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Il Segreto della Scacchiera: Un simbolo antichissimo, retaggio del primo grande culto della civiltà umana

Il Segreto della Scacchiera: Un simbolo antichissimo, retaggio del primo grande culto della civiltà umana

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Il Segreto della Scacchiera: Un simbolo antichissimo, retaggio del primo grande culto della civiltà umana

Lunghezza:
218 pagine
1 ora
Pubblicato:
30 gen 2018
ISBN:
9788869372933
Formato:
Libro

Descrizione

Cosa ci fa una scacchiera del tutto simile alla base del celebre gioco
in una tomba sarda del 3500 a.C.?
 
Perché molte cattedrali e chiese di epoca templare presentano scacchiere
ben visibili in facciata?
 
Per quale motivo la Massoneria utilizza il pavimento a scacchiera
nella zona più sacra del proprio tempio?
 
Scopriremo come la scacchiera sia un simbolo antichissimo che trasporta un messaggio ben preciso, retaggio del primo grande culto della civiltà umana.
Vedremo anche come il reale significato insito nella scacchiera sia stato modificato secondo scopi ben precisi, nel tentativo, risultato vano, di celare la verità.
 
Giancarlo Maria Longhi, ingegnere biomedico, si occupa di salute, bellezza e benessere. Appassionato da sempre di tematiche misteriche, culti antichi e simbolismo, collabora con le riviste digitali “Tracce d’eternità” e “Dreamland”. Per Cerchio della Luna ha già pubblicato “Misteri di un antichissimo culto. La Dea e il Toro” (2016).
 
Pubblicato:
30 gen 2018
ISBN:
9788869372933
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il Segreto della Scacchiera - Giancarlo Maria Longhi

ICONOGRAFIA

INTRODUZIONE

Cosa diavolo ci fa una scacchiera in una tomba antica di oltre 5.000 anni?

Questa domanda iniziò ad assillarmi dopo aver visto una foto mentre effettuavo ricerche per il mio primo libro; l’immagine mostrava una parete dipinta di una tomba ipogeica sarda, con una scacchiera del tutto simile a quella moderna sulla quale si muovono le pedine del gioco più famoso al mondo.

È impossibile … Gli scacchi sono nati probabilmente nel basso Medioevo, ossia migliaia di anni dopo! E in ogni caso come mai su una parete verticale?

È sembrato subito ovvio che non si trattasse di un gioco.

Era opportuno indagare, e le conclusioni sono state scioccanti.

Buona scoperta.

​PREMESSA

Questo lavoro è incentrato sull’analisi simbolica della scacchiera.

La volontà è quella di dimostrare che il simbolo è molto antico, e carico di significati che esulano dal gioco degli scacchi.

Scopriremo come questo simbolo sia nato migliaia di anni fa, come espressione di quello che forse è stato il primo culto dell’umanità, per poi perdersi nei millenni.

Vedremo come in pieno periodo Templare ci sia stata una rinascita del simbolo, forse in seguito a qualche scoperta in terre lontane dove la scacchiera era sopravvissuta.

Non analizzeremo in dettaglio le interpretazioni date al simbolo nei tempi più recenti e moderni, in quanto scopriremo come in realtà il vero significato della scacchiera sia stato completamente travisato.

L’autore

​LA SCOPERTA - LE ORIGINI

ottima capacità organizzativa

Elisa mi guarda, e sebbene stia sorridendo si capisce che è pensierosa. Infatti non le si stringono gli occhi come quando esplode nei suoi sorrisi enormi e contagiosi, ma anzi la sua bocca è stretta, formando delle piccole rughette tra le labbra: deve dirmi qualcosa.

Giamma cosa facciamo per il capodanno 2016? Non manca molto, dobbiamo organizzarci! Io avrei un’idea … passiamo il Natale coi miei e poi andiamo da tua mamma in Sardegna, ma il Capodanno lo trascorriamo ad Alghero! Che ne dici?

Beh, direi che è un’ottima idea! rispondo.

Eh sì, perché il legame che ho con la Sardegna è sempre più vigoroso, al punto di causare una sorta di dipendenza paragonabile al cosiddetto mal d’Africa.

Questo mi spinge a recarmi nella meravigliosa isola non appena possibile, cogliendo l’occasione per passare un po’ di tempo con la famosissima Dea Madre di Torpè, ossia mia mamma.

La Sardegna offre un clima mite tutto l’anno: ovviamente durante l’inverno è praticamente impossibile nuotare nel mare cristallino (anche se …) ma temperature sopra i 20° nei mesi di dicembre/gennaio non sono rare. Inevitabile il paragone con Milano, con i suoi inverni rigidi, umidi e nebbiosi.

