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Uno stilum nella carne: 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera

Uno stilum nella carne: 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera

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Uno stilum nella carne: 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera

Lunghezza:
540 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
15 mag 2018
ISBN:
9789887851653
Formato:
Libro

Descrizione

Da buon 007, Tosatti ama le sfide, e con Stilum Curiae gioca a tutto campo. Che si tratti di un’enciclica o di una nomina vescovile, di un viaggio papale o di un pettegolezzo curiale, di uno scandalo da svelare o di una grande questione culturale da sviscerare, lui è lì, impavido, e fornisce al lettore, assetato di informazioni non asservite, tutte le chiavi di lettura di cui dispone. Mettendoci la faccia.
Una volta, in un’intervista, Marco ha detto: “Un vaticanista è prima di ogni altra cosa un giornalista. Vale a dire che il suo compito è quello di informare, nel modo più veritiero e corretto possibile”. Sembra quasi un’ovvietà, ma oggi non è mica tanto ovvio. Come nella politica, anche nella “vaticanistica” ormai ci si muove in bande e si ragiona in termini partitici: pro o conto il papa, pro o contro una certa linea. Sempre con l’attenzione rivolta al palazzo, al referente di turno. Cercare semplicemente di utilizzare il cervello, per mettersi al servizio del lettore, è diventata quasi una bizzarria.
Editore:
Pubblicato:
15 mag 2018
ISBN:
9789887851653
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Uno stilum nella carne - Marco Tosatti

Ringraziamenti

Prefazione

Aldo Maria Valli

Nella mia ormai più che ventennale esperienza come vaticanista credo di aver capito, più o meno, solo due cose. La prima è che il Vaticano e la Santa Sede sono mondi in gran parte insondabili, rispetto ai quali ogni tua possibile scoperta non ti porta a sapere di più, ma semplicemente alla consapevolezza che c’è ancora tantissimo da scoprire. La seconda è che da quando i papi convivono con l’onnipresenza dei mass media, cioè all’incirca da Giovanni XXIII in poi, il vaticanista ha un compito in più, e sempre più importante: non deve soltanto cercare di spiegare che cosa accade nei sacri palazzi, ma deve cercare, con gran fatica, di dipingere il papa per ciò che è e non per ciò che i mass media hanno deciso che deve essere.

Il primo papa che ho seguito come cronista è stato Giovanni Paolo II e ricordo bene i miei tentativi, spesso vani, di dipingerlo al di là dei cliché stabiliti dalla grande stampa. Siccome viaggiava moltissimo e i giovani andavano in massa ai suoi incontri, i giornali lanciavano osanna al papa globetrotter, al papa dei giovani, al papa moderno, e ne mettevano in risalto le qualità di attore e intrattenitore, ma parlavano pochissimo delle proposte, assai controcorrente e per niente moderne, che il papa polacco faceva agli uomini e alle donne del suo tempo. In realtà Wojtyła non fu mai, semplicemente, un one man show, un fascinoso affabulatore. E non fu per niente moderno. Fu anzi un mistico, un autentico contemplativo di stampo quasi medievale, e proprio dal suo misticismo, dalla sua unione con Dio, che andava ben oltre l’esperienza comune, traeva l’energia che gli permetteva di realizzare le sue imprese.

Più difficile ancora è stato andare in controtendenza rispetto all’immagine appiccicata addosso a Benedetto XVI, quella di pastore tedesco della dottrina e di plumbeo inquisitore. Certo, nessuno mette in dubbio che Joseph Ratzinger sia stato caparbio nel difendere la fede, ma nulla fu più lontano da lui, sul piano sia del magistero sia del carattere, della durezza intesa come mancanza di sensibilità e come tetraggine. Per me, anzi, è stato il papa della dolcezza e della gioia. E che dire di chi, dipingendolo come arcigno teologo, lasciava intendere che fosse troppo astruso e lontano dalla gente? In realtà è stato il papa dell’intelligenza cristiana espressa nella forma più limpida, come mi hanno detto tante persone che, pur non essendo particolarmente ferrate in filosofia e teologia, lo hanno capito benissimo, lo hanno apprezzato, gli hanno voluto bene e continuano a sentirlo vicino.

Quanto a papa Francesco, l’operazione di etichettatura compiuta dai mass media è stata velocissima. Erano trascorsi soltanto pochi istanti dalla sua prima apparizione alla loggia centrale della basilica vaticana, quel 13 marzo del 2013, e già avevamo il papa semplice, umile, dialogante, francescano nel senso più superficiale del termine. Un’etichetta che di giorno in giorno non ha fatto altro che appiccicarsi in modo ancora più deciso, grazie ad abbondanti dosi di stucchevole melassa, quel sentimentalismo sdolcinato al quale i mass media ricorrono in dosi massicce, e con gran sprezzo del ridicolo, quando decidono di creare un personaggio che deve essere amato senza se e senza ma.

Ecco perché dico che oggi fare il vaticanista non significa soltanto cercare di spiegare, ma significa anche (forse soprattutto) andare contro i cliché prefabbricati dalla grande macchina dell’informazione. Un’attività che, nel caso del pontificato di Bergoglio, ha coinciso con una vera e propria opera di controinformazione, perché si è trattato di smascherare, svelare, mettere a nudo. Con tutto ciò che comporta.

Un’attività del genere non può essere svolta in mancanza, almeno, di tre risorse: buone fonti, indipendenza di giudizio e onestà intellettuale. E che Marco Tosatti possieda tutte e tre queste risorse, oltre a molte altre, credo sia fuori discussione. Inoltre, da quando scrive su Stilum Curiae, il suo frequentatissimo blog, ha acquisito un’indole corsara che lo rende ancora più ficcante e convincente.

