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La Notte di Taranto: Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940
La Notte di Taranto: Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940
La Notte di Taranto: Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940
E-book278 pagine4 ore

La Notte di Taranto: Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940

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Info su questo ebook

Il duro attacco aereo inglese alle navi della Regia Marina italiana nel porto di Taranto, nella notte fra l'11 e il 12 novembre 1940, è vissuto e narrato in prima persona dal sergente di Marina Gaetano Paglia, in servizio alla Base Navale.
     La tensione che precede il temuto attacco, i preparativi e le polemiche sulle difese inadeguate della Base e dell'intera flotta, si intrecciano, per Gaetano, con la riscoperta critica della città, della sua storia e le sue trasformazioni – che egli percepisce come “perdite” – fin dall'arrivo della Marina a fine '800, che ne farà una “città/caserma”.
In quelle ore egli interroga anche sé stesso, il senso del suo essere soldato e le sue vere aspirazioni, il legame sempre più forte con la sua amata lontana. Mentre decide di lasciare la Marina, Gaetano tesse una ripartenza nelle sue vicende di vita, intrecciate coi nodi e i destini della città dei due mari, che egli vede ormai costretta «sotto il segno delle sue navi».
   Si annodano così, al termine del viaggio, i fili di una intravista “Itaca” cui approdare, nel segno contrastato di un nóstos, un ritorno sì legato alla casa e agli affetti, ma anche volto a una più lunga gittata, verso il lettore di oggi: tutta dentro i problemi e le chiavi – più che mai attuali – del futuro della città stessa e del suo rapporto con la Marina Militare, oggi ormai da riscrivere profondamente.
LinguaItaliano
Data di uscita30 mag 2018
ISBN9788828330493
La Notte di Taranto: Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940
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    La Notte di Taranto - Roberto Perrone

    Roberto Perrone

    La Notte di Taranto

    Intorno a una città e alla notte dell'11 novembre 1940

    La Notte di Taranto

    1 a edizione: Scorpione Editrice, Taranto, 2014

    Copyright © Roberto Perrone 2016-2018

    La calligrafia del titolo

    e la copertina sono dell'autore.

    Immagine di copertina:

    Roberto Perrone, Città di sogno. Elogio di Taranto,

    2000, pastello su carta, cm 50x65, coll. privata.

    Contatti:

    leviedeltabacco@libero.it

    UUID: 4fa894de-640f-11e8-95e1-17532927e555

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Indice dei contenuti

    Note al testo

    Odisseo

    Iter. La città

    Penelope

    Ciclopi e sirene

    Visioni

    Libero Maestro Muratore

    Il rifugio

    Il Principe dei Modellisti

    La Notte di Taranto

    La Grande Depurazione

    Nòstos

    Itaca

    Postfazione dell'autore

    Nota biografica sull'autore

    Illustrazioni

    LE VIE DEL TABACCO

    Una cronaca famigliare

    V

    Roberto Perrone

    LA NOTTE DI TARANTO

    Intorno a una città

    e alla notte dell'11 novembre 1940

    sylvalocifolia

    MMXVIII

    Particolare della restituzione prospettica della villa di S. Lucia dell'Antico Arcivescovo di Taranto Giuseppe Capecelatro (1744-1836), condotta su una foto scattata poco prima della demolizione eseguita negli ultimi anni del XIX secolo. Foto originale conservata presso la Civica Biblioteca Acclavio di Taranto (R. Perrone, 2013)

    a Clara e Alfredo

    a Lavinia

    Note al testo

    La Notte di Taranto sta al Mediterraneo

    come Pearl Harbor sta al Pacifico.

    Accentazioni e parole inusuali come àncora, libricino, luccichìo, subìto, ecc., sono una precisa scelta stilistico-grammaticale dell'autore.

    Per la cronaca dell'attacco aereo dell'11-12 novembre 1940 alla base navale di Taranto, e per il contesto storico-militare, l'autore si è avvalso della consultazione dei seguenti volumi:

    B. B. SCHOFIELD, La notte di Taranto - 11 novembre 1940, Milano, Mursia, 1974.

    N. B. LO MARTIRE, La notte di Taranto (11 novembre 1940), Fasano, Schena, 2000.

    A. PETACCO, Le battaglie navali del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1976.

    La Notte di Taranto

    Odisseo

    1

    Dannata sorte! Sta guerra ci ha fregato tutti. Ma io ho sempre voluto fare il capomastro e lo farò.

