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La Mitica Terra di Punt: Sulle Tracce del Misterioso Regno che Commerciava con i Faraoni

La Mitica Terra di Punt: Sulle Tracce del Misterioso Regno che Commerciava con i Faraoni

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La Mitica Terra di Punt: Sulle Tracce del Misterioso Regno che Commerciava con i Faraoni

Lunghezza:
172 pagine
1 ora
Pubblicato:
26 mag 2018
ISBN:
9788869373343
Formato:
Libro

Descrizione

Per i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, la Terra di Punt doveva avere a che fare con il sito eritreo di Adulis, sulla ‘via dell’incenso’, una località marittima a poco più di cinquanta chilometri da Massaua.
 
Adulis era anche l’antico porto del Regno di Axum, un centro commerciale dell’Africa orientale, storicamente già ben conosciuto nel IV secolo a.C. Due grandi archeologi del passato, Gaston Maspero e Auguste Mariette suggerivano per Punt la costa orientale della Somalia, nei pressi del Golfo di Aden. Erodoto descriveva la terra di Punt come una zona con alte montagne rosse, con il vapore che dal mare sale verso l’altopiano, creando la nebbia.
 
In queste pagine andremo anche noi alla ricerca della misteriosa terra di Punt, faremo il punto sullo stato delle ricerche e cercheremo di tracciare la rotta per chi vorrà scoprirla.
Seguiremo le flebili tracce lasciate nel corso dei secoli, quelle che conducono dalle parti di Punt, o come altro si chiamava la mitica terra che commerciava con i Faraoni.
 
 Simone Barcelli (web editor della rivista Dreamland) è un divulgatore di storia antica, archeologia e mitologia. Già webmaster del portale Tracce d’eternità è stato per anni curatore dell’omonima rivista digitale in download gratuito per gli utenti. Ha collaborato con Edizioni XII nella selezione di testi inediti. Collabora con Cerchio della Luna Editore per la scelta, l’editing e la realizzazione di titoli monografici per la serie ‘I Quaderni di Tracce’. È stato tra i fondatori di A.S.P.I.S. (Associazione Scientifica per il Progresso Interdisciplinare delle Scienze). Ha pubblicato studi tematici sui mensili Hera, SpHera, Area di Confine, Fenix e XTimes, e sul bimestrale L’Iniziazione.
 
Pubblicato:
26 mag 2018
ISBN:
9788869373343
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La Mitica Terra di Punt - Simone Barcelli

​Ringraziamenti

​Introduzione

Angelo Castiglioni davanti

agli scavi effettuati a Kerma

da Charles Bonnet

(Alfredo e Angelo Castiglioni)..

Nel febbraio 2016 è mancato a Gallarate Alfredo Castiglioni, un etnologo e archeologo di settantanove anni, che assieme al fratello gemello Angelo si era reso protagonista di eclatanti scoperte in giro per il mondo.

Alfredo Castiglioni era appena rientrato dall’Eritrea e con il gemello stava organizzando una spedizione per trovare la mitica Terra di Punt.

I fratelli erano comunque appassionati di tutto il continente nero da almeno cinquant’anni.

Nel 1959 erano in Camerun per studiare le popolazioni paleonegritiche Mofu, Matakam e Kapsiki; l’anno dopo si trasferirono nel Golfo di Guinea per capire come funzionasse la medicina tradizionale degli indigeni.

Nel 1986 li ritroviamo in Niger a Gadafaua, spalla a spalla con Ambrogio Fogar e altri ricercatori, perché lì avevano individuato resti fossili di quello che è considerato uno dei più importanti insediamenti di dinosauri.

Nel 1987 i due, nel deserto occidentale egiziano, scoprirono resti scheletrici degli Achemenidi, sulle tracce di quella che fu l’armata perduta di Cambise II (V secolo a.C.), a noi nota dalle Storie di Erodoto.

Due anni dopo i Castiglioni scoprirono Berenice Pancrisia, dove erano ubicate le antiche miniere nubiane di cui faceva menzione Plinio il Vecchio in Naturalis Historia.

Per i Castiglioni, la Terra di Punt doveva avere a che fare con il sito eritreo di Adulis, sulla ‘via dell’incenso’, una località marittima a poco più di cinquanta chilometri da Massaua.

