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Isabel - Come lacrime nella pioggia
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E-book355 pagine5 ore

Isabel - Come lacrime nella pioggia

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Info su questo ebook

Narrativa - romanzo (310 pagine) - In ogni donna c’è una Isabel. Ogni uomo ha avuto a che fare, o avrà a che fare, con una Isabel. Abbiate cura di lei, perché Dio conta le lacrime delle donne.


Isabel è una ragazzina problematica e piena di mistero, come lo sono spesso le adolescenti. Timida ed eterea, divide le sue giornate tra la scuola e le anacronistiche fascinazioni per il gruppo musicale più famoso di sempre, i Beatles, e per Fabrizio De André, il poeta anarchico. Ma il destino sa essere ferocemente crudele, con chi non ha avuto in sorte di nascere sotto una buona stella: una casa famiglia e una clandestina, totalizzante passione; poi il calice amaro della disillusione, la caduta negli inferi, e la salvezza portata da un giovane ribelle. Segue la lenta, faticosa riemersione dall’abisso, accompagnata da una poetica trasformazione da bruco a farfalla, che Isabel non sa gestire nei modi adeguati. E finalmente, ecco ciò che manca per riempire un abbraccio. Ma qualcosa è rimasto, sul fondo di quel calice: un’ultima notte di quiete e poi una terribile, immensa ferita, che sarà ricucita da una vendetta che apparirà ai suoi occhi come la più sicura forma di giustizia, tra le righe di un romanzo personale che è allo stesso tempo di formazione, d’amore e d’amicizia.


Giuliano Spinelli è un diversamente giovane nato nel 1959, vive e lavora tra Seregno e Abbadia Lariana, ridente cittadina del lecchese adagiata sulle sponde del lago, e contornata dalle vette della Grigna. Studi liceali, seguiti da una specializzazione di tecnico colorista, attività che ha svolto per trentacinque anni con profitto. Sublimando le competenze acquisite, è recentemente approdato a un’attività artistica di pittura su vetro, esponendo le sue opere in varie mostre ed esposizioni private.

Impegnato presso una cooperativa ONLUS, dove svolge attività di marketing e sensibilizzazione su riciclo e riuso, ha seguito in passato progetti di sviluppo in Brasile e Guinea Bissau. È da sempre operatore volontario nel settore, in un’azione concreta di critica a un modello consumistico, indirizzata verso un’ottica di minor impatto sociale.

Divide il tempo tra le sue passioni di sempre, e cioè Sherlock Holmes, la fantascienza e la musica anni 60/70, eseguita alla chitarra – a suo dire – con passione e competenza.

Per Delos Digital ha già pubblicato diversi racconti nella collana Sherlockiana, dedicata agli apocrifi di Sherlock Holmes.

LinguaItaliano
Data di uscita24 apr 2018
ISBN9788825405224
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    Anteprima del libro

    Isabel - Come lacrime nella pioggia - Giuliano Spinelli

    9788825401097

    State molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime

    Talmud ebraico

    Dio è il concetto su cui misuriamo il nostro dolore

    John Lennon

    A Fatima, Cristina e Lorenzo, rispettivamente muse ispiratrici e muso ispiratore per questo romanzo.

    Prologo

    È una notte da lupi.

    La luna attraverso le nuvole diffonde una luce fioca, da lume sepolcrale. Sugli scogli a picco giace una ragazza, e non è più una ragazza: è un simulacro di donna, una cosa, una porzione di materia fradicia d’acqua e di dolore che solamente risponde al suo nome.

    Sembra la scena di un film, ma non è un film: la pioggia e il vento le sferzano il viso, l’acqua del lago che si agita e si contorce è profonda, scura e seducente. È l’oblio dei sensi, la fine di tutto, la fine dell’angoscia, della rabbia e dell’umiliazione.

    Non ascoltare quella donna pallida che ti parla dal quel fondale, nero come l’inchiostro, e ti chiama a sé: sono stanca di stare qui da sola, vieni a farmi compagnia. Staremo sempre insieme, io non ti tradirò mai.

