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I Templari in Sardegna

I Templari in Sardegna

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I Templari in Sardegna

Lunghezza:
440 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
May 24, 2018
ISBN:
9788873569435
Formato:
Libro

Descrizione

I Templari in Sardegna si offre al lettore come il frutto di decenni di analisi e studi multidisciplinari condotti dall’autore alla scoperta della preziosa eredità storica lasciata dall’Ordine del Tempio in Sardegna.
Gianfranco Pirodda affronta un appassionante percorso di ricerca delle testimonianze documentarie, iconografiche, architettoniche, linguistiche e folcloriche disseminate nell’isola, talvolta dimenticate, spesso ignorate, eppure depositarie di una parte tanto affascinante quanto fondamentale della Storia sarda.
Ogni aspetto trattato è puntualmente approfondito dall’immancabile confronto con testimonianze affini provenienti dai più vari scenari internazionali in cui i Cavalieri Templari si sono trovati a operare nel corso dei secoli.
Una capillare conoscenza della storiografia mondiale si arricchisce all’interno dell’opera di prospettive inedite, capaci di ribaltare gli apparentemente inamovibili punti di arrivo delle teorie più diffuse, trasformandoli in interessanti spunti di partenza verso nuovi percorsi di indagine ancora insondati.
Un’opera di ampio respiro, capace di rivolgersi tanto agli studiosi e ai ricercatori, quanto agli appassionati e ai curiosi, definendosi come uno dei capisaldi immancabili della storiografia sui Templari e sulla Sardegna.

I Templari erano soliti lasciare i loro segni e simboli all’interno delle chiese e delle altre costruzioni in cui svolgevano le attività quotidiane, in particolar modo quelle produttive, al fine di indicare la loro presenza e di sottolineare le peculiari esenzioni che ne derivavano. Questi segni, dopo lo scioglimento dell’Ordine da parte di papa Clemente V ad Avignone, furono coperti, cancellati, graffiati o scolpiti via durante i secoli XIV e XV. Dal momento che fino a oggi la ricerca si era dedicata solo marginalmente alla riscoperta di questo patrimonio iconografico – nascosto sotto gli intonaci, dimenticato, ignorato, e talvolta occultato da secoli – i Templari sono stati passivamente considerati assenti in Sardegna. Dopo anni di ricerche sul campo e il rinvenimento di innumerevoli nuove testimonianze, Gianfranco Pirodda dimostra finalmente come i cavalieri del Tempio fossero numerosi e potenti nell’isola, aprendo la storiografia a nuove imperdibili conclusioni.
 
Editore:
Pubblicato:
May 24, 2018
ISBN:
9788873569435
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I Templari in Sardegna - Gianfranco Pirodda

Gianfranco Pirodda

I Templari

in Sardegna

ISBN 978-88-7356-943-5

Condaghes

Indice

Dedica

Premessa

Considerazioni generali

PARTE I – Documenti sulla presenza templare in Sardegna

PARTE II – Storia e vicende dei templari sardi

PARTE III – Luoghi ed edifici dei templari in Sardegna

Bibliografia in nota

Bigliografia ragionata

Riferimenti fotografici

L'Autore

La collana Pósidos

Colophon

dedicato alla mia dolcissima,

meravigliosa e insostituibile moglie Didi Serra

Premessa

i) Elementi essenziali per la ricerca templare

Un’osservazione iniziale

Le ricerche sulla presenza dei templari in Sardegna si basano principalmente sul ritrovamento di segni e simboli, che in Sardegna vengono spesso trovati nascosti sotto gli intonaci degli edifici templari. Diventano così essenziali e molto significativi l’origine, la storia e il significato di questi segni che, dopo lo scioglimento dell’Ordine da parte del papa Clemente V ad Avignone, furono cancellati, graffiati, o scolpiti via, o coperti con nuovi intonaci durante i secoli XIV e XV. L’aver voluto nascondere e far sparire dai muri delle chiese e dai vari edifici i loro simboli dimostra in primo luogo la volontà dei papi di occultare la presenza dell’Ordine del Tempio. Le costruzioni con queste caratteristiche infatti non possono essere attribuite ad altri ordini monastici, come gli ospitalieri giovanniti. Sbagliano quei ricercatori che, per fare un piacere alla Chiesa, negano questo fatto, come fanno oggi Barbara Frale, ricercatrice vaticanista, o il giovane Massimo Rassu, che ha attribuito tante chiese templari ai giovanniti, nonostante avesse già affermato che erano state dei templari. Alcune chiese di questi ultimi, dopo lo scioglimento, andarono ai cavalieri giovanniti, ma molte altre furono confiscate dagli altri ordini, benedettini, francescani, domenicani, da vescovi e arcivescovi, oltre che da privati¹.