Un grande vaticanista del passato, il compianto Benny Lai, disse: Uno scoop vaticano non è anticipare una notizia. È piuttosto dare la giusta lettura di una notizia. Oggi, in pochi sono in grado di capirlo. È proprio così. E fra quei pochi che sono in grado di capirlo, e di farlo, c’è sicuramente Marco Tosatti, questo gentleman del giornalismo che sotto un aplomb anglosassone, non privo di autoironia, nasconde l’anima dell’incursore, sempre al servizio di sua maestà la Verità.

Da buon 007, Tosatti ama le sfide, e con Stilum Curiae gioca a tutto campo. Che si tratti di un’enciclica o di una nomina vescovile, di un viaggio papale o di un pettegolezzo curiale, di uno scandalo da svelare o di una grande questione culturale da sviscerare, lui è lì, impavido, e fornisce al lettore, assetato di informazioni non asservite, tutte le chiavi di lettura di cui dispone. Mettendoci la faccia.

Una volta, in un’intervista, Marco ha detto: Un vaticanista è prima di ogni altra cosa un giornalista. Vale a dire che il suo compito è quello di informare, nel modo più veritiero e corretto possibile. Sembra quasi un’ovvietà, ma oggi non è mica tanto ovvio. Come nella politica, anche nella vaticanistica ormai ci si muove in bande e si ragiona in termini partitici: pro o conto il papa, pro o contro una certa linea. Sempre con l’attenzione rivolta al palazzo, al referente di turno. Cercare semplicemente di utilizzare il cervello, per mettersi al servizio del lettore, è diventata quasi una bizzarria.

La mia idea è che quando dovrò dar conto di quello che ho fatto, mi verrà chiesto se ho cercato di fare bene il mio lavoro, non se ho cercato di compiacere chicchessia. Dice così il prode Tosatti, cavaliere senza paura. E i tanti suoi estimatori gli sono infinitamente grati, perché oggi c’è davvero tanto bisogno di voci libere.

Come tutti i grandi giornalisti, Tosatti sa di non sapere, e lo dice candidamente. Non cerca di essere ciò che non è, non si spaccia per oracolo. Piuttosto, cerca di comporre faticosamente il puzzle della verità utilizzando le armi di cui ogni buon giornalista dispone. In modo trasparente e onesto.

Le pagine che seguono lo testimoniano. Regalando al lettore il piacere della scoperta e anche della lettura, perché scrivere bene non è un accessorio. È questione di rispetto.

Il già citato Benny Lai, dopo il caso Vatileaks, commentò: Ora i giornalisti vivono di documenti trafugati e dettature delle notizie. Si va da un eccesso all’altro. Manca il semplice, sano giornalismo. E così quando il lettore, se è a sua volta un lettore onesto e libero, si imbatte in un Marco Tosatti non lo molla più.

È proprio quanto è successo con Stilum Curiae, diventato un punto di riferimento per moltissimi. Non una fabbrica di informazioni, non una semplice agenzia di stampa, ma una vera e propria casa, piena di luce, nella quale il lettore, accolto da Tosatti, sa di poter trovare sempre giornalismo di buona qualità. Ovvero giornalismo, prima di tutto, libero.

Inutile aggiungere che, solcando questi mari, Tosatti si è fatto, e si fa, un bel po’ di nemici. Ma credo che per lui gli attacchi equivalgano ad altrettante medaglie al valore. Come sempre – scrive nel primo articolo della raccolta – la libertà di espressione dà fastidio ai potenti.

Ovviamente non si può capire un’invenzione come Stilum Curiae se non si parte dall’amore per la Chiesa e dalla passione per la fede cattolica. La Chiesa e la fede: questi i tesori che lo 007 vuole difendere. All’interno di una battaglia che sotto molti aspetti è diventata strana, perché le maggiori insidie ormai non arrivano più da fuori, ma da dentro.

Tosatti non teme di denunciare che il grado di confusione e disorientamento ha superato ormai i livelli di guardia. Fino a rendere manifesta l’esigenza, inimmaginabile soltanto alcuni anni fa, di correggere il successore di Pietro e di chiedergli una professione di fede. Si tratta di una realtà che può sgomentare, ma occorre guardarla in faccia. Ben sapendo che i papi passano e che la domanda decisiva è una sola: Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?.

Le grandi battaglie di Tosatti sono per quelli che un tempo si chiamavano valori non negoziabili ed ora sono diventati tabù. Se li pronunci sei fuori. Ma lui non si lascia intimidire. Con stile laico, senza mai apparire curiale o pretesco, combatte per la Verità in nome della tradizione, smascherando la falsa misericordia di chi vorrebbe sostituire il Dio giudice con un buonista di manica larga e ridurre il cristianesimo a una consolazione superficiale. Evidente è il suo dispiacere nel vedere un patrimonio tanto grande e tanti ricco dissipato da chi, in nome di un generico dialogo con il mondo, in realtà finisce con l’appiattirsi sul mondo stesso. Certo, lo sappiamo: portae inferi non praevalebunt. Ma la Verità va aiutata. Come dice il motto di Joseph Ratzinger? Cooperatores veritatis. Ecco l’impegno che ci è chiesto.