    Non seguirla. Non cedere a quel richiamo. Non farti trascinare nell’abisso, urla al vento tutta la tua disperazione ma non guardare giù, non lasciare che siano le tue ultime lacrime, non ha senso morire qui, non ha senso morire adesso.

    Hey Jude… rispondi, ascolta la voce della tua anima, accogli quel canto di vita che si leva sulle note di una vecchia canzone. Passerà tutto, passerà il dolore, avrai il tuo tempo per dimenticare e sarai sempre tu.

    Hey Jude, don’t make it bad… rispondi, non lasciarti andare, non perdere la tua ultima battaglia.

    E non sprecare le tue lacrime: a che servono, in tutta quella pioggia?

    Isabel 1.0

    01.

    A quel tempo, Isabel era poco più che una bambina, un’esile figura dai lunghi capelli, neri e lisci, raccolti in una treccia, e una somma di apparati genetici tracciati da secolari trame cromosomiche: labbra sottili, naso leggermente all’insù, e due grandi occhi chiari in evidente contrasto con una carnagione ambrata. Debole di vista, portava gli occhiali da così tanto tempo da credere d’esser nata con quelli, e non è che la cosa le dispiacesse: era un modo come un altro per nascondersi dietro qualcosa.

    A quel tempo, Isabel aveva solo tredici anni, un’adolescente in età di aver appena fatto la cresima, e di aver finito la prima media nell’unica scuola del paese. Con un paio di anni di rimando, per la verità, che però non si vedevano, per via di uno sviluppo un po’ ritardato. Anni perduti non per negligenza, ma per via delle estenuanti peregrinazioni della madre, una donna dal nome altisonante, Maria Blanca Auxiliadora, eternamente in viaggio alla disperata ricerca di qualcosa di indefinito, prima di accorgersi che stava girando in tondo intorno a sé; e solo a quel punto s’era fermata.

    Non seppe mai chi fosse suo padre, e forse neanche Maria Blanca Auxiliadora lo sapeva: mater semper certa, pater numquam, recitavano gli antichi. Per via della legge dei grandi numeri prima o poi si finisce per rimanere incinte, e a quel punto è irrilevante sapere di chi, e che cosa non abbia funzionato; ed è universalmente noto che, per una donna, vivere senza un uomo al proprio fianco presenti degli indubbi vantaggi. Innanzitutto, niente panni da lavare o da stirare oltre ai propri, e neppure appetiti di varia natura da soddisfare; e si può dormire nella calma e nel silenzio di un letto che qualche volta – ma solo qualche volta – può sembrare troppo piccolo. E quel padre, Isabel aveva potuto solo immaginarselo, di anno in anno con un aspetto e un carattere sempre diversi. Ma da qualche tempo non se lo immaginava più: ai suoi occhi e nella sua mente, il fatto aveva cessato di avere importanza, e negli anni che seguirono mai ebbe a patire per l’indeterminatezza della paternità.

    Nata in quella striscia di terra sudamericana che chiamano Cile, e approdata su quel ramo del lago di Como quand’era niente più che un simpatico tubo digerente, in lei scorreva il sangue misto di antichi Mapuche e dei loro avidi conquistatori, e mai poté tornare in quella terra incognita. Nel tempo, il suo sguardo aveva indugiato solo su quei monti famosi, sorgenti dall’acque ed elevati al cielo, cime ineguali di buona memoria, come in quei fiordi del lontano Nord che le era capitato di ammirare solo in immagine.

    Chissà come e chissà perché, Isabel era cresciuta vicino a quelle rive con la vocazione per la solitudine, una solitudine angolosa che la rendeva impermeabile a tutto. Amici ne contava pochi, e poco intimi; si rivelava agli altri solo per brevi istanti, inafferrabile, come il raggio di un faro. E con i compagni di scuola non legava affatto: timida ed eterea, quando era arrivata in classe il primo giorno sembrava che nessuno si fosse accorto di lei, e della sua presenza silenziosa.