Tutto questo dimostra che i segni che vediamo ancora oggi emergere da sotto gli intonaci, specialmente in questi ultimi anni, fanno parte dell’antico patrimonio dei templari, e furono coperti con la malta almeno sette secoli fa, cioè poco dopo lo scioglimento dell’Ordine (1312)².

Alcuni ricercatori, non troppo esperti e incuranti delle recenti scoperte, non condividono l’appartenenza di certi segni all’Ordine del Tempio, in particolare le rosette, e li classificano come bizantini, celti, o appartenenti ad altri ambienti religiosi, ma senza alcun collegamento dimostrato con i templari. E negando l’appartenenza della rosetta a sei raggi ai templari, non fanno altro che giudicare l’opera seria degli studiosi come parto di fantasia, escludendo l’importanza delle nostre scoperte. Essi ci accusano di vedere segni templari dappertutto.

Mi riferisco in particolare alla rosetta a sei e a otto raggi (vedere l’inserto a colori, immagine n° 8, d’ora in poi abbreviato ic.8), alla croce templare, alla zampa d’oca, alla tau aramaica, al pellicano, all’Agnus Dei e ad altri segni, che invece furono sicuramente segni presenti nelle chiese cristiane e negli altri edifici non religiosi del Tempio, come sostiene da decenni chi fa ricerche nell’ambito. E il loro ritrovamento determina con certezza l’antica presenza in quei siti dei cavalieri rosso-crociati. La loro intenzione, fin troppo scoperta, è di sostenere che, dato che la rosetta sarebbe solo bizantina, i luoghi dove noi la continuiamo a trovare, anche sotto gli intonaci, possono essere solo altomedievali e non templari. Per tentare di arrivare a tali conclusioni, la prima critica che ci viene rivolta da tali signori è che la rosetta a sei raggi non sarebbe mai stata secondo loro un simbolo del Tempio, ma sarebbe stata di molto precedente, di origine bizantina o celta.

1. La prima risposta che si può dare a chi nega che la rosetta a sei raggi appartenesse ai templari è il fatto che questo segno non compare quasi mai da solo, ma si presenta inserito in un complesso grafico o pittorico in cui sono presenti altri segni templari, come la croce templare, la X o altre forme grafiche, quasi tutte appartenenti all’Ordine. Se anche l’interpretazione della provenienza del segno della rosetta potrebbe essere – per pura ipotesi – discutibile quando il segno è isolato, questo non si verifica quasi mai, in quanto essa è sempre di solito accompagnata da croci patenti e altri segni templari.

Questi precisi e numerosissimi simboli compaiono in tutta Europa e comunque in tutte le zone dove furono presenti i templari. Noi personalmente li abbiamo osservati e fotografati in Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Austria e Svizzera. Ora, come potrebbe la rosetta essere un segno bizantino o celta, ovvero quindi dell’Alto Medioevo, se assieme alla rosetta compaiono altri segni dei templari? È chiaro che se la croce patente del Tempio è appartenente all’Ordine, non può essere diversa la rosetta che la accompagna.

2. Una seconda importante considerazione è che tutti questi segni compaiono in edifici costruiti in un periodo compreso tra i secoli XII e XIII. In buona sostanza, la rosetta a sei raggi, che troviamo nelle chiese e negli edifici del periodo delle crociate o di tempi successivi, non può essere stata realizzata dai bizantini nella Sardegna dei secoli suddetti, perché al tempo essi mancavano dall’isola già da tre o quattro secoli. E nemmeno l’ipotesi della presenza di una cultura celtica nell’isola ha molto senso, se correlata alle immagini della Sardegna nel periodo dei templari.

3. Infine, la rosetta a sei raggi è presente nelle chiese dell’Ordine in tutta Europa (e le pubblicazioni degli studiosi europei lo confermano), ed è collocata in edifici di proprietà dei templari, datati nei secoli XII e XIII. Tra l’altro gli edifici dei rosso-crociati, sia quelli religiosi, che quelli relativi alle loro attività e mestieri di tanti generi diversi, erano edificati da maestranze precise, che seguivano tradizioni e metodi suggeriti, e talvolta imposti, dai Cavalieri. E in questi edifici sono presenti le rosette templari.

