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Sorge un impero: The Ryria revelations

Sorge un impero: The Ryria revelations

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Sorge un impero: The Ryria revelations

Lunghezza:
949 pagine
45 ore
Editore:
Pubblicato:
20 apr 2018
ISBN:
9788834435557
Formato:
Libro

Descrizione

Continuano le gesta di Royce e Hadrian,  accorsi in difesa di Melengar impegnata a raccogliere  la sfida del Nuovo Impero!

Ancora una volta, Royce e Hadrian sono stati ingaggiati per un’impresa disperata: stringere un’alleanza con i Nazionalisti del sud.

Mentre cresce l’influenza dell’Impero di Novron si addensano anche i sospetti di Royce: il mago Esrahaddon sta usando i due ladri come pedine nella sua lotta per il potere?

Per scoprire la verità, Royce dovrà svelare un segreto nel passato di Hadrian: ciò che scoprirà potrebbe mettere a repentaglio la loro amicizia e dividere i Riyria

 
Editore:
Pubblicato:
20 apr 2018
ISBN:
9788834435557
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Sorge un impero - Michael J. Sullivan

Indice

L’ASCESA DI NYPHRON

CAPITOLO UNO - L’IMPERATRICE

CAPITOLO DUE - IL MESSAGGERO

CAPITOLO TRE - IL MIRACOLO

CAPITOLO QUATTRO - LA NATURA DEL BENE

CAPITOLO CINQUE - SHERIDAN

CAPITOLO SEI - LA PAROLA

CAPITOLO SETTE - IL GIOIELLO

CAPITOLO OTTO - HINTINDAR

CAPITOLO NOVE - IL GUARDIANO

CAPITOLO DIECI - RICOMPENSE

CAPITOLO UNDICI - RATIBOR

CAPITOLO DODICI - E PIOGGIA FU

CAPITOLO TREDICI - MODINA

CAPITOLO QUATTORDICI - L’OCCHIO

CAPITOLO QUINDICI - IL DISCORSO

CAPITOLO SEDICI - LA BATTAGLIA DI RATIBOR

CAPITOLO DICIASSETTE - DEGAN GAUNT

LA TEMPESTA DI SMERALDO

CAPITOLO UNO - IL SICARIO

CAPITOLO DUE - IL CASTELLO VUOTO

CAPITOLO TRE - IL MESSAGGERO

CAPITOLO QUATTRO - LA SFIDA

CAPITOLO CINQUE - IL SILENZIO INFRANTO

CAPITOLO SEI - LA TEMPESTA DI SMERALDO

CAPITOLO SETTE - UOVA MARCE

CAPITOLO OTTO - IL CORNO

CAPITOLO NOVE - ELLA

CAPITOLO DIECI - LA STELLA CADUTA

CAPITOLO UNDICI - L’INCAPPUCCIATO

CAPITOLO DODICI - LUPI DI MARE

CAPITOLO TREDICI - LA STREGA DI MELENGAR

CAPITOLO QUATTORDICI - CALIS

CAPITOLO QUINDICI - LA RICERCA

CAPITOLO SEDICI - IL VILLAGGIO

CAPITOLO DICIASSETTE - IL PALAZZO DEI QUATTRO VENTI

CAPITOLO DICIOTTO - LA PENTOLA DI ZUPPA

CAPITOLO DICIANNOVE - GALENTI

CAPITOLO VENTI - LA TORRE

CAPITOLO VENTUNO - DRUMINDOR

CAPITOLO VENTIDUE - RITORNO A CASA

CAPITOLO VENTITRE - LA LUNA PIENA

CAPITOLO VENTIQUATTRO - LA FUGA

CAPITOLO VENTICINQUE - L’INVASIONE

CAPITOLO VENTISEI - LA RICOMPENSA

Glossario di nomi e termini

Michael J.

Sullivan

The riyria revelations

ARMENIA

978-88-344-3555-7

Questa opera è protetta dalla Legge sul diritto d'autore.

E' vietata ogni duplicazione, anche, se parziale

A Robin, per avere plasmato Amilia,
confortato Modina, e averne strappati
altri due alla morte
Ai membri di goodreads.com
e alla comunità di blog letterari,
che hanno supportato la serie
e hanno invitato altri a unirsi all’avventura
E ai membri dell’Arlington Writers Group,
per il loro fantastico sostegno,
contributo e feedback

Regioni conosciute del mondo di Elan

Estrendor: Terre settentrionali

Impero Erivan: Terre elfiche

Apeladorn: Nazioni dell’uomo

Arcipelago Ba Ran: Isole dei Goblin

Terre Occidentali: Frontiera sconosciuta a ovest

Dacca: Isola degli uomini del sud

Nazioni di Apeladorn

Avryn: Regni centrali benestanti

Trent: Regni montuosi settentrionali

Calis: Regione tropicale sudorientale governata da signori

della guerra

Delgos: Repubblica meridionale

Regni di Avryn

Ghent: Possedimento ecclesiastico della Chiesa di Nyphron

Melengar: Regno piccolo ma antico e rispettato

Warric: Il più potente tra i regni di Avryn

Dunmore: Il regno più giovane e meno raffinato

Alburn: Regno coperto da foreste

Rhenydd: Regno povero

Maranon: Regno agricolo produttore di beni alimentari.

Un tempo parte di Delgos, che abbandonò quando Delgos divenne una repubblica

Galeannon: Regno senza legge di colline brulle, teatro di numerose grandi battaglie

Gli Dei

Erebus: Padre degli dei

Ferrol: Primogenito, dio degli elfi

Drome: Secondogenito, dio dei nani

Maribor: Terzogenito, dio degli uomini

Muriel: Unica figlia, dea della natura

Uberlin: Figlio di Muriel ed Erebus, dio delle tenebre

Partiti politici

Imperialisti: Coloro che desiderano unire l’intera umanità sotto un unico leader, diretto discendente del semidio Novron

Nazionalisti: Coloro che desiderano essere governati da un leader scelto dal popolo

Monarchici: Coloro che desiderano essere governati da sovrani indipendenti

LIBRO TRE

L’ASCESA

DI NYPHRON

CAPITOLO UNO

L’IMPERATRICE

Amilia commise l’errore di guardare Edith Mon negli occhi. Non si sarebbe mai sognata di fare una cosa simile – mai e poi mai avrebbe sollevato lo sguardo da terra – ma Edith l’aveva spaventata e lei l’aveva guardata d’istinto, senza pensarci. La governante avrebbe giudicato quel gesto un atto di sfida, un segno di ribellione tra le fila del retrocucina. Amilia non aveva mai guardato Edith dritto negli occhi e ora si chiese se dietro di essi si celasse un’anima. In tal caso, doveva tenersi ben nascosta o forse era morta e putrescente come una mela di fine autunno, dettaglio che avrebbe spiegato l’odore di Edith. Quest’ultima emanava infatti un odore acre, vagamente rancido, come se qualcosa fosse andato a male.

«Ti costerà un altro tenente dalla paga» affermò la donna imponente. «Nel tuo gruzzolo c’è ormai un buco nero, eh?».

Edith era grossa e massiccia e apparentemente senza collo. L’enorme testa a incudine era incassata nelle spalle. Per contro, Amilia era quasi invisibile. Piccola ed esile, con un viso insignificante e lunghi capelli smorti, era una tra le tante, uno di quei volti che nessuno si soffermava a guardare – né così grazioso né così mostruoso da meritare una seconda occhiata. Sfortunatamente, la sua invisibilità svaniva quando c’era di mezzo la governante del palazzo, Edith Mon.

«Non l’ho rotto io». Errore numero due, pensò Amilia.

Una mano grassoccia la colpì in pieno viso, le orecchie ronzarono e gli occhi le si velarono di lacrime. «Continua così», mormorò Edith in tono mellifluo, e in un sussurro aggiunse: «Continua a mentirmi».

Aggrappatasi al lavabo per mantenere l’equilibrio, Amilia sentì la guancia andare in fiamme. Il suo sguardo seguì la mano di Edith, e quando tornò a sollevarsi, Amilia trasalì. Con un sogghigno, la governante lasciò correre le dita paffute tra i capelli di Amilia.

«Niente nodi», commentò Edith. «Ecco come trascorri il tempo invece di lavorare. Speri forse di attirare l’attenzione del macellaio? O di quell’ometto impertinente che consegna la legna? Ti ho vista parlare con lui. Sai che cosa vedono quando ti guardano? Un’orribile sguattera, ecco che cosa vedono. Una zoticona povera e sudicia che puzza di liscivia e grasso. Preferirebbero pagare una puttana piuttosto che avere te gratis. Faresti meglio a dedicare più tempo ai tuoi doveri. Se lo facessi, non dovrei malmenarti così spesso».

