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I Savoia e il Massacro del Sud

I Savoia e il Massacro del Sud

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I Savoia e il Massacro del Sud

Lunghezza:
390 pagine
8 ore
Pubblicato:
21 dic 2017
ISBN:
9788833460086
Formato:
Libro

Descrizione

I Savoia e il Massacro del Sud, best-seller dello storico Antonio Ciano, ha contribuito a sfatare il mito di una felice Unità d'Italia senza vincitori né vinti. I vinti in realtà ci sono stati: ce lo ricordano ogni giorno i telegiornali, che parlano di un Sud Italia perennemente indietro rispetto al Nord e arretrato sotto ogni punto di vista. Finalmente disponibile in una elegante versione eBook comprensiva di numerose fotografie d'epoca, I Savoia e il Massacro del Sud è una lettura consigliata a chi, stanco di credere nelle favole, desidera analizzare dalle radici le problematiche attuali di uno stato disfunzionale, quello italiano, fondato sull'ingiustizia e l'inuguaglianza sociale.
Pubblicato:
21 dic 2017
ISBN:
9788833460086
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I Savoia e il Massacro del Sud - Antonio Ciano

SAGGISTICA

I Savoia e il Massacro del Sud

di Antonio Ciano

Progetto grafico curato da Sara Calmosi

In copertina: Strage di Pontelandolfo ad opera dei Piemontesi

ISBN 978-88-33460-08-6

Ali Ribelli Edizioni

Saggistica – Briganti

www.aliribelli.com - redazione@aliribelli.com

È vietata la riproduzione del testo e delle immagini contenute in questo libro, in parte o nella loro totalità e attraverso qualsiasi mezzo, senza l’espressa autorizzazione dell’Editore.

ANTONIO CIANO

I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD

prefazioni di Pino Aprile e Lucio Barone

AliRibelli

Sommario

Nota dell’autore

Prefazione

Prefazione

Il Regno delle Due Sicilie

All’armi! All’armi!

Tangentopoli

Per il trono e per l’altare

La destra infame

Per il trono e per l’altare

Il nord non lascerà ai meridionalinemmeno gli occhi per piangere

Meridionalismo e cristianesimo

L’orda massonica

Giuseppe Mazzini (1805-1872)

Camillo Benso di Cavour

Giuseppe Garibaldi

La questione romana

Nord ladro

San Leucio

L’industria metalmeccanica nel regno delle due sicilie

Le ferrovie nel Regno delle Due Sicilie

La marina mercantile nel Regno delle Due Sicilie

L’istruzione pubbllica nel Regno delle Due Sicilie

Lacrime di coccodrillo

Il demanio

Pontelandolfo e Casalduni

Un solo dio e un solo re

Sannio

L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni

La fiera di San Donato

Casalduni

Pontelandolfo

Torino

Pontelandolfo

Napoli

Pontelandolfo

Pontelandolfo

Libertà

Napoli

Pontelandolfo

La scintilla

San lupo

Pontelandolfo

Casalduni

Campolattaro

Napoli

Torino

Casalduni

Campolattaro

Pontelandolfo

Campobasso

Campolattaro

Campobasso

Pontelandolfo

Casalduni

La fucilazione

12 Agosto 1861

Fotografie d’epoca

Avanti Savoia!

Pontelandolfo

Casalduni a ferro e fuoco

16 Agosto 1861

16 Agosto 1861

22 Agosto 1861

29 Settembre 1861

La visione

Ritornati dal passato

I Savoia, negazione di dio

Quante scene d’orrore

Terra bruciata

Martummé, comm’è bello lu mare!

La piramide

I macellai vanno alla guerra

Vittorio custoza e lissa

I codardi

Cronologia degli avvenimenti politici

nell’Italia meridionale dal 1830 al 1946

La relazione dell’avv. Pasquale troncone

Gaeta chiederà i danni a casa Savoia per i danni subiti nell’assedio del 1860/61.