    Ci ripensa, Gaetano, mentre prende il cappello nell’armadietto della sua camerata e se lo calza in testa. È di cattivo umore. Si dorme poco e male, con tutti questi allarmi. Prende anche il filo a piombo, le chiavi e il suo quaderno di appunti, infila tutto nella sua piccola custodia personale in cuoio, che chiude con due linguette a fibbia. La usa solo quando esce per servizio e la mette dentro la più grande borsa a tracolla che passerà a prendere in Maggiorità. E il filo a piombo, col suo rocchetto e lo spago duro, quella goccia che sembra un ravanello dorato, Gaetano se la lucida ogni tanto, sulla sua branda, con un po’ di bicarbonato e uno straccetto di panno ruvido. Poi ci passa una cera che gli ha dato un amico nelle officine dell’Arsenale. Perché è orgoglioso del suo filo a piombo. Se lo è fatto regalare da suo padre, Simone Paglia, capomastro. È lui che gli ha insegnato il mestiere, nonostante tutto. Gaetano invece non ha con sé un oggetto che lo leghi a suo nonno, Alfredo Paglia, che gli ha dato tutto il resto che non è il mestiere. Non solo lo ha educato fuori dalle aule della scuola ma gli ha dato anche una coscienza, che il vecchio, da anarchico irriducibile, chiama «coscienza politica» e che Gaetano tante volte si rimprovera di aver tradito, venendo in Marina.

    Ma suo nonno lo ha sempre capito, lui sa capire, lui lo sa, sa cosa si agita dentro quello che non è più un ragazzino, quel suo primo nipote che lui, scalpellino e mosaicista come ce ne sono pochi, noto in tutta la Terra d’Otranto, si porta dietro per mostrargli orgoglioso alcuni dei suoi lavori più importanti. Lo porta a vedere il restauro e la sostituzione di alcuni capitelli e statue nell’antica Basilica di Santa Caterina a Galatina, insieme a tutti gli altri tesori in quell’edificio dall’aspetto così modesto, fuori, e che si rivela invece, d’improvviso, agli occhi di quel bambino intimorito da tanta magnificenza, un tempio delle arti, saturo di affreschi, mosaici, sculture e fregi. Lo guarda parlare con i frati, suo nonno, come se si conoscessero da sempre, con un'affabilità che a lui, il piccolo Gaetanino, sembra già fuori posto vista la fama di mangiapreti di nonno Alfredo. Ma quando si tratta di lavoro, lui lo capisce già, non c’è né politica né religione, perché «l’arte, vedi Tanino – gli dirà un giorno – è al di sopra delle religioni perché le religioni se ne sono sempre servite. Ricordatelo». E non gli ci vorrà molto, lui ragazzo irregolare per carattere, a capire quanto deve tanto alle idee quanto a quella che conoscerà, un giorno, essere la pratica anarchica di suo nonno.

    È dunque in questa chiesa che Gaetanino vede l’impossibile: i famosi capitelli di S. Caterina a Galatina? Sì, li ricorda vividi ancora come se li avesse visti ieri, quelle spume, vere e proprie trine di pietra soffiate d’aria, cristallizzate nella patina scura e sporca dei secoli dal respiro di folle innumeri di penitenti e fedeli d’ogni occasione, d’ogni sorta e motivazione: di mendicanti e di matrone, gentiluomini e dame, massaie e bifolchi, prefiche e serve, delinquenti di lusso in doppiopetto gessato e braccianti con la pelle bruciata dal sole e la sola bianca, disdicevole sommità del capo, scoperto dalla coppola; sindaci e assessori, poi fascisti e podestà, sindacalisti, comunisti, partigiani e capipopolo, contesse e baronesse e dame di compagnia e paggi e paggette; giovani azzimati con cravatta e brillantina che lanciano e cercano sguardi obliqui di ragazze, nella navata di destra, e ragazze in età di marito nella navata di sinistra; spose e mariti e comari e compari, puttane riconosciute e tollerate e amanti chiacchierate, parenti sconosciuti di passaggio e il tutto contornato senza sosta da nugoli di suore, seminaristi, chierichetti, cori di voci bianche e ragazzi da schola cantorum... tutto il fiato, i sospiri, le preci e le speranze di queste masse anonime o omaggiate di passaggio, tutti i loro fiati si sono posati su questi merletti caduchi per lunghi secoli, umidicci e impregnati dei loro untuosi peccati e delle loro virtù...