Credo di non sbagliare se dico che per Tosatti, come per tanti fra noi, il punto di non ritorno è rappresentato da Amoris laetitia. Lì abbiamo visto il soggettivismo fare ingresso nell’insegnamento papale, con conseguenze devastanti. Perché in primo piano non c’è più l’eterna legge divina, che è dalla parte del nostro bene e della nostra salvezza, ma c’è il capriccio umano, c’è l’uomo che pretende di farsi Dio, c’è la coscienza eretta ad assoluto, c’è l’idea di discernimento utilizzata come cavallo di Troia del relativismo morale. Il tutto all’insegna dell’ambiguità e del sotterfugio, il che rende l’operazione ancora meno tollerabile. La domanda di Tosatti è netta: "È possibile capovolgere il magistero secolare della Chiesa, e in particolare quello dei due papi precedenti, che all’argomento avevano dedicato tempo, studio e preghiera, con una noticina a piè di pagina? La forma è sostanza, anche in questo caso. Se releghi in una noticina una possibile svolta clamorosa vuol dire che o non sei sicuro del terreno su cui ti avventuri, o hai timore delle conseguenze. È quello che i napoletani dicono: aumm aumm… Personalmente, vedendo le cose da laico, mi sembra che l’autorevolezza del magistero ne venga sminuita. Da giornalista, se l’ Amoris laetitia fosse l’articolo scritto da un collega alle prime armi, gli direi: che senso ha nascondere la notizia in due righine in fondo? Se vuoi dire una cosa, devi dirla forte e chiaro".

Ecco. Così parla, e scrive, Tosatti. Per questo è prezioso. Per questo gli auguriamo: mille di questi blog!

Introduzione

Marco Tosatti

Cominciamo dal nome. Perché Stilum Curiae ? Le ragioni sono molteplici, e diventeranno più chiare fra poco, quando spiegherò perché ho deciso di aprire un blog. Un primo riferimento è storico, e porta al nome di Paolo Sarpi. Sarpi era un religioso, dagli interessi molteplici: teologo, astronomo, matematico, fisico, anatomista, letterato e polemista. Un geniaccio, a cui non stava simpatico il centralismo monarchico della Chiesa. Era veneziano, e come tale difese la Serenissima Repubblica in un momento in cui non correva buon sangue con Roma. Inoltre scrisse una storia del Concilio di Trento che gli valse subito una messa all’Indice. L’Inquisizione romana lo convocò per essere interrogato; Paolo Sarpi rispose picche, e preferì restare a Venezia, dove subì però un attentato di lama, molto serio. Sarpi ne uscì vivo; e disse " Agnosco Stilum Curiae romanae ". Riconosco il pugnale della Curia romana. Uno stilum è un pugnale, ma anche uno stilum romano, cioè una penna; e così abbiamo due significati per il titolo del blog. Che di sicuro a molti nella Curia Romana è di un qualche fastidio. Un po’ come se uno li punzecchiasse; e aggiungiamo allora a questo punto un terzo significato.

Come e perché è nato Stilum Curiae, che in un anno e mezzo di vita ha totalizzato, contro ogni aspettativa, oltre quattro milioni di visite? In calce a ogni post trovate scritto che "questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su La Stampa…".

La Stampa è il quotidiano in cui chi scrive ha trascorso quasi tutta la sua vita giornalistica; dall’inizio degli anni ’70 fino al gennaio del 2018, in cui la collaborazione è cessata. Per vari anni – fino all’agosto 2016 – è stato titolare di un blog, San Pietro e Dintorni, gestito in totale autonomia. Un’autonomia che come quella di diversi altri blog non allineati al politically correct in vigore a La Stampa cominciava a dare un crescente fastidio. In particolare dopo l’elezione dell’attuale pontefice, nel 2013. Fastidio al giornale, perché su diversi temi, e in particolare quelli riguardanti vita, aborto, sessualità e libertà di espressione di voci scomode – come lo sono quelle dei Pro Vita e Pro Famiglia naturale – San Pietro e Dintorni esprimeva posizioni dissonanti. E in contemporanea, anche sul versante dell’informazione ecclesiastica San Pietro e Dintorni cominciava a dare fastidio. Un fastidio che è diventato evidente in occasione della prima tornata del Sinodo sulla Famiglia, nell‘ottobre del 2014. Il sito di informazione ecclesiastica Vatican Insider, collegato a La Stampa, dava una lettura di ciò che avveniva in quei giorni diversa da quella di San Pietro e Dintorni, meno problematica, più allineata ai desiderata di coloro che il Sinodo lo conducevano, e cercavano di manipolarlo. Non a caso fu proprio allora che i blog individuali dei giornalisti collaboratori di Vatican Insider furono scollegati dalla testata principale. Per quanto riguarda la mia responsabilità, chiedo scusa ai colleghi coinvolti come me da questa decisione; ma mi sembrava, e mi sembra ancora adesso, che un’informazione completa e indipendente sia non solo necessaria ma fondamentale in un momento in cui i vari Poteri fanno uso di falsità e di personale ad esse adibito.

Nel 2016 un piano di ristrutturazione della parte digitale del giornale decretò la scomparsa della maggior parte dei blog, e naturalmente, con essi, di San Pietro e Dintorni; dopo un paio di episodi di censura non esaltanti, da parte delle autorità del quotidiano. Un’esperienza interessante, posto che in oltre quarant’anni di attività non era mai accaduto che un articolo venisse censurato, o fatto scomparire a posteriori perché fastidioso – nella realtà che raccontava – a qualche lobby collegata con centri intermedi di potere nel giornale. Devo dire che un po’ me lo aspettavo; e lo avevo anticipato a un amico. Che mi chiese: perché non apri un tuo blog?