Furono proprio i fratelli Castiglioni a incentivare nuovi scavi archeologici ad Adulis fin dal 2011, coinvolgendo nella missione istituzioni e investitori.

Seguendo i resoconti lasciati dall’archeologo Roberto Paribeni, che scavò ad Adulis nel primo Novecento (‘Ricerche nel luogo dell'antica Adulis’, 1908), il sito è stato nuovamente portato in luce, poiché nel frattempo completamente ricoperto dalla sabbia.

Adulis era anche l’antico porto del Regno di Axum, un centro commerciale dell’Africa orientale, storicamente già ben conosciuto nel IV secolo a.C.

L’egemonia di Axum coinvolse molti stati africani - Egitto, Etiopia, Eritrea, Sudan e Gibuti -, ma i possedimenti si estesero anche nella porzione meridionale dell’Arabia (Yemen e Arabia Saudita) e al regno di Kush.

Si trattava di uno snodo fondamentale, perché lì transitavano tutti i preziosi prodotti provenienti dall’India, richiesti dalle genti del Mediterraneo.

Dal VII secolo della nostra era, Axum cominciò a perdere importanza, fino a dissolversi nel giro di qualche centinaio d’anni.

Secondo Stuart Munro-Hay dell’Università di Berlino, celebre per le sue ricerche sulla perduta Arca dell’Alleanza, prima di Axum c’era il regno D’mt o Da’amot: anche questi regnanti, come in seguito quelli di Axum, si vantavano di discendere da Davide, Salomone e la regina di Saba.

Due grandi archeologi del passato, Gaston Maspero e Auguste Mariette suggerivano per Punt la costa orientale della Somalia, nei pressi del Golfo di Aden.

Erodoto descriveva la terra di Punt come una zona con alte montagne rosse, con il vapore che dal mare sale verso l’altopiano, creando la nebbia.

Vale quindi la pena dedicare queste pagine alla misteriosa terra di Punt, anche per fare il punto sullo stato delle ricerche e tracciare, chissà, la strada per chi vorrà cercarla.

Cercheremo di seguire le flebili tracce lasciate nel corso dei secoli, quelle che conducono dalle parti di Punt, o come altro si chiamava la mitica terra che commerciava con i Faraoni.

NAVIGARE NELL'ANTICHITA'

Mummie e cocaina

Nel 1992 apparve sulla stampa una notizia, divulgata dall’antropologa Gisela Grupe dell’Università di Monaco di Baviera, che provocò reazioni contrastanti nel mondo accademico.

Una mummia dell'antico Egitto al Museo Egizio di Torino

(Pava)

In nove mummie dell’antico Egitto datate tra il 1070 a.C. e il 395 a.C. la dottoressa Svetla Balabanova, una tossicologa dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Ulm, aveva rinvenuto tracce di cocaina, hashish e nicotina.

Successive analisi su campioni prelevati da altri centrotrentaquattro corpi provenienti dal Sudan e custoditi in sedi museali europee, rilevarono la presenza di cocaina nel 33% dei casi.

La notizia accese la fantasia di molti, che sostennero antichi viaggi in America, asserendo che la pianta da cui viene estratta la sostanza stupefacente è nativa solo del Nuovo Mondo.

Tralasciando la possibilità di contaminazione durante gli esami, sostenuta dalla professoressa Edda Bresciani dell’Università di Pisa probabilmente solo per delegittimare la ricerca, oppure il fatto che anche altre sostanze (giusquiamo nero e mandragola) possano lasciare tracce simili alla cocaina, occorre prendere in considerazione altre ipotesi, ben più plausibili.

È sufficiente una rapida ricerca in linea per scoprire che la pianta di coca prospera sull’isola di Giava, in India (nella zona di Nilgiris) e anche in Madagascar.

È quindi possibile che la cocaina giungesse in Egitto lungo piste carovaniere e marittime ben consolidate nell’antichità, già dal III millennio a.C.

Erythroxylum coca

(Pubblico dominio)

Anche scartando l’opzione Madagascar (sicuramente) e Giava (probabilmente), rimane fattibile l’India come sede dell'approvvigionamento della sostanza in questione. Certamente si tratta di un’ipotesi che va documentata in maniera più esaustiva, ma in raffronto all’altra (la provenienza dall’America), è preferibile poiché ragionevole e almeno in linea teorica comprovabile.