    Parecchi di quei capitelli nonno Alfredo li ha fatti con le sue mani, a perfetta imitazione degli originali deteriorati, e tutta la corte dei professori non ha trovato parole adatte per elogiarlo, con tripudio di onori e di gloria in poche ore, in pochi giorni. Poi Alfredo sarà dimenticato per qualche tempo ma il piccolo Gaetano è già sicuro, fin dalle prime escursioni, che in tutte quelle ghiere floreali, in quelle panette antropomorfe e di maschere, di bestiari fantastici e solo più veri del vero da sembrare fantastici, draghi, diavolazzi e grottesche minacciose che spiccano balzi contratti, forse indulgenti, forse implacabili, è sicuro che in quelle facce, in quelle foglie c’è il respiro affannoso di suo nonno: nel corpo a corpo nervoso con lo scalpello e con la pietra, scandito dalle parole secche del racconto di quelle scene che fa quasi a se stesso, col tono sommesso e mormorato, più religioso e umile di una preghiera, di quelle pareti dipinte stampate davanti e alle spalle circolari del vuoto del tempo, su cui sfilano scimmie e dannati tutt’occhi, zampe di rami nodosi e artigli senza misura... Il piccolo Gaetano sa che tutte quelle scene, quei grovigli di bestiari, di inferni e paradisi vegetali e animali, anche se non tutti di sua mano, sono stati, ancor prima che negli occhi, nei tormenti d’artista del nonno e poi nelle sue mani; lui, il perfetto esecutore delle storie che scendono dalle parole e dalle parabole di tutte le bibbie del mondo, tutto quello che anche Gaetanino, adesso, con la mano nella mano del suo illustre tutore, vede anche coi suoi occhi dilatarsi, e spingere, sciogliersi e riformarsi, nel suo piccolo ma generoso cuore, intimorito e pulsante meraviglia, sotto il suono guida delle sue parole sussurrate. E ad ogni passaggio, ad ogni sua parola insistita, il Maestro prova a spiegare la dimora lontana di quelle creature bizzarre, di quelle foglie così perfette e fiorite che però lui, Tanino, non ha mai visto nell’orto dietro casa ‒ forse quelle dei cavoli, o di certe insalate ‒ né nei suoi libri e nemmeno nelle aiuole della villa comunale...

    Ogni volta che lo scenario cambia, rassicurato, Gaetano trae un sospiro di sollievo, protetto dalla mano grande e forte di lui, che tiene la sua, e da allora quella mano per lui sarà il vincolo, il contatto intimo e segreto che lo unirà per sempre alla figura autorevole, sapiente e qualche volta burbera, di suo nonno; da allora saprà che quelle mani strette, sotto gli archi acuti e le pareti affrescate di quella chiesa edificata da mani divine e geniali, si sono date il testimone di un tesoro inestimabile, sotto i loro occhi che si incrociano sullo stesso oggetto e sfondano ogni prospettiva di tempo e di luogo. E quella chiusura, quella che lui avrebbe imparato, più grande, a chiamare una triangolazione, fra lui, il nonno e le sue cose, mette fuori tutto il resto, inesorabilmente, e nemmeno gli sterminati affreschi della chiesa, sfolgoranti colore e luce e inzuppati di figure e di storie, possono attrarlo quanto ciò che vede e accudisce nella sua memoria sopra le parole del Maestro.