    Curiosa di natura, le piaceva stare ad ascoltare; apriva bocca di rado e solo se interrogata, come se avesse paura del suono che ne sarebbe uscito. Pressata dalla necessità di esprimere una qualsiasi forma di dialettica comunicativa, aveva sviluppato una sorprendente abilità nel trasmettere il maggior numero di informazioni possibili con il minor numero di parole; e diversamente dai suoi compagni, abituati a studiare insieme fin dalle elementari – un giorno a casa di uno, un giorno a casa dell’altra – preferiva studiare da sola. Per questo e altri motivi, quando il consiglio d’istituto decise di mandare i ragazzi a farsi le ossa per una settimana in una valle alpina, accolse la notizia con un genuino, autentico scarso entusiasmo.

    Un’espressione d’intenso fastidio le deformò il viso per i giorni che la separavano dalla sgradevole incombenza, alla quale non le riuscì di sottrarsi più che altro per le insistenze della madre, che aveva ormai perso la speranza di indovinare che cosa passasse per la testa a quell’impalpabile presenza casalinga. Nella vita, Maria Blanca Auxiliadora aveva dovuto ben presto imparare ad arrangiarsi, ed era tempo che cominciasse a farlo anche sua figlia: non vedi che splendide giornate, diceva, è un peccato non approfittarne, vai e torna vincitrice.

    Fu così che in un’alba luminosa di un giorno di giugno di un anno imprecisato della seconda decade del primo secolo del terzo millennio, un’imbronciata tredicenne si accomodò controvoglia – uffi – su uno dei sedili posteriori del bus che li avrebbe portati alla meta. Tutti quanti insieme, ragazzi e ragazze, dalla prima alla terza classe dell’unica sezione. Bene o male ci stettero tutti, e lo riempirono per quanto era lungo: un po’ stretti, sicuro, la più parte di loro accettando di buon grado il transumare in una così perniciosa mescolanza. Di certo non Isabel, che stretta lo era già di suo, e la forzata promiscuità di quel parallelepipedo urlante la infastidiva.

    Ma per sua fortuna, Isabel possedeva un vecchio lettore emmepitre, il suo rifugio segreto, la sua ultima tana. E in quell’oggetto residuale di un tempo già antico si nascose per tutto il viaggio, lo sguardo assente e un filo di gomma che gli usciva dall’orecchio, indifferente a tutto quanto la circondava.

    02.

    Nel lettore emmepitre di Isabel si agitavano strane creature.

    Quattro personaggi di una stagione che, a dirla tutta, sembrava più preistoria che storia recente. I suoi coetanei amavano le effimere Boy Band del momento, sintetiche e laccate, musicalmente volatili e involute: nessuna meraviglia, dunque, che guardassero ai quattro di Liverpool come a superstiti di un’era geologica. A Isabel, quando li ascoltò per la prima volta, parvero subito eterni… e da quel momento non ci furono che loro, i quattro di Liverpool. Sua madre era ben lontana dall’afferrare il senso di una così anacronistica, pervasiva, totalizzante fascinazione: – Vanno bene i Beatles – disse una volta – ma non li voglio a colazione, pranzo e cena!

    Un giorno d’estate Ringo Starr calò per un concerto a Milano, e Isabel ne fece una malattia. Non aveva ancora dodici anni e sarebbe scappata di casa, pur di incontrare il suo idolo. S’era piantata sulle scale fuori dalla porta, singhiozzando a un volume decibel pericolosamente vicino alla soglia considerata critica dall’OMS, affinché la madre si risolvesse al dovuto adempimento, e giusto un attimo prima che i vicini chiamassero i gendarmi del telefono azzurro.

    All’apparizione sul palco del batterista e della sua band, la ragazza era caduta preda di una specie di deliquio, ed era rimasta in quello stato crepuscolare fino alla fine del concerto, e pure un po’ più in là; e nonostante Isabel, le cronache del tempo riportarono la notizia che l’età media dei presenti si aggirasse intorno ai sessant’anni. Ma quando, qualche tempo dopo, le capitò l’occasione unica di stringere la mano a Paul McCartney – sul serio, ripeteva ai compagni di classe, non lo dico per vantarmi; e lo loro la guardavano stupefatti, senza capire – questo fatto, stranamente, le cronache del tempo non lo riportarono.

    03.

    Improvvisamente la strada di montagna, percorsa da poche auto e ciclisti radi, terminò nel nulla di un’ampia radura circolare. Quivi sciamarono i ragazzi e le ragazze, con mezzo litro di pipì a testa da spargere urgentemente nei dintorni. L’autista, dopo quattro ore di guida nello stile di Diabolik e senza il beneficio di una sosta, ben presto disparve inseguito dalle contumelie dei professori: anche loro se l’eran tenuta, fino all’ultimo. Da parte sua, Isabel ebbe da principio il senso d’uscire da un sogno confuso, ma solo per entrare in un altro, più angoscioso e gravido d’incognite.

    Durante il viaggio, le sue compagne s’erano organizzate la condivisione delle notti cameratesche con le loro preferite, selezionate per affinità, grado di confidenza o livello di sottomissione; Isabel ne era rimasta fuori, per scelta e per necessità. Ed essendo le camerette da quattro e il computo totale indivisibile per tale cifra, si trovò fatalmente a dover convivere l’esperienza con le altre due escluse del gruppo.

    Arida matematica. Dopo un’iniziale, reciproca diffidenza, il trio del resto aritmetico trovò bene o male un modus vivendi accettabile, qualcosa di simile a un’anemica amicizia, o meglio, all’obbligata solidarietà di un conclave fra nerd.

    La prima giornata passò in un lampo per i componenti della chiassosa brigata, eccetto per Isabel che, centrifugata in quel meccanismo per lei infernale, la percorse per il suo lato più lungo. Aveva sempre evitato il gruppo, temeva le frecciatine, i sarcasmi e le prese in giro per la sua timidezza; sempre vestita un po’ così come capita, si sentiva inadeguata in quel corpicino sottile e così poco curvilineo, e cercava in ogni modo di passare inosservata.

    A sera, sfiniti dal viaggio e dall’avventura, tutti dormivano di un sonno denso. Eccetto Isabel che, incurante delle regole stabilite dalla natura umana, era una creatura notturna e della notte conosceva ogni anfratto, ogni respiro, ogni cigolìo, e le lunghe ombre che la componevano. Indugiò a lungo alla piccola finestra, e vide che dai monti era salita una falce di luna, mentre tra le nuvole tremolava qua e là qualche stella. Tutt’intorno era silenzio e vuoto, scandito solo dal leggero russare di una compagna. Si sdraiò sul letto, giacque per un tempo indefinito a osservare il soffitto, poi di nuovo si accostò alla finestra. Alzò gli occhi al cielo nero che si stava sgombrando, liberando tante piccole luci che ora brillavano con più vigore.

    Nessuna stella cadde. La notte respirava intorno a lei.

    Solo dopo due ore si addormentò.

    04.

    Il risveglio, in quell’adolescente mattina di quasi estate, fu caotico e tumultuoso. Una colazione consumata in un’allegra confusione e poi via, verso la Grande Avventura con annesso pranzo al sacco; e per molti di loro fu la prima volta. Isabel seguì quel fiume in piena lasciandosi trascinare dalla corrente. Faceva caldo, faceva fatica, e la ragazza si accorse che quasi tutti avevano dell’acqua, ma lei no, non si era organizzata in tal senso, e del resto organizzata in senso pratico non lo era stata mai: per la settimana aveva portato solo qualche indumento alla rinfusa, il lettore emmepitre e un paio di libri che in tutta evidenza non avrebbe mai avuto occasione di leggere.

    Il sentiero s’inerpicava, aumentando la sete in misura proporzionale al suo disagio, e dopo meno di un’ora le sembrava d’aver già percorso l’equivalente di una mezza maratona. Si vergognava a chiedere da bere, si vergognava a chiedere ogni cosa; si vergognava della sua stessa vergogna. Approfittando di una pausa, s’era accostata a un ragazzo biondo che non conosceva, senza avere il coraggio di rivolgergli la parola, attendendosi il miracolo di un’attenzione non provocata. E il miracolo avvenne: il ragazzo s’era accorto della sua presenza, e quel che contava in quel momento, s’era accorto del suo impellente bisogno di una qualsiasi forma di approvvigionamento idrico.

    – Vuoi? – disse semplicemente, allungando l’enorme borraccia militare verso di lei. Sciocca ragazzina, una bottiglia d’acqua, solo a questo dovevi pensare.

    – Sì, grazie – rispose prontamente Isabel, con gratitudine. Bevve con avidità, una lunga sorsata; poi restituì la borraccia al ragazzo, che se l’allacciò alla cintura e sorrise.

    – Quando si va in montagna servono solo due cose – pontificò, con l’aria di chi la sa lunga, o vuol farlo intendere. – Scarpe adatte, e un poco d’acqua.

    – Lo so – ribatté Isabel, – le scarpe le ho, e l’acqua… me la sono dimenticata.

    – Tu sei di prima – disse il ragazzo, con un’aria di compatimento.

    – E con questo? – ribatté Isabel, indispettita.

    – Niente. Mi pareva. Non c’è niente di male a essere di prima. Lo sono stato anch’io… taaanto tempo fa.

    – Buon per te – chiosò lei, alzandosi. Aveva avuto l’acqua, ora poteva anche abbandonare quella sgradevole conversazione. Derubricato il piccolo incidente e ripreso il cammino, Isabel si affiancò all’insegnante di lettere, la giunonica signora Botter, che in risposta alle sue domande la informò, con aria professorale e con dovizia di particolari, che nel posto in cui erano diretti non c’era mai stata in vita sua.

    Questa Botter era una strana commistione di antico e di moderno, e sembrava paracadutata in mezzo a loro da un secolo lontano. In un ostinato rifiuto alle prepotenze della modernità, aveva certe sue peculiarità, certi vezzi poco attuali e molto passatisti, quali lo scrivere parole al plurale come territori, o esempi con il loro elegante tettuccio tratteggiato dall’accento circonflesso (territorî, esempî), per evidenziarne la pronuncia allungata; il tutto accompagnato da quel forbito, vetusto loquire – così lo avrebbe definito lei stessa – che la caratterizzava.

    Nonostante queste innocue bizzarrie atemporali, o forse anche per quello, a Isabel piaceva molto, e aveva con lei un rapporto primario, di tipo materno. Apprezzava la sua schiettezza perché aveva il merito, se tale si può considerare, di dire sempre quello che pensava. Isabel riusciva bene in italiano, come in quasi tutte le materie; perciò la cosa non la disturbava, anche in virtù della predilezione che l’insegnante mostrava di nutrire verso di lei, e che era palese a tutti. Ma per una buona metà dei suoi compagni era un problema non da poco, e per i meno preparati una vera jattura.

    E poi, anche a lei piacevano i Beatles.

    – La mia canzone preferita è Something – sentenziò la Botter. Ed era sempre diversa.

    Hey Jude – replicò Isabel. Ed era sempre la stessa. – Però il mio preferito è George.

    – Anche il mio! – concordò la Botter. – Era il più spirituale dei quattro. John era un po’ troppo cerebrale, per i miei gusti, e Paul troppo venale, troppo attaccato al denaro.

    – E Ringo?

    – Ringo… be’, Ringo è sempre stato un bravo ragazzo. Simpatico, ma niente di più.

    – Io sono stata a un suo concerto – protestò Isabel – e mi è piaciuto una cifra. Canta bene, e suona bene la batteria.

    La Botter, che era un po’ appesantita e faticava a tenere il ritmo del gruppo, si fermò ansimando, tutta rossa e scarmigliata, e sorrise alla ragazzetta.

    – Una volta – cominciò, con l’aria di chi raccoglie un ricordo lontano – nel corso di un’intervista, domandarono a John se considerasse Ringo il miglior batterista del mondo. E sai lui che cosa rispose? Oh, ma nemmeno dei Beatles! Perché anche Paul suonava la batteria, ed era piuttosto bravo.

    – E secondo John, Paul era un batterista migliore di Ringo?

    – Mah… diciamo che per lui ogni occasione era buona per fare battutine velenose. Forse Ringo non era molto dotato tecnicamente, ma aveva un suo stile inconfondibile, e suonava con il cuore. Hai presente l’inizio di Come Together? La creatività di quei primi quattro secondi, molti non l’hanno espressa in una carriera intera.

    La Botter sembrava sapesse tutto, o quasi, sul gruppo più importante della storia della Musica – quella con la maiuscola, s’intende; e quando ne parlava, Isabel pendeva dalle sue labbra.

    – Tu sei una ragazza speciale – disse all’improvviso, e con la consueta franchezza, aggiunse: – Tu sei diversa dagli altri. Non sei omologata.

    Omologata? Che cosa intende dire, prof?

    – Lo scoprirai da te. E temo che lo scoprirai a tue spese.

    L’insegnante si asciugò la fronte, lasciandola appesa a quella frase enigmatica; e senza aggiungere altro riprese il cammino, canticchiando come un’allodola.

    … Something in the way, she moves…

    05.

    Dopo un’ora forse di strada, la comitiva giunse a un bivio, prendendo a destra. Isabel, che si era distratta e stava ascoltando musica con le cuffiette – facile indovinare chi – svoltò a sinistra. Momentaneamente isolata in un segmento vuoto dell’insieme, come succede a volte quando la carovana numerosa dei viandanti si allunga, si sgrana e si sfilaccia durante il percorso, camminò ignara per un breve tratto prima di accorgersi di essere sola, e persa.

    Per chi sa cosa significhi perdersi nel bosco – e la ragazza ha tredici anni – sa di quel timore ancestrale, di come tutto si chiuda in un improvviso crepuscolo, per poi precipitare in un silenzio mortale e in una tenebra nera e profondissima, chiudendo il passo alla luce, anche nell’abbagliante fulgore di una giornata limpida e tersa. Ovunque guardasse, Isabel aveva l’irragionevole certezza di essere spiata da un che di mostruoso, e ostile: combattuta tra un’irresistibile smania di correre e l’impulso di gridare, con fatica si dominò, cercando di conservare un barlume di lucidità.

    Bisognava decidere il da farsi, e in fretta, anche. Tagliare da qualche parte per la boscaglia, neanche a parlarne: la scelta era se proseguire in salita, verso un destino ignoto, o ritornare sui propri passi, cercando di ritrovare l’incrocio in cui s’era separata dagli altri. Una parola: con tutti quei sentieri che s’intersecavano, indovinare quello giusto era una scommessa, un’impresa fuori dalla sua portata. Roba da escursionisti esperti.

    Se fosse discesa, facilmente avrebbe trovato la strada di casa, ma avrebbe perso definitivamente il contatto con il gruppo, che prima o poi si sarebbe accorto della sua assenza, scatenando un pandemonio. E per arrivare alla base ci sarebbe voluta un’ora o più, prima di poter chiamare qualcuno con il cellulare.

    Il cellulare. Già. A cosa le sarebbe servito il cellulare, in montagna? Per la cronaca, Isabel non portava quasi mai con sé quel vecchio arnese acquistato di seconda mano, del tipo di quelli che ancora funzionavano a carbone; si vergognava di mostrarlo agli altri, e di svelare la condizione di indigenza cui era costretta con la madre.

    Pensieri angosciosi si affollavano alla sua mente. Già s’immaginava lo scherno dei compagni e la riprovazione degli accompagnatori, per aver rovinato il divertimento di tutti… l’unica cretina a essersi smarrita. Ma per buona sorte non ebbe il tempo per disperarsi: le parve di udire dei passi, dietro una curva del sentiero; e in un attimo di sospensione e di silenzio, ecco apparire il ragazzo di prima, proprio lui, quello che le aveva dato un po’ d’acqua della sua borraccia.

    Un enorme sospiro di sollievo risuonò per la cupa foresta, rischiarandola. Forse s’era perso anche lui, ma almeno non era più sola. Avanzava verso la ragazza con tranquilla noncuranza, come stesse passeggiando sul marciapiede davanti a casa.

    – Ciao Isabel. Mi sa che ti sei persa.

    Come sapeva il suo nome? Fu lì lì per chiederglielo, ma poi lasciò perdere: in quel momento, le sue priorità erano ben altre.

    – Eh… ho preso il sentiero sbagliato. Stavo per tornare giù – riuscì solo a balbettare.

    – Dovrebbero metterti una campana al collo, come le mucche – la punzecchiò il ragazzo, indicando un gruppo di bovini che pascolavano in un prato, lontano. – Vieni con me, ma di corsa, prima che i prof sclerino e vengano a cercarci.

    Isabel avvampò, toccata nel vivo. Quel tipo era proprio indisponente, ma il sentimento di gratitudine per lo scampato pericolo non lasciava spazio a considerazioni di diversa natura.

    – Ero dietro di te e ti ho vista mentre andavi dalla parte sbagliata – spiegò il ragazzo.

    – E perché non mi hai chiamata? – ribatté lei, immusonita.

    – Non ti ho chiamata perché eri troppo lontana.

    O forse non volevi perdere l’occasione per prendermi un po’ in giro, pensò Isabel… inutile replicare. Abbandonata ogni remora, la ragazza chiese, con una punta d’ansia, se davvero sapesse ritrovare la giusta direzione, quella che li avrebbe portati dritti a salvamento.

    – Ma è proprio là, a sinistra di quel grosso albero – rispose lui, indicando il percorso con una sicurezza disarmante.

    Isabel sgranò gli occhi, incredula. In quella solitudine che le era parsa eterna, non aveva percorso che poche decine di metri.

    – Se non vuoi perderti, devi stare sempre attenta ai segnali – aggiunse il ragazzo. E, a maggior specificazione: – Questo sentiero è indicato con bolli azzurri, tu dovevi continuare a seguire i bolli rossi. E un’altra cosa da non dimenticare quando si va in montagna è il cellulare – chiosò, con un sorrisetto ironico.

    – Va bene, va bene, ho capito – borbottò lei. Camminarono per alcuni minuti in silenzio, finché un capannello di retroguardia apparve alla loro vista. Raggiunti i compagni, Isabel assunse un’aria di svagata indifferenza, come se nulla fosse accaduto. Il ragazzo non fiatò, limitandosi a un’occhiata complice, ricevendo di rimando un debole cenno di riconoscenza.

    – Come ti chiami?

    – Leonardo.

    Per il resto della giornata non si scambiarono altre parole. Ma di tanto in tanto lei, con una timidezza incerta, andava cercando nel gruppo il volto di lui; e se ai loro sguardi capitava di incrociarsi, sul profilo della ragazza si dipingeva un sorriso appena accennato, e lieve.

    06.

    A soli tredici anni, la vita di Isabel era già un garbuglio. Chiusa in una bolla, sempre ai margini di tutto e sempre piena di mistero come tutte le adolescenti, la notte coltivava pensieri enigmatici, emergenti da oscure zone di confine; e faceva sogni strani.

    Di giorno, leggeva e studiava molto. Sua madre, che aveva bruciato la sua gioventù tra lotte e avventure, non si riconosceva in quella figlia così quieta, arrivando al punto di nutrire seri dubbi – a dispetto dell’incontestabile detto latino – che si trattasse veramente di carne sua…. proprio lei, che aveva vissuto intensamente in una completa anarchia del corpo e dell’anima, e che aveva messo la testa a posto solo dopo aver ricevuto dalla provvidenza il dono di Isabel. Una consegna fuori programma, accidente della vita non richiesto e, in seguito, tanto amato.

    Nata da avversari del regime, scampati chissà come alle grinfie della polizia segreta, Maria Blanca Auxiliadora aveva vissuto in uno stato di opposizione permanente, cresciuta nel mito del presidente Allende e di altre figure leggendarie di ogni resistenza. Genitori che, da parte loro, avevano mostrato da subito una dedizione nei confronti dell’unica figlia fino al sacrificio di sé; ed essendo già piuttosto avanti negli anni all’atto del concepimento, all’alba del terzo millennio salutarono il mondo, lasciando Maria Blanca Auxiliadora alle prese con una gravidanza accidentale e un futuro tutto da decifrare. Ma Maria Blanca Auxiliadora non era tipo da perdersi d’animo, e scrollandosi di dosso tutto il Sudamerica aveva ben presto preso la via dell’Europa, armata solo di una laurea in lingue e di una figlia così piccola da stare in una valigia, insieme all’intero suo guardaroba e al coraggio e all’intraprendenza necessari per inventarsi una nuova vita dall’altra parte del globo. Con l’unica fortuna, comune a molte genti del posto, di aver avuto un nonno italiano, e di aver ereditato un passaporto e una cittadinanza che, tutto sommato, pensava le fossero dovuti.

    Nei primi anni della loro nuova vita, madre e figlia avevano abitato in un anonimo condominio anni cinquanta, da cui non si poteva intravedere che uno spicchio di montagna. Ora stavano in una casa di ringhiera, un bilocale appena sufficiente per le loro necessità, ma con il dono inestimabile di un breve scorcio sul lago, che a Isabel piacque subito moltissimo. Per la madre, abituata ad altre libertà, quel pertugio equivaleva a un optional di poco conto, come una finestra in un muro di prigione; ma alla figlia si presentava come uno scintillio di vita nelle lunghe giornate estive, e un angolo di meditazione nel breve percorso di quelle invernali.

    Il borgo, o meglio la contrada dove abitavano, altro non era che una frazione alta del capoluogo, di riservata e ignorata bellezza; un accapigliarsi di tetti sconnessi e scuri, disposti in maniera labirintica intorno a una piccola piazza e la sua chiesa. Strade strette e tortuose, a disputarsi quel poco sole che d’inverno riusciva a mostrarsi solo dopo aver scavallato le creste dei monti, ma pronte a trasformarsi in budelli arroventati all’irrompere della breve, cocente estate dell’alta Lombardia. Gli intonaci sbrecciati, con sfumature di un ocra ormai sbiadito, raccontavano di una antica, decaduta nobiltà; e all’ombra dei cortili, all’interno del nucleo primitivo, stazionavano coloratissime famiglie di immigrati, che mescolavano le loro parlate con il dialetto più incontaminato dei pochi rimasti a presidio delle tradizioni.

    Isabel avrebbe tanto desiderato possedere un animale, ma la loro sistemazione era d’ostacolo a un tale proponimento: in certe ristrettezze di spazio e di tempo un animale s’intristisce, o peggio, s’incattivisce, e poi sono guai, specie con i vicini. Così s’era rassegnata a elemosinare brevi momenti d’intimità con ogni bestia che le capitava a tiro, e giurò solennemente a se stessa che, se mai ne avesse avuta la possibilità, avrebbe vissuto come il padrone di una fattoria.

    Quella sera, nella cameretta del resto aritmetico si vegliò a lungo. Le sue compagne, eccitate e querule, non smettevano di ridere e di commentare i fatti della giornata appena trascorsa. Per tutte loro si trattava di un’avventura fuori dall’ordinario, un anticipo di future libertà, e la circostanza di essere quello che erano le aveva in qualche modo unite in un destino comune. Ora nel loro rapporto stava crescendo qualcosa di simile a una tenue, reciproca confidenza; e lasciati in un canto musica e libri, anche a Isabel riuscì di partecipare all’allegra confraternita, fino a quando, per puro e semplice sfinimento, tutte e tre cedettero al sonno.

    07.

    La mattina seguente capitò un increscioso incidente, che gettò una lunga ombra sinistra sulla spedizione: in un cestino della spazzatura, qualcuno aveva rinvenuto un oggetto sulla cui natura non potevano sussistere dubbi di sorta.

    Si trattava nientemeno che di una lattina di birra – vuota – dalla capacità di trecentotrenta millilitri, marca Wunderbeer, prodotta in Germania secondo la legge di purezza del millecinquecentosedici, gradazione alcolica quattro virgola sette, contenitore in alluminio da smaltirsi negli appositi raccoglitori. Chi mai poteva aver introdotto nel campo un tale strumento di perdizione?

    Tra i prof si scatenò un putiferio. Una volta radunata quell’associazione a delinquere della scolaresca, in una

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