La relazione dell’avv. Pasquale Troncone

Preambolo

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Riferimenti bibliografici essenziali

Lettera aperta al presidente della repubblica on. Giorgio Napolitano

La storia in vendita nel sud

Vendita della nostra storia

Mille miliardi al piemonte

Bibliografia

NOTA DELL’AUTORE

Giacinto De Sivo, storico borbonico molto informato, scrive di sei paesi bruciati a pagina 447 della sua Storia delle Due Sicilie. Visto che molti ricercatori storici, compreso il sottoscritto e il buon Gigi Di Fiore, hanno preso per buona la cifra di sei paesi bruciati in nove mesi riportata dallo storico di Maddaloni e accertato da continue ricerche che i paesi bruciati dal generale Pinelli sotto il comando del generale Cialdini erano ventidue, possiamo desumere che la colpa non è del De Sivo, né di Di Fiore né del sottoscritto se, a volte, ci si imbatte in qualche errore. Questo Stato non ha messo ancora in ordine i suoi archivi o ce li ha tenuti sotto controllo militare. La stessa cosa vale per Eleonoro Negri, ritenuto il massacratore di Pontelandolfo, mentre altri ritengono che sia stato Gaetano Negri. Comunque entrambi erano dei fucilatori di briganti e operavano nelle stesse zone. Aspettiamo che questo Stato ci dica con certezza chi è stato e quanti sono stati i morti della guerra civile che ha insanguinato il Sud.

Il nome di Gaetano Negri è stato usato da tanti ricercatori storici, tra i quali possiamo annoverare nomi altisonanti: Luisa Sangiuolo, Michele Topa, Roberto Martucci, Nicola Nisco, Nicolina Valillo, Vencenzo Mazzacane, Carlo Alianiello, Cesare Cesari, Ferdinando Melchiorre, Marco Monier, Gustavo Rinaldi. Negli archivi di Stato di Vial Lepanto a Roma non figura mai il nome del Negri, né tantomeno lo menziona Carlo Melegari, che guidò i bersaglieri a Casalduni. Il sottoscritto in questo libro ha identificato in Gaetano Negri il massacratore di Pontelandolfo, ma forse si tratta di un errore. Pare che l’autore dell’eccidio sia Eleonoro Negri, ma nessuno può metterci la mano sul fuoco. Un ricercatore vicentino, Andrea Kozlocic, in un saggio storico dal titolo Bersaglieri. Pagine di storia e di vita, ha scritto che Pier Eleonoro Negri, nato a Locara in provincia di Vicenza, di famiglia nobile, aveva all’epoca del massacro 44 anni ed era tenente colonnello ed era stato già decorato per la battaglia del Garigliano contro l’esercito di Francesco II. Questo nobile, se si tratta di lui, è stato decorato, mentre Matteo Negri, palermitano, morto per difendere quella che era la sua patria di allora, non ha avuto riconoscimenti da parte del nuovo Stato nascente e nessuna lapide. Negli Stati Uniti d’America, una volta finita la guerra civile, furono affratellati vinti e vincitori. Negli stati del Sud sono apposte le bandiere del Dixie in tutti gli edifici pubblici, sempre presenti nelle sfilate commemorative ufficiali; le strade sono intitolate agli eroi di entrambi gli schieramenti, così le scuole e così reparti dell’esercito. L’Italia repubblicana, nata sulle ceneri di Casa Savoia e del fascismo, non ha saputo rimediare a questo errore. In Francia, i francesi festeggiano la repubblica il 14 luglio di ogni anno. In Israele non hanno strade intitolate a Hitler che massacrò sei milioni di ebrei. In Italia abbiamo ancora oggi strade e piazze intitolate a Vittorio Emanuele III, che promulgò le leggi razziste nel 1938. L’8 settembre del 1943 fuggì dall’Italia con la corte, lasciando la nostra Patria nelle mani della rabbia tedesca, l’esercito senza ordini. Dal 10 settembre l’Italia nord-orientale fu accorpata da un decreto di Hitler al Terzo Reich. L’Italia nord-occidentale era amministrata dalla RSI di Mussolini e il Meridione d’Italia nelle mani degli Alleati. Quella spaccatura territoriale fu risanata dalla vittoria degli alleati e dalla resistenza armata contro il nazifascismo. Morirono 87 mila partigiani e migliaia di soldati americani, inglesi, francesi, polacchi, australiani. Gli storici di regime, e lo stesso Presidente della Repubblica, hanno scordato questo passo della storia, festeggiano i 150 anni di una monarchia che ha procurato all’Italia e al mondo morti a milioni, emigrazione biblica, fame e arricchimento di una parte d’Italia sull’altra. Un re che fugge dall’Italia viene chiamato Re soldato, un altro re che difende la sua patria a Gaeta fino alla morte, Francesco II di Borbone, viene chiamato, per denigrarlo Franceschiello, o peggio, l’esercito di Franceschiello per denigrare quei soldati valorosi che combatterono da eroi sugli spalti della città tirrenica massacrata da Cavour con 160 mila bombe.