    Così accade per i mosaici che nonno Alfredo ha restaurato sul pavimento della cattedrale di Otranto. Lo porta anche lì. E se a Galatina l’universo si spande e pulsa nei suoi occhi con la vertigine di trovarsi dentro, imbozzolato nelle volute di una Natura in germinazione perenne, come delle schiere di angeli e cherubini, di profeti e cavalieri, a Otranto lo sgomento, il discanto rivelatore si impadronisce di lui per altre rotte: forse, così ripenserà più volte da grande, in quella prospettiva smisurata della cattedrale, sull’immenso tappeto musivo del pavimento, lui si sente un po’ più sicuro per avere a portata di mano tutte quelle storie di peccati e di inferni, di angeli e di guerrieri, di maniscalchi e fabbri, servi e cortigiane e imperatori e bestie. Le ha tutte sotto i suoi piedi, gli scorrono sotto, nella presa sicura della mano del nonno, i vizi e le virtù, i mestieri e i mesi e i cieli, i giardini del paradiso e le torture inflitte dai savi, l’arca in cui si salvò il mondo e la superbia di scale infinite poggiate sulla torre di Babele.

    Dallo spazio immenso, lungo e alto della navata centrale a Otranto, sopra la guida del largo tronco dell’Albero della Vita, Tanino si diverte a seguire le ramificazioni più grosse, che rigirano su sé stesse o per cerchi più larghi, spire che fanno a gara coi tracciati dei labirinti che stringono in morsi irresistibili, come prigioni eterne, li cunti della vita e della morte, del successo e del potere, della salvezza e della caduta. Poi saltare su un ramo che regge un’iscrizione, una data, un nome che va letto, e passare nelle navate laterali dove bestie e uomini si stringono in oscene mescolanze, lingue diventano rami che s’annodano ad altri rami, code verdi ravvolgono tronchi di falsi timoni d’ancoraggio a una via di fuga, vessilli del disincanto feroce... Fino alla svolta nel semicerchio sacro dietro l’altare, là dove la mano del nonno diventa l’unico appiglio nella luce tornata a schiacciarti sulla vivida successione di occhi redenti dal favore della grazia, nella curva dove il fremito aurorale del ritorno, l’innumere delle tessere di pietra che si offre, docile, al tuo passaggio, ti lascia esausto ricettore di cose e di epifanie già troppo grandi per te...

    Così accade per gli splendidi ricami di colori nelle ville e nei castelli fantastici alle Cennate, dove passa ogni volta per andare ai bagni, prima della discesa che s’apre fra i pini verso lo sfrigolante e smisurato luccichìo del mare di Santa Maria al Bagno, alla marina di Nardò, o verso la torre di Santa Caterina, a Portoselvaggio. I cantieri di quelle ville fastose sono anche la vera scuola di suo padre, come lui stesso gli racconta, ancora giovane capomastro che impara il mestiere, e spesso proprio su quei cantieri si ritrovano con il nonno, che lo guida e lo consiglia quando anche lui è chiamato ovunque, all’apice della sua fama di scalpellino e decoratore. È qui che anche mastro Simone capisce cos’è lo stile e quanti ce ne sono per il mondo che si devono riprodurre, tutti in quel fazzoletto di pineta esposta a solatìo, dove ogni villa e castello è un campionario fantastico di fioriture, di geometrie e di mondi che si tengono e si intrecciano smisurati, si chiamano da villa a villa, fin dai pomeriggi schiantati dal calore quando capita talvolta di cedere le armi al sonno, per aprire i cancelli a tutte le battaglie innominabili fra i mari di Levante e le corti damascate d’ombre, fra caravanserragli e oasi odorose d’ambra e di resine e bisbigli di fanciulle dispettose...

