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Dentro la sfera

Dentro la sfera

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Dentro la sfera

Lunghezza:
232 pagine
2 ore
Pubblicato:
Feb 9, 2018
ISBN:
9788827566893
Formato:
Libro

Descrizione

"Ogni essere umano vive dentro una sfera."
Un uomo che si sente imprigionato nella sua vita decide di cercare la sua personale via di uscita dando inizio ad una serie di omicidi tra l'Italia e l'Inghilterra.
Il caso viene affidato al detective Giulio Silvestri, italiano residente da diversi anni a Londra dove lavora per Scotland Yard. Per seguire le indagini Giulio dovrà tornare in Italia e confrontarsi con il passato da cui è sempre fuggito, nel momento in cui scoprirà che le vittime sono sue vecchie conoscenze.
Pubblicato:
Feb 9, 2018
ISBN:
9788827566893
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Dentro la sfera - Pietro Gugliuzza

Pietro Gugliuzza

Dentro La Sfera

Copertina realizzata da Salvatore Rodia

UUID: 0281ea3c-2d25-11e8-af8a-17532927e555

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Sommario

Prologo

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Epilogo

Prologo

Dopo tanti anni, sono arrivato ad una conclusione: ogni essere umano vive dentro una sfera.

È trasparente, la sfera, così che puoi osservare tutto quello che ti circonda: le strade, le case, le persone, il cielo, il mare… puoi ammirare tutto quello che il mondo offre.

Ma l’esistenza stessa della sfera ti fa rendere conto di una cosa: non puoi interagire con quello che ti è intorno.

La sfera in cui viviamo ha infatti un certo spessore, così che i suoni esterni arrivano ovattati e chi è fuori non ti sente a meno che non alzi la voce.

La sua superficie è fredda, così che quando la tocchi non senti niente sotto le dita se non un senso di vuoto.

E dall’interno guardi il mondo e ti disperi: perché è tutto così a portata di mano, ma allo stesso tempo così distante?

Ho notato però che la mia sfera ha una maniglia all’esterno: basterebbe che qualcuno passasse e la aprisse e ne sarei fuori.

Ed è questo che aumenta il mio disagio.

Nessuno può aprire quella maniglia perché tutti sono alla ricerca di qualcuno che apra la loro. Esatto: come dicevo all’inizio, ognuno di noi vive in una sfera e non riesce ad uscirne.

Non so come la vivano gli altri, ma per me uscire da qui dentro è un’autentica ossessione. Così ho pensato, ho cercato, ho studiato e ho scoperto che in realtà una soluzione c’è.

La sfera non è molto resistente: basterebbe lavorarci un po’, dare qualche colpo qui e là e dopo poco cederebbe.

Allora perché non lo faccio? Perché rimango qui dentro e non ne esco?

La risposta mi è arrivata dopo tanto tempo di riflessione, come una lampadina che accendendosi illumina una stanza.

Mi sono ricordato che quando ero bambino ero libero. Non avevo questo involucro intorno che mi schiavizzava: giravo libero per le strade, con i miei amici, vivevo sereno e felice.

Finché crescendo la vita ha iniziato a presentare il suo peso. È arrivata la sofferenza e con essa la tristezza. Intorno a me, nessuno riusciva a capire il mio dolore, tutti così impegnati a pensare a se stessi, così apparentemente felici.

Ma non è proprio così che anche io apparivo loro? Felice e soddisfatto della vita?

Ho capito alla fine che sono stato io a costruire la mia prigione sferica, giorno dopo giorno, con un solo scopo: nascondere a me stesso e agli altri il mio male e il mio odio. In questo modo sono riuscito a trovare un equilibrio, per quanto precario, in una vita che non mi piaceva.

Solo che, ora, non ce la faccio più: ho troppa nostalgia della felicità, voglio uscire dalla mia sfera e ritrovare la pace.

Quindi ho deciso di fare quel passo: oggi romperò la sfera che mi rinchiude da ormai troppo tempo.

Ma ne soffro, perché per uscirne dovrò fare quello che non avrei mai voluto.

Per ottenere la pace, dovrò eliminare ogni cosa della mia vita, a partire dalle persone.

Capitolo 1

1

In definitiva, gli attuali motori diesel, equipaggiati con opportuni sistemi di combustione e di iniezione, continueranno ad essere protagonisti dei sistemi di propulsione per almeno quindici anni, avendo come punto di forza una bassa produzione di CO2 per unità di potenza erogata.

La sala era piena, con gli ospiti seduti ai loro posti ad ascoltare attentamente la conferenza.

L’uomo che parlava, dalla pelle olivastra e i capelli corti neri, aveva una giacca blu su cui era attaccata una targhetta che riportava il suo nome e il suo ruolo quale membro dell’Istituto Motori del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

In ogni caso, l'obiettivo di avere basse emissioni di particolato deve essere comunque perseguito per minimizzare la frequenza della rigenerazione… e questo è proprio quello che stiamo facendo e che, ne siamo certi, riusciremo a portare a compimento.  Grazie per l’attenzione.

Quando con queste parole l’uomo sul piccolo palco finì il suo intervento, partirono gli applausi dei presenti, a confermare come la presentazione dei risultati dell’ultimo anno di ricerca fosse stata molto apprezzata.

Ringraziamo l’ingegnere Carlo Marrone per la presentazione. Questa è la dimostrazione di come, a dispetto di quanto si dica in giro, anche in questa città esiste l’eccellenza.

A parlare tramite il microfono fu un assessore comunale, che proseguì con un breve ma ispirato discorso in cui elogiava Napoli come culla dei geni e che attaccava quanti continuavano a trattare il sud come una terra priva di potenzialità. Aggiungendo come, a detta dell’assessore, l’amministrazione comunale avesse recitato un ruolo fondamentale nell’ottenere i fondi per la ricerca.

Ora, signori disse l’assessore alla fine del suo discorso se volete accomodarvi nella sala adiacente, è stato preparato un lauto buffet. Buon appetito a tutti.

Carlo scese dal palco e un elegante signore di mezza età gli si avvicinò per stringergli la mano.

Complimenti ragazzo, meriti tutti gli applausi.

Carlo lo guardò sorridendo per poi allontanarsi, sentendo poco modestamente di meritare quegli apprezzamenti.

Dopo essersi laureato alla Federico II di Napoli con il massimo dei voti in Ingegneria Meccanica, Carlo era stato assunto come  ricercatore dalla stessa università, per poi vincere la gara per entrare nel CNR. Pochi anni dopo era già arrivato ai vertici dell’istituto di ricerca attirandosi da una parte l’ammirazione per il suo talento, dall’altra l’antipatia da parte di alcuni colleghi che consideravano la sua rapida ascesa frutto delle conoscenze politiche del padre, un importante professore ormai in pensione che aveva ricoperto vari incarichi di rilievo nell’ambiente universitario.

Carlo però non era turbato dalle voci che giravano su di lui. Era qualcosa a cui aveva fatto l’abitudine già dal primo anno di università, quando i suoi voti alti venivano costantemente contestati dagli altri studenti. Già da allora era ben consapevole delle sue capacità, e a quelle che lui definiva parole frutto dell’invidia preferiva rispondere con i fatti.

Proprio quella sera si ritrovava a presentare i risultati della ricerca sulla riduzione dell’inquinamento dei motori, un lavoro che aveva portato avanti con dedizione e impegno. Aveva impostato la presentazione in una maniera molto tecnica e dettagliata, proprio con lo scopo di mostrare quanto avevano fatto lui e il suo team. Con somma soddisfazione degli uomini seduti in prima fila, appartenenti alle aziende che avevano partecipato alla ricerca come partner. Oltre a loro, erano presenti vari esponenti dell’università, del Centro di Ricerca nonché del mondo politico. Nel vedere questi ultimi, Carlo non poté non notare come essi per gran parte dell’intervento avessero annuito con cadenza quasi periodica, per palesare una comprensione degli argomenti trattati che, secondo lui, non avevano. Anche alle persone meno competenti, comunque, non poteva non essere chiara una cosa fondamentale, ovvero che in un tempo relativamente breve la ricerca aveva prodotto risultati eccezionali.

L’importanza del loro lavoro era talmente evidente che per quella serata era stata affittata, dalle aziende partner, una sala riunioni in uno degli alberghi più importanti della città, una struttura che affacciava direttamente sul lungomare di Napoli. Come ulteriore segno di gratitudine, per Carlo e gli altri relatori era stata affittata una camera per la notte nello stesso albergo. La conferenza sarebbe infatti ripresa il giorno dopo con altri interventi a cui Carlo avrebbe dovuto partecipare.

L’unica nota negativa della serata fu che non ebbe minimamente il tempo di poter approfittare del ricco buffet offerto dall’hotel che li ospitava. Ogni volta che provava ad avvicinarsi al tavolo, dove eleganti camerieri preparavano dei piattini da offrire agli ospiti, qualcuno lo fermava per congratularsi o per dare consigli. E tra un grazie e un terrò in considerazione i suoi suggerimenti si ritrovò senza aver mangiato niente più che qualche pizzetta.

Così, alla fine della serata, uscì dalla sala per recarsi verso la sua camera, con lo stomaco quasi completamente vuoto. Uscendo, incontrò un cameriere che aveva prestato servizio al buffet.

Buonasera. Le dovrei chiedere un piacere disse Carlo.

L’uomo, un signore sulla sessantina molto ben curato, si fermò sorridendo.

Per caso è avanzato qualcosa in cucina dal buffet? Chiese Carlo, con un po’ d'imbarazzo. Il cameriere mantenne il suo sorriso.

Signore, mi dispiace informarla che è tutto finito. Sa, questi vecchi scienziati hanno sempre un grande appetito…

Carlo ripensò a un gruppo di professori, probabilmente vicini alla pensione, che gli avevano dispensato consigli su come procedere con il progetto. Mentre richiamavano una legge fisica o uno studio fatto da loro negli anni passati, i loro piatti si riempivano per poi svuotarsi e riempirsi di nuovo, con Carlo costretto a rimanere lì ad ascoltarli, senza poter fare altro che sperare che lo liberassero dai loro discorsi.

Non c’è modo di avere qualcosa? Neanche di cucinarlo al momento?

Il cameriere alzò le spalle. Potrebbe essere un po’ complicato. Dovrei chiedere un piacere personale allo chef e sia lui che io dovremmo rimanere dopo l’orario di lavoro.

Carlo intuì che le difficoltà che gli stava elencando l’uomo sarebbero state facilmente superate con un incentivo economico.

Normalmente avrebbe lasciato perdere, ma in quel momento aveva troppa fame. Quindi aprendo il portafoglio gli chiese se una banconota di colore arancione che aveva al suo interno avrebbe aiutato a risolvere il problema. Il cameriere parve soddisfatto.

La sua camera, signore?

La 416.

Sorridendo, il cameriere si allontanò, andando nella direzione delle cucine. Carlo invece prese l’ascensore e salì al quarto piano, dove si trovava la sua stanza. Entrato, mise il portafoglio e la penna USB su cui aveva salvato la presentazione in una cassaforte della stanza, poi si sedette sul letto e si distese su di esso. Lo stomaco brontolava: non era facile per lui rimanere senza mangiare per più di cinque o sei ore, anche a causa di un metabolismo molto veloce. Capitava spesso che si svegliasse di notte per la fame e che si preparasse uno spuntino. Si trovò a pensare al cameriere con cui aveva parlato prima. A pensarci, probabilmente era rimasto qualcosa dal buffet, ma quale occasione per guadagnare qualcosa se non un cliente affamato?

Se continui così, un giorno morirai per colpa della tua fame: spenderai tutti i tuoi soldi in cibo, diventerai povero e ti ritroverai sotto un ponte.

Divenne improvvisamente triste. Pensò alla persona che, scherzosamente, gli aveva profetizzato la sua morte.

Rimase un attimo a guardare la lampada al neon posta sul soffitto per poi alzarsi dal letto, allontanando quel ricordo che l’aveva invaso.

Si avvicinò alla finestra. Guardando verso la strada, notò dei ragazzi che stavano parlando con delle ragazze. Ridevano, si divertivano, qualche coppia si baciava. Lui invece era lì, in quella camera d’albergo a guardare dei ragazzini alle prese con l’amore.

Non ci sarebbe stato niente di strano ad essere soli, quella sera. Dopotutto era lì per lavoro, non per un viaggio di piacere. La realtà, però, era che quella non era l’unica sera in cui rimaneva da solo. Il lavoro aveva infatti assorbito tutte le sue energie, portandolo a trascurare la sua vita privata. Aveva scelto, indirettamente, di amare lo studio anziché una donna.

E pensò di nuovo a Rebecca .

Dopo tanto tempo, ancora si ritrovava a pensare a lei, nei suoi momenti di solitudine. Non poteva essere altrimenti. Rebecca era l’unica donna che avesse mai veramente amato.

Non la sentiva da anni, però sapeva che aveva fatto carriera. Era diventata, dopo anni di sacrifici, un’attrice. Non di quelle importanti, era poco più che un personaggio di contorno in una soap opera che trasmettevano in Inghilterra, ma quel ruolo per quanto piccolo le aveva portato una certa fama.

Tutto sommato, sentiva che era anche per merito suo. Cercava almeno di pensarla così, visto com’erano andate le cose tra di loro. Essendo figlia di persone benestanti, per assecondare il suo desiderio avevano deciso di finanziarle un corso di recitazione in una prestigiosa scuola londinese. Rebecca gli chiese di andare con lui, ma Carlo doveva finire la tesi, promettendo che l’avrebbe raggiunta dopo la laurea. Qualche mese dopo, però, vinse il concorso per il dottorato e quando comunicò la notizia a

Rebecca ne scaturì un litigio, alla fine del quale decisero di prendere strade diverse.

Nonostante fossero passati più di cinque anni, in quel momento, in quella stanza d’albergo, sentiva la sua mancanza. Sentiva una forte nostalgia di lei e del suo corpo. E fissando i due innamorati vicino al mare che si baciavano, non poteva non pensare a quante volte si erano trovati lui e Rebecca in quella situazione, dove la gente passava, li osservava, ma loro due si sentivano in un mondo a parte, isolati dall’universo intero: in quella dimensione, erano solo lui e lei.

La cosa che lo faceva sentire più in colpa, però, era che non immaginava mai di tornare indietro nel tempo per cambiare decisione. Negli anni aveva compreso che, per quanto potesse pensare di amarla, non sarebbe mai stato disposto a rinunciare alla carriera per lei. Non avrebbe sopportato l’idea di rinunciare ad anni di studi e alle sue capacità per vivere poi di rimpianti, tutto per stare insieme ad un’altra persona. E questo gli faceva male perché si rendeva conto che, in realtà, non l’amava affatto.

Aveva creduto di amarla, di vivere in una sorta di dimensione parallela in cui c’erano solo lui e lei, ma la verità era che per lui il lavoro e il successo erano più importanti e avevano invaso tutto lo spazio libero all’interno di quel mondo, occupando il posto che spettava a Rebecca.

Qualcuno bussò alla porta. Servizio in camera.

Travolto dai pensieri, non si era reso conto che era rimasto per chissà quanto tempo a fissare il nulla sul soffitto. La fame che si era assopita durante il suo viaggio nei pensieri era tornata a farsi sentire, come se avesse un leone intrappolato nello stomaco.

Andò ad aprire la porta, forzando un sorriso.

Buonasera, la ringrazio per… Ma il sorriso scomparve di fronte la vista del cameriere. Non era lo stesso uomo con cui aveva parlato.

Buonasera, mi manda il signor Salvetti. È lei che ha chiesto la cena, giusto? Disse con una voce piatta l’uomo.

Il signor Salvetti?

rispose con calma l’uomo mi ha detto di portare la cena alla stanza 416.

Carlo capì che il signor Salvetti doveva essere l’uomo che aveva incontrato fuori la sala del buffet.

Sì… sì, è la stanza giusta, grazie.

Il cameriere entrò in camera con il carrello con il cibo.

La ringrazio rispose Carlo. Vedendo che l’uomo rimaneva immobile, capì che voleva una mancia. Anche se leggermente infastidito, decise di dare anche a lui qualcosa, altrimenti sarebbe rimasto lì. Un attimo che prendo i soldi.

Carlo si girò verso il mobile in cui, in una cassaforte, aveva messo il portafoglio. Si abbassò per aprirla e prese una banconota dal taglio piccolo. Se il cameriere avesse voluto di più, l’avrebbe spedito fuori dalla camera a calci. Chiuse la cassaforte, e alzandosi si girò verso il cameriere.

Ecco a…

Non ebbe tempo di

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