Nella ricerca non possiamo evitare gli studi sulle maestranze che operarono in Sardegna dal secolo XI in poi. Nell’isola, i cavalieri templari e i cistercensi sono stati gli importatori del gotico che, con gravissimo errore (sostenuto da Raffaello Delogu), viene attribuito ai francescani, giudicando invece francescani gli edifici messi in piedi dai templari. Tale abbinamento erroneo dipende dal fatto che molte chiese appartenenti a questi ultimi, dopo lo scioglimento del Tempio (1307-1312), finirono in mano ad altri monaci, in particolare ai frati minori. Talvolta le maestranze edilizie passavano dall’Ordine cistercense (quello di S. Bernardo) a quello templare, come i Figli di Salomone in Francia. È quindi comprensibile l’errore del Delogu, perché lo stile cistercense è simile a quello templare. Ma le chiese sarde dei cistercensi sono sempre state riconosciute e non si sono verificate vicende di cancellazione dell’Ordine.

Inoltre, non è pensabile che in Sardegna abbiano operato delle maestranze locali indifferenziate, in grado di conservare tecniche e metodi autoctoni del tutto dipendenti dall’antica tradizione, che contemplasse anche la tradizione bizantina, tra cui i fregi con croci e rosette realizzati da artisti bizantini ancora presenti nel territorio. Non è assolutamente così. Per capirlo basterebbe seguire lo sviluppo dell’architettura nell’isola, e vedere come le maestranze siano cambiate continuamente. Ma noi sappiamo bene di quali maestranze si tratti. Vi sono quelle di S. Giusta, collegate, secondo il Delogu, alla tradizione pisana e pistoiese, dalle quali provengono le chiese bicromatiche o tricromatiche, assegnate genericamente ai benedettini, come S. Paolo di Milis (v. ic. 1), S. Maria di Bonarcado, S. Pietro di Sorres, S. Trinità di Saccargia, e tante altre.

Vi sono anche le maestranze della tradizione francese, in particolare dei monaci che venivano in Sardegna a erigere chiese che potrebbero essere state cistercensi, vittorine o templari, come S. Antioco di Bisarcio o S. Maria di Corte o Cabuabbas. Talvolta alla tradizione francese si unisce quella araba e pisana, come a Uta nella chiesa di S. Maria. Finché, come sostiene Raffaello Delogu, che inviterei a un’attenta lettura per capire l’evolversi e lo svolgersi delle varie fasi di trasformazione dell’architettura sarda, non arrivarono dalla Spagna in Arborea, a metà del XIII secolo, le maestranze mudejar che, dopo la conquista templare e crociata di Valencia (1238-1239), importarono in Sardegna lo stile arabeggiante o appunto mudejar, più propriamente uno stile templare iberico, rintracciabile nell’isola già nel 1242 nella chiesa di S. Maria di Bonarcado. Anche da questo possiamo dedurre che in quella data precisa Bonarcado appartenesse ai templari e non ai camaldolesi pisani. Da quel momento in poi le chiese in Arborea furono edificate con questo stile³, a cui subentrò subito dopo quello definito dal Delogu francescano-cistercense, ma che dovrebbe essere chiamato più propriamente o più correttamente francescano-templare.

Sarebbe quindi opportuno che gli studiosi sardi del Medioevo, che appoggiano tali tesi, ci spiegassero dove sarebbero state in Sardegna nel 1200 queste maestranze bizantine che continuavano a usare le rosette. Nel XIII secolo non esistono in nessuna parte della Sardegna delle maestranze di tale provenienza, tantomeno nei luoghi dove compaiono numerosissime rosette, come Milis, S. Vero Milis, Bonarcado, Riola, Narbolia, Seneghe e Santulussurgiu.

Esiste poi un’altra questione importante: le forme sono diverse. I contenuti rappresentati da rosette e croci patenti, nei secoli della presenza bizantina in Sardegna e in Italia, sono ben diversi dalle forme che troviamo e che provengono dall’arte templare. Invitiamo pertanto gli studiosi a rivedere attentamente i dettagli delle decorazioni della chiesa di Ferentillo, pubblicate da Roberto Coroneo. Le forme templari di croci e rosette provengono quasi certamente da quelle armene e bizantine, ma la differenza c’è e si vede. La rosetta diffusa in tutta l’Europa templare non è quella bizantina, bensì quella dell’Ordine.