IL MOSTRO

Vi è un mostro nel mondo moderno – lo Stato – che sta divorando la società […] Questo Stato bisogna abbatterlo […] La rivoluzione italiana, se non vorrà degenerare in una statolatria, in più feroce barbarie, sulle macerie dello stato fascista e capitalista, deve far risorgere la società, con una federazione di associazioni quanto più libere e varie possibili. Avremo bisogno anche domani di una amministrazione centrale, di un governo: mai così l’una come l’altra saranno agli ordini della società e non viceversa. L’uomo è il fine. Non lo Stato.¹

¹ Carlo Rosselli, Contro lo Stato, in Giustizia e Libertà, 21 settembre 1934.

I LIBERATORI

D’essi i sponsali son, l’esequie tetre,

d’essi l’eredità dei Nostri Padri!

Hanno spremuto il sangue dalle pietre,

e gli onesti son essi, e noi siam ladri!

Mazzate sulla schiena e corna in fronte.

Questo ci ha fatto il piccolo Piemonte!

Nicola Marmo

da Roma liberata

PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita dell’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue.

Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…). Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontrato un’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciagurato accordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione; alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persino l’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano. Non viene da studi storici e specializzazioni archivistiche accademiche o acquisite sul campo, come il presidente dell’associazione neoborbonica, Gennaro De Crescenzo (Contro Garibaldi), Alessandro Romano (Briganti&Partigiani) o Antonio Pagano (direttore della rivista Due Sicilie); o di economia (che insegna) come Vincenzo Gulì (Il saccheggio del Sud); o da lunga esperienza didattica, come Fulvio Izzo (I lager dei Savoia), dalla fondazione di iniziative editoriali, come Nicola Zitara (Unità d’Italia, nascita di una colonia), da attività giornalistica come Angelo Manna (Quegli assassini dei fratelli d’Italia), Gigi Di Fiore (Controstoria dell’Unità d’Italia), Lorenzo Del Boca (Maledetti Savoia) o Lino Patruno (Alla riscossa, terroni): Ciano è un ex ufficiale di Marina, poi atterrato a gestire una tabaccheria nella sua Gaeta, la città dell’ultima difesa del Regno delle Due Sicilie, bombardata dagli eroici Cialdini e Persano mentre firmava la resa (gli stessi condottieri che svergognarono l’Italia a Custoza e Lissa: buoni solo a massacrare inermi); la città in cui fece apostolato della memoria storica don Paolo Capobianco, parroco, figlio dell’ultimo nato duosiciliano; e in cui andava a discutere della storia tradita e negata con Angelo Manna, eclettico giornalista, scrittore, poeta, parlamentare napoletano.

