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Al di là delle Colonne d'Ercole: Madera e gli arcipelaghi atlantici nelle cronache italiane di viaggio dell'Età delle Scoperte

Al di là delle Colonne d'Ercole: Madera e gli arcipelaghi atlantici nelle cronache italiane di viaggio dell'Età delle Scoperte

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Al di là delle Colonne d'Ercole: Madera e gli arcipelaghi atlantici nelle cronache italiane di viaggio dell'Età delle Scoperte

Lunghezza:
342 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
7 apr 2018
ISBN:
9788878536470
Formato:
Libro

Descrizione

Le isole delle Esperidi e delle Gorgoni, la sede delle anime beate e la montagna del paradiso terrestre, la misteriosa Atlantide e l’introvabile Antilia: per secoli gli arcipelaghi atlantici al di là delle Colonne d’Ercole hanno attirato i sogni e le fantasie di marinai, viaggiatori e avventurieri, ma anche di poeti e scrittori come Dante, Petrarca, Boccaccio, Camões o Tasso. In questo libro Silvano Peloso ne ripercorre la lunga, mirabolante storia, da Omero a Cristoforo Colombo, servendosi di documenti poco conosciuti dal grande pubblico o tornati alla luce, come l’ampio resoconto di Giulio Landi, dopo secoli di dimenticanza. Paradiso dei mercanti, preda ambita dei corsari, trampolino verso l’ignoto, le enigmatiche Azzorre, le «Fortunate» Madera e Canarie, le assolate Isole del Capo Verde cessano così di essere solo dei punti sperduti sulla carta geografica per diventare, fra XIV e XVI secolo, il centro di quel «Mediterraneo Atlantico» che costituisce un’ulteriore tappa nella storia dell’Europa del mare.
Editore:
Pubblicato:
7 apr 2018
ISBN:
9788878536470
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Al di là delle Colonne d'Ercole - Silvano Peloso

Silvano Peloso

Al di là delle Colonne d'Ercole

Madera e gli arc ipelaghi atlantici nelle cronache italiane di viaggio dell'Età delle Scoperte

Nuovo Mondo

3

Collana diretta da

Silvano Peloso e Sonia Netto Salomão

Esta obra foi publicada com o apoio do

Instituto Camões/Portugal

I° edizione gennaio 2004

© 2004 Silvano Peloso

ISBN 88-86091-76-1

Riproduzione vietata ai sensi de legge

(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

SETTE CITTÀ

Via Mazzini, 87 - 01100 Viterbo

tel 0761.304967 fax 0761.303020

info@settecitta.it - www.settecitta.it

Ebook realizzato da Erika Chilelli nell'ambito dello Stage del Dipartimento di Scienze Umanistiche/Lettere (DISUCOM) dell'Università degli Studi della Tuscia presso le Edizioni Sette Città.

ISBN: 978-88-7853-647-0

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Indice dei contenuti

Prefazione

Nota Previa

ALLA RISCOPERTA DELLE ISOLE FORTUNATE

G.Boccaccio,De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis

Le Navigazioni di Alvise Cadamosto [LE ISOLE ATLANTICHE]

​MADERA E IL CICLO DELLO ZUCCHERO: DA CRISTOFORO COLOMBO A GIULIO LANDI

INSULAE MATERIAE DESCRIPTIO

Gli Arcipelaghi atlantici fra vecchio e nuovo mondo

FRA VECCHIO E NUOVO MONDO: ECHI LETTERARI E NUOVE CONOSCENZE

POMPEO ARDITI VIAGGIO ALL’ ISOLA DI MADERA E ALLE AZZORRE

FRA VECCHIO E NUOVO MONDO: ECHI LETTERARI E NUOVE CONOSCENZE

Prefazione

Risale fondamentalmente agli studi pionieri di Fernand Braudel (La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II è del 1949) la proposta di un nuovo metodo per concettualizzare lo spazio e il tempo nella storia, poi definitosi come strada verso una storia globale punto di convergenza e di sintesi di molteplici competenze scientifiche anche distanti tra loro. Su queste premesse è basata anche l’idea di un «Mediterraneo Atlantico», al di là dello stretto di Gibilterra, che non appare più solo come uno spazio geografico, ma come il luogo di un immaginario, di una cultura e di un umanesimo, con caratteri specifici destinati a durare a lungo e a rinnovarsi attraverso i secoli.