Così, quando la ghigliottina calò sul povero e beneamato San Pietro e Dintorni quella conversazione casuale, intorno a un bicchiere di vino, tornò a galla. Non sapevo nulla di come si fa un blog autonomo; ma mi arrangiai. Ed ecco Stilum Curiae. Ora, per favore, tornate alle prime righe di questa introduzione, e rileggetele alla luce di quanto vi ho raccontato. Troverete il pugnale (in questo caso assolutamente simbolico) di Paolo Sarpi, lo stilum-penna dei romani, per scrivere, e anche i due, pugnale e penna combinati, per cercare di dare fastidio ai Poteri vari, e alle loro mistificazioni della realtà. Stilum Curiae è un qualche cosa di assolutamente gratuito; frutto del lavoro e dei soldi di chi lo ha fatto nascere, e continua ad alimentarlo. Questa è la sua forza e la sua garanzia: non ci sono finanziatori a cui rendere conto, mediatori di finanziamenti, Segreterie o altri centri le cui sensibilità bisogna essere attenti a non urtare, se no….Su Stilum Curiae troverete anche sbagli, ma sono sbagli onesti. Opinioni magari errate, ma date in buona fede, senza secondi o terzi fini. Credo che i lettori lo abbiano capito; se non si spiegherebbe la crescita, sorprendente, almeno per chi scrive, dei contatti e delle visualizzazioni.

Un lavoro quotidiano, che durante il cammino si è arricchito di diverse presenze, alcune anonime, altre no. E ci è sembrato utile raccogliere almeno una parte del cammino compiuto, perché chi vuole possa avere sotto gli occhi una storia diversa da quella ufficiale e patinata di ciò che è accaduto nella Chiesa nell’anno di grazie 2017.

Grazie, e buona lettura.

Gennaio

Un bel Minculpop targato Europa (e Facebook)

Durante il fascismo si chiamava MinCulPop, Ministero della Cultura Popolare. Aveva un obiettivo ampio e semplice: Il ministero aveva l’incarico di controllare ogni pubblicazione, sequestrando tutti quei documenti ritenuti pericolosi o contrari al regime e diffondendo i cosiddetti ordini di stampa (o veline) con i quali s’impartivano precise disposizioni circa il contenuto degli articoli, l’importanza dei titoli e la loro grandezza. Più in generale, il ministero si occupava della propaganda, quindi non solo del controllo della stampa. Citiamo da Wikipedia e ad essa rimandiamo per chi voglia rapidamente saperne di più.

Lo sviluppo dei social ha creato un problema ulteriore ai detentori del potere. Le notizie sono uscite dal monopolio dei grandi mezzi di comunicazione, controllabili e controllati. Fra esse non solo le notizie vere, ma anche quelle false, o ironiche, o tendenziose. Il cui effetto però non è neanche lontanamente paragonabile, come effetto, ai frutti avvelenati della propaganda ufficiale trasmessa dai media tradizionali. Pensiamo alle armi di distruzione di massa dell’Iraq, usate per scatenare la guerra prima radice del caos attuale; tutte le menzogne e le parzialità connesse alla guerra contro la Siria. E gli esempi potrebbero continuare.

Come sempre la libertà di espressione da’ fastidio ai potenti. E per colpirla, e limitarla, più di quanto già non sia su alcuni social – ne parleremo più in basso – si è inventato il problema delle Bufale delle Fakenews. E dal responsabile dell’antitrust italiano, Giovanni Pitruzzella, è venuta la proposta di istituire organismi indipendenti, statali, coordinati dall’Unione Europea, che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario".

Il responsabile dell’antitrust italiano, Giovanni Pitruzzella, chiede all’Unione Europea di agire su quelle che sarebbero notizie false, consiste a dir poco in una repressione totale della libertà di espressione e darebbe ai governi la libertà di mettere a tacere qualsiasi fonte che non rispetti la propaganda dell’establishment.

In un’intervista al Financial Times, Pitruzzella ha detto che le regole sulle false notizie su internet sarebbero meglio gestite dallo stato piuttosto che dalle società dei social media come Facebook, un approccio già adottato in precedenza dalla Germania, che ha richiesto a Facebook di porre fine all’hate speech (discorso di odio) e ha minacciato di multare il social network fino a 500.000 euro per ogni falso post.

Pitruzzella, a capo dell’antitrust dal 2011, ha detto che i paesi dell’UE dovrebbero istituire organismi indipendenti — coordinati da Bruxelles e modellati sul sistema delle agenzie antitrust — che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario.

Cioè, la censura per tutte le notizie che possano risultare scomode per le politiche di chi è al potere.

Un potere affidato a un gruppo di burocrati, non eletti dai cittadini, che avrebbero potere di vita e di morte sull’informazione di base dei social.

E’ ovvio che una decisione del genere potrebbe essere immediatamente contestata in base alla Costituzione che garantisce la libertà di parola.

Fra l’altro i mezzi legali per contrastare e punire chi diffonde notizie false e tendenziose sono già presenti nella nostra legislazione. (Art. 656 del codice penale).

Allora perché creare questo nuovo Grande Fratello orwelliano, se non per creare una forma di censura ulteriore? Perché le forze politiche al governo in Italia, negli Stati Uniti, in Germania e in Europa cercano di togliere voce al disagio creato dalle loro politiche limitando la libertà di espressione. In particolare in tema di migranti incontrollati, economia, banche e politiche legate all’antropologia umana.

Su questo ultimo tema in realtà non dovrebbero preoccuparsi più di tanto. Già Facebook compie un’opera di censura efficacissima. L’ultimo caso riguarda un sito, Ontologismi , che ha criticato il concetto stesso di omofobia. In maniera civile e pacata.

Per questo motivo è stato bloccato da Facebook per 30 giorni.

Un episodio analogo era accaduto a Mario Adinolfi, leader del Popolo delle Famiglia, e direttore del quotidiano La Croce, nel giugno scorso.

Ne avevamo dato notizia così, su San Pietro e Dintorni de La Stampa:

Il Grande Fratello profetizzato da George Orwell è già qui, e si chiama Facebook. Ieri qualcuno ha segnalato e imposto l’oscuramento sul popolarissimo social del simbolo del Popolo della Famiglia", l’organizzazione politica creata da Mario Adinolfi, bestia nera, vittima e il bersaglio dei gruppi di pressione e degli attivisti LGBT, omosessuali.

Fra l’altro alcuni sono arrivati ad attribuirgli qualche responsabilità (indiretta, per fortuna) anche per la strage di Orlando, fino a quando non è emerso che il criminale assassino aveva da anni tendenze e frequentazioni omosessuali.

Da quello che siamo venuti a sapere, è stato individuato come omofobo il simbolo del Pdf a causa della scritta No gender nelle scuole. Ci scrive Mario Adinolfi, a cui abbiamo chiesto qualche lume: Non posso usare neanche Messenger. e gli Lgbt hanno segnalato in massa il simbolo del Pdf, tra l’altro bloccando per sempre la mia possibilità di usarlo come foto profilo. Dovessi ripubblicarlo, mi sarebbe bloccato il profilo per sempre.

Ora su Facebook chi frequenta il sito vede di tutto. Al limite (e qualche volta anche oltre) la pornografia, insulti, malvagità, pettegolezzi e scemenze di ogni genere. Bloccare un’immagine come quella che vedete a fianco la dice lunga sul grado di follia del mondo in cui stiamo vivendo. Oltre che sul livello di ideologizzazione a cui sono sottoposti i cosiddetti amministratori con potere di censura del social network. E vogliamo parlare del silenzio che accompagna, sui grandi giornali anch’essi lietamente proni ai dettami del nuovo MinCulPop, fatti come questo? Perché sono immobili le penne degli scandalizzati per vocazione e professione?".

Già, perché?

Sulle false citazioni del Papa

Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke , un paio di giorni fa ha sentito il bisogno di smentire ufficialmente un paio di dichiarazioni attribuite a papa Francesco, che girano sul web dall’anno scorso.

La prima è questa: Gesù Cristo, Maometto, Geova, Allah. Questi sono tutti nomi usati per descrivere un’entità che è distintamente la stessa in tutto il mondo. Per secoli, il sangue è stato versato inutilmente a causa del desiderio di isolare le nostre fedi.

Una seconda citazione falsamente attribuita al Pontefice legge: Possiamo compiere cose miracolose nel mondo unendo le nostre fedi, e il tempo per tale movimento è ora.

Entrambe le citazioni sono state riprese dal Drudge Report del 2015, un sito conservatore USA che raccoglie notizie su politica, cronaca e intrattenimento, e fornisce i link alle storie citate.

Le due citazioni, afferma Greg Burke, sono inventate.

Perfetto. Ma leggendo questa notizia, mi sono venute in mente alcune considerazioni che condivido con voi.

La prima. Se sono state credute, e rilanciate, in maniera piuttosto ampia sul web, tanto da meritare l’onore di una smentita formale da parte del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, è perché pur false, erano plausibili e credibili.

Tanto è vero che hanno potuto circolare per un bel po’ di tempo, ed è stata necessaria un’indagine accurata da parte della Sala Stampa della Santa Sede per dichiarare che si trattava di citazioni inventate. Se fossero state dichiarazioni del tipo, ce ne so, la terra è piatta, non ci sarebbe stato bisogno né dell’indagine, né della smentita.

Se fossero state vere, ci saremmo poi molto scandalizzati? Non credo. Non avrebbero colpito l’attenzione più di quanto non abbiano fatto, a suo tempo, altre esternazioni, come quella sul fatto che Dio non è cattolico, che la grande maggioranza dei matrimoni in chiesa sono invalidi (poi opportunamente emendata da quel sant’uomo di padre Lombardi) e così via, per tacere del proselitismo e delle Scalfareidi varie…

Citazioni inventate dunque. Ma, ahimè, quanto credibili…

Maledetti scacchi!

Anche gli scacchi sono haram? Sembrerebbe di sì, dopo che un telepredicatore turco molto popolare e famoso si è scagliato con virulenza contro questo gioco, che agli occhi di tutti pare innocente.

E invece no. Ahmet Mahmut Ünlü, conosciuto anche con il nome di Cübbeli Ahmet Hoca, sostiene che questo passatempo è più peccaminoso, per un musulmano di giocare d’azzardo o mangiare maiale. E scusate se è poco…

Hoca, una figura di notevole influenza nel mondo religioso turco, ha affermato secondo il quotidiano Hurriyet che i giocatori di scacchi sono maledetti, e ha rincarato la dose, dicendo che la maggior parte di quelli che giocano a scacchi sono mentitori.

Giocare a scacchi è peggio che giocare d’azzardo o mangiare maiale, ha tuonato. La gente che gioca a scacchi è più disposta a mentire degli altri. La gente che gioca a scacchi non saprà forse dire la shahada mentre sta morendo. La Shahada, la testimonianza, è la dichiarazione di fede nell’islam: Testimonio che non c’è dio all’infuori di Allah, e che Maometto è il suo profeta.

La gente che gioca a scacchi è maledetta; e ha proposto che invece di affrontarsi davanti a una scacchiera quel particolare tipo di peccatori conti i grani del rosario di preghiera.

La Federazione degli Scacchi turca ha detto che prenderà iniziative legali contro Hoca, giudicando inaccettabili i suoi commenti. Abbiamo iniziato un procedimento legale contro quelle affermazioni senza fondamento che colpiscono migliaia dei nostri giocatori e le loro famiglie, in un momento in cui abbiamo più bisogno che mai di unità, pace e della filosofia degli scacchi, legge un comunicato della federazione.

Non è la prima volta che un telepredicatore turco espone teorie bizzarre. Nel 2015 Mücahid Cihad Han ha toccato il delicato tema della masturbazione, affermando che gli uomini che la praticano avranno le mani gravide nella vita futura.

Il Cardinal Napier parla dell' Amoris Laetitia

Durante uno dei due Sinodi sulla famiglia, mentre era vivo – come adesso – il dibattito all’interno della Chiesa sul problema dell’eucarestia ai divorziati risposati, un cardinale africano si lasciò andare a un battuta tagliente con un amico. Voi in occidente avete la poligamia successiva, mentre in Africa c’è quella contemporanea. A significare che il costume diffuso di non considerare il matrimonio un legame a vita porta a una successione di rapporti che l’ironia del porporato rendeva simili alla poligamia.

Poi c’è stata l’ Amoris Laetitia, con le sue noticine a piè di pagina che capovolgono il magistero precedente della Chiesa, espresso esplicitamente nella Familiaris Consortio, (n. 84: La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio).

E il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier, francescano, si chiede a rigor di logica: se chi vive come marito e moglie pur con un matrimonio precedente ancora valido può ricevere la comunione, perché non può farlo chi vive più legami, magari sanciti da una radicata tradizione culturale?

Non è un problema da poco, in Africa; quasi la metà dei matrimoni in Senegal sono poligami, e la poligamia non è estranea al mondo cattolico africano, anche se la Chiesa la condanna, e al momento del battesimo viene chiesto di ripudiare quella pratica. Ma ho conosciuto missionari che sottolineavano la difficoltà, e l’ingiustizia di applicare la legge tout court. Fra l’altro, obbligare un convertito a scegliere una sola moglie vorrebbe dire rovinare l’esistenza delle altre, magari con figli. Insomma non è una questione di poco conto.

E certamente moltissimi missionari in Africa possono fare loro la domanda suscitata nel suo Tweet dal cardinale Napier: Se gli occidentali in una situazione matrimoniale irregolare possono ricevere la comunione, dobbiamo dire ai nostri poligami e ad altri inadeguati che anche a loro è permesso?.

A qualcuno su Twitter il cardinale risponde: Sta dicendo che un poligamo è ipso facto in stato di peccato mortale? Certamente solo Dio e la coscienza dell’uomo possono giudicare.

E’ il sesto Dubia, che si aggiunge ai cinque già espressi formalmente dai cardinali, e per i quali ancora si attende la risposta del Pontefice.

Cappella della Madonna di Loreto agli islamici a Malpensa

E’ certamente un gesto di buona volontà, ma potrebbe essere anche uno sbaglio colossale. Parliamo dell’iniziative del cappellano di Malpensa, che ha deciso di mettere a disposizione dei fedeli dell’islam la cappella della Madonna di Loreto per le loro preghiere.

Abbiamo dell’iniziativa; e ci sembra frutto di buone intenzioni, ma forse non troppo saggia. E cerchiamo di spiegare perché.

Perché il luogo in cui una comunità musulmana prega, diventa Dar al-Islam, la casa dell’islam; un luogo per sempre di proprietà dei seguaci del Profeta. A differenza del resto del mondo, occidentale in particolare, che è Dar al-harb, la casa della guerra, cioè terreno da conquistare alla vera fede.

Ed è proprio per questo motivo che il Saladino, quando conquistò Gerusalemme, e visitò la Chiesa del Santo Sepolcro, si comportò come si comportò. E cioè: fece abbattere la Croce, e spezzare le campane, ma non volle pregarvi dentro, proprio per evitare che il Sepolcro diventasse dar al-Islam. Volle infatti che restasse un luogo di pellegrinaggio cristiano (per ragioni anche economiche, sembra: i pellegrini portavano fior di affari).

Non è un caso che la Conferenza Episcopale Italiana, in un suo documento pastorale, abbia scritto:

"Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali. Così pure, prima di promuovere iniziative di cultura religiosa o incontri di preghiera con i non cristiani, occorrerà ponderare accuratamente il significato e garantire lo stile di un rapporto interreligioso corretto, seguendo le disposizioni della chiesa locale".

E infatti nei mesi scorsi, in una riunione ad altissimo livello del Papa con i suoi collaboratori, si è trattato del problema del dialogo con l’Islam, e dei suoi molteplici aspetti. Un capo dicastero importante, che ha una grande esperienza del problema, e del mondo islamico, ha detto che bisogna mettere in guardia i nostri operatori pastorali, che magari per ingenuità prestano chiese e locali. Nella memoria collettiva dei fedeli islamici quel dato resta registrato; e può diventare oggetto di rivendicazione in un futuro più o meno lontano.

Quindi forse se c’è un vescovo a Milano dovrebbe attivarsi per rimediare alla buona volontà del cappellano…

Film porno nel confessionale

A Tilburg in Olanda, una scena di un film porno è stata girata nel confessionale di una chiesa, Saint Joseph, più nota ai residenti della città con il nome di Heuvelse. L’azione è stata compiuta da una nota attrice pornografica olandese, di cui non pubblichiamo il nome per non farle pubblicità, che è anche la proprietaria della casa di produzione dei filmati.

Quando le immagini dell’atto sessuale compiuto nel confessionale della chiesa cattolica hanno cominciato a girare, la casa di produzione ha ricevuto numerose e-mail di protesta, che hanno obbligato l’attrice a presentare le sue scuse. Quanto sincere, ciascuno può giudicare.

Per il regista – ha detto la donna – che è un non credente, la chiesa era un posto assolutamente normale. Ha completamente sottostimato la reazione dei commentatori. Ora sa che non avrebbe dovuto farlo.

Nelle immagini di backstage, se così possiamo chiamarle, si vede la donna che accende una candela, prima che lei e il maschio di turno entrino nel confessionale. Poi si vede il suo partner che esce dal confessionale dopo che la parte più drammatica dell’azione era terminata.

Il parroco di Saint Joseph, padre Jan van Noorwegen, è rimasto choccato. Non è il posto giusto. Non so come abbiano fato a entrare; il cancello è aperto solo poche ore al giorno. Ma c’è sempre gente nella chiesa, e nessuno ha visto nulla.

Il parroco e il consiglio parrocchiale stanno discutendo dell’opportunità di prendere iniziative legali nei confronti della casa di produzione e della porno attrice. Secondo i media olandesi la donna si scusa per l’incidente e afferma che il film non verrà trasmesso dal suo sito porno.

Saint Joseph è una delle diciotto chiese di Tilburg, nella diocesi di s-Hertogenbosch, dove più di metà della popolazione dice di essere cattolica. Ma solo 1.9 per cento va regolarmente alla messa, la maggior parte dei quali oltre i 65 anni di età. In Olanda i cattolici praticanti sono l’1 per cento della popolazione.

Sinodo sui giovani...e non si parla di santità...

Oggi è stato reso pubblico il documento preparatorio del Sinodo dei Vescovi, la XV assemblea generale ordinaria, che avrà come tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

E’ uno svelto volumetto di circa 70 pagine, che alla fine contiene un questionario suddiviso per continenti e destinato alle varie conferenze episcopali.

L’abbiamo letto, e ci hanno colpito alcune caratteristiche.

La prima. In tutte le settanta pagine non si fa riferimento alla santità, come un modello da proporre, un obiettivo da raggiungere, qualche cosa per cui spendersi e lottare. L’unica volta che questo termine è citato, è a pagina 50, quando si dice: La Chiesa stessa è chiamata a imparare dai giovani: ne danno una testimonianza luminosa tanti giovani santi che continuano a essere fonte di ispirazione per tutti.

E così, anche quando il documento parla di figure di riferimento sono descritte come vicine, credibili, coerenti e oneste; oppure credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento.

Insomma, la santità non sembra interessare né come obiettivo né come caratteristica necessaria per ispirare i giovani.

Seconda notazione: bisogna stare attenti perché occorre verificare quanto le scelte siano dettate dalla ricerca della propria autorealizzazione narcisistica e quanto invece includano al propria disponibilità a vivere la propria esistenza nel generoso dono di sé. Perciò il contatto con povertà vulnerabilità e bisogno hanno grande importanza per capire se una vocazione è buona o no; e i poveri tornano più volte nel documento: Mentre a preghiera e adorazione vengono dedicate una decina di righe alla fine. L’impressione è che l’orizzonte del documento sia molto orientato in direzione orizzontale, sul sociale e le opere buone. Quanto questo possa risultare appetibile resta da vedere.

La terza, ed ultima notazione: il documento non contiene altre citazioni, e richiami di documenti, che non siano del Pontefice regnante (compreso – poteva mancare – l’ammonizione contro le rigidità. Dei Pontefici precedenti, compreso quello che ha inventato le Giornate della Gioventù, ed è stato fonte di moltissime vocazioni, niente.

La Chiesa evidentemente per gli estensori del documento è incominciata il 13 marzo del 2013.

Un prete denuncia

Un sacerdote, John Gallagher ha citato una diocesi americana per danni. Accusa il suo ex-vescovo, e di conseguenza la diocesi di averlo isolato, allontanato e impedito di continuare la sua carriera perché due anni fa ha denunciato alla polizia un prete indiano in visita. Era un sacerdote con tendenze omosessuali, responsabile di aver mostrato, dopo la messa, una quarantina di foto pornografiche a un ragazzo di quattordici anni. Gallagher ha parlato con il prete, alla presenza di un ex funzionario di polizia, ha raccolto la sua ammissione, e poi lo ha denunciato alla polizia. Che lo ha arrestato.

Ma invece di ricevere elogi e complimenti dal suo vescovo, per lui sono cominciati i guai.

Gallagher, che ha 49 anni ed è sacerdote dal 1992, è irlandese. Dal 2000 è negli USA, e nell’aprile del 2014 gli è stata affidata la parrocchia del sacro Nome di Gesù a Palm beach. Nel dicembre di quello stesso anno dall’India è giunto un sacerdote, Josè Palimatton, come assistente di Gallagher.

A gennaio Palimatton mostrò una quarantina di foto di ragazzi nudi a un giovane di 14 anni che frequentava la Chiesa; e quella sera stessa gli inviò un SMS augurandogli buona notte e sogni d’oro. Il ragazzo raccontò la storia a un amico, che la riferì al maestro del corso, che a sua volta avvisò Gallagher. Gallagher, secondo quanto afferma all’ Irish Independent parlò con qualcuno nella diocesi, che gli avrebbe detto: Dobbiamo farlo andar via, mettilo su un aereo. Quella stessa persona gli consigliò di non tenere appunti scritti della vicenda: così risulta da un esposto inviato, da un avvocato canonista, in Vaticano, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, da Gallagher.

Gallagher invece volle incontrare Palimatton, alla presenza di un funzionario di polizia in pensione, che prese appunti del colloquio. Palimatton non solo ammise la sua colpa in quel caso, ma avrebbe anche ammesso di aver infastidito in India altri adolescenti. Questa stessa confessione l’avrebbe poi ripetuta agli agenti di polizia di Palm Beach. Gallagher chiamò l’ufficio dello Sceriffo di Palm Beach. Palimatton fu arrestato, processato, condannato a sei mesi e rispedito in India.

E qui cominciarono i guai per Gallagher. Mi fu reso chiaro che quello che avevo fatto non era quello che avrei dovuto fare. Due mesi più tardi il vescovo. Mons. Barbarito, lo convocò; Gallagher pensava che avrebbe avuto un riconoscimento. Il vescovo gli disse di continuare ancora per un anno come parroco; ma il giorno dopo la decisione fu rovesciata: Mi disse che sarei stato degradato. Non fu data nessuna ragione. Disse che se non volevo essere degradato e spostato in un’altra parrocchia avrei dovuto lasciare il sacerdozio.