    E le vendette dei suoi compagni di banco quando lui, Tanino, rinuncia alla scuola e crede di avere comunque il diritto di continuare a giocare, sotto gli sguardi risentiti delle femminucce che cominciano ad evitarlo perché così è più facile, anche se sanno il suo valore, eccome se lo sanno: solo lui sa intrecciare le lettere di quei nomi di fanciulla copiando esattamente i decori sfavillanti alla luce, sui fregi e i portici di quelle ville di sogno, dove vorrebbe portarle di nascosto. Anche per lui il mondo dei giochi si forma, si apre, accoglie, ma non riesce mai a separarlo dalle sue fantasie reali che inanellano ogni altra cosa intorno. Non può distinguere gli arabeschi tracciati con un rametto, o sulle mattonelle di un terrazzo, dalle trine e gli intrecci che ha visto coi suoi occhi, a Otranto, a Galatina o alle Cennate. Crede che tutto quel mondo sia figlio dello stesso respiro, di un unico racconto che è lo stesso racconto della Creazione Divina, come tutti hanno imparato. Ma gli altri, le altre, non riescono più a seguirlo quando passa con troppa leggerezza, con gaiezza ma con assorta precisione, da un elemento all’altro, dal sacro al profano, dal disegno di un viticcio attorcigliato ad un santo con gli occhi sbarrati, come fosse nella morsa delle spire di un pitone e guarnito di foglie verdi come aureole, alle fiere maculate che mangiano bambine con le trecce... E un giorno loro cominciano a non voler più giocare con lui, ma Gaetanino ricambia quegli addii senza esitazione e senza pentimenti, e restano sempre il nonno e le sue gite, tornando a casa da quelle visite in calesse. Il peso, la smisurata risonanza di quelle figure, di quelle trine e quei bestiari, ribollendogli dentro lo ammutoliscono, anche dopo i sussulti di piacere che sorbisce con i bastoncini di liquirizia che il vecchio gli ha comprato, e sprofonda in tutte quelle immagini nel sonno ristoratore sotto la coperta, cullato dalle forcelle dello sciarrabballa.

    E poi a casa lo aspettano le insormontabili fatiche del ripasso e dello studio. Anche per queste spesso si rifugia nella bottega del nonno, in tutti i lunghi pomeriggi d’inverno accanto alla stufa a legna con la bocca di fuoco aperta, le cui fiamme illuminano le pagine dei grandi libri illustrati che mastro Alfredo consulta per il suo lavoro, e che riempiono due intere vetrine di noce, alte, larghe e capienti. Gaetanino non smette mai di saccheggiarle. Quei libri sono spesso l’oggetto di sfide fantastiche nei suoi sogni notturni, quando diventano una parete vertiginosa dalla vetta invisibile che si perde fra le nebbie, da salire sulle vecchie scale per le olive sempre più lunghe, con il continuo terrore di cadere nel vuoto, come in altre notti e in altri sogni è già successo. In bottega consuma gli occhi passando di continuo dalle figure sulle grandi pagine di atlanti e repertori, ai resoconti di viaggio da terre esotiche dove le foreste risucchiano uomini coraggiosi, ai disegni di templi fantastici scolpiti nella pietra come grandi torte di terra, fino al dedalo delle sue fantasie liquefatte e risorgenti dalle fiamme nella bocca della stufa; e poi stupefacenti disegni di erbari, geometrie di intrecci di fiori, di corde e di festoni, di serpi che si mangiano in circolo la coda, e le pagine dei libri d’arte con le foto, di chiese e di castelli, di busti e statue, di fregi, di piramidi e di frontoni. Ogni cosa si impasta nelle sue domestiche triangolazioni, fra gli occhi avidi, il riverbero nelle fiamme delle sue fantasie, dove tanti bestiari trovano alimento negli inferi smisurati e sempre diversi, e la sua mano che si fa esperta e intrepida nei tanti fogli che riempie dei suoi disegni, accudito dal familiare tac-tac-tac di martello e scalpellino del suo vero, grande Maestro.

    È così che Gaetanino impara a disegnare, è così che passerà dall’indistinta e rassicurante melodia delle nenie nella culla, ai racconti vividi e reali dei suoi progenitori. Ma senza passare per le favole. Finché, dal bozzolo ricco e irrequieto accanto al nonno, passa alla vicinanza con suo padre, ormai capomastro affermato, che comincia a portarlo sui cantieri. Qui Gaetano allarga la sua educazione superiore, fra altri scultori e decoratori, ingegneri, architetti, professori. Ma a dispetto di quel che tutti si attendono, di scuola Gaetano non vuole sentir parlare. Non finisce le medie e se ne resta a casa, a prezzo dell’ira di suo padre che quasi ci si ammala. Solo quando si accorge che anche il ragazzo comincia a farne seriamente una malattia, smagrito, taciturno e triste, quando sente anche i medici allarmati da cui lo fa visitare e che gli ripetono, in due parole secche: – Mastro Simò, lo lasci andare. È l’unica medicina per un ragazzo come lui –, solo allora il padre se ne fa una ragione, gli dà respiro. Solo allora Gaetano si riprende, legge, scrive, disegna tanto di più che se dovesse farlo obbligato per la scuola e ogni tanto torna alla bottega del nonno a scolpire qualche blocco di leccisu, la pietra più tenera da lavorare; oppure disegna, si rituffa nelle sue letture disordinate in quello che in realtà diventa il suo rifugio, dove il suo vecchio maestro – e lui solo può farlo – ogni tanto passa a trovarlo per consolarlo, incoraggiarlo nei suoi dubbi o per provare ad assecondare, in realtà senza convinzione, le aspettative dei suoi genitori. Alfredo sa bene che la scuola dei banchi e dei compiti non è per questo ragazzo. In fondo è stato lui l’artefice di quel dissidio e perciò non se ne preoccupa più di tanto, alla fine ogni volta continua a coccolarlo e, in fin dei conti, nel profondo del suo spirito irregolare ed eccentrico, è orgoglioso di questo ragazzo.