Erede dell’Oceano circolare noto agli antichi e ai dotti medievali come estremità dell’ecumene misteriosa e affascinante, lo spazio atlantico si popola presto, proprio per la sua posizione ai limiti del mondo conosciuto, dei sogni e degli incubi che definiscono l’immaginario di quelle epoche lontane. Ed ecco apparire, nella geografia fantastica prima che in quella reale, miriadi di isole: l’ultima dimora delle anime beate, ma anche il giardino delle Esperidi o la sede delle Gorgoni; circondate da un mare pauroso, ma, al tempo stesso, paradiso incantato dove la fertilità del suolo e la mitezza del clima esorcizzano il sudore e la fatica. E quando, fra l’ottavo secolo a.C. e gli inizi del quinto, i Fenici prima e i Cartaginesi poi, partendo dalle colonie più avanzate, spinti da sete di guadagno, da desiderio d’avventura o dalla fatalità delle tempeste, cominceranno a materializzare con le loro audaci scorrerie miti lontani e vaghe leggende, si apre già la strada a quelle che diventeranno le isole Fortunate di Plinio e di Tolomeo, precedute, a sottolineare gli stretti vincoli che permangono fra mito e realtà, dalla misteriosa Atlantide di cui Platone parla nel Timeo e nel Crizia, due dialoghi composti, come è noto, ad Atene dopo il 360 a.C.

Il Medioevo erediterà questo complesso di notizie, di dati incerti, di suggestioni fantastiche, immettendolo, attraverso raccolte enciclopediche e tarde compilazioni, in un articolato circuito testuale in cui il dato reale sembra sempre più rarefarsi in pura astrazione nozionistica. Finché la nebbia oscura dell’Oceano ricoperto di ghiacci, di cui ci parla Adamo di Brema nell’XI secolo, ma anche il Mare Tenebroso dell’arabo al-Idrisi nel secolo successivo, non sembrano destarsi a nuova luce con la svolta che si compie tra la fine del XIII secolo e gli inzi del successivo, quando l’apertura dei rapporti tra Mediterraneo e Atlantico inaugura un nuovo slancio dell’Europa verso Occidente. Si tratta di uno spostamento avvenuto su uno sfondo storico complesso costituito dalla fine delle crociate, dal trasferimento della sede papale ad Avignone, dall’avanzata ottomana fino al Canale d’Otranto, dalla crisi dei commerci mediterranei che costringerà le galere genovesi e veneziane a spingersi fino alle Fiandre, al di là delle fatidiche Colonne d’Ercole; ma anche, con la leggendaria impresa dei fratelli Vivaldi, a tentare gli immensi spazi inesplorati che si aprono a Sud, lungo la costa occidentale africana.

A partire da questi tentativi, e da quelli che poi si ripeteranno nella prima metà del Trecento, comincerà a delinearsi finalmente quel sistema insulare atlantico, costituito al centro dagli arcipelaghi di Madera e delle Canarie e delimitato, a settentrione e meridione, rispettivamente dalle Azzorre e dalle Isole del Capo Verde, che si svilupperà progressivamente dal rapporto fra paesi e culture diversi e dalla grande accelerazione economico-commerciale basata sui nuovi mercati creati, a partire dall’inizio del Quattrocento, dall’avvio dell’espansione portoghese in Africa. Si tratta di un nuovo spazio geografico e politico, di qui a poco trampolino di lancio verso nuove imprese, materiato di miti e di leggende, di eredità culturali e di programmi politici, di spinte e di tensioni, che la riscoperta dei pensatori antichi greco-romani e bizantino-arabi accentua non poco a partire dalla seconda metà del secolo XV. In questo senso si è potuto parlare di una cultura e di un umanesimo atlantico eredi del bagaglio culturale dell’Occidente europeo legato alla Grecia, a Roma antica e al Cristianesimo medievale, ma anche sostanziati di scienza araba, in un momento in cui Rinascimento e Umanesimo coincidono cronologicamente con l’avventura geografica e le grandi scoperte atlantiche dei secoli XIV-XVI, prima fra tutte, naturalmente, quella del Nuovo Mondo.