Comunque, non è tanto importante da dove provenisse la prima rosetta che entrò a far parte del patrimonio templare e che fu inserita in un loro edificio dalle maestranze che edificavano costruzioni per l’Ordine a Gerusalemme o in Armenia. Ciò che importa è che tutte le rosette dei templari hanno le stesse caratteristiche e danno il marchio alle loro costruzioni. È necessario tenere conto di come si trovino in tutte le costruzioni templari d’Europa, anche in quella settentrionale, come Svezia e Norvegia, in tutta la Francia e la Spagna, nelle isole britanniche e nell’Europa centrale. Tutti luoghi in cui i bizantini non sono mai arrivati.

I templari con l’inizio delle crociate acquisirono quel segno in Terrasanta, in Armenia e in Egitto e lo diffusero in tutta Europa. Tale segno, che ebbe in antichità una grande diffusione in tutto il mondo e veniva nominato Fiore della Vita, nella forma precisa portata avanti dall’Ordine, trovato nel Tempio di Gerusalemme (esattamente in case sacerdotali del secondo tempio), cambiò nome e si chiamò Fiore del Tempio. Questo segno non è quasi mai isolato, ma è presente assieme ad altri segni templari, come la croce patente e la tau a X. Quindi, quanti ancora insistono sull’appartenenza della rosetta ai simboli solo bizantini dovrebbero affrontare anche l’esame di tutti gli altri segni associati.

La rosetta a sei raggi, dopo lo scioglimento dei templari (1312), continuò a esistere in Europa, diventando un segno attribuito dagli artigiani alle loro opere, anche quando di esso se ne era ormai perso il ricordo, diffondendosi anche sulle Alpi italiane, francesi e nella Confederazione Elvetica, la cui prima fondazione risale al 1312, in coincidenza con lo scioglimento suddetto, per cui i leghisti lo chiamano erroneamente Sole delle Alpi, attribuendogli un’origine celtica. Ma la presenza sulle Alpi della rosetta templare è databile solamente dopo il 1450-1500 d.C.: questo segno, nella forma in analisi, come abbiamo detto è diffuso in tutta Europa, e soprattutto in Scozia, dove venne utilizzato fino al 1700 per arricchire le tombe di Kilmartin o di Kilmory, trasformatesi da templari in massoniche negli anni successivi al 1307. Dai templari scozzesi scaturì la Libera Muratoria Regolare o Massoneria che acquisì l’esoterismo cristiano, che poi passò in Inghilterra e Irlanda. Senza la derivazione dai templari avvenuta in Scozia, la massoneria inglese avrebbe continuato a essere una confraternita non esoterica dei costruttori sacri, come appare quella inglese del ‘400. Ma l’iniezione di templarismo, che fu data dall’Ordine alla massoneria scozzese, era esoterica perché il cristianesimo antico lo è.

ii) I segni del Tempio

La base di una ricerca seria è la conoscenza sicura dei segni templari

I templari, come affermano gli Statuti di Maitre Roncelin, lasciavano nei propri insediamenti dei segni o dei simboli, che spesso si trovano ancora nelle loro chiese, e talvolta nelle rovine, o anche nelle loro costruzioni civili. Il fatto che oggi tali centri di culto siano diventati francescani o benedettini non significa che tali simboli appartenessero a questi ordini religiosi, subentrati ai templari nelle chiese da loro precedentemente edificate.

Per capire come ragionavano gli appartenenti all’Ordine bisogna leggere con cura quanto hanno scritto di loro gli studiosi più esperti. Suggerisco i grandi storici francesi e inglesi: lo Charpentier, il Demurger, il Barber e il Burman.

Dai loro scritti si capisce chiaramente che i templari lasciavano i loro segni nelle chiese e nelle altre costruzioni in cui svolgevano le attività quotidiane, anche e specialmente quelle produttive, a indicare la loro presenza e il fatto che fossero esentati dalle imposte statali ed ecclesiastiche.

Se si vuole effettuare quindi una ricerca seria sulla loro presenza in un determinato luogo è necessario cercare nelle costruzioni sacre qualche segno che provenga con certezza dalla loro tradizione.