Un mese dopo, Gallagher fu ricoverato in ospedale per un sospetto infarto. Chiese a una suora anziana di andare a recuperare i documenti del caso Palimatton a casa sua. La suora lo fece, ma quando tornò di nuovo nell’abitazione del sacerdote trovò ad aspettarla dei funzionari della diocesi che le presero le chiavi. E quando Gallagher uscì dall’ospedale, scoprì che le serrature erano state cambiate. E fu costretto, senza casa, a trovare ospitalità presso un amico.

Gallagher contattò il card. Sean O’Malley, che aveva preceduto Barbarito nella diocesi di Palm Beach, e che presiede la Commissione creata in Vaticano contro gli abusi, ma non ne ebbe alcun aiuto. E a questo punto ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il vescovo e la diocesi; che hanno reagito facendo lettere durante la messa domenicale una lettera in cui si negano le accuse e si critica Gallagher….

Non è il primo caso del genere, e ci sono siti che accusano apertamente la Chiesa statunitense di ospitare al suo interno troppi sacerdoti con tendenze omosessuali, che si coprirebbero a vicenda. Massimo Introvigne ricorda che secondo il rapporto del John Jay College l’81 per cento dei sacerdoti condannati per abusi in USA avevano tendenze omosessuali. Un dato che certamente non è molto politically correct. Ma è statistica, non opinioni.

Sull'Ordine di Malta

Che brutta strana storia quella a cui stiamo assistendo all’Ordine di Malta in questi giorni. Una storia in cui assistiamo a episodi drammatici che emergono; con l’impressione però che ci sfuggano molti altri elementi, i più importanti, forse.

Quello che vediamo è lo scontro interno, ufficialmente per ragioni di preservativi e contraccettivi anche abortivi, fra l’ex Gran Maestro, britannico, e il Gran Cancelliere, tedesco.

Quest’ultimo sostenuto con una violenza impressionante dal Pontefice. Il che, in un Pontefice predicatore di misericordia, non può non stupire.

Dietro le quinte c’è chi parla di una antica battaglia, da anni e anni, fra le scuole tedesca e britannica per il controllo dell’Ordine, una miniera di soldi impressionante. Dopo che i germanici – così sussurrano i pochi che sostengono di saper qualche cosa dei movimenti interni dei Cavalieri – a suo tempo hanno esautorato completamente gli italiani.

A complicare il tutto c’è anche il timore, presente negli anni passati in ambienti vaticani, che fra le file dei Cavalieri si fossero infilati appartenenti a un gruppo ben diverso, la massoneria. Non per scopi propriamente spirituali ma perché richiamati dalla possibilità di fare affari. L’Ordine è uno Stato, emette passaporti, offre molta carità ma anche contatti eccellenti. Un richiamo appetitoso.

A questo elemento si farebbe riferimento in un passaggio recente, di cui racconta Edward Pentin . Il Patrono dell’Ordine, il cardinale Raymond Leo Burke, incontrò il Papa il 10 novembre scorso in relazione al problema dei contraccettivi. Il Papa si sarebbe mostrato molto preoccupato da quello che il cardinale riportava. E gli avrebbe anche detto chiaramente che voleva che la massoneria fosse tenuta fuori dall’Ordine, e avrebbe chiesto un’azione appropriata. Il 1 dicembre successivo Burke avrebbe ricevuto una lettera in cui il Papa sottolineava il dovere del porporato di promuovere gli interessi spirituali dell’Ordine e impedire qualsiasi affiliazione con gruppi, o pratiche, contrarie alla legge morale cattolica.

Poi c’è stato il processo interno al Gran Cancelliere, accusato di aver permesso, o non aver vigilato abbastanza, sul caso dei condom. il suo rifiuto di dimettersi, l’espulsione per disobbedienza, l’appello alla Santa Sede.

Appello che ha trovato orecchie propizie. Il cognome del Gran Cancelliere è nel Gotha degli esperti economici della Santa Sede, ci sono collegamenti fra quel mondo e la diplomazia vaticana, e la Segreteria di Stato. C’è stata la formazione di una Commissione d’inchiesta, in cui sedevano tre persone molto presenti nelle iniziative finanziarie cattoliche, in particolare dell’area svizzero-tedesca, e la presentazione a tempi rapidi di una un rapporto che si dice durissimo verso il Gran Maestro.

Che nel frattempo, e non senza ragioni giuridiche valide, negava il diritto della Santa Sede di interferire in una vicenda interna, e il diritto della Santa Sede di nominare una commissione per indagare su affari interni dell’Ordine. La Segreteria di Stato ha ammesso l’esistenza della lettera del Papa, ma aggiungendo che si era consigliato il dialogo, non l’espulsione di nessuno.

Poi la storia ha virato rapidamente sul drammatico. Il Gran Maestro è stato convocato dal Papa, e gli è stato imposto – chissà come – di dimettersi. Una lettera vaticana parlava della nomina di un Delegato Pontificio, il che ha fatto pensare subito a un Commissariamento, poi, sembra, smentito (il Delegato dovrebbe occuparsi del rinnovamento spirituale dell’Ordine).

Ci sarà un Capitolo, e l’elezione di un nuovo Gran Maestro, e nel frattempo il Gran Cancelliere è stato reintegrato, dal momento che il Papa ha dichiarato nulli tutti gli atti compiuti dal 5 dicembre in poi. Anche qui ci sono esperti di diritto che storcono il naso, ma se i diretti interessati – cioè i Cavalieri – ingoiano questo rospo,

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