A meno che l’alcaloide cocaina rinvenuto sulle mummie egizie non derivi, senza ombra di dubbio, da arbusti originari delle Ande peruviane e boliviane. Ma anche in questo caso va ricordato che tra le quattro varietà riconosciute, quella denominata ‘boliviana’ si coltiva anche a Giava.

Gente di mare

L’archeologo Alan Simmons della University of Nevada, in uno studio pubblicato nel 2012 da Science , si spinge davvero oltre quando suggerisce che l’uomo di Neandertal, e forse anche l’erectus, fosse stato capace di realizzare imbarcazioni in grado di affrontare il mare aperto per centinaia di chilometri e raggiungere le isole di Creta e Cipro.

L’ American School of classical Studies di Atene ha rinvenuto a Creta, in stratificazioni del terreno corrispondenti a 130000 - 170000 anni fa, un centinaio di asce in selce simili a quelle in uso all’Homo erectus.

Simmons pone l’attenzione sul fatto che Creta dista decine di miglia dal continente, quindi i primi navigatori dovevano conoscere almeno i rudimenti per attraversare grandi distese d’acqua.

Disarmante l’affermazione dell’archeologo quando afferma che questi primi coloni "[…] devono aver necessariamente utilizzato un qualche tipo di imbarcazione; è difficile pensare che abbiano nuotato […] molte delle isole non hanno ponti naturali con cui raggiungerle, per cui gli antichi esploratori dovevano possedere la capacità di costruire navi e le conoscenze per sapere dove condurle."

L’archeologo Thomas Strasser del Providence College of Rhode Island, che scava a Creta da più di vent’anni, sottolinea che l’isola è separata dalla terraferma da circa cinque milioni di anni e dista non meno di quaranta miglia da altri territori. Inoltre manufatti risalenti al periodo musteriano e associati prevalentemente al Neandertal, sono stati rinvenuti anche sulle isole greche di Lefkada, Cefalonia e Zante.

Il geologo marino George Ferentinos dell’ University of Wales, in uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science nel 2012, ha dimostrato che, pur essendo i mari di centomila anni fa più bassi di centoventi metri rispetto a oggi, il fondo marino al largo della Grecia è tuttora attestato a trecento metri, per cui all’epoca si navigava in un mare con una profondità di almeno centottanta metri.

Nave fenicia intagliata su un sarcofago, II sec. d.C.

(NMB)

Non ci sono prove dirette di viaggi in mare oltre centomila anni fa, poiché legno o altro materiale naturale, con cui potevano essere state costruite le imbarcazioni, sono soggetti a completa degradazione. Eppure l’antropologo Brian Fagan ci racconta che "[…] i navigatori tradizionali del Pacifico avevano con il mare e i corpi celesti la stessa familiarità che i contadini avevano con i cieli e con la terraferma. L’ambiente oceanico era ricco di indicatori significativi, purché il navigatore fosse capace di identificarli. La loro abilità si sviluppò nel corso di un lungo apprendistato: imparavano le direzioni di navigazione attraverso l’esperienza sul mare e la recitazione mnemonica ."

Seguire le stelle

Gli antichi navigatori, privi di mezzi tecnici, utilizzavano le stelle più luminose della costellazione dell’Orsa Maggiore (il Grande Carro) come punto di riferimento perché, essendo vicine al polo, era più semplice individuare la Stella Polare.

Il passo per identificare queste stelle con miti e leggende, dev’essere stato breve.

In Polinesia le stelle, così importanti per la navigazione, avevano tutte un nome proprio. I Maori sapevano che l’altezza della Stella Polare sopra l’orizzonte corrispondeva alla latitudine in cui si trovavano, e così valeva per la posizione di altre stelle osservate, come fossero delle bussole. Il dio del cielo Lono, che portava la stagione delle piogge, era annunciato dal sorgere delle Pleiadi al tramonto: segno che era meglio non mettersi più in mare.

Il fenomeno della precessione degli equinozi produce lo spostamento del Polo Nord Celeste tra le stelle: per tale ragione la Stella Polare è oggi la

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