È un periodo che vede indubbiamente in Europa un crescente influsso italiano, soprattutto genovesi, veneziani e fiorentini, legati a interessi mercantili, le cui tracce si scoprono a Barcellona come a Valencia, a Burgos come a Siviglia, a Lisbona come a Bruges. Loro saranno i primi resoconti di viaggio relativi alle Canarie, all’arcipelago di Madera e alle Isole del Capo Verde, loro i primi toponimi che ribattezzeranno le isole Fortunate dell’antichità e le pur lontane Azzorre, stimolando interessi geografici, mercantili e scientifici che arriveranno a coinvolgere grandi personalità della letteratura del Trecento come Dante, Petrarca e Boccaccio, aprendo un dibattito destinato a durare e ad arricchirsi sempre più nell’ambito della cultura rinascimentale. Un quadro, comunque, che non sarebbe potuto esistere se i contatti che si andavano stabililendo non avessero offerto agli uomini del Mediterraneo, del Mare del Nord e dell’Atlantico la possibilità di conoscersi e confrontare i rispettivi usi, le tecniche, i linguaggi, i comportamenti. L’Europa del mare nasce e si sviluppa, in questo periodo, attraverso una tale circolazione di scambi e di esperienze, alla base dei quali ci sono le intuizioni e l’apertura mentale di quell’autentico genio del mare e delle scoperte che fu l’infante D. Henrique del Portogallo e gli sforzi della corona portoghese proiettata verso un’impresa senza precedenti. Quando anche la Spagna, terminata la reconquista nello stesso anno in cui Colombo compie la sua impresa, getterà il suo peso politico sulla bilancia, s’aprirà una ulteriore fase storica caratterizzata da nuovi e sempre più ampi circuiti commerciali, ormai a livello mondiale, sia a Oriente che a Occidente, con i relativi, spesso allucinati, sogni di ricchezza, l’esplodere selvaggio della guerra corsara sui mari, l’affacciarsi sull’orizzonte di nuove potenze coloniali: una vicenda, ormai, che si proietta con le sue conseguenze fino ai nostri giorni.

Sullo sfondo di un tale panorama, obbiettivo di questo libro è, in primo luogo, offrire ai lettori testi di viaggio poco noti, che sono circolati prevalentemente in ambito specialistico o, come nel caso della Insulae Materiae Descriptio di Giulio Landi, non sono circolati affatto; in secondo luogo, quello di riunirli insieme come tessere disperse di un mosaico, perché possano rivelare la trama inedita di cui sono parte; e, infine, in terzo luogo, la possibilità di adottare un punto di vista complessivo, che tenga naturalmente conto dei dati storici, geografici, antropologici, letterari e linguistici, ma tenti anche di riunirli, per quanto possibile, in una prospettiva più ampia e articolata, che li comprenda tutti senza vincolarsi troppo rigidamente a nessuno. In conclusione, senza assolutizzare i dati storici concreti in nostro possesso in una visione statica e sclerotica, ma rendendoli invece mobili e articolati come la memoria storica che ce li ha trasmessi; e nell’ambito di una ricerca erudita nel senso migliore della parola, cioè non meccanicistica e spinta all’eccesso, se è vero, come scriveva Humboldt, che il più grande errore della geografia di Tolomeo ha condotto gli uomini alla più grande scoperta dei tempi moderni e che Cristoforo Colombo, pur vivendo in un’epoca di scoperte e di rinnovato sapere, si compiaceva nel ricordo dell’Atlantide di Solone e della celebre profezia contenuta in un coro della Medea di Seneca.

Devo, infine, un ringraziamento doveroso ad amici e colleghi delle università italiane e straniere, e a quanti (sono tanti che preferisco accomunarli in un unico ricordo) hanno accompagnato la lunga gestazione di questo libro coi loro spunti e suggerimenti e con il loro aiuto concreto; in primo luogo, naturalmente, l’Editore Sette Città, che ha subito accettato l’idea e poi ha saputo aspettare, forse fidando nella storia del cinese Chuang-Tzu, che Italo Calvino ci ha raccontato nelle sue Lezioni Americane.

Viterbo, dicembre 2003

Nota Previa

Per quanto riguarda i documenti pubblicati nella apposita sezione ci si è basati sui seguenti testi ed edizioni:

1.) G. Boccaccio, De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis: si è seguita l’ed. di M. Pastore Stocchi, Il «De Canaria» boccaccesco e un locus deperditus nel «De Insulis» di Domenico Silvestri, in «Rinascimento», n.2, Firenze 1959, pp. 143-156 [pp. 153-156], poi ripubblicata con poche variazioni in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, 10 voll., Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, vol. 5, tomo I, pp. 970-979; e, per la traduzione, quella, opportunamente ritoccata e integrata, di R.Caddeo, Le navigazioni atlantiche di Alvise da Ca’ da Mosto, Antoniotto Usodimare e Niccoloso da Recco, Alpes, Milano 1929 ², pp. 141-149.

2.) A. da Ca’ da Mosto (o Cadamosto), Le navigazioni atlantiche di Alvise da Ca’ da Mosto: per favorire una maggiore leggibilità del testo si è scelta l’edizione del Ramusio (Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, I vol., Einaudi, Torino 1978, pp. 473-484 e 523-525) opportunamente confrontata, integrata e corretta con l’ed. condotta da T. Gasparrini Leporace (Le navigazioni atlantiche del veneziano Alvise da Mosto, 1455-56, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1966) sui manoscritti della Biblioteca Marciana di Venezia.

3.) G. Landi, Insulae Materiae Descriptio: ci si è basati sul testo della prima edizione a stampa realizzata ancora in vita dell’autore con traduzione italiana di M. Alemanio Fini (La descrittione de l’isola di Madera…, Francesco Conti, Piacenza 1574) opportunamente confrontata con la precedente versione manoscritta conservata nelle tre copie esistenti presso la Biblioteca Universitaria di Leiden (ms. voss. lat. Q. 90), la Biblioteca Ambrosiana di Milano (ms. G. 22 inf.) e quella del Museo Civico di Padova (ms. C.M. 179), aggiungendo, inoltre i testi delle dediche al cardinale Ippolito de’ Medici e al cardinale Ercole Gonzaga, omesse nell’ed. piacentina. Tutte le più importanti variazioni sono state indicate in nota. Egualmente si è proceduto per la Insulae Materiae Historia di Manuel Constantino (Roma 1599), che altro non è che un plagio dell’opera del Landi, per la quale si è utilizzato l’esemplare esistente presso la Biblioteca Vaticana di Roma (Racc.I, IV, 1569). Nel testo latino del Landi sono state trascritte in corsivo le aggiunte dell’edizione del 1574 rispetto al manoscritto. Si è proceduto, inoltre, a una ragionevole modernizzazione del testo latino come della traduzione italiana per quanto riguarda la grafia, la punteggiatura, le abbreviazioni e l’uso delle maiuscole, in modo da favorire la lettura senza perdere i tratti marcanti d’epoca in relazione alla lingua.

4.) L. Torriani, Descrittione e istoria del Regno de l’Isole Canarie, già dette le Fortunate, con il parere delle loro fortificazioni: si è utilizzata l’unica edizione attualmente esistente del ms. 314 della Biblioteca Universitaria di Coimbra realizzata da D. Josef Wölfel (K. F. Koehler Verlag, Leipzig 1940) con traduzione tedesca a fronte, edizione meritoria per aver portato alla luce un’opera di grande importanza non solo per la storia delle Canarie, ma, al tempo stesso, incompleta, lacunosa e con numerosi errori, cui si è cercato di ovviare. L’opera del Torriani, con le sue belle illustrazioni, merita un’edizione degna che può essere condotta solo da un’équipe di specialisti italiani, portoghesi e spagnoli, in grado di affrontarne tutti i numerosi problemi.

5.) P. Arditi, Viaggio a Madera e alle Azzorre: si è seguito con pochissimi ritocchi il testo pubblicato in Documentos para o estudo das relações culturais entre Portugal e Itália, a cura di T.Coelho e G. Battelli, Firenze-Lisboa 1934, pp. 21-36.

6.) F. Carletti, Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo: l’edizione utilizzata è quella di G. Silvestro condotta nel 1958 sul codice 1331 della Biblioteca Angelica di Roma, poi ripubblicata nella Nuova Universale Einaudi nel 1989.

ALLA RISCOPERTA DELLE ISOLE FORTUNATE

1. Le «isole dei beati» nella tradizione classica e medievale

L’arcipelago di Madera è composto, oltre che dalle due isole maggiori, Madera e Porto Santo, le uniche oggi ad essere abitate a poca distanza l’una dall’altra, anche dalle isole Deserte (un gruppo di tre piccole isole 12 miglia a Sud-Est) e dalle isole Selvagge. Queste ultime a 160 miglia di distanza, dunque più vicine alle Canarie che a Madera, costituiscono un gruppo composto da alcune piccole isole circondate da un gran numero di scogli e isolotti di natura vulcanica come il resto dell’arcipelago. Nel complesso, articolandosi in un sistema atlantico che comprende anche le Azzorre, più a Nord, e le isole del Capo Verde a Sud, in prossimità del golfo di Guinea, Madera e le Canarie, soprattutto per la vicinanza al litorale nord-occidentale africano e per la loro disposizione geografica, rappresentano arcipelaghi certamente già noti all’antichità classica (la cosiddetta Macaronesia, dal greco μακάρων νῆσοι, isole dei beati), motivo per cui la scarsa e frammentaria documentazione, che è arrivata fino a noi attraverso il filtro dei secoli, assume spesso, al di là della geografia reale, i contorni di quella geografia mitica e immaginaria capace di riempire con la fantasia gli incerti spazi bianchi delle carte, prolungando in questo modo le sue suggestioni fin alle soglie dell’età moderna e oltre [1].

In effetti se già Omero (Odissea, IV, 561-586) aveva posto l’Elisio governato da Chronos e Radamanto all’estremità occidentale dell’ecumene, sarà Esiodo (Le opere e i giorni, 166-173) a parlare per primo di «isole dei beati nell’Oceano dai gorghi profondi» in prossimità delle Gorgoni e dei giardini mauritani delle Esperidi. Già all’epoca di Omero ed Esiodo, dunque, quello che poi diventerà l’Atlanticus Oceanus o Mare Magnum e Oceanus Occidentalis diviene il luogo di un immaginario mitico che sopravviverà ai secoli radicandosi in sedi e situazioni geografiche diverse. Plutarco, ad esempio, nel dialogo De facie quae in orbe lunae apparet, un’opera dal testo molto corrotto e frammentario, ma piena di spunti di fisica e di cosmologia (nel XVI secolo il geografo Ortelio credette di riconoscervi gli indizi del continente americano), parla di numerose isole incantate situate nell’oceano ad Ovest della Britannia fra le quali l’omerica Ogigia, che A. von Humboldt e A. Heeren identificheranno poi con l’isola di Madera, secondo la loro interpretazione già raggiunta, unitamente alle Canarie, fin dall’epoca fenicia [2]. Ogigia, secondo la descrizione di Plutarco, godeva di un clima dolce e in una delle sue profonde grotte giaceva addormentato Saturno, che Giove aveva incatenato col sonno. Gli erano attorno i geni che continuavano a servirlo come quando egli comandava sugli uomini e sugli dei e riferivano i suoi sogni profetici, emanazione, a loro volta, di tutto ciò che Giove pensava. Ogigia del resto è assimilabile a molte altre isole felici di cui parla l’Odissea. E se ancora deve essere dimostrato che già in epoca antecedente ad Omero ed Esiodo la navigazione mediterranea fosse giunta a scoprire, al di là delle Colonne d’Ercole, gli arcipelaghi atlantici più prossimi alla costa africana, è pur vero che data almeno all’VIII-VII secolo a.C. una stabile presenza fenicia sulle coste dell’Atlantico con la fondazione di centri come Cadice, Tingis e Lixus [3]. Più tardi, all’inizio del V secolo, quando Cartagine si avvia all’epoca del suo massimo fulgore, impadronendosi dello stretto con il potenziamento della grande base di Cadice ed espandendosi nell’Atlantico, dove vengono rafforzati gli antichi insediamenti fenici e raggiunte forse le isole più vicine alle coste della Mauritania, Pindaro comporrà l’Olimpica II, dove celebrerà «le brezze dell’Oceano che soffiano attorno alle isole dei beati» [4], celebrando ancora una volta la bellezza dei luoghi, la dolcezza del clima, la serenità e la felicità della vita nel regno di Radamanto e di Chronos. Ad una sorprendente isola scoperta dai Cartaginesi al di là delle Colonne d’Ercole si riferisce invece lo Pseudo-Aristotele del De Mirabilibus Auscultationibus (84, 85), composto, secondo A. von Humboldt, in data antecedente alla fine della prima guerra punica. Si tratta della stessa isola descritta con dovizia di particolari da Diodoro Siculo (Bibliothecae historicae libri qui supersunt, V, 19 e 20), il quale però ne attribuisce la scoperta ai Fenici. Il De mirabilibus aggiunge inoltre la notizia che la vita della colonia sarebbe stata spenta nel sangue ad opera degli stessi Cartaginesi, timorosi che i loro commerci potessero essere danneggiati da una rivolta contro la madrepatria:

Extra Columnas Herculis aiunt in mari a Carthaginiensibus insulam desertam inventam, quae tam sylvarum copia quam fluminibus navigationi idoneis abundet et reliquis fructibus floreat, distantem a continente plurium dierum itinere; in qua cum Carthaginienses saepe versarentur, ob soli fertilitatem nonnulli vero habitarent, Carthaginiensium praesides, ne quis in illam insulam navigaret, poena capitis interdixisse, incolasque omnes delevisse, ne notitiam eius spargerent, neve multitudo, coitione facta adversus ipsos, insulam in potestatem redigeret et Carthaginiensum felicitati detraheret [5].

Dopo la scoperta dell’America, Gonçalo Fernandez de Oviedo affermerà che l’isola in questione altro non era che Haiti o Cuba, suscitando la decisa opposizione di Fernando Colombo, il quale a sua volta era convinto che i Cartaginesi avessero raggiunto le Cassiteridi da lui identificate con le Azzorre [6]. Comunque sia, nell’Età delle Scoperte e in seguito si moltiplicano i tentativi di localizzare geograficamente la misteriosa isola identificandola, non ultimo, con Atlantide, il leggendario continente perduto di cui, come detto, parlano due tra gli ultimi dialoghi di Platone. In epoca a noi più vicina, A. Heeren riconoscerà nel racconto di Diodoro Siculo e dello Pseudo-Aristotele l’isola di Madera, ipotesi recentemente riproposta fra gli altri, seppure non in maniera definitiva e non senza qualche contraddizione, anche da G. Amiotti e V. Manfredi [7]. A Madera e a Porto Santo sembra invece riportare, e in maniera anche più convincente, un passo di Plutarco relativo alla vita di Sertorio (Vita Sertorii, 8) ripreso probabilmente dalle perdute Storie di Sallustio, in cui due marinai, che Sertorio ha incontrato poco a nord della foce del fiume Betis, l’attuale Guadalquivir, nel golfo di Cadice, raccontano di aver incontrato in pieno Atlantico, a una distanza di diecimila stadi dall’Africa, due isole, divise l’una dall’altra da un canale, benedette dal clima e dalla fertilità della terra, dal cielo sereno e dall’abbondanza di frutti, sicché non c’è da dubitare che quelli siano i Campi Elisi celebrati da Omero e la sede delle anime beate. A parte la distanza eccessiva dalle coste dell’Africa, diecimila stadi, che può esser frutto di una esagerazione, la descrizione può corrispondere sia a Lanzarote e Fuerteventura, divise solo da un braccio di mare, fra le Canarie, sia alle due isole principali dell’arcipelago di Madera, che hanno quasi la stessa configurazione ed erano raggiungibili dalle navi che avevano come punto di riferimento le Canarie, più vicine alla costa africana.

Queste ultime saranno identificate come isole Fortunate sulla base di un celebre passo di Plinio, dopo che Strabone (Geografia I, 1, 5) per primo aveva collegato il termine a un luogo geografico reale non distante dalle Colonne d’Ercole. Plinio (Naturalis Historia, VI, 202) si fonda a sua volta, oltre che sull’opera di Stazio Seboso, erudito e geografo attivo nell’età di Cicerone, sulla relazione di Giuba II, fatto re di Mauritania da Augusto nel 25 a.C. e la cui morte va collocata nel 21 d.C. Da Seboso Plinio riprende i nomi di 5 isole: Iunonia, che disterebbe da Cadice 750 miglia; Pluvialia e Capraria, più distanti, in direzione della Mauritania; Invalli, che prende il nome dalla sua superficie convessa; e Planasia, così denominata per la sua conformazione. Anche Giuba nella sua relazione parla di 5 isole: Ombrio (che secondo l’interpretazione di molti deriverebbe dal greco ombros «pioggia» e quindi corrisponderebbe alla Pluvialia di Seboso); Iunonia, dove sarebbe presente solo un tempietto di pietra; Iunonia minor, più piccola della precedente; Capraria, nonostante il nome caratterizzata dalla presenza di grosse lucertole; Ninguaria, sempre avvolta da nubi e innevata tutto l’anno; Canaria, così chiamata per la gran quantità di cani che la popolano. Secondo una ricostruzione più o meno attendibile esse potrebbero corrispondere rispettivamente a Lanzarote, Graciosa, Alegranza, Fuerteventura, Tenerife (con il vulcano Teide che si eleva fin quasi a quattromila metri, donde la presenza di nubi e neve) e Gran Canaria. Dell’arcipelago delle Canarie mancherebbero ancora Gomera, Hierro e Palma rimaste inesplorate, mentre l’arcipelago di Madera, secondo l’interpretazione di un altro passo di Plinio, a sua volta potrebbe essere stato raggiunto da Giuba quando questi parla di «isole di Mauritania», sulla principale rotta di ritorno dalle Canarie [8]. In realtà, d’accordo con quanto sull’argomento riferisce M. Martínez [9], una identificazione plausibile è possibile solo per Ninguaria-Tenerife (con il dubbio però delle nevi presenti tutto l’anno a quella latitudine sul vulcano Teide) e per la Gran Canaria che con il tempo avrebbe dato il nome a tutto l’arcipelago. Va detto, comunque, che sull’origine del nome, è forte il sospetto che quella di Plinio sia un’etimologia popolare e che, sulla base di un altro passo del medesimo autore (V, 15) il termine possa anche riferirsi a una popolazione che viveva sul continente, più o meno in corrispondenza dell’attuale Mauritania e del Marocco meridionale, detta appunto dei Canarii, perché essa viveva allo stato selvatico come i cani. A sua volta Claudio Tolomeo nella Geografia (II secolo d.C.) porrà l’estremo meridiano occidentale della terra proprio all’altezza delle Isole dei Beati, che coincidono ormai con le isole Fortunate dei Romani, ovvero, sempre tramite Plinio, con le Isole Canarie (il toponimo al plurale appare già almeno dall’Adversus Nationes di Arnobio, che data tra la fine del terzo e l’inizio del IV secolo d.C.).