Amilia sentì Edith attorcigliarle i capelli e stringerli nel pugno. «Mica mi diverto a farti male». Tirò fino a quando Amilia sussultò. «Ma devi imparare». Edith continuò a tirare i capelli di Amilia, piegandole indietro la testa fino a quando la ragazza non vide che il soffitto. «Sei ottusa, stupida e brutta. Ecco perché sei ancora nel retrocucina. Non posso fare di te una lavandaia e tanto meno una cameriera. Mi metteresti in imbarazzo, lo capisci?».

Amilia rimase in silenzio.

«Ho detto, lo capisci?».

«Sì».

«Dì che ti dispiace aver scheggiato il piatto».

«Mi dispiace aver scheggiato il piatto».

«E sei dispiaciuta per avere mentito sulla tua malefatta?».

«Sì».

Edith schiaffeggiò la guancia già in fiamme di Amilia. «Brava ragazza. Aggiungerò il costo del piatto al tuo totale. Ora, per quanto riguarda la punizione…». Lasciò andare i capelli di Amilia e le strappò di mano la spazzola per i piatti, valutandone il peso. Era solita usare una cintura; la spazzola avrebbe fatto più male. Avrebbe trascinato Amilia nella lavanderia, dove il corpulento cuoco non l’avrebbe vista. Il capo cuoco aveva infatti preso Amilia in simpatia, e sebbene Edith avesse tutto il diritto di castigare le sue ragazze, Ibis non tollerava che lo facesse nella sua cucina. Amilia restò in attesa che una mano grassa le afferrasse il polso, invece Edith le accarezzò la testa. «Che capelli lunghi hai», mormorò infine. «Sono i capelli che ti intralciano, vero? Ti fanno pensare troppo a te stessa. Be’, so come risolvere entrambi i problemi. Sarai davvero carina quando…».

In cucina scese il silenzio. Cora, che non aveva smesso un istante di agitare l’asta nella zangola, si fermò di colpo. I cuochi smisero di tagliare e anche Nipper, impegnato a impilare la legna vicino ai fornelli, s’impietrì. Amilia seguì i loro sguardi verso la scala.

Una nobildonna in velluto e raso bianco scese con grazia i gradini e avanzò nell’umido fetore del retrocucina. Occhi penetranti e labbra sottili risaltavano su un volto incipriato. La donna era alta e – a differenza di Amilia, che aveva una postura curva – si ergeva dritta e fiera. Avanzò decisa verso il tavolo lungo la parete, dove il fornaio stava preparando il pane.

«Pulite», ordinò con un gesto della mano, rivolgendosi a nessuno in particolare. Il fornaio raccolse i suoi arnesi e la pasta nel grembiule e si allontanò di gran carriera. «Sfregate e pulite», insistette la donna.

Amilia si ritrovò di colpo con la spazzola in mano e una spinta la fece incespicare in avanti. Non sollevò lo sguardo e si mise subito al lavoro, alzando nuvole di farina. Nipper le fu subito accanto, armato di secchio, e Vella arrivò con un canovaccio. Insieme pulirono il tavolo, mentre la donna li guardava sprezzante.

«Due sedie», abbaiò quest’ultima quando i tre ebbero finito, e Nipper si precipitò a prenderle.

Incerta sul da farsi, Amilia restò dove si trovava, gli occhi sulla donna, la spazzola che gocciolava accanto a lei. Quando la nobildonna la scoprì a fissarla, si affrettò ad abbassare lo sguardo e scorse qualcosa muoversi. Un topolino grigio si paralizzò sotto il tavolo del fornaio, cercando di nascondersi nell’ombra. Poi prese coraggio e, recuperata una briciola di pane, scomparve attraverso una piccola fessura.

«Che creatura meschina», sentì dire alla donna. Amilia pensò si riferisse al topo, finché la sentì aggiungere: «Stai facendo una lurida pozza sul pavimento. Vattene».

Prima di tornare al suo lavoro, Amilia si esibì in una penosa riverenza. Una raffica di ordini eruppe dalla donna, ognuno di essi pronunciato con dizione perfetta. Vella, Cora e persino Edith cominciarono ad apparecchiare la tavola come per un banchetto reale. Vella stese una tovaglia bianca ed Edith iniziò a posizionare l’argenteria, solo per poi essere cacciata via dalla donna che sistemò accuratamente ogni singolo pezzo. Ben presto la tavola fu elegantemente apparecchiata per due, calici e tovaglioli di lino inclusi.

Amilia non riusciva a immaginare chi avrebbe potuto cenare là. Nessuno avrebbe preparato una tavola per i servi, e perché un nobile avrebbe dovuto andare a mangiare in cucina?

«Allora, che cosa sta succedendo qua?». Amilia udì la voce famigliare e profonda di Ibis Thinly. L’anziano cuoco di bordo era un uomo dal torace possente, luminosi occhi azzurri e una rada barba che seguiva la linea del mento. Aveva trascorso la mattina a contrattare con i contadini, senza tuttavia mai togliersi l’onnipresente grembiule. L’indumento disseminato di macchie di unto era infatti la sua uniforme, il suo marchio di fabbrica. Irruppe nella cucina come un orso che, tornato nella sua caverna, trova in atto qualche monelleria. Appena notò la donna, si fermò.

«Sono Lady Constance», lo informò la nobildonna. «Tra poco porterò qui l’Imperatrice Modina. Se sei il cuoco, prepara da mangiare». La donna tacque e con sguardo critico osservò la tavola. Sistemò la posizione di alcuni pezzi, quindi si girò e se ne andò.

«Leif, taglia quell’agnello arrosto», urlò Ibis. «Cora, prendi del formaggio. Vella, recupera il pane. Nipper, raddrizza quella catasta di legna!».

«L’imperatrice!», esclamò Cora mentre correva nella dispensa.

«Che cosa viene a fare qua?», domandò Leif. C’era ira nella sua voce, come se un parente indesiderato e buono a nulla stesse per piombare lì e lui fosse l’infastidito signore del maniero.

Amilia aveva sentito parlare dell’imperatrice ma non l’aveva mai vista, nemmeno da lontano. A pochi era accaduto. Era stata incoronata nel corso di una cerimonia riservata più di sei mesi addietro, in inverno, e il suo arrivo ad Aquesta aveva cambiato ogni cosa.

Re Ethelred non portava più la corona e a lui ci si rivolgeva come Reggente e non più come Vostra Maestà. Continuava a comandare nel castello, che ora veniva però chiamato palazzo imperiale. L’altro, il Reggente Saldur, aveva apportato tutti i cambiamenti. Originario di Melengar, l’ex vescovo aveva stabilito lì la sua residenza e aveva messo gli operai a lavorare giorno e notte al grande salone e alla sala del trono. Saldur aveva inoltre istituito nuove regole, che tutta la servitù doveva seguire.

Il personale di palazzo poteva lasciare la proprietà solo se scortato da una delle nuove guardie, e tutte le lettere, prima di venire spedite, dovevano essere lette e approvate. Quest’ultimo editto non aveva creato alcun malumore, poiché pochi servi sapevano leggere e scrivere. Molti di coloro che avevano la famiglia in città, o nelle fattorie circostanti, avevano dato le dimissioni, poiché non era loro più permesso tornare a casa tutte le sere. Coloro che avevano scelto di restare al castello non avevano mai più avuto loro notizie. Il Reggente Saldur era riuscito a isolare il palazzo dal mondo esterno ma, all’interno, voci e pettegolezzi dilagavano. Nei corridoi di servizio avevano preso vita congetture secondo le quali dare le dimissioni era pericoloso quanto sgattaiolare via.

Anche il fatto che nessuno vedesse mai l’imperatrice era fonte di svariate illazioni. Tutti sapevano che era lei l’erede dell’autentico e leggendario imperatore Novron, e pertanto figlia del dio Maribor. Era stata l’unica in grado di uccidere la bestia che aveva trucidato dozzine dei più grandi cavalieri di Elan e ciò provava la sua identità. Il suo passato di contadina in un piccolo villaggio confermava che agli occhi di Maribor tutti gli uomini erano uguali. E così le congetture erano confluite nella conclusione che l’imperatrice fosse ascesa alla condizione di un essere spirituale, e solo i reggenti e la sua attendente personale erano ammessi alla sua divina presenza.

Ecco chi deve essere la nobildonna, pensò Amilia. La donna dal volto scontroso e la dizione perfetta era l’attendente imperiale.

Ben presto, una varietà del miglior cibo che erano riusciti a mettere insieme in così breve tempo era disposta sulla tavola. Knob, il fornaio, e Leif, il macellaio, discussero sulla disposizione dei piatti, poiché ognuno di loro voleva il suo prodotto al centro. «Cora», disse Ibis, «metti la tua bella torta di formaggio al centro». Un sorriso e un lieve rossore spuntarono sul viso della cameriera, mentre i volti di Leif e Knob si rabbuiavano.

Non avendo più nulla da fare nel suo ruolo di sguattera, Amilia se ne tornò ai suoi piatti. Edith chiacchierava animatamente con il cantiniere e il coppiere nell’angolo vicino alla catasta di barilotti di quercia, e tutti i servitori erano impegnati a lisciare le divise e a passarsi le dita nei capelli. Quando la donna tornò, Nipper stava ancora spazzando. Ancora una volta tutti si paralizzarono e la guardarono condurre una giovane per il polso.

«Sedetevi», ordinò Lady Constance in tono brusco.

Tutti sbirciarono oltre le due donne, pronti a dare una prima occhiata alla dea-regina. Sbucarono due guardie armate, che presero posizione ai lati del tavolo. Ma dopo di loro, non apparve nessun altro.

Dov’è l’imperatrice?

«Modina, ho detto di sedervi», ripeté Lady Constance.

Amilia restò di sasso.

Modina? Questo fuscello di bambina è l’imperatrice?

La ragazzina non sembrò avere udito Lady Constance e restò in piedi immobile, sul viso un’espressione assente. Sembrava un’adolescente, delicata e mortalmente magra. Un tempo doveva essere stata graziosa, ma di quella gradevolezza non restava più nulla. Il viso della fanciulla era cadaverico, la pelle sottile e tesa al punto tale da rivelare la sagoma dettagliata del cranio di sotto. I capelli biondi le ricadevano sul viso in un ammasso scompigliato. Indossava solo una leggera tunica bianca, che accentuava il suo aspetto spettrale.

Lady Constance sospirò e obbligò la ragazzina a sedersi su una delle sedie al tavolo del fornaio. La fanciulla si lasciò spostare come una bambola. Non aprì bocca e i suoi occhi continuarono a fissare il vuoto.

«Posate il tovagliolo sul grembo in questo modo». Lady Constance dispiegò e sistemò il tessuto con movimenti decisi. Restò in attesa, lo sguardo sull’imperatrice, che non si mosse. «Come imperatrice, non dovrete mai servirvi da sola», proseguì Lady Constance. «Aspetterete che i servi vi riempiano il piatto». Stava guardandosi intorno irritata quando i suoi occhi incontrarono quelli di Amilia. «Tu, vieni qua», ordinò. «Servi Sua Eminenza».

Amilia lasciò andare la spazzola nel lavandino e, asciugandosi le mani nel grembiule, si affrettò verso le due donne. Non aveva mai servito a tavola ma non disse nulla. Cercò invece di ricordare quando aveva guardato Leif tagliare la carne. Afferrate le pinze e un coltello, si sforzò di imitarlo al meglio. Leif faceva apparire tutto semplice, ma le dita di Amilia la tradirono e lei armeggiò impacciata, riuscendo infine a posare sul piatto della fanciulla solo pochi bocconi di agnello.

«Pane». La voce di Lady Constance schioccò come un colpo di frusta e Amilia affondò il coltello nella lunga forma di pane, rischiando di tagliarsi nel mentre.

«Adesso mangiate».

Per un breve istante, Amilia pensò che fosse un altro ordine destinato a lei e d’istinto allungò la mano. Si bloccò di colpo e restò immobile, incerta se fosse libera di tornare ai suoi piatti.

«Vi ho detto di mangiare». La segretaria fulminò l’imperatrice, che continuò a fissare con sguardo assente il muro lontano.

«Mangiate, dannazione!», tuonò Lady Constance e tutti in cucina, compresi Edith Mon e Ibis Thinly, sobbalzarono. Il pugno della donna si abbassò sul tavolo, rovesciando i calici e facendo rimbalzare i coltelli contro i piatti. «Mangiate!», ripeté Lady Constance, e mollò uno schiaffo sul viso dell’imperatrice. Il viso scheletrito oscillò sotto il colpo, dondolando fino a fermarsi. La fanciulla non trasalì. Continuò semplicemente a fissare, questa volta un’altra parete.

In un impeto d’ira, la segretaria imperiale scattò in piedi, rovesciando la sedia. Afferrò uno dei pezzi di carne e cercò di infilarlo a forza nella bocca della fanciulla.

«Cosa succede?».

Al suono di quella voce, Lady Constance si paralizzò. Un uomo anziano dai capelli bianchi scese la scala che portava alla retrocucina. L’elegante veste porpora e la cappa nera risultavano fuori posto in quel locale caldo e disordinato. Amilia riconobbe subito il Reggente Saldur.

«Che accidenti…», cominciò a dire Saldur, avvicinandosi al tavolo. Guardò la fanciulla, poi il personale di cucina e infine Lady Constance, che nel frattempo aveva lasciato cadere la carne. «A che cosa pensavate portandola qua?».

«Io… pensavo che se…».

Saldur sollevò una mano, zittendola, poi, lentamente, la chiuse a pugno. Serrò la mascella e inspirò profondamente. Riportò l’attenzione sulla fanciulla. «Guardatela. Dovevate istruirla e prepararla. È peggio di prima!».

«Io… ci ho provato, ma…».

«Tacete!», sbottò il reggente, il pugno ancora sollevato. Nessuno nella cucina fiatò. Gli unici suoni erano il flebile crepitio del fuoco nel forno e il ribollio del brodo in una pentola. «Se questo è il risultato ottenuto da una professionista, tanto vale provare con un dilettante. Non potrebbe fare di peggio». Il reggente indicò Amilia. «Tu! Congratulazioni, da questo momento sei la nuova attendente imperiale dell’imperatrice». E riportata l’attenzione su Lady Constance, aggiunse: «Per quanto riguarda voi, i vostri servigi non sono più necessari. Guardie, portatela via».

Amilia vide Lady Constance vacillare. Il suo portamento fiero svanì; cominciò a tremare e a indietreggiare, correndo il rischio di inciampare sulla sedia rovesciata. «No! Vi prego, no!», gridò, quando una guardia l’afferrò per un braccio e la strattonò verso la porta sul retro. Un’altra guardia la prese per l’altro braccio. La donna venne colta dalla disperazione, implorando e dimenandosi mentre la trascinavano fuori.

Amilia restò immobile, paralizzata, con ancora tra le mani le pinze e il coltello per la carne, incapace quasi di respirare. Quando le suppliche di Lady Constance si persero in lontananza, il Reggente Saldur si rivolse a lei, il viso paonazzo, i denti scoperti dietro a labbra atteggiate in una smorfia di scherno. «Non deludermi», le disse e si avviò lungo le scale, il mantello che turbinava dietro di lui.

Amilia tornò a guardare la fanciulla, che continuava a fissare la parete.

Il mistero del perché nessuno avesse mai visto l’imperatrice venne risolto quando un soldato scortò le fanciulle fino alla stanza di Modina. Amilia si aspettava di dirigersi verso l’ala orientale della fortezza, dove erano dislocati le stanze dei reggenti e gli appartamenti reali. Con sua grande sorpresa, la guardia restò invece nell’ala della servitù e si diresse verso una scala a chiocciola oltre la lavanderia. Le cameriere erano solite usare quella scala per raggiungere le stanze della servitù ai piani superiori. Ma il soldato scese la scala proprio lì.

Amilia non contestò la direzione presa dalla guardia, troppo preoccupata dalla spada che pendeva lungo il fianco dell’uomo. Gli occhi scuri erano incassati in un volto di pietra e la sommità della testa di Amilia gli sfiorava appena il mento. Ciascuna mano della guardia era il doppio delle sue. Non era una di quelle che avevano portato via Lady Constance, ma Amilia sapeva che non avrebbe esitato quando fosse giunto il suo turno.

L’aria divenne fredda e umida quando si ritrovarono di colpo nell’oscurità, rotta soltanto dalla luce di tre lanterne a muro. Dalla sgangherata placca dell’ultima lampada, la cera gocciolava. Ai piedi della scala, una porta di legno spalancata conduceva a uno stretto corridoio, sul quale si aprivano delle porte lungo entrambi i lati. In una stanza, Amilia notò numerose botti e una rastrelliera di bottiglie avvolte nella paglia. Enormi lucchetti sigillavano altre due porte, e una terza era spalancata su una stanzetta di pietra, vuota, fatto salvo per giaciglio di paglia e un secchio di legno. Il soldato si fermò davanti alla cella, e si spostò di lato, la schiena alla parete.

«Scusate…», iniziò Amilia, confusa. «Non capisco. Pensavo stessimo andando nella camera da letto dell’imperatrice».

La guardia annuì.

«State dicendo che Sua Eminenza dorme qua?».

Il soldato tornò ad annuire.

Mentre Amilia restava attonita per lo shock, Modina avanzò nella stanza e si raggomitolò sull’ammasso di paglia. La guardia chiuse la pesante porta e cominciò a infilare un enorme lucchetto nel chiavistello.

«Aspettate», intervenne Amilia, «non potete lasciarla qua. Non vedete che è malata?».

La guardia non si fermò.

Incredula, Amilia restò a fissare la pesante porta di quercia.

Com’è possibile? Lei è l’imperatrice. È la figlia di un dio e la somma sacerdotessa della chiesa.

«Tenete l’imperatrice rinchiusa in un vecchio scantinato?».

«È meglio del posto in cui stava prima», le rispose il soldato. Non aveva ancora parlato fino a quel momento e la sua voce non era come Amilia si era aspettata. Delicata, compassionevole, e poco più che un sussurro, la disarmò.

«Dove stava?».

«Ho già detto troppo».

«Non posso lasciarla qua. Non ha nemmeno una candela».

«Gli ordini sono di tenerla in questa cella».

Amilia lo fissò. Non riusciva a vedergli gli occhi. La visiera dell’elmo, e il modo in cui le ombre si riflettevano, oscuravano ogni dettaglio al di sopra del naso. «Va bene», disse infine e girò sui tacchi.

Tornò poco dopo con in mano una delle lanterne poste lungo la tromba delle scale. «Posso almeno tenerle compagnia?».

«Ne siete sicura?». L’uomo parve sorpreso.

Amilia non lo era affatto, ma annuì ugualmente. La guardia aprì la porta.

L’imperatrice giaceva raggomitolata sul giaciglio di paglia, gli occhi aperti che fissavano senza vedere. Amilia scorse una coperta arrotolata in un angolo. Posò la lanterna sul pavimento, scosse la coperta di lana e la distese sopra la fanciulla.

«Non vi trattano molto bene, vero?» mormorò, scostando delicatamente la massa di capelli dal viso di Modina. Le ciocche erano rigide e fragili come la paglia di cui erano disseminate. «Quanti anni avete?».

L’imperatrice non rispose, né si mosse sotto il tocco di Amilia. Sdraiata su un fianco, la fanciulla strinse le ginocchia al petto e premette la guancia contro la paglia. Di tanto in tanto, sbatteva le palpebre e il suo petto saliva e scendeva a ogni respiro, ma nulla più.

«È successo qualcosa di brutto, non è vero?». Amilia lasciò scorrere le dita sul braccio nudo di Modina. Il polso della fanciulla era così sottile che avrebbe potuto circondarlo con pollice e indice senza nemmeno stringerlo. «Sentite, non so quanto resterò qua. Non credo per molto. Vedete, non sono una nobile. Sono solo una lavapiatti. Il reggente ha detto che devo istruirvi e prepararvi, ma ha commesso un errore. Io non so da che parte cominciare». Accarezzò Modina sulla testa e le sue dita scivolare sulla guancia scavata della fanciulla, ancora arrossata dopo lo schiaffo di Lady Constance. «Ma vi prometto che non vi farò mai del male».

Amilia restò seduta ad arrovellarsi il cervello alla ricerca di un modo per stabilire un contatto con la fanciulla. «Posso rivelarvi un segreto? Però non ridete… io… ho paura del buio. So che è stupido, ma è più forte di me. Ne ho sempre avuto paura. I miei fratelli non fanno che prendermi in giro. Se chiacchieraste un po’ con me forse andrebbe meglio. Che cosa ne dite?».

Ancora nessuna reazione.

Amilia sospirò. «Be’, domani andrò a prendere qualche candela nella mia stanza. Ne ho messe da parte parecchie. Con quelle, le cose andranno meglio. Adesso, però, riposatevi».

Amilia non aveva mentito riguardo alla sua paura del buio. Ma quella notte, mentre cercava di prendere sonno accoccolata accanto all’imperatrice, il buio avrebbe dovuto mettersi in fila dietro a numerose nuove paure.

Quella notte, i soldati non andarono a prendere Amilia e lei si svegliò solo quando portarono la colazione – o meglio, quando venne spinta sul pavimento sopra un piatto di legno, che roteò fino a fermarsi al centro della stanza. Su di esso erano disposti un pezzo di carne delle dimensioni di un pugno, una fetta di formaggio e del pane con la crosta spessa e croccante. Una colazione dall’aspetto invitante e simile ai pasti abituali di Amilia, per gentile concessione di Ibis. Prima di lavorare a palazzo, lei non aveva mai mangiato né carne di manzo né selvaggina, ma adesso era una consuetudine. Essere amica del capo cuoco offriva anche altri vantaggi. Le persone non volevano offendere l’uomo che controllava la loro dieta, così Amilia veniva generalmente trattata bene da tutti, tranne che da Edith Mon. Diede qualche morso ed espresse a voce alta il suo apprezzamento: «È buoniiiiiissima. Ne volete un po’?».

L’imperatrice non rispose.

Amilia sospirò. «No, immagino di no. Che cosa vi piacerebbe? Posso procurarvi quello che volete».

Si alzò, raccolse il vassoio e aspettò. Niente. Dopo qualche minuto, bussò alla porta e la guardia l’aprì.

«Scusate, ma devo procurarmi un pasto adeguato per Sua Eminenza». Il soldato guardò il piatto, confuso, ma si fece da parte, consentendole di avviarsi a passo svelto verso la scala.

In cucina c’era ancora fermento per gli eventi della sera precedente, ma scese il silenzio non appena entrò Amilia. «Ti hanno rimandata indietro, eh?», sogghignò Edith. «Tranquilla, ti ho messo da parte una pila di pentole. E non mi sono dimenticata dei capelli».

«Sta’ zitta, Edith», l’ammonì Ibis, fulminandola con lo sguardo. Riportata l’attenzione su Amilia, le chiese: «Stai bene? Ti hanno rimandato indietro?».

«Sto bene, Ibis, grazie. E no, credo di essere ancora la segretaria dell’imperatrice – qualsiasi cosa significhi».

«Buon per te, ragazza», replicò Ibis. Si girò verso Edith e aggiunse: «Se fossi in te, adesso starei attenta a quello che dici. Mi sa che quella pila te la laverai da sola». Edith le girò le spalle e si allontanò con fare altero.

«Allora, mia cara, che cosa ti porta qua?».

«Sono venuta per il cibo che hai preparato per l’imperatrice».

Ibis apparve sorpreso. «Che cos’ha che non va?».

«Niente, è buonissimo. L’ho assaggiato».

«Allora non capisco…».

«Sua Eminenza è malata. Non può mangiare questa roba. Quando non stavo bene, mia madre mi dava una minestra, un brodo leggero facile da mandare giù. Mi chiedevo se potessi preparare qualcosa di simile».

«Ma certo», affermò Ibis. «Nessun problema. Qualcuno avrebbe dovuto dirmi che non stava bene. Ho già in mente che cosa fare. Io la chiamo Minestra del Mal di Mare. È l’unica cosa che i ragazzi appena imbarcati riuscivano a tenere giù nei primi giorni di navigazione. Leif, portami il bollitore grande».

Amilia trascorse il resto della mattinata ad andare avanti e indietro dalla minuscola cella di Modina. Portò via tutte le sue cose dal dormitorio: un vestito di riserva, un po’ di biancheria intima, una camicia da notte, una spazzola e il suo bottino di quasi una dozzina di candele. Dalle scorte di biancheria prese cuscini, lenzuola e coperte. Trafugò persino una brocca, un po’ di sapone delicato e un catino da una stanza degli ospiti vuota. Ogni volta che passava, la guardia la guardava e scuoteva la testa, divertita.

Dopo avere sostituito la vecchia paglia con mucchi freschi presi dalle stalle, Amilia tornò da Ibis a controllare la minestra. «Quando avrò più tempo per prepararla sarà sicuramente migliore, ma anche questa dovrebbe metterle un po’ di vento nelle vele», affermò il cuoco.

Amilia tornò alla cella e, posata a terra la ciotola di minestra bollente, aiutò l’imperatrice a sedersi. Assaggiò la prima cucchiaiata per verificarne la temperatura, quindi portò il cucchiaio alle labbra di Modina. La maggior parte del brodo le scivolò lungo il mento e sgocciolò sul grembiule.

«Colpa mia. La prossima volta mi ricorderò di portare uno di quei tovaglioli che avevano tanto entusiasmato la precedente segretaria». Alla seconda cucchiaiata, Amilia infilò sotto la mano e raccolse buona parte dell’eccedenza. «Ah!», esclamò. «Ce l’ho fatta un pochino. È buono, vero?». Inclinò sulle labbra di Modina un’altra cucchiaiata e questa volta vide la fanciulla deglutire.

Quando la ciotola fu vuota, Amilia suppose che buona parte della minestra fosse per terra o sugli abiti di Modina, ma era certa che la fanciulla ne avesse bevuto almeno una parte. «Ecco fatto. Adesso va un po’ meglio, vero? Ma vi ho ridotta a un vero disastro. Avete bisogno di una pulita». Amilia lavò Modina e le fece indossare il suo grembiule di ricambio. Pur avendo la stessa altezza di Amilia, Modina nuotava nell’indumento e Amilia dovette inventarsi una cintura con un pezzo di corda.

Mentre preparava due letti di fortuna con la paglia, le lenzuola, le coperte e i cuscini rubati, Amilia continuò a chiacchierare. «Avrei voluto portare dei materassi ma erano pesanti. E poi, non volevo attirare troppa attenzione. Già mi guardavano strano. Penso che così andranno bene, non trovate?». Modina mantenne lo sguardo fisso nel vuoto. Quando tutto fu a posto, Amilia la fece sedere sul nuovo letto alla luce di una manciata di allegre candele e cominciò a spazzolarle delicatamente i capelli.

«Allora, come si fa a diventare imperatrice?», le domandò. «Dicono che abbiate ucciso un mostro che aveva sterminato centinaia di cavalieri. Sapete... senza offesa, ma non sembrate proprio il tipo della donna ammazza-mostri». Amilia si fermò e inclinò la testa. «Non volete proprio parlare? Nessun problema. Volete che il vostro passato resti segreto. Lo capisco. Dopotutto, ci siamo appena conosciute.

«Allora, vediamo… Che cosa posso raccontarvi di me? Be’, vengo da Tarin Vale. Sapete dove si trova? Probabilmente no. È un piccolo villaggio tra qui e Colnora. Solo poche persone provenienti dalla città lo attraversano dirette verso luoghi più eccitanti. A Tarin non accade mai molto. Mio padre costruisce carrozze ed è veramente bravo. Tuttavia, non guadagna molto». Si fermò e osservò il viso della fanciulla per cercare di capire se avesse sentito ciò che aveva detto.

«Che cosa fa vostro padre? Ho sentito dire che è un contadino, vero?».

Silenzio.

«Vi stavo dicendo che mio padre non guadagna molto. Secondo mia madre è perché lavora troppo bene. È davvero orgoglioso del suo lavoro, così ci impiega un sacco di tempo. Per costruire una carrozza può metterci anche un anno intero. E così rende le cose difficili, perché viene pagato solo a lavoro concluso. E dovendo acquistare da mangiare e tutto il resto, a volte restiamo senza soldi.

«Mia madre è una filatrice e mio fratello un taglialegna, ma i soldi non sembrano bastare mai. È per questo che sono qua, capite. Non sono un granché come filatrice, ma so leggere e scrivere». Una parte della chioma della fanciulla era adesso priva di nodi e Amilia passò all’altro lato.

«Vedo che ne siete colpita. In realtà non mi è servito a molto. Be’, forse mi è servito a mettere un piede in questo mondo.

«Mmm, come? Volete sapere dove ho imparato a leggere e scrivere? Oh be’, grazie per averlo chiesto. Mi ha insegnato Devon. È un monaco giunto a Tarin Vale qualche anno fa». Abbassò la voce con fare cospiratorio. «Mi piaceva molto ed era carino e intelligente – molto intelligente. Leggeva sempre e mi ha raccontato di luoghi lontani e di eventi accaduti tanto tempo fa. Devon pensava che mio padre o il capo del suo ordine avrebbero cercato di dividerci, così mi ha insegnato a leggere e scrivere affinché potessimo restare in contatto. Aveva ragione, naturalmente. Quando mio padre l’ha scoperto, ha sentenziato: Non c’è futuro con un monaco. Devon è stato allontanato e io ho pianto per giorni».

Amilia si fermò per districare un groviglio particolarmente resistente. Faceva del suo meglio per essere delicata, ma era certa che la fanciulla soffrisse, sebbene non lo desse a vedere. «Quello era davvero intricato», disse. «Per un attimo ho pensato ci fosse un nido, lì dentro.

«Comunque, quando mio padre ha scoperto che sapevo leggere e scrivere era molto orgoglioso di me. Non faceva che vantarsene con chiunque andasse alla bottega. Uno dei suoi clienti, il cavaliere Jenkins Talbert, ne è rimasto così colpito da dirgli che avrebbe potuto mettere una buona parola per me ad Aquesta.

«Eravamo tutti così eccitati quando sono stata presa. Quando ho scoperto che il lavoro era quello di una misera lavapiatti non ho avuto il coraggio di dirlo alla mia famiglia, così da allora non sono più tornata a casa. E adesso, ovviamente, se anche volessi non mi lascerebbero andare». Amilia sospirò, ma un attimo dopo sfoderò un sorriso. «Ma va bene anche così, perché adesso sono qui con voi».

Un lieve colpo alla porta e la guardia entrò. Lasciò vagare lo sguardo intorno a sé e annuì in segno di approvazione. I suoi occhi si posarono infine su Amilia, occhi colmi di tristezza. «Mi spiace, ragazza, ma il Reggente Saldur mi ha ordinato di portarti da lui».

Amilia si paralizzò, poi, lentamente, mise giù la spazzola e con mano tremante avvolse una coperta intorno alle spalle dell’imperatrice. Si alzò, baciò Modina sulla guancia, e con voce impaurita riuscì a sussurrare: «Addio».

CAPITOLO DUE

CAPITOLO DUE

IL MESSAGGERO

Aveva sempre temuto di morire in quel modo, da solo su un tratto di strada lontano da casa. La foresta premeva su entrambi i lati e i suoi occhi allenati capirono che i detriti che gli sbarravano il cammino non erano il risultato casuale di un albero indebolito. Tirò le redini, obbligando il cavallo ad abbassare la testa. L’animale sbuffò per la frustrazione, mordendo il freno e avvertendo – come lui – il pericolo.

L’uomo guardò dietro e di fianco a sé, scrutando gli alberi avvolti dal folto fogliame verde estivo. Niente si muoveva nella quiete del primo mattino. Niente tradiva l’apparenza innocua se non il cumulo innanzi a lui. La trappola era artificiale. Anche a quella distanza, scorse la brillantezza della cellulosa, tipica del legname appena tagliato.

Una barricata.

Ladri?

Una banda di briganti stava sicuramente appostata al riparo nella foresta, a guardarlo, aspettando che lui si avvicinasse. Cercò di concentrarsi, mentre il cavallo ansimava sotto di lui. Quella era la via settentrionale più breve per il fiume Galewyr e il tempo stava per esaurirsi. Breckton stava preparandosi a invadere il regno di Melengar e lui doveva consegnare il dispaccio prima che il cavaliere lanciasse l’attacco. Prima che s’imbarcasse, il suo comandante, come anche i reggenti, avevano sottolineato l’importanza di quella missione. Contavano su di lui – lei contava su di lui. Come migliaia d’altri, il Giorno dell’Incoronazione si era soffermato nella gelida piazza anche solo per intravedere l’Imperatrice Modina. Ma con grande delusione della folla accorsa, lei non era mai apparsa. Dopo molte ore era giunto l’annuncio che l’imperatrice era impegnata nelle questioni del Nuovo Impero. Ascesa da poco dalla classe contadina, la nuova sovrana non aveva evidentemente tempo per le frivolezze.

Si tolse il mantello e lo legò dietro la sella, scoprendo la corona d’oro sul tabarro. Forse lo avrebbero lasciato passare. Sicuramente sapevano che l’esercito imperiale era vicino, e Sir Breckton non avrebbe tollerato l’imboscata a un messaggero imperiale. I banditi forse non temevano quell’idiota del Conte Ballentyne, ma persino degli uomini disperati ci avrebbero pensato due volte prima di oltraggiare un cavaliere di Breckton. Altri comandanti avrebbero anche potuto ignorare un messaggero ferito o ucciso, ma Sir Breckton l’avrebbe interpretato come un insulto personale al suo onore, e insultare l’onore di Breckton equivaleva a un suicidio.

Si rifiutava di fallire.

Spostati i capelli dagli occhi, tornò a stringere le redini e avanzò con cautela. Mentre si avvicinava alla barricata, scorse dei movimenti. Le foglie tremarono. Un ramoscello schioccò. Cominciò a far girare il destriero e si preparò a sfrecciare via. Era un buon cavallerizzo – veloce e agile. La cavalla di tre anni era ben addestrata e, una volta spronata, nessuno li avrebbe raggiunti. S’irrigidì sulla sella e si piegò in avanti, preparandosi a scattare, ma la vista di uniformi imperiali lo fermò.

Un paio di soldati si trascinarono verso la strada dal folto degli alberi e lo scrutarono con l’espressione ottusa comune ai soldati di fanteria. Indossavano tabarri rossi decorati con lo stemma dell’ordine di Sir Breckton. Mentre si avvicinavano, quello più grosso masticava uno stelo di paglia mentre il più piccolo si leccava le dita, per poi strofinarle sull’uniforme.

«Mi avete fatto preoccupare», affermò il cavaliere in un misto di sollievo e irritazione. «Pensavo foste banditi».

Il più basso sorrise. Non si prendeva molta cura della sua uniforme. Due spalline erano slacciate e le linguette di cuoio erano rigide sulle spalle come minuscole ali. «L’hai sentito, Will? Pensava fossimo ladri. Non male come idea, eh? Dovremmo applicare un pedaggio e alleggerire qualche tasca, come ai vecchi tempi. Così almeno, pur restando qui tutto il giorno, faremmo qualche soldo. Certo, Breckton ci scuoierebbe vivi se lo venisse a sapere».

Il soldato più alto, probabilmente un muto ritardato, annuì in silenzio. Perlomeno quello indossava l’uniforme in modo elegante. Gli calzava meglio e si era preso la briga di allacciarla in modo corretto. Entrambe le uniformi erano sgualcite e macchiate da notti trascorse all’addiaccio, ma era quella la vita di un soldato di fanteria – uno dei tanti motivi per cui lui preferiva essere un messaggero.

«Sgombrate la strada. Ho un dispaccio urgente. Devo raggiungere immediatamente l’esercito imperiale».

«Senti un po’, anche noi abbiamo degli ordini, lo sai? Non possiamo lasciare passare nessuno», replicò il più basso.

«Io sono un corriere imperiale, idiota!».

«Oh», mormorò la sentinella con l’acume di un palo di legno. Lanciò un’occhiata al compagno, che mantenne un’espressione ottusa. «Ah be’, allora è tutta un’altra cosa, no?». Accarezzò il collo del cavallo. «Spiegherebbe la schiuma che hai provocato a questa bambina, vero? Sembra avere bisogno di bere. Abbiamo un secchio e c’è un ruscelletto proprio là…».

«Non ho tempo. Rimuovete quel mucchio dalla strada. E in fretta».

«Va bene, va bene. Non c’è bisogno di essere tanto bruschi. Dicci solo la parola d’ordine e io e Will trascineremo via tutto in un baleno».

«La parola d’ordine?».

Il soldato annuì. Sollevò un dito e annusò qualcosa con espressione ostile prima di riabbassarlo. «Ma sì, la parola d’ordine. Non possiamo lasciar passare spie da qua. Dopotutto, c’è una guerra in corso».

«Non ho mai sentito nulla del genere. Non sono stato informato di nessuna parola d’ordine».

«No?». Il soldato più basso inarcò un sopracciglio, mentre s’impadroniva della briglia del cavallo.

«Ho parlato con i reggenti in persona e …».

Il più grosso dei due lo tirò giù da cavallo. Il messaggero atterrò sulla schiena, sbattendo violentemente a terra e picchiando la testa. Una fitta di dolore lo accecò per un breve istante. Quando riaprì gli occhi, il soldato era a cavalcioni su di lui e gli puntava la lama del coltello alla gola.

«Per chi lavori?», ringhiò la sentinella massiccia.

«Che stai facendo, Will?», domandò il compagno, continuando a tenere il cavallo.

«Cerco di far parlare questa spia, ecco che cosa sto facendo».

«Io… non sono una spia. Sono un corriere imperiale. Lasciatemi andare!».

«Will, secondo i nostri ordini non dobbiamo interrogarli. Se non conoscono la parola d’ordine, gli tagliamo la gola e li buttiamo nel fiume. Sir Breckton non ha tempo da perdere con ogni idiota che becchiamo su questa strada. E poi, per chi pensi lavori? L’unico che combatte contro di noi è Melengar, perciò lavora per Melengar. Adesso tagliagli la gola e appena avrò legato il cavallo, ti aiuterò a trascinarlo fino al fiume».

«Ma io sono un messaggero!», gridò l’uomo.

«Ma certo».

«Posso provarlo. Ho dei dispacci per Sir Breckton nella bisaccia».

I due soldati si scambiarono occhiate dubbiose. Il più basso si strinse nelle spalle. Infilò le mani nelle bisacce e cominciò a cercare. Estrasse una cartella di cuoio contenente una pergamena sigillata e rotto il sigillo, la esaminò.

«Be’, questa è propria bella. Pare che dica la verità, Will. Questo sembra un vero dispaccio per Sua Signoria».

«Cosa?», domandò l’altro mentre la preoccupazione gli si dipingeva in viso.

«È proprio così. Meglio lasciarlo andare».

Deluso, il soldato inguainò l’arma e porse la mano per aiutare il messaggero ad alzarsi. «Ah… scusa. Stavamo solo eseguendo gli ordini... lo capisci, vero?».

«Quando Sir Breckton vedrà il sigillo rotto, vorrà le vostre teste!», sbottò il messaggero, spintonando via la sentinella più alta e strappando il documento di mano all’altra.

«Le nostre teste?». Il soldato più basso scoppiò a ridere. «Come ha detto Will, stavamo solo eseguendo gli ordini. Sei tu quello che non si è fatto dire la parola d’ordine prima di partire. Sir Breckton è uno intransigente per quanto riguarda le regole. Non sopporta che i suoi ordini non vengano rispettati. Ma per il tuo errore, probabilmente perderai solo una mano o un orecchio. Se fossi in te, cercherei di riscaldare la cera a sufficienza da risigillare la pergamena».

«Ma così si rovinerebbe il calco».

«Potresti dire che faceva caldo e che il sole che picchiava sulla bisaccia ha sciolto la cera. Direi che è meglio che perdere una mano o un orecchio. Inoltre, i nobili impegnati come Breckton non stanno a controllare il sigillo prima di aprire un dispaccio urgente, ma noterà se il sigillo è rotto. Questo è certo».

Il messaggero guardò il documento svolazzare alla brezza e sentì chiudersi lo stomaco. Non aveva scelta, ma non lo avrebbe fatto lì, alla presenza di quei due idioti. Rimontò a cavallo.

«Sgombrate la strada!», ringhiò.

I due soldati trascinarono via i rami. Il messaggero spronò il cavallo e lo condusse al galoppo lungo la pista.

Royce guardò il messaggero svanire in lontananza, prima di togliersi la divisa imperiale. Voltatosi verso Hadrian, commentò: «Be’, non è stato così difficile».

«Will?», domandò Hadrian mentre i due scivolavano nella foresta.

Royce annuì. «Ti ricordi che ieri ti lamentavi perché avresti preferito essere un attore? Ti ho assegnato una parte: Will, la Sentinella Imperiale del posto di blocco. Pensavo che te la saresti cavata piuttosto bene in quel ruolo».

«Sai, potresti anche fare a meno di prenderti gioco di tutte le mie idee». Hadrian aggrottò la fronte mentre infilava il tabarro. «E poi, sono ancora dell’idea che dovremmo farci un pensierino. Potremmo viaggiare di città in città e recitare in opere drammatiche, magari anche in qualche commedia». Guardò il compagno più basso con espressione scettica. «Anche se tu, forse, dovresti limitarti ai drammi... forse alle tragedie».

Royce lo fulminò.

«Che cosa c’è? Penso che sarei un attore superlativo. Mi ci vedo nei panni di un ardito condottiero. Potremmo sicuramente ottenere una parte nella Cospirazione della Corona. Io interpreterei l’affascinante spadaccino che combatte contro il cattivo e tu... be’, tu potresti fare l’altro».

Schivarono numerosi rami mentre si toglievano cappello e guanti e li infilavano nei tabarri. S’incamminarono lungo la discesa e raggiunsero uno dei tanti fiumiciattoli affluenti del grande Galewyr. Lì trovarono i loro cavalli ancora legati e impegnati a brucare. Gli animali agitarono pigramente le code, tenendo a bada le mosche. «A volte mi preoccupi, Hadrian. Davvero».

«Perché non attori? È un lavoro sicuro. Potrebbe essere persino divertente».

«Non sarebbe né sicuro né divertente. E poi gli attori devono viaggiare e a me le cose vanno bene come sono. Voglio restare vicino a Gwen», aggiunse Royce.

«Vedi, ecco un motivo in più. Perché non cercare un altro tipo di lavoro? Sinceramente, se avessi quello che hai tu, non accetterei mai una nuova missione».

Royce estrasse un paio di stivali da una bisaccia. «Ma questo è ciò che sappiamo fare e con la guerra, Alric è disposto a pagare compensi elevati per avere informazioni».

Hadrian sbuffò sarcastico. «Sì, certo, compensi elevati per noi, ma che cosa mi dici del prezzo da pagare in generale? Breckton lavorerà anche per quell’idiota di Ballentyne, ma non è uno stupido. Controllerà sicuramente il sigillo e non si berrà la storia che si è sciolto nella bisaccia».

«Lo so», iniziò Royce, mentre si sedeva su un tronco e si toglieva gli stivali imperiali per infilarsi i suoi, «ma dopo avere detto una menzogna, la seconda storia sulle sentinelle che rompono il sigillo suonerà ancora più strampalata, così non crederanno a niente di quello che dirà».

Mentre a sua volta si cambiava stivali, Hadrian si bloccò per lanciare un’occhiata torva all’amico. «Ti rendi conto che probabilmente lo giustizieranno per tradimento?».

Royce annuì. «Eliminando così l’unico testimone».

«Vedi, è esattamente ciò di cui parlo». Hadrian sospirò e scosse la testa.

Royce vide la familiare malinconia impadronirsi del compagno. Ultimamente compariva troppo spesso. Non riusciva a spiegarsi quegli sbalzi d’umore dell’amico. Quegli strani attacchi di tristezza seguivano solitamente a dei successi e spesso portavano a una notte di eccessi alcolici.

Forse Hadrian non aveva più interesse nemmeno nel denaro. Prendeva solo il necessario per mangiare e bere, e metteva via il resto. Royce avrebbe capito la reazione dell’amico se si fossero guadagnati da vivere borseggiando o saccheggiando case, ma ora lavoravano per il re. I loro compiti erano persino troppo puliti per i gusti di Royce. Hadrian non sapeva che cosa significasse sporcarsi davvero le mani. A differenza di Royce, non era cresciuto per le vie fangose di Ratibor.

Decise di provare a far ragionare l’amico. «Preferiresti che scoprissero la verità e inviassero un reparto a darci la caccia?».

«No, è solo che odio essere la causa della morte di un uomo innocente».

«Nessuno è innocente, amico mio. E tu non sei la causa… Tu sei più…», cercò le parole, «… il grasso sotto le slitte».

«Grazie. Mi sento molto meglio».

Royce piegò l’uniforme e la sistemò ordinatamente, insieme agli stivali, nella bisaccia. Hadrian litigava ancora con gli stivali neri, troppo piccoli per lui. Con un potente strattone si liberò dell’ultimo e lo gettò a terra, irritato. Poi lo raccolse e ficcò l’uniforme dentro al tascapane. Pigiò tutto il più in fondo possibile, tirò la linguetta e allacciò la fibbia. Restò a fissare il risultato e sospirò di nuovo.

«Lo sai, se ti organizzassi un po’ meglio, non sarebbe così difficile farci stare tutta la tua roba», commentò Royce.

Hadrian lo guardò con espressione confusa. «Cosa? Oh no, io… non c’entra la roba».

«E allora cosa c’è?» Royce indossò il mantello nero e sistemò il colletto.

Hadrian accarezzò il cavallo. «Non lo so», rispose in tono lugubre. «È solo che… pensavo che a questo punto avrei fatto qualcosa di più. Della mia vita, intendo».

«Sei impazzito? La maggior parte degli uomini si spacca la schiena su minuscoli appezzamenti di terra che non sono nemmeno loro. Tu sei libero di fare e di andare dove vuoi».

«Lo so, ma quando ero piccolo pensavo di essere… be’, speciale. Immaginavo che avrei trionfato nel raggiungimento di un importante obiettivo, che avrei conquistato la fanciulla dei miei sogni e salvato il regno, ma immagino che sia così per tutti i ragazzini».

«Per me, no».

Hadrian gli lanciò un’occhiata torva. «Mi piaceva pensare a ciò che sarei diventato, ed essere un’inutile spia non faceva parte del piano».

«Non direi che siamo inutili», lo corresse Royce. «Prova ne è il fatto che, soprattutto ultimamente, stiamo guadagnando parecchio. Se fossimo inutili, nessuno ci pagherebbe, non trovi?».

«Non è quello il punto. Ero bravo anche come mercenario. Non ne faccio una questione di soldi. Il problema è che sopravvivo come una sanguisuga».

«Perché salta fuori tutto proprio adesso? Per la prima volta ci guadagniamo da vivere con incarichi rispettabili. Siamo al servizio del re, per Maribor! Possiamo dormire due notti di fila nello stesso letto senza timore di essere arrestati. Solo la settimana scorsa ho superato il capitano della guardia cittadina e mi ha salutato con un cenno del capo».

«Non è il quantitativo di lavoro. È il tipo di lavoro. È il fatto che mentiamo sempre. Se quel messaggero morirà, sarà colpa nostra. Inoltre, non si tratta di un malessere improvviso. Mi sento così da anni. Perché pensi proponga sempre di fare qualcos’altro? Sai perché ho infranto le regole e ho accettato l’incarico di rubare la spada di Pickering? L’incarico per il quale abbia corso il rischio di essere giustiziati?».

«Per l’eccezionale somma di denaro offertaci», rispose Royce.

«No, quello è il motivo per cui tu l’hai accettato. Io, invece, lo volevo perché sembrava la cosa giusta da fare. Per una volta avevo l’occasione di aiutare qualcuno che meritava di essere aiutato, o perlomeno così pensavo».

«E diventare un attore è la risposta?».

Hadrian slegò il cavallo. «Come attore, potrei almeno fare finta di essere una persona retta. Immagino che il semplice fatto di essere vivo dovrebbe già rendermi felice, giusto?».

L’altro non rispose. Quella fastidiosa sensazione stava riaffiorando. Royce odiava avere segreti con Hadrian, gli pesava molto sulla coscienza ed era un fatto incredibile, poiché non aveva mai saputo di averne una. Royce stabiliva al momento ciò che era giusto e sbagliato. Giusto era ciò che era meglio per lui; tutto il resto era sbagliato. Rubava, mentiva e arrivava persino a uccidere, se necessario. Era ciò che sapeva fare, e lo faceva bene. Non c’era motivo di chiedere scusa, non c’era bisogno di fermarsi o riflettere. Il mondo era in guerra contro di lui e niente era inviolabile.

Dire a Hadrian ciò che aveva scoperto significava correre un rischio troppo grande. Royce preferiva un mondo uguale e costante, dove ogni variabile veniva conteggiata. I confini sulle mappe cambiavano ogni giorno e il potere scivolava da una mano all’altra. Il tempo fluiva troppo in fretta e gli eventi erano troppo imprevedibili. Si sentiva come se stesse attraversando un lago gelato a fine primavera. Cercava il percorso più sicuro, ma la superficie scricchiolava sotto di lui. Ciononostante, c’erano alcuni cambiamenti che poteva ancora controllare. Ricordò a se stesso che il segreto che nascondeva a Hadrian era per il bene dell’amico.

Salendo in groppa a Mouse, la piccola giumenta grigia, si soffermò a pensare un istante. «In quest’ultimo periodo abbiamo lavorato sodo, forse dovremmo prenderci una pausa».

«Non credo sia possibile», ribatté Hadrian. «Con l’esercito imperiale che si prepara a invadere Melengar, Alric avrà più che mai bisogno di noi».

«Certo, è quello che uno penserebbe, vero? Ma tu non hai letto il dispaccio».

CAPITOLO TRE

IL MIRACOLO

La principessa Arista Essendon ciondolava sul sedile della carrozza, sbatacchiata a ogni solco e buco nella strada. Il collo era rigido dopo avere dormito sul bracciolo e la testa le pulsava per le scosse continue. Si tirò su con uno sbadiglio, si stropicciò gli occhi e si sfregò la faccia. In un tentativo di sistemare i capelli si ritrovò con le dita intrappolate in una massa di nodi ramati.

La carrozza ambasciatoriale era logorata quanto la sua passeggera, avendo coperto fin troppe miglia nel corso dell’ultimo anno. Il tetto perdeva, le molle erano consunte, e in alcuni punti la panca era consumata. Il cocchiere aveva l’ordine di spingere al massimo per arrivare a Medford entro mezzogiorno. E ce la stava facendo, ma a costo di prendere ogni solco e pietra lungo il cammino. Quando Arista scostò la tendina, i raggi del sole lampeggiarono attraverso la parete frondosa di alberi che correvano lungo la strada.

Era quasi a casa.

La luce tremolante rivelò l’interno della carrozza; la polvere che filtrava dai finestrini rivestiva ogni cosa. Un pezzo di garza per avvolgere il formaggio e numerosi torsoli di mela coprivano una pila di pergamene che sporgevano da un mucchio sulla panca di fronte. Impronte di fango ricoprivano il pavimento dove una coperta, un corsetto e due vestiti erano abbandonati insieme a tre scarpe. Arista non aveva idea di dove si trovasse la quarta, e sperava solo che fosse nella carrozza e non l’avesse lasciata a Lanksteer. Nel corso degli ultimi sei mesi, si era sentita come se avesse disseminato pezzi di sé per tutta Avryn.

Hilfred avrebbe saputo dov’era la scarpa.

Raccolse la spazzola con il manico di perla e la rigirò tra le mani. Hilfred doveva aver cercato tra le macerie per giorni. Quella proveniva da Tur Del Fur. Suo padre le aveva regalato una spazzola da ogni città che aveva visitato. Era stato un uomo riservato, per il quale dire ti voglio bene non era facile, nemmeno alla propria figlia. Le spazzole erano il suo modo per confessarle il suo amore. Un tempo ne aveva a dozzine e ora... quella era l’ultima rimasta. Quando la torre dove si trovava la sua camera da letto era crollata, le aveva perse tutte quante ed era stato come perdere suo padre una seconda volta. Tre settimane dopo era ricomparsa quell’unica spazzola. Doveva essere stato Hilfred, ma lui non aveva mai detto una parola o ammesso nulla.

Hilfred era stato la sua guardia del corpo per anni e adesso che se n’era andato, si rendeva conto di quanto lo avesse dato per scontato.

Ora aveva una nuova guardia del corpo. Alric l’aveva scelta personalmente tra le guardie del castello. Il suo nome cominciava con la T – Tom, Tim, Travis – qualcosa del genere. La faceva irritare, parlava troppo, rideva delle proprie battute, e masticava sempre qualcosa. Probabilmente era un soldato coraggioso ed esperto, ma non era Hilfred.

L’ultima volta che aveva visto Hilfred era stato più di un anno addietro, a Dahlgren, quando era quasi morto a causa dell’attacco del Gilarabrywn. Per la seconda volta, si era ustionato per cercare di salvarla. La prima volta era stata quando lei aveva solo dodici anni... la notte dell’incendio al castello. Sua madre e molti altri erano morti, ma un ragazzo di quindici anni, il figlio di un cerimoniere, aveva affrontato l’inferno per tirarla giù dal letto. E su insistenza di Arista, era tornato indietro per cercare di salvare sua madre, la regina. Non era riuscito a raggiungerla, ma nel tentativo aveva quasi perso la vita. Aveva sofferto per mesi a causa delle ferite e, come ricompensa, il padre di Arista lo aveva nominato guardia del corpo della figlia.

Le ferite di allora non erano state niente rispetto a quelle riportate a Dahlgren. I guaritori lo avevano fasciato dalla testa ai piedi ed era rimasto privo di conoscenza per giorni. Con suo profondo sgomento si era rifiutato di vederla al risveglio e se n’era andato su un carro senza dirle addio. Su richiesta di Hilfred, nessuno le aveva rivelato dove fosse andato. Avrebbe potuto insistere. Avrebbe potuto ordinare ai guaritori di parlare. Per mesi, si era girata aspettandosi di vederlo, aspettandosi di sentire il familiare tonfo della spada contro la coscia. Spesso si chiedeva se averlo lasciato andare fosse stata la cosa giusta. Sospirò per un altro rimpianto che andava ad aggiungersi a una montagna, che nell’ultimo anno diveniva sempre più alta.

Guardarsi intorno e prendere coscienza del disordine che la circondava aumentò la sua malinconia. Non aveva voluto un’ancella e quello era il risultato, ma non sopportava l’idea di starsene rinchiusa nella carrozza con un’altra persona così a lungo. Raccolse gli abiti e li depose sul sedile opposto. Quando scorse un documento appallottolato e rimasto appeso tra le pieghe della tendina della finestra opposta a lei, lo stomaco le si chiuse per il senso di colpa. La fronte aggrottata, recuperò la pergamena accartocciata e la lisciò premendola sul grembo.

Conteneva un elenco di regni e province con una riga tracciata su di essi e la nota IMP scarabocchiata accanto. Non c’era da sorprendersi che il Conte di Chadwick e Re Ethelred fossero i primi della lista, i primi ad avere baciato l’anello dell’imperatrice. Ma scosse la testa, incredula, scorrendo il lungo elenco. Il passaggio di potere era di fatto avvenuto nel corso di una notte. Un giorno niente, quello successivo – bang! Era sorto un Nuovo Impero e i regni di Avryn, Warric, Ghent, Alburn, Maranon, Galeannon e Rhenydd avevano aderito immediatamente. E ora, esercitavano pressione sugli oppositori minori, come Glouston, per poi invaderli e inghiottirli. Portò il dito alla riga che riportava Dunmore. Sua Altezza Re Roswort aveva benignamente deciso che era nell’interesse del suo regno accettare l’offerta imperiale, consistente in nuove e più grandi proprietà terriere, in cambio dell’ingresso nel Nuovo Impero. Arista non si sarebbe sorpresa se a Roswort fosse stato promesso Melengar come parte del pagamento. Tra tutti i regni di Avryn, solo Melengar rifiutava di unirsi al Nuovo Impero.

È accaduto tutto così in fretta.

Un anno prima, il Nuovo Impero era solo un’idea. Lei aveva trascorso mesi in veste di ambasciatrice per cercare di stringere alleanze. Senza appoggi, senza alleati, Melengar non poteva sperare di opporsi al crescente colosso.

Quanto tempo abbiamo prima che l’impero marci verso nord, prima…

La carrozza si fermò di colpo, sbalzandola in avanti, agitando le tende e facendo scricchiolare le molle consunte. Arista guardò fuori dal finestrino, confusa. Erano ancora sulla vecchia Strada di Steward. La parete di alberi aveva lasciato il posto a un campo di fiori, a indicare che si trovavano sull’alto pascolo a sole poche miglia da Medford.

«Cosa succede?», gridò.

Silenzio.

Dove accidenti è Tim, o Ted, o quale diamine sia il suo nome?

Sbloccò la serratura e, sollevata la gonna, spinse la porta. Venne accolta dai caldi raggi del sole, che la obbligarono a strizzare gli occhi. Aveva le gambe rigide e la schiena le doleva. Aveva ventisei anni e si sentiva già vecchia. Sbatté lo sportello e, una mano sugli occhi per proteggerli dal sole, guardò in alto verso le figure in controluce del cocchiere e dello stalliere. Loro la guardarono di rimando, ma solo per un istante, poi tornarono a volgere lo sguardo lungo la discesa innanzi a loro.

«Daniel! Perché…», iniziò Arista ma tacque dopo avere individuato ciò che i due stavano fissando.

Gli alti terreni prativi subito a nord di Medford permettevano un’ampia vista per numerose miglia a sud. Il territorio degradava dolcemente, rivelando la capitale di Melengar, Medford. Arista riconobbe le guglie del Castello di Essendon e della cattedrale di Mares e, più in là, il fiume Galewyr, che segnava il confine meridionale del regno. Quando sua madre e suo padre erano ancora vivi, la famiglia reale era solita recarsi lì, in estate, a fare picnic e a godersi l’aria fresca e il panorama. Ma quel giorno, il panorama era completamente diverso.

Sulla riva opposta del fiume, alla luce limpida del mattino, Arista vide file e file di tende, forse centinaia, e su ognuna di esse svettava il vessillo rosso e bianco del Supremo Impero di Nyphron.

«C’è un esercito, Altezza». Daniel ritrovò la voce. «Un esercito a due passi da Medford».

«Portami a casa, Daniel. Frusta i cavalli se necessario, ma portami a casa!».

La carrozza si era appena fermata e Arista spalancò lo sportello, correndo il rischio di colpire Tommy – o Terence, o qualunque fosse il suo nome – in pieno viso, quando lui tentò incautamente di aprirlo per lei. La servitù nel cortile abbandonò subito le proprie incombenze per inchinarsi rispettosamente. Melissa vide la carrozza e si precipitò verso di essa. A differenza di Tucker – o Tillman – la minuta cameriera dai capelli rossi aveva servito Arista per anni e sapeva quando aspettarsi un ciclone.

«Da quanto tempo è là quell’esercito?», le abbaiò contro Arista mentre si lanciava sulle scale.

«Da quasi una settimana», rispose Melissa, correndo dietro alla principessa e raccogliendo il mantello da viaggio che Arista lasciò cadere.

«Una settimana? Ci sono stati scontri?».

«Sì, Sua Maestà ha sferrato un attacco attraverso il fiume soli pochi giorni fa».

«Alric li ha attaccati? Attraverso il fiume?».

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