Nelle mie ricerche in Sardegna, molti insediamenti sono confermati dalla presenza delle croci templari e dalle rosette a sei raggi o da altri segni. Centinaia di segni scoperti nell’isola vanno a confermare la presenza dei cavalieri rosso-crociati in numerosi luoghi. Se oggi stanno venendo alla luce da sotto gli intonaci tutti questi segni coperti sette secoli fa, significa che ciascuno di questi siti o delle relative costruzioni era una sede dei templari. La notevole quantità di segni visibili fa ritenere che i cavalieri del Tempio fossero numerosi e potenti nell’isola, diversamente da quanto hanno ritenuto e scritto altri studiosi del settore. Da secoli e secoli infatti, dato che nessun ricercatore ha potuto individuare la presenza dei templari, in Sardegna sono stati considerati assenti, come pure in Corsica e in Sicilia. Ma la verità è che nessuno studioso, seguendo le vie tradizionali di ricerca, ha mai trovato nulla. Ovvero, numerosi documenti vaticani ci dicono che i cavalieri rosso-crociati erano presenti nell’isola, ma finora non sono stati identificati i luoghi precisi delle presenze. È quindi il metodo di ricerca che è sbagliato. Se infatti un ricercatore, per poter giudicare con certezza un luogo come un’antica sede dei templari, aspetti di trovare una fonte su cui sia scritto «in questo luogo furono certamente presenti i cavalieri templari», può aspettare anche decenni e non trovare nulla.

Bisogna ricorrere quindi a una metodologia di ricerca più aggressiva, che permetta comunque dei validi risultati.

Qual è il ragionamento da fare? Di alcuni simboli dell’Ordine, come le croci templari e le rosette a sei e a otto petali (o raggi), ma anche la croce distorta, la clessidra, la tau a X, etc., in Sardegna ce ne sono a volontà.

Alcuni studiosi locali, valutando aprioristicamente impossibile che ci fossero tante presenze templari nell’isola, considerano sbagliato il mio ragionamento e criticano il mio vedere templari dappertutto, dato che mi baso soprattutto sulla presenza delle croci, delle rosette e degli altri segni, che considero esclusivamente legati all’Ordine, mentre per loro sarebbero segni utilizzati da tanti altri gruppi, come altri ordini monastici, compresi i francescani, i domenicani e i benedettini.

Se si vanno a sfogliare i numerosi libri pubblicati da ricercatori italiani su tale argomento (per citarne alcuni: Bianca Capone, Enzo Valentini e Loredana Imperio) si possono trovare le foto di croci e rosette a sei raggi indicati come segni individuati in tanti siti italiani ed esteri, come in Francia, in Spagna e in Europa centrale. E tra i siti templari si vedono specialmente le croci e le rosette a sei raggi. Quindi i ricercatori di quest’ambito, me compreso, sono tutti orientati allo stesso modo. Chi è ostile alle nuove ricerche è in genere il mondo accademico, che non ha mai studiato i templari⁴. Fatta eccezione per qualche storico come Barbara Fois e Cristina Cannas⁵.

Una posizione differente è quella di un giovane ingegnere (Massimo Rassu), il quale afferma, in una nota della rivista Sardegna Antica, che «la rosetta a sei raggi (presente su centinaia di edifici del secolo XII e XIII) è un simbolo celtico e non templare». A questo punto il Rassu ci dovrebbe spiegare dove erano i celti nella Sardegna del 1200. Gli archeologi e i cattedratici sardi sostengono invece che si tratti di un simbolo bizantino. Anche a questi dovremmo chiedere dove erano i bizantini in Sardegna mentre venivano realizzate le rosette che attribuisco ai templari nelle chiese sarde dei secoli XII e XIII, in piena epoca giudicale. Da secoli i bizantini non erano più presenti in Sardegna. In certi casi poteva sussistere una continuazione delle loro opere, ma con alcuni limiti. Tali ragionamenti hanno un’errata impostazione di base⁶, che di seguito mi occuperò di presentare, rettificando il metodo da seguire per arrivare a dei ragionamenti corretti.

Altri simboli templari

Nei tipici insediamenti del Tempio troviamo altri segni. Uno è il tau, sia a forma di T, che di X. Un altro è la zampa d’oca, che spesso è la firma del costruttore. Altri simboli sono il teschio con le ossa lunghe incrociate, e il pellicano.

Un’altra croce, usata nell’Ordine, era la croce di Lorena: una croce di tipo latino, ma con due bracci orizzontali, di cui quello superiore è più corto. Secondo qualche studioso essa rappresentava l’albero di una nave ed era il simbolo della marineria templare. In effetti, a ben guardare, si tratta di due croci sovrapposte. Quella alta è una croce greca, mentre la sottostante è una T. Nell’alfabeto aramaico la tau era a forma di X. I due segni, croce e tau, erano sempre la rappresentazione del Nome di Cristo, del Messiah, secondo quanto affermato da Ezechiele.

Un’altra croce talvolta riscontrata è quella a quattro braccia, ma con ogni ramo della croce portante tre terminazioni.

Talvolta si trovano anche delle croci a tau (S. Domenico di Cagliari), con punte potenziate o croci fiammate, con otto punte a lingua di fiamma (Uta, v. ic.13).

La X in Scozia

Le forme a X, come per esempio la tau aramaica, che notiamo in diverse chiese templari della Sardegna, si ritrovano anche in Scozia, come vediamo dalle foto di Giorgio Aiana.

In Scozia sono stati scoperti diversi simboli, presenti nelle lapidi appartenenti al lungo periodo che va dal 1312 al 1700, sia nella Scozia occidentale a nord di Glasgow (Kilmartin, Kilmory, etc.), che in quella orientale a sud di Edimburgo (Balantrodoch, Temple, etc.).

La X nella cripta della chiesa di S. Sepolcro a Cagliari

Nella cripta della chiesa di S. Sepolcro a Cagliari sono state trovate delle sculture in pietra di crani umani, con due tibie incrociate al di sotto. Le forme, rintracciabili anche nei cimiteri templari scozzesi come in quello di Balantrodoch, sono attribuibili all’Ordine del Tempio. La chiesa, come scrive lo storico Giovanni Spano, apparteneva ai templari. E nonostante Massimo Rassu affermi che si tratti di una costruzione del XV secolo (considerazione dovuta agli studi dell’ing. Giorgio Cavallo, secondo cui non risulterebbero parti medievali nei muri della chiesa), il parroco, don Mario Cugusi, nel cercare le cause di una forte umidità nella sagrestia, ha trovato una vasca battesimale protocristiana. Le vasche delle basiliche battesimali non sono recenti – la chiesa romana teneva infatti i battesimi per i neonati nei battisteri – bensì riferibili al periodo in cui tale sacramento veniva concesso solo agli adulti per immersione completa, quindi al periodo del cristianesimo greco bizantino. Da questo risulta che il punto dove sorgeva la chiesa di S. Sepolcro era un antichissimo centro cristiano, non risalente al XV secolo, ma ai primordi del cristianesimo, che si è mantenuto tale nei secoli e forse è stato ristrutturato dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio. Don Mario Cugusi afferma che se i templari erano là presenti forse è proprio perché si trattava di una basilica battesimale, cioè dell’origine del cristianesimo a Cagliari. Inoltre, nell’edificio religioso in analisi, l’arco ribassato della cripta della morte è romanico e templare.

1) Come ci ha informato con grande precisione Dionigi Scano.

2) Croci e rosette templari sono venute alla luce sotto l’intonaco del convento templare di Milis, a Palazzo Boyl e, di fronte, nel Bar Loi; in un architrave di S. Vero Milis; nella chiesa di S. Maria di Malta a Guspini dove è venuta alla luce una croce patente templare (e non di Malta); in numerosissime abitazioni di Seneghe, Escolca e Gergei; e in altri siti che vedremo più avanti.

3) Anche questo fatto dimostra che chi dominava l’Arborea erano i templari.

4) Costoro affermano che gli studiosi dei templari sono fondamentalmente i massoni e a essi non assegnano alcuna credibilità.

5) Ma anche gli storici che effettuano qualche ricerca su soggetti templari fanno delle affermazioni del tutto erronee, come ad esempio sostenendo che l’Ordine del Tempio avesse preso i propri Misteri dalla Chiesa, ma che tuttavia non fosse esoterico. Ovvero la Chiesa, che è e fu certamente esoterica, dato che è derivata dall’Ebraismo, religione totalmente esoterica, avrebbe prodotto un ordine cavalleresco non esoterico. Questi storici dovrebbero studiare il Cristianesimo, prima di fare affermazioni di questo tipo.

6) Le forme bizantine durarono a lungo in Sardegna anche dopo l’abbandono dell’isola da parte delle flotte e delle armate di Bisanzio. Per quanto riguarda l’Arborea, sono stati trovati sigilli metallici nella chiesa di S. Giorgio, posta presso S. Salvatore di Cabras. Momo Zucca ha trovato tra questi reperti, tutti di stile bizantino, anche un sigillo sul giudice Zerchis. In questi appare la parola Arborea. I sigilli arborensi sembrano cambiare drasticamente con la stretta alleanza tra Barisone I e Genova: da quel momento non seguono più il modello bizantino, ma sono simili a quelli genovesi. Siamo agli inizi del XII secolo.

Considerazioni generali

i) All’origine della Cavalleria medioevale ci sono i ­Cavalieri del Tempio

Collegate con il culto dei santi cavalieri, come S. Giorgio, S. Teodoro, S. Martino, S. Antine, etc., e dei cavalieri medievali, in particolare i templari, vi sono spesso le corse a cavallo che, pur potendo aver avuto origine in tempi anche molto più lontani, sono state sicuramente rivitalizzate dalla presenza in Sardegna di certi riti religiosi collegati al Medioevo e ai templari. Ricordiamo le pariglie di Santulussurgiu (Sa Carrel‘e nanti) e quelle di Stampace a Cagliari, dove le quadriglie, fino al secolo scorso, si precipitavano da S. Michele a S. Chiara, talvolta con gravi incidenti per gli audaci cavalieri. Il quartiere di Stampace, infatti, ospitava la sede principale del Tempio a Cagliari, che allora aveva il nome di Castello di Castro (Castrum Castri), quartiere pisano della città, costruita tra il 1215 e il 1217.

Altre corse che si legano strettamente ai templari sono la Sartiglia di Oristano, che si svolge proprio di fronte alle antiche sedi oristanesi del Tempio (S. Maria e S. Francesco). Tutta l’area che va da S. Maria, S. Francesco, S. Antonio fino a S. Mauro doveva essere la sede principale dell’Ordine oristanese.

A queste manifestazioni si può aggiungere anche l’Ardia di Sedilo. La gara equestre è organizzata intorno alla chiesa di S. Antine e vuole così onorare Costantino Imperatore (Antine), al tempo stesso santo e guerriero. Nella manifestazione dunque si mischiano elementi religiosi e imperiali. Aggiungiamo che l’Ardia è sostenuta dalla nutrita presenza di una milizia (S’Ardia, cioè la Guardia), che è allo stesso tempo una guardia religiosa, perché protegge un santo, ma anche militare, perché il medesimo santo è anche un imperatore guerriero, S. Costantino. Non può non riconoscersi in questa tradizione la commistione di elementi che legano la sfera statuale (imperiale) a quella religiosa, cioè la Chiesa e l’impero, che i templari impersonavano in Arborea. Le guardie nel Giudicato erano rappresentate dalle scolche armate a cavallo. Sappiamo anche ormai che queste ultime, citate dai documenti (i condaghi), erano rappresentate dai cavalieri rosso-crociati e guidate da uno di loro (maiore de scolca). È dunque probabile che in occasione delle principali feste questi gruppi di Cavalieri, abili e forti, usassero rappresentare ciò di cui oggi sono rimaste solo le tracce. Per questo motivo, non possiamo certo approvare che quando si parla di Sartiglia, Carrel’e Nanti, ma specialmente di S’Ardia si faccia riferimento solo ai bizantini. L’Ardia è certo collegata con la tradizione bizantina, da cui forse ebbe origine, ma è più probabile che la manifestazione affondi la forma attuale in una tradizione di origine templare.

Un’Ardia si tiene anche a Pozzomaggiore, ma sarebbe derivata da quella di Sedilo. A Seneghe invece si organizzava, e ancora viene tenuta, una corsa di S’Ardia attorno alla chiesa di S. Maria della Rosa. I cavalli girano tre volte (il ternario templare?) attorno alla chiesa, sia in senso orario, che antiorario. Non è un caso che proprio questa località presenti un’enorme quantità di segni templari, rosette e croci, a indicare numerosi edifici dove si svolgevano le diverse attività militari, religiose ed economiche dell’Ordine.

Il culto templare di S. Maria della Rosa, che ha preceduto la domenicana Madonna del Rosario, potrebbe collegarsi alla Pentecoste (denominata in Sardegna Pasca de Flores), per il lancio dei petali di fiori vari e di rose, che avveniva il giorno di questa festa⁷. I templari, come ben sappiamo, davano molta importanza alla Pentecoste, innanzitutto perché quel giorno gli apostoli avevano ricevuto il dono delle lingue. Lo Spirito Santo era sceso tra loro e tutti avevano visto le fiammelle sulla fronte di ciascuno; poi avevano cominciato a parlare tutti gli idiomi e capire quanto dicevano le persone di lingua differente. E per i templari, membri di un ordine cosmopolita, la conoscenza delle lingue era una caratteristica fondamentale e necessaria. I fiori colorati che cadevano nelle chiese per Pentecoste ricordavano le fiammelle e la discesa dello Spirito sui presenti⁸. La sera precedente la corsa a cavallo gli organizzatori, o comunque i rappresentanti dei Cavalieri, portavano la cera in chiesa, come accade ancora oggi a Siena la sera prima del Palio. Il dono della cera era una tradizione che nascondeva in realtà un beneficio economico di non poco conto, poiché con essa erano confezionate le candele per la liturgia. Da queste si sprigionavano le fiamme di luce esaltate dalla Pentecoste. Con la stessa materia si preparavano inoltre i ceri, anche molto grossi, che sono spesso rimasti nella tradizione legati alla cavalleria e alle corse a cavallo⁹. Possiamo desumere che i luoghi delle processioni dei ceri o dei candelieri fossero legate alle chiese dei templari. Ancora oggi la processione dei Candelieri di Sassari arriva alla chiesa di S. Maria di Betlem, antica sede dell’Ordine nella stessa città. Anche a Nulvi, dove si svolge un’altra importante manifestazione con dei grossi ceri, erano presenti i templari, e così forse a S. Tecla, ma certamente a S. Tommaso, ora distrutta. Anche nei centri di Iglesias e di Donigala (a questo centro, presso Siurgus, arrivavano i ceri portati da Dolianova, grosso centro templare) sono stati trovati i ceri che venivano portati in processione.

ii) I segni e i simboli dei templari in Sardegna

Cavalleria, prodotti dell’artigianato e fiere del bestiame

La ricerca sui templari normalmente si compie cercando al primo posto una chiesa di S. Maria che, come per i cistercensi, aveva in genere un ruolo primario nel territorio. Poi ci sono i segni e i simboli nelle chiese, ma anche nelle case e in altre costruzioni (fattorie, laboratori, legnaie, strutture per la lavorazione di prodotti alimentari, come il formaggio, per attività artigiane, etc.). I templari, che erano esenti da imposte statali e religiose, dovevano dimostrare agli emissari fiscali di allora che i loro beni erano di propria appartenenza e quindi esenti. Ecco perché ancora oggi troviamo che i segni del Tempio non sono presenti solo nelle chiese, ma in tutti gli edifici dove si esercitavano attività produttive.

Per l’identificazione degli antichi insediamenti dell’Ordine è utile prendere in considerazione anche altri elementi, come le numerose informazioni – normalmente trascurate – inerenti usi, costumi e tradizioni peculiari di particolari località.

Tra tali informazioni inseriamo al primo posto la presenza di agrumeti, fondati e importati quasi dappertutto dai musulmani arabi e mori, a cui subentrarono i templari che li tenevano prigionieri o li assegnavano ai lavori agrari o pesanti (manovalanza edilizia).

È indubitabile che gli artigiani che al giorno d’oggi confezionano splendide lame e coltelli derivino la propria maestria da precedenti tradizioni artigiane un tempo votate alla fabbricazione di armi. Oggi le spade sono sparite, ma i coltelli restano. Per esempio, a Guspini, dove è dimostrata la presenza dei templari – presso la chiesa di S. Maria – si fabbrica un coltello particolare, sa guspinesa. A Santulussurgiu (come nel Montiferru) la capacità di lavorare il ferro si lega alla produzione di lame, ma anche di oggetti di altro tipo, destinati, per esempio, alle attività equestri o a quelle agricole. Un colloquio che ho avuto con i fratelli Mura, bravissimi artigiani del ferro autoctoni, mi ha svelato che ai tempi del nonno a Santulussurgiu esistevano decine di fabbri ferrai, a dimostrare che l’attività nel Montiferru nel passato era diffusissima. Raffaele Manca, di Norbello, ha trovato a Santulussurgiu uno spadino, del genere di quelli che si vedono alla cinta dei banditi sardi dell’Ottocento, con un’incisione di croce patente sulla lama. Elvio Sulas ha visto in alcune case lussurgesi altre lame dello stesso genere; Mariano Pisano le ha viste a Santulussurgiu; io stesso ne ho visionato a casa di Titina Are, con alcune incisioni sulla lama derivati da disegni e tradizioni antiche.

La stessa tradizione locale lussurgese lega i ferrai agli artigiani del cuoio (produttori di finimenti, selle, bardature, etc.) e alla cultura del cavallo, animale che vive e prospera ancora nel Montiferru. Il cavallo è il re delle tradizioni equestri nostrane, ma anche delle corse che si svolgono in tutto il territorio. Santulussurgiu è il paese dove i termini che si riferiscono a tale animale sono più numerosi rispetto a tutto il resto della Sardegna.

Altri prodotti dell’artigianato sono quelli alimentari,

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