Se quindi la spiaggia può essere raggiunta solo per contemplarla e goderne i contorni senza bagnanti, oltre che per respirare a occhi chiusi e polmoni aperti un’aria quasi irreale e disconosciuta, le campagne sarde invernali si prestano a escursioni indimenticabili, offrendo scorci inaspettati: la Sardegna infatti, è molto di più di un insieme di spiagge mozzafiato.

Pertanto, trascorriamo prima il Natale 2015 con la deliziosa famiglia di Elisa, abusando sia della prestigiosa cantina di Ignazio, sempre fornita di Amarone e Ripassa di Valpolicella, sia della cucina emiliana di Vianella, e partiamo per la Sardegna il giorno di Santo Stefano, per rimanerci quasi due settimane.

Il Cap D’Any, come lo chiamano gli algheresi, pare sia uno dei più piacevoli di tutta la Sardegna, e dato il contesto non stento a crederci: ma certe cose vanno provate, vissute e godute, per essere confermate.

Alghero si trova nella parte nord-occidentale dell’isola, zona nella quale, come del resto in praticamente tutta la Sardegna, è presente una serie impressionante di siti archeologici che coprono un arco di tempo di migliaia di anni, passando da antichissime domus de janas a siti nuragici davvero sbalorditivi. Appare scontato quindi abbinare alla vacanza cittadina qualche perlustrazione archeologica: del resto, l’occasione è talmente ghiotta che non posso non approfittarne, e, senza fatica, convinco Elisa a organizzare un paio di gitarelle in cerca di sassi, come direbbero i miei amici del liceo (sempre abili nello sminuire le mie passioni…).

La prima meta non può che essere una tomba ipogeica che aveva attirato la mia attenzione qualche mese prima, mentre lavoravo al mio primo scritto ‘Misteri di un antichissimo culto: la Dea e il Toro’. Si tratta della domus Pubusattile IV, la cui peculiarità è un affresco presente nella parete destra dell’anticella che raffigura una scacchiera composta di caselle bianche e rosse alternate, apparentemente del tutto simile alle classiche basi del gioco degli scacchi.

Sono giunto a contatto visivo con l’immagine della scacchiera quasi per caso, visionando tutte le foto realizzate dall’amico Nicola Castangia nei suoi vari sopralluoghi in siti archeologici di tutta la Sardegna, con riferimento in special modo alla zona nord occidentale.

Ciò che mi aveva lasciato letteralmente a bocca aperta era la particolarità della raffigurazione; abituato infatti a vedere protomi taurine, corna a barca, focolari, denti di lupo, spirali e altre rappresentazioni simboliche legate al culto doppio, la visione atipica e unica di una scacchiera non poteva lasciarmi indifferente. In realtà motivi a scacchiera erano già stati ritrovati in tombe sarde, specialmente nella splendida ‘Tomba della Scacchiera’ ritrovata nei pressi di Bonorva (località Sa Pala Larga, Sassari), e ora, ahimè, sigillata e inaccessibile.

Attorno a questa tomba si è creata una sorta di leggenda: è stata infatti scoperta quasi per caso durante dei lavori nel terreno, e le foto del suo interno, scattate da Antonello Porcu, avevano fatto il giro del web. Dato che come San Tommaso ci ficco sempre il naso, ho contattato personalmente Antonello che mi ha concesso una sorta di intervista telefonica.

La domus presenta al suo interno delle spirali colorate di un rosso vivo e stupiscono per il loro stato di conservazione: paiono appena dipinte. Il soffitto invece è un po’ danneggiato, ma un motivo a scacchiera con quadrati bianchi e neri lo ricopre in parte. Antonello mi ha fornito qualche foto della scacchiera di Bonorva; non pare di forma regolare, e contarne il numero esatto di caselle è impossibile.

Risalendo al censimento ufficiale effettuato poco dopo la scoperta della tomba e prima che fosse richiusa, sigillata e nascosta al pubblico (nel gennaio 2017 era in fase di restauro e si parlava di prossima riapertura), la ricostruzione del soffitto conferma quanto visto dalle foto, ossia un motivo a scacchiera di forma rettangolare, che aveva l’obiettivo di rivestire tutta la superficie decorandola, anche se non amo parlare di decorazioni in luoghi sacri. È forse meglio dire che, per decorare il soffitto, è stata scelta una trama che come vedremo ha forti carichi simbolici.

Figura 1 - Ricostruzione della scacchiera presente

sul soffitto della domus VII di Bonorva.

Osservando la foto in mio possesso, la scacchiera di Pubusattile appare decisamente diversa rispetto a quella di Bonorva: è quadrata, praticamente perfetta e ricorda proprio la base del celebre gioco.

