto importanti poiché conservano in sé le chiavi per comprendere gli inizi della sua attività letteraria. Palese è il grande sforzo fatto da Natsume per cercare di presentare ai suoi compatrioti la lingua, la storia e la letteratura inglesi che egli conosceva bene avendo, tra l’altro, soggiornato a Londra dal 1900 al 1902, esperienza non felice, come affermerà egli stesso, ma produttiva dal punto di vista del perfezionamento della conoscenza della cultura di quel paese. Il lettore europeo di oggi è facilitato nel compito essendo molti personaggi ed eventi storici parte di un patrimonio culturale diffuso, ma per i giapponesi del tempo, considerato pure che il Sol Levante aveva aperto le sue frontiere all’occidente solo nel 1868, era una considerevole novità. La Torre di Londra è, in sostanza, una storia di fantasmi in cui l’autore stesso è il protagonista che visita la Torre incontrando, o forse immaginando d’incontrare, gli spiriti delle persone che lì hanno terminato la propria esistenza terrena. Seppure un po’ troppo di sapore didascalico, tanto da sembrare quasi un ibrido tra una guida turistica e un testo di narrativa, lo stile letterario ricercato di Natsume riesce comunque a renderlo poetico e affascinante. Discorso più complesso merita invece Lo scudo dell’illusione, storia d’amore medievale tra il cavaliere William e la dama Clara con la presenza di fate e della magia, dove s’intravede l’influsso di opere storiche e mitiche che di certo lo scrittore aveva letto o almeno in parte conosceva. Insieme al racconto Kairokō (Ode funebre, 1905),XIV che però a differenza delle due storie qui tradotte si limita quasi soltanto a riproporre degli episodi riguardanti le avventure di Lancillotto senza un grosso apporto creativo, è una delle rarissime opere giapponesi che trattano il ciclo arturiano. Per trovare un autore nipponico che lo affronti di nuovo bisognerà attendere la trilogia di romanzi Āsâ ōkyūtei monogatari (Storia della corte di Artù) della scrittrice Hikawa Reiko (1958-) uscita soltanto nel 2006, quindi quasi cent’anni dopo. Il testo presenta elementi tratti da una decina di opere dalla tradizione inglese ed europea come, solo per citarne alcune, La canzone dei Nibelunghi di autore ignoto risalente al XIII secolo, La morte di Artù di Thomas Malory (1415/1418-1471) pubblicata postuma nel 1485, I canti di Selma che fanno parte dei Canti di Ossian, 1760, dello scrittore scozzese James Macpherson (1736-1796), mentre i riferimenti agli eventi dell’incontro di Beaucaire del 1174 sono ricavati da vari testi sulla storia d’Inghilterra. La parte introduttiva con i due giovani amanti bretoni, lo sparviero e le regole dell’amore cortese sono invece riprese dal De amore del XII secolo scritto dal francese Andrea Cappellano (1150-1220). Natsume amalgama il tutto creando un meraviglioso intreccio dove l’interpretazione del finale è lasciata al lettore. È altresì chiaro che nella sua concezione i cavalieri arturiani sono quelli raffinati e dalle armature sfavillanti del XII e XIII secolo descritti da Malory, piuttosto che i guerrieri un po’ rozzi dell’Artù storico, le cui vicende si collocano a cavallo tra il V e il VI secolo. Per di più, anche qui siamo in presenza di una narrativa non del tutto pura, ma con un intento didattico di presentazione dei miti e della storia occidentale. Entrambi i racconti, impregnati di un profondo romanticismo, hanno una cura estrema nella descrizione degli ambienti e dei paesaggi, e Lo scudo dell’illusione ci presenta anche una prima rappresentazione dell’idea di amore nei confronti di qualcuno da cui invece ci si dovrebbe tenere lontani che comparirà nei suoi romanzi successivi. Da notare anche come si faccia pure cenno all’Italia in tutte e due le storie. Nella prima, con le famose parole di Dante Alighieri (1265-1321) prese dal canto terzo dell’Inferno della Divina Commedia, nella seconda facendo assurgere la nostra penisola a luogo quasi mitico e paradisiaco. Una considerazione interessante è il fatto che Natsume in originale usi sia il termine kishi (cavaliere) che quelli di samurai e di bushi (guerriero), fatto che sembra evidenziare in modo ulteriore il suo sforzo, con l’uso spesso del paragone con oggetti o luoghi giapponesi, nel cercare riferimenti che aiutassero il lettore giapponese del tempo a orientarsi con maggiore facilità. In ciò possiamo osservare, oltre al proposito divulgativo di cui già detto, anche il quadro di quale fosse la conoscenza media che i giapponesi avevano dell’Europa nei primi anni del ‘900, confermando ancora, se mai fosse necessario, il valore come materiale di studio di queste opere. A ogni modo, in traduzione si è preferito usare soltanto i termini cavaliere e guerriero, più coerenti per il lettore italiano con una narrazione ambientata nell’Inghilterra medievale.

Il secondo autore è Yamamura Bochō (1884-1924), di cui si pubblica la versione integrale della raccolta di favole Chiruchiru-michiru (Chiruchiru-michiru, 1920), una delle sue opere più importanti. Poeta e favolista, Yamamura ha affidato a questa raccolta tutti i suoi sentimenti e le sue speranze più intime, così come lui stesso scrive nella prefazione dell’opera. Non si tratta di semplici parole formali. Yamamura ha scritto queste favole nel periodo più buio della sua esistenza; la sua salute era ormai irrimediabilmente minata dalla tubercolosi, male che quattro anni dopo avrebbe posto fine alla sua vita. Non bisogna quindi stupirsi della costante presenza della morte e di una profonda vena di malinconia. La raccolta è il suo testamento spirituale dedicato a quei bambini che tanto aveva amato e a cui voleva lasciare un profondo messaggio di vita costruito sulle basi della sua esperienza personale. Il lirismo che pervade ogni singola favola è toccante, così come eccellente la descrizione delle caratteristiche positive e negative dell’essere umano. Notevole è anche il tocco felice con cui Yamamura conferisce vita ai suoi animali riuscendo a non trasformali in goffe parodie dell’uomo. Ciò è una caratteristica di tutta la sua opera poetica. In molti suoi componimenti egli ha saputo dare con grande sensibilità voce alle creature della natura, costruendo un dialogo armonioso tra gli esseri umani, gli animali e persino le piante. Yamamura, che a diciotto anni aveva ricevuto il battesimo, ha svolto per lungo tempo attività d’evangelizzazione in Giappone e tale esperienza di fede, unita alle molte vicissitudini che dovette affrontare nel corso della sua esistenza, ha influito sicuramente sulla sua personalità letteraria.

Yumeno Kyūsaku (1889-1936) con i racconti brevi Negli occhi del maestro (Sensei no medama ni, 1924), Amefuri bōzu (Amefuri bōzu, 1925) e Il cannocchiale prodigioso (Fushigina tōmegane, 1925) ci mostra la sua abilità nella stesura di brevi storie simili a fiabe, dove s’intravede il suo animo sensibile. Il cannocchiale prodigioso, in particolare, si collega alla nota storia di UrashimatarōXV e al già citato Taketori monogatari. Tuttavia, è con le due opere seguenti Cravatta blu (Aonekutai) e Il tè kunlun (Konroncha), entrambi parte di un unico racconto dal titolo I pazzi ridono (Kyōjin wa warau, 1932), che lo scrittore si esprime al meglio. Il primo è la storia di una ragazza che ha tentato il suicidio più volte e che, rinchiusa in una struttura sanitaria, attende l’arrivo del famoso detective, per l’appunto chiamato Cravatta Blu, perché la salvi. Il secondo, invece, narra di un misterioso tè cinese simile a una droga e descrive l’incredibile e onirico viaggio alla ricerca di questa misteriosa e leggendaria pianta che, secondo il delirio del protagonista, è ambita dai cinesi più ricchi e potenti. Yumeno, figlio

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