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Le mani sull'Ucraina: viaggio in un paese in guerra
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E-book175 pagine2 ore

Le mani sull'Ucraina: viaggio in un paese in guerra

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Info su questo ebook

Novembre 2013: l’Ucraina sta per firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea. All’ultimo momento, su pressioni di Mosca, il presidente filorusso Viktor Yanukovich si tira indietro. È l’inizio della cosiddetta rivoluzione di Piazza Maidan e, in capo a qualche mese, del conflitto militare che insanguina ancor oggi una delle più grandi repubbliche ex sovietiche. Quali sono le reali cause di questo conflitto? Perché l’Ucraina è così importante? Quale la posta in palio per tutti gli attori coinvolti? Nel libro si tenta di rispondere a questi interrogativi attraverso il complicato intreccio degli eventi passati, degli interessi in gioco e delle attuali vicissitudini geopolitiche.
Una ricostruzione geostorica dunque, ma anche un appassionato racconto degli incontri e delle vicende che l’autore, geografo di formazione, ha vissuto in prima persona durante i suoi ripetuti viaggi in Ucraina. Uno Stato il cui nome – che significa “terra di frontiera” – doveva di per sé suggerire alle grandi potenze una certa cautela. Mentre, al contrario, si è tramutato nel simbolo di una nuova cortina di ferro, della rinnovata guerra fredda che ancora una volta agita i rapporti tra Russia e Occidente.
LinguaItaliano
Data di uscita20 feb 2018
ISBN9788827575185
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    Anteprima del libro

    Le mani sull'Ucraina - Valerio Raffaele

    L'autore

    Capitolo 1

    Sabato 27 dicembre. L’appuntamento è per le undici al piazzale delle Ferrovie Nord di Varese. Un furgone bianco monovolume entra dalla corsia degli autobus fermandosi a lato del marciapiede. La donna seduta sul lato del passeggero si guarda intorno, scende dal mezzo e si dilegua nella stazione. Mi avvicino per controllare la targa. Ivan mi ha detto al telefono l’altroieri che il numero è 5100. Su questo c’è la fatidica sigla UA ma il numero è un altro. Per sicurezza mi avvicino al lato del guidatore per chiedere informazioni. L’uomo al volante abbassa il finestrino e sussurra qualche parola a bassa voce scuotendo timidamente la testa mentre gli sguardi curiosi di quelli seduti dietro mi fissano. Non è il furgone giusto. Ivan mi ha dato il numero preciso della targa perchè il sabato è il giorno delle partenze e sono diversi i mezzi diretti in Ucraina. Ivan è il contatto tramite il quale la mia alunna Julia mi ha prenotato un posto per raggiungere l’Ucraina al seguito degli immigrati di quel paese che vivono e lavorano all’ombra delle Prealpi. Lui è solo uno dei tanti portantini che fanno la spola ogni settimana tra Varese e l’Est Europa. Via terra. Oltre duemila chilometri attraverso il Nord Italia, la Slovenia, l’Ungheria, fino a Chernivtsi, capoluogo della Bucovina ucraina. Chiamo il numero che Julia mi ha dato per contattare gli autisti. Dall’altro capo del cellulare risponde la voce di qualcuno che sembra essere appena cascato dal letto. L’uomo bofonchia qualche parola sul fatto che da lì a un ora in un momento non meglio precisato sarebbe arrivato. Niente di sorprendente, non c’è in Europa Orientale nulla di più elastico e vago che l’idea di orario. A mezzogiorno finalmente squilla il telefono. Faccio appena in tempo a rispondere che distante qualche metro vedo un uomo che alza un braccio nella mia direzione. Eccolo Ivan, diverso da come me lo aspettavo. Un uomo con la faccia da ragazzo vestito con jeans e scarpe alla moda, lucide e nere. Carico il mio zaino nel bagagliaio dell’auto, una Mercedes nera a otto posti con i finestrini scuri posteriori. Il numero di targa è un altro, ma anche per questo non c’è da sorprendersi. Si avvicina a noi un tipo alto con i capelli neri e il naso lungo e appuntito insieme a due donne e a un uomo più anziano. Questi lo salutano con tanto di baci, abbracci e parole che seppur incomprensibili alle mie orecchie sanno tanto di raccomandazioni e ammonimenti.

    Lasciamo Piazzale Trento e Trieste e ci mettiamo in marcia. A bordo al momento siamo solo noi tre. Il ragazzo alto si chiama Andrei, ha 28 anni e un cognome, Bogodian, che tradisce una provenienza quasi certa. Sei armeno?, gli chiedo. Lui si schermisce dietro un sorriso enigmatico e risponde che è rumeno. Questa è stata la sua prima visita ai piedi del Sacro Monte dove la madre fa l’assistente domiciliare in casa di un’anziana. A Chernivtsi lavora per il comune nel controllo della qualità delle acque. Ma in passato ho fatto pure io l’insegnante, appena finite le scuole, mentre andavo all’università. Insegnavo matematica, avevo 17 anni quando ho iniziato. Ho smesso solo l’anno scorso, mi dice in un discreto italiano, imparato grazie ai primi rudimenti che la madre gli ha passato, mentre siamo fermi a Saronno nel parcheggio dei vigili del fuoco appena fuori dall’uscita dell’autostrada. Ivan intanto è alle prese con il suo cellulare che continua a squillare. Pochi minuti e ci raggiungono Natascia Popova e la figlia Anja di 7 anni. Gabriele, il marito italiano della donna e padre della piccola, le saluta affettuosamente prima della partenza.

    Imbocchiamo la A9 in direzione di Como e usciamo al casello di Lomazzo Nord. Raggiungiamo Appiano Gentile dove parcheggiamo in una stradina laterale alla piazza principale del paese. Ivan scompare furtivo dietro l’angolo di una casa. Ricompare altrettanto velocemente dopo pochi minuti. Giusto il tempo di permettere a due donne di caricare l’auto con i pacchi e i bagagli che si portano appresso. La più anziana delle due è Elena Kuriliak, ha 70 anni ed è in Italia dal 2000. Ha lavorato a Venezia e a Milano prima di arrivare ad Appiano Gentile dove cura un’anziana di 94 anni. In Ucraina lavoravo la terra in una comunità di stato, mi dice quando siamo ripartiti. Erano i vecchi kolkoz d’epoca sovietica che fecero dell’Ucraina il vero e proprio granaio dell’URSS. L’altra signora si chiama Mila P., ha 43 anni e in patria faceva la postina. Più diffidente dell’amica, si rifiuta di dirmi il suo cognome. In Italia ha lavorato tra Varese, Bergamo e Como. Ora cura una signora di 78 anni. Prima però ho badato per parecchio tempo a una giornalista della ‘Gazzetta dello Sport’ che era malata di sclerosi, mi dice in un italiano più che mai fluente. Come quello di Elena, originaria di Boiani, un piccolo villaggio a est di Chernivtsi. Mila invece è di Rakidna, un villaggio ancor più minuscolo, neanche riportato sulla carta dell’Ucraina che mi sono portato dietro.

    Ivan pigia di buona lena sul pedale dell’acceleratore di nuovo in direzione di Milano, dove prendiamo l’autostrada per Venezia. Dietro di me c’è ancora un posto libero. Dubito che siamo al completo. Infatti all’altezza di Bergamo usciamo dall’autostrada. Dopo una serie infinita di deviazioni ci fermiamo in una strada senza uscita alla periferia della città circondata da giardini e alte palazzine dove avviene la messa a punto finale del viaggio. Un grosso furgone bianco con rimorchio parcheggia dietro di noi. La porta laterale scorrevole si apre e delle persone scendono in strada mentre altri accorrono dai marciapiedi chiamati dalle telefonate di Ivan che si è attaccato di nuovo al cellulare. Una donna corre ad abbracciare Mila. Si conoscono, in Ucraina vivono nello stesso paese, nell’introvabile Rakidna. Altri parlano tra di loro, tra sorrisi e strette di mani. L’atmosfera è familiare, tutti sembrano conoscersi. È la trafila migratoria dai contorni di una diaspora che per un momento si riunisce. E quando andiamo in ferie le sostitute ce le troviamo noi. Non vogliamo fare brutta figura, ci tiene a precisare Tanja, una di coloro che sono appena accorse. Tanja è venuta insieme a sua sorella Natascia ad accompagnare la nipote che approfitta delle vacanze di Natale per andare a far visita in patria al figlio diciottenne. È preoccupata per le notizie che arrivano dall’Ucraina. Arruolano i giovani per andare a combattere contro i russi nell’Est, mi dicono le due donne, deluse per il fatto che qui in Italia non si parli più di ciò che sta accadendo nel loro Paese dove la gente muore ancora nonostante nel Donbas, la regione dove si combatte, sia in vigore sulla carta il cessate il fuoco. Anche le madri russe sono preoccupate come le nostre. Da un giorno all’altro i loro figli vengono chiamati a partire non si sa per dove. E molti non fanno più ritorno. Le televisioni russe hanno fatto vedere immagini di mezzi meccanici che scavano grosse buche dove vengono gettati tutti assieme i corpi dei morti. È terribile.

    Andrei ci racconta che un medico suo amico di Chernivtsi andato a fare il volontario a Donets’k ha visto ferite e sofferenze infinite tra i militari e i civili. Le fosse comuni, i dolori e le piaghe di una guerra caduta nel dimenticatoio dei media italiani feriscono i cuori delle emigrate che lavorano alle nostre latitudini e che vivono costantemente in apprensione per la sorte dei familiari. Anche se dalle loro zone di provenienza non si combatte, è in Ucraina Occidentale che il governo cerca forze fresche da inviare al fronte.

    Tanja è arrivata in Italia tredici anni fa, al seguito della sorella. Ora che la nipote torna a casa sarà lei a sostituirla per questo breve periodo. Sono rimasta senza lavoro. Il mio vecchietto è morto, mi dice con una voce che ha preso qualche tonalità delle vallate bergamasche. Intanto cercherò di farmi conoscere nel paese. Una comunità quella ucraina che si regge quasi interamente sul passaparola. Ci sono delle associazioni a cui rivolgersi quando siamo senza lavoro. Però dandoci una mano l’una con l’altra siamo sempre riuscite a cavarcela bene. Un’amicizia che il più delle volte ha le sue radici nel paese natio. Come Mila, anche Tanja e Natascia sono di Rakidna. Le due non accettano di farsi fotografare: i mariti sono gelosi, mi dicono con pudore.

    Mentre chiacchieriamo, attorno a noi c’è un gran movimento di merci. I mezzi in partenza vengono stipati all’inverosimile non prima di aver pesato tutti i pacchi al seguito. L’operazione spetta ad Ivan e a Vitaly, l’altro autista, che sotto una fitta nevicata e muniti di una semplice bilancia pesa persone ne controllano minuziosamente la quantità. Massimo trenta chili, altrimenti si deve pagare un sovrapprezzo rispetto agli ottanta euro pattuiti. Tra voluminose scatole di cartone e sacchi di plastica intravedo arance, mele, pasta, panettoni, cioccolato. A operazione conclusa la mercedes nera è strapiena, con pacchi infilati sotto i sedili e tra le gambe di quelli seduti dietro di me. Per fortuna l’ultimo posto libero è stato occupato da Alexandra Popova, una signora bassa che si arrabatta come meglio riesce trovando incredibilmente una posizione comoda accartocciata alla meno peggio tra i sedili e i borsoni. I due furgoni-minibus sono pronti, gli autisti fanno marcia indietro, i passeggeri si sbracciano per salutare i compaesani rimasti in strada.

    Ora si parte per davvero. Da adesso la bussola punta dritta verso Oriente. La traversata verso le terre d’Ucraina ha inizio. Elena e Mila si fanno per tre volte il segno della croce.

    Oltre la Cortina di Ferro

    Al calar della sera il buio inghiotte il mediocre paesaggio dei grandi capannoni industriali del nord-est. Fulgide gemme squadrate del miracolo economico nostrano ieri, vuoti e abbandonati oggi, ridotti a moderni ruderi in svendita, figli di una crisi industriale senza fine. Se nessuno li compra, lo Stato dovrebbe dare una mano, commenta Elena nel vederseli sfilare uno dietro l’altro dal finestrino alla sua destra come tante decrepite carcasse di cemento. Lascio cadere nel vuoto la sua osservazione. Vai a spiegare del patto di stabilità, dei vincoli europei e del fatto che l’Italia lo fece a suo tempo un intervento simile, rivelatosi poi un disastro, a una donna che ha vissuto gran parte della sua vita in una società in cui lo stato era l’unico datore di lavoro. Per lei, ancora costretta alla sua età a lavorare, si tratta di uno spreco enorme. Ormai non ci penso neanche più alla pensione. Devo pensare alla figlia che mi è rimasta e ai nipoti. Qualche anno fa l’anziana è dovuta tornare per qualche tempo in Ucraina per curare il marito sul punto di morte. E recentemente anche l’altro figlio è scomparso in maniera prematura. È la vita, sancisce con voce rassegnata. Le donne ucraine sono la vera e propria spina dorsale nel sostentamento economico di intere famiglie nella regione di Chernivtsi. Se il marito non lavora o è disoccupato il più delle volte rimane in patria a curare la casa, a coltivare le patate nell’orto e ad allevare qualche gallina. Anche i figli spesso rimangono in Ucraina, come i tre di Mila. Da voi gli uomini se non hanno un lavoro si ammazzano. I nostri invece bevono, si ubriacano e vanno a dormire, aggiunge Elena con una risata sarcastica riferendosi ai propri connazionali maschi. Le rimesse che le badanti inviano a casa sono l’unica fonte di reddito per molti villaggi rurali poveri. Come quello di Boiani, dove Elena possiede una casa di proprietà, in cui la metà delle famiglie ha una donna emigrata che lavora in Italia.

    In quella stessa fetta d’Italia che vedo ora sfilare via da un furgone ucraino e che per la prima volta mi sembra di vedere da un’angolatura diversa. Chissà quante volte percorrendo le autostrade italiane mi sarà capitato di affiancare inconsapevolmente qualcuno di