    Ma il conflitto con suo padre resta. Lui non può mai permettersi il gratuito disincanto del nonno, o almeno così decide, benché debba fare il padre. Infatti il padre lo fa, e tutte le dolci arie fantastiche che ingurgita nell’aura favolosa del nonno, Gaetano le sconta poi con tutti gli scappellotti che prende da suo padre, e che continua a prendere tutte le volte che tenta di resistere alla condanna della scuola. Perché quel rifiuto è davvero inconcepibile anche per un uomo che pure, a sua volta, ha respirato fin da piccolo tanto la libertà quanto la fatica creativa della bottega paterna, e Simone figlio fa dunque pagare a lui, nipote, il risentimento inconfessabile che ha per il padre Alfredo, per non essere stato portato alle stesse abilità, allo stesso temperamento. Non stanno forse così le cose? Qualche volta Gaetano pensa anche questo, nei momenti di sconforto e di odio più feroce, più indomabile verso il padre, nei suoi tormenti solitari di ragazzo in cerca di una via di fuga. Ma più tardi capisce che non tutto può essere tramandato a tutti. Prova almeno a darsi delle risposte quando ormai non è più un ragazzino, proprio quando quelle dimostrazioni paterne di rigore educativo cessano, nel momento esatto in cui più acuto diviene il conflitto fra loro.

    Accade quando non conta più le notti in cui la testa gli martella, proprio come l’eco dei colpi di scalpello del nonno che affondano diretti nella sua testa, colpi grevi senza il ritmo guidato della mano, ossessivi come ogni ripetuta, scandita e minacciata fustigazione paterna, elargita a piena voce, satura di tutto l’astio inconcepibile per un padre che tuttavia ama e da cui viene amato. Un astio per cui anche il nonno protettore finisce per non poter fare più nulla, un astio che in lui satura ogni particola ancora libera della morbida materia dell’adolescenza, impastata ancora di tepori e sapori domestici, da quella sfocata e impotente comprensione della madre; e poi della sua stessa consapevolezza, nonostante l’età, che se non v’è stata finora una via d’uscita non è stato certo per mancanza di coraggio, perché anzi la sua forza si è accresciuta proprio con l’abitudine, acquisita con scrupolosa disciplina, di non mostrarsi vile di fronte alla propria coscienza. Finché è cresciuto accanto al nonno questa certezza lo ha protetto, e lo proteggerà ancora, ne è sicuro; ma non è questo, non è una questione di coraggio, perché ammette poi, semplicemente, nella sua immatura foga di adolescente, che ha ancora bisogno di loro, della famiglia, di quella casa. Ma in quelle notti insonni battute sulle tempie lo scalpello acuminato è l’idea, tanto dolorosa quanto liberatoria, ossigenante, di fuggire, fuggire proprio da quella casa, da quella famiglia. E allora vacilla ogni certezza, viene meno ogni resistenza e un nuovo conflitto profondo come la notte si apre, se comincia a credere che la vera prova di coraggio, in realtà, la darà proprio lì, nell’abbandonare tutte le certezze che solo una notte prima restavano tutte in piedi, incrollabili sotto i colpi del dubbio, dell’ansia e della stanchezza. Certezze che ai bordi della notte nuova sono già vecchie, prima di inverarsi solide e vivide per un’altra notte ancora, serrata fra le due radici della sua anima, che lo porta più volte alla febbre.

    Alla fine però ci arriva, esausto, a saltare il fosso. E non lo fa solo per

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