A questo punto, utilizzando espressioni tipiche dei saggi accademici: cosa diavolo ci fa una scacchiera in una tomba antica di oltre cinquemila anni?

banale decorazione

Il sito è stato censito dall’archeologa sarda Rita Meloni, e non manca la documentazione relativa alla scoperta e alla sua catalogazione: la presenza della scacchiera viene però quasi snobbata, indicandola semplicemente come un motivo decorativo, e precisamente si pensa che " rappresenti la raffigurazione di addobbi di stoffe presenti nelle abitazioni dei vivi e riproposti nelle dimore dei morti. "

In effetti molte domus hanno al loro interno falsi elementi architettonici a voler rendere la tomba una sorta di dimora per i defunti del tutto simile alle abitazioni dei vivi; ma nel caso della scacchiera, ne sono certo, occorre andare molto oltre.

Arriviamo in zona il 30 dicembre, tarda mattinata: è a tutti gli effetti un giorno di vacanza e cosa di meglio, prima di una esplorazione, di una bella dormita e di una colazione abbondante?

Abbiamo appuntamento con Giovanni Galzerano, conosciuto su Facebook nella pagina ArcheoUri Vagando, sempre grazie all’inesauribile Nicola Castangia.

Giovanni è un ragazzone imponente, laureato in architettura e appassionato di archeologia oltre che, ovviamente, innamorato della sua terra natia. Ha avuto la bellissima idea di fondare questa associazione proprio per promuovere e divulgare la conoscenza degli antichi siti sardi, esempi di un patrimonio artistico, storico, archeologico, culturale e architettonico che ha davvero pochi eguali in tutto il mondo.

Con lui troviamo Franco Canu, amico e socio di Giovanni, guida esperta di tutta la zona.

Il paese di Uri si sviluppa attorno alla strada principale che lo attraversa ed Elisa, che ha girato tre quarti di mondo, lo paragona a un paesello del Chapas, in Messico: io ovviamente le credo.

Troviamo Giovanni in una parcheggio, con Franco già con lo zaino in spalla: siamo pronti a seguirli.

Da Uri torniamo sulla strada che porta verso Alghero, circondata da campagne i cui colori presentano tutte le varietà del verde, con predominanza però del color smeraldo.

È fine dicembre, ma l’inverno qua in Sardegna sa vestirsi di primavera: non sono rari fiori gialli, bianchi, rosa e viola.

In questi contesti per me esiste una sola colonna sonora: Fabrizio De Andrè, per gli amici e fan semplicemente il Faber.

Questo artista meraviglioso mi accompagna sin da quando ho iniziato a capire cosa fosse la musica; gli stessi compagni di liceo citati poco fa, ai tempi dominato dal grunge che da poco insidiava le grandi rock band un po’ glam, un po’ metal, si domandavano chi fosse questo cantautore che poco si inseriva in tal contesto. Beh oggi divorano i suoi dischi e cantano le sue canzoni.

Faber, che purtroppo è venuto a mancare nel 1999, amava alla follia la Sardegna, e le ha dedicato parecchie canzoni, oltre che una buona parte della sua vita. Si dice che non fosse raro vederlo suonare e cantare per i vecchi del paese, semplicemente seduti da qualche parte a parlare del passato, con davanti un bicchiere di cannonau e le guance rosse.

"Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura,

dove cammina il mio destino c’è un filo di paura.

Qual è la direzione nessuno me lo imparò.

Quale è il mio vero nome ancora non lo so.

Quando la luna perde la lana e il passero la strada,

quando ogni angelo è alla catena, e ogni cane abbaia,

prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume.

Vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume"

Cantava Fabrizio, pensando a un pastore solo nella sua malinconia, sia pur circondato dallo splendido contesto paesaggistico.

"Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli,

sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli,

l’amore delle case, l’amore bianco vestito,

io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito"

Si comprende ora il motivo dell’umore cupo del pastore: gli manca l’amore.

Grazie Faber, grazie di tutta la tua poesia che ha reso questo mondo nettamente migliore: e grazie di farmi compagnia da anni, oggi e sino a quando potrò ascoltarti o solo pensare alle tue canzoni.

Questa splendida colonna sonora ci accompagna mentre attraversiamo distese di pascoli ben frequentate da pecore e mucche dall’aspetto sano, fiero e felice. Fa sorridere vedere mimose già in fiore: è uno spettacolo guidare in queste strade, senza fretta, traffico, inquinamento, grigiore, frastuono.

Riesci a goderti ogni sfumatura, i sensi si appagano, l’anima si placa. Il clima particolarmente mite però non impedisce alle verdure invernali di crescere rigogliose, e alternati ai pascoli fanno capolino vaste piantagioni di carciofi, ortaggi che amo alla follia e che si prestano in cucina a qualsiasi cosa: crudi in pinzimonio o con scaglie di bottarga, ripieni al forno, in accompagnamento alla pasta, in un buon risotto, come contorno, accanto a secondi di carne, come ripieno per calamari … mi fermo!

Perso tra i pensieri quasi

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