In realtà continuerà per tutta l’età tardo-classica e poi per buona parte del Medioevo il moltiplicarsi dei nomi di isole e arcipelaghi, spesso frutto di semplici distorsioni grafiche da un autore all’altro o di stereotipi tramandati attraverso le contaminazioni con i grandi miti dell’antichità. In questa maniera essi entrano nella trasmissione del sapere enciclopedico medievale accompagnando, alla fine del secolo XII, la riscoperta dei testi arabi e aristotelici. L’itinerario va da Isidoro di Siviglia (c.570-636), che nelle Etimologie (XIV, 6) descrive le isole Fortunate ricorrendo ai miti dell’età dell’oro, lamentando però che esse possano essere state identificate dagli antichi con il Paradiso, allo Speculum Naturale (XXXII, 17) di Vincenzo di Beauvais (1190-1264), che riprende il passo di Isidoro aggiungendovi il solito elenco di isole con le denominazioni classiche fortemente alterate. Nel mezzo ci sarà spazio per l’Atlantico-Mare Tenebrosum del geografo ed erudito arabo al-Idrisi, attivo a partire dal 1138-1139 alla corte di Ruggero II di Sicilia, (gli arabi chiamavano Elbard le isole Fortunate a causa della montagna di Tenerife, secondo André Thevet [10]) e soprattutto per i favolosi viaggi di San Brandano: il monaco irlandese vissuto, secondo i biografi, fra il 484 e il 576 o 577, il quale avrebbe compiuto un viaggio, che vari cronisti assegnano al 561, verso Ovest, in direzione della terra repromissionis sanctorum, l’isola piena di ogni delizia, conservata intatta dal principio dei secoli e riservata da Dio ai giusti quando verranno gli ultimi tempi. Di tutte le peripezie e le terre incantate raggiunte durante il suo viaggio vuole la tradizione che San Brandano, tornato in patria, componesse un resoconto dal titolo De Fortunatis Insulis [11].

I viaggi di S. Brandano in una rappresentazione del sec. XII

(Oxford, Bodleian Library)

In realtà il racconto più antico fu composto probabilmente in gaelico e successivamente tradotto in latino col titolo Navigatio Sancti Brandani; di esso è giunto fino a noi un codice della Vaticana, attribuito al IX secolo, e numerosissimi altri codici, in varie lingue, dei secoli successivi. La forza della leggenda, ispirata alla convinzione diffusa nel VI secolo di un’isola dei Beati a Nord-Ovest dell’Europa, riflesso a sua volta delle tradizioni dell’antichità sulle meraviglie del mare Cronio, è tale che influenzerà anche la cartografia dell’Età delle Scoperte. L’isola di San Brandano apparirà, infatti, d’incanto in vari punti dell’Atlantico, localizzata anche a sud, come vedremo, tra le isole Fortunate e l’arcipelago di Madera, tanto che, secondo alcuni studiosi, il nome di Porto Santo deriverebbe proprio dalla contaminazione con questa leggenda [12]. Con San Brandano, insomma, anche il paradiso terrestre, sentito come un luogo geografico reale almeno fino a Cristoforo Colombo, comincia ad essere cercato fra gli sperduti arcipelaghi atlantici e cresce la spinta verso nuove imprese al di là delle Colonne d’Ercole. In questo senso il XIII secolo costituisce un periodo preparatorio fondamentale: l’epoca in cui troviamo accanto ad eruditi come Ruggero Bacone, Alberto Magno, Duns Scoto e Vincenzo di Beauvais, viaggiatori del calibro di Giovanni di Pian del Carpine, Ascelino, Guglielmo di Rubrouk, per finire, nella seconda metà del secolo, con i Polo, grazie ai quali si aprono, dopo interminabili viaggi regioni, fino ad allora inaccessibili, dell’Asia centrale e orientale. Un allargamento di orizzonti favorito dal progresso delle scienze e dei commerci che prelude a progetti, impensabili in precedenza, in cui l’Oceano non è più una barriera paurosa e invalicabile, ma una nuova possibile via di comunicazione verso i tesori e gli splendori dell’Oriente.

2. La spedizione dei fratelli Vivaldi (1291)

Nel maggio del 1291, quattro anni prima del definitivo ritorno dei Polo a Venezia, quando i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi a bordo di due galere, l’Allegranza e la Sant’Antonio, lasciano il porto di Genova diretti «ad partes Indiae per mare Oceanum», c’è nell’aria grande emozione per un evento memorabile e a lungo atteso, ma anche pieno d’incognite e per molti versi quasi incredibile: «Ciò che fu straordinario - scrive il cronista Jacopo Doria - non solo per coloro

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