Ciano si tuffa nelle pagine buie del Risorgimento, ripercorrendone le tappe negli archivi e sul campo. Mi raccontava di quando gli chiedevano: «Davvero ci hanno fatto questo?», a Pontelandolfo e Casalduni, due dei paesi rasi al suolo dagli eroici bersaglieri di Cialdini, per rappresaglia, con diritto di stupro e di saccheggio, sterminio di innocenti.

Ormai, sono decenni che Ciano, ex comunista, appassionato gramsciano («La sua famiglia era di Gaeta, il padre fu esiliato in Sardegna, perché funzionario borbonico»), unitarista convinto («Il mio Paese è nato il 2 giugno del 1946, si chiama Repubblica italiana»), spende la vita su questa inesausta ricerca. Ma ogni volta che scova qualche nuovo documento, sembra sia la prima: gli tremava la voce, pochi mesi fa, mentre mi riferiva delle prove raccolte sulla fucilazione di una bambina siciliana (Angelina Romano di Castellammare del Golfo) di nove anni, perché brigantessa, per mano dell’ennesimo e sanguinario pulitore etnico piemontese.

Il suo impegno non si è limitato al sapere, ma si è spinto al fare. Ha fondato il Partito del Sud, con il quale, alleato a una lista civica, ha battuto alle elezioni centrosinistra e centrodestra («Sinistra e destra ormai sono soltanto indicazioni stradali, per noi», usa dire), e ha conquistato il governo della città. Ha voluto per sé l’assessorato al demanio, perché Gaeta non è proprietaria del suo territorio: l’Italia la tratta ancora come città nemica e vinta e i gaetani devono pagare dazio allo Stato, anche per poter passeggiare sul lungomare, accompagnare i figli a scuola. L’unica parte della città vecchia che è stata lasciata di proprietà comunale è piazza Commestibili. Una vergogna, a cui i cittadini finalmente si sono ribellati e da alcuni anni si rifiutano di pagare questa tassa sulla sconfitta di 150 anni fa!

Da assessore, Ciano ha cominciato a restituire alle strade i loro nomi, e soprattutto a riprendersi siti demaniali che il Piemonte aveva requisito alla città. Solo nel 1961, per il centenario dell’Unità e per imposizione statale, a Gaeta furono intitolate vie a eroi del Risorgimento («Che per noi sono criminali di guerra», dice Antonio, «invasero un Paese senza dichiarazione di guerra e lo misero a ferro e fuoco»): sono quelle che portano al cimitero borbonico…

Di recente, Ciano ne ha dedicata una a quella bimba siciliana giustiziata a nove anni.

Questo libro di Antonio, quando apparve, ebbe un immediata, travolgente successo. Per contorte vicende editoriali, non si è mai saputo quante copie ne furono vendute, ma non si sbaglia se le si stimano fra 100mila e 200mila; ancora oggi, a libro ormai introvabile, il testo circola in fotocopie, magari a cura del suo stesso autore, a cui in tanti lo richiedono.

Per questo, si è deciso di ristamparlo, aggiornato con le ultime vicende derivate dall’iniziativa di Ciano, come la richiesta di risarcimento ai Savoia, per i danni subiti da Gaeta; mentre il Partito del Sud si è esteso sino alla Sicilia ed è stato affidato alle cure di Peppe De Santis, ex sindacalista Cgil, collaboratore di Raffaele Lombardo, governatore dell’isola, nella creazione del Movimento per l’autonomia, Mpa.

Ciano scrive a colpi d’accetta; scrivere non è il suo mestiere, il vigore del racconto prevale su tutto: si avverte, intera, inalterata nel tempo, la sua indignazione per quanto, a mano a mano, andava scoprendo. Ma ha il pregio di farsi comprendere benissimo: si esprime come farebbe in un incontro in sezione; un linguaggio diretto, focoso, lucido, per informare e convincere, ma molto, molto partecipato. Lo stesso linguaggio che rende così efficace le sue trasmissioni a Telemonteorlando, la prima street-tv d’Italia, da lui fondata per diffondere, a Gaeta e non solo, la storia di quel che fu fatto alla sua città, che fu grande e venne ridotta a poco: «Eravamo tanti, noi Ciano; sono rimasto solo io, della famiglia, qui. Tutti gli altri, dopo il martirio di cui fu vittima Gaeta, sono altrove, negli Stati Uniti, dove ci sono più gaetani che a Gaeta. Il regalo che ci fu fatto 150 anni fa. Che almeno si sappia!».

PREFAZIONE

di Lucio Barone

Antonio Ciano nasce contadino ma, come gran parte dei suoi concittadini che si fanno onore su tutti i mari in un lavoro duro, stressante, lontano dagli affetti più cari, si fa marinaio dopo aver completato gli studi nautici. E forse è proprio rincorrendo i suoi ricordi nelle lunghe notti stellate dei mari sudamericani, ricordando i racconti del nonno Pasquale, le scorribande nei vicoli della città vecchia squassata dalle cannonate piemontesi e piena di sgarrupi, rivedendo a lampi il macabro rituale dello spiazzo di Montesecco dove con gli altri scugnizzi, ragazzino, in attesa di festeggiare il centenario di una unità che oggi è in discussione, assiste ignaro al disseppellimento di mille e più cadaveri ammassati alla rinfusa: divise azzurre, ciocie, bottoni d’argento strappati non più luccicanti, ma anneriti dal tempo. Visione agghiacciante di uomini e donne massacrati da una calcolata guerra di conquista condotta in nome di un ideale condiviso da pochi ma combattuto dai più. Lì i fratelli uccisero i fratelli. Lì l’odio prese il sopravvento e creò le premesse per uno scadimento sociale ed economico che ancora oggi mostra i segni e crea divisioni, ancora oggi fa riaffiorare il verme del razzismo e dell’egoismo.

E Ciano torna dopo anni alla sua terra, ai suoi ulivi famosi nel mondo, al suo tormento di sempre, deciso a innalzare con la penna un monumento che possa trovare nei tempi attuali più attento riscontro assieme ai pochi illustri predecessori. Raccoglie testimonianze difficili ma non impossibili, riscontri alle figure romanzate di tanti briganti condannati a essere tali dai vincitori e da tutta una storiografia risorgimentale di parte, che esalta i pochi vincitori e distrugge, annienta e cancella i più.

Sicuramente Ciano piange lacrime vere di rabbia e di impotenza e solo così si comprendono e si giustificano quelle rabbiose imprecazioni, anche volgari, all’indirizzo dei barbari che stuprarono e massacrarono senza pietà i Napoletani, fossero essi Calabresi, Siciliani, Lucani, Abruzzesi, Molisani, Pugliesi, o soltanto cittadini della capitale di un Regno che non esiste più.

È per questo che il lettore deve capire e rispettare l’invettiva politica che apre il libro e che continua poi con la descrizione dei massacri fino agli urli, agli anatemi, alla visione finale con la massima condanna per quei criminali di guerra. Quelli di noi che non sapevano hanno provato e proveranno orrore di fronte ai singoli racconti, alle poche illustrazioni del testo e alle tante che circoleranno fra poco e che ci hanno toccato il cuore. Dio, come fu ridotta, e come lei migliaia di altri, la bella Michelina De Cesare!

Più amara della sconfitta è stata la falsa storia raccontata dai prezzolati sabaudi. Più forte dunque è lo sdegno e l’invettiva quando ognuno verifica ciò che si sussurrava senza riscontri probanti.

Quando i reggitori di questa Repubblica avranno il coraggio di togliere il segreto di Stato che ancora chiude nei polverosi sotterranei dei Ministeri dell’Interno e della Guerra, i centomila documenti cartacei e fotografici della carneficina risorgimentale, il popolo del Sud potrà ritrovare finalmente se stesso e riuscirà a dare una risposta decisa e conclusiva all’antistato che ancora serpeggia violento e senza sosta in quasi tutti i luoghi che in quel tempo orrendo furono teatro di massacri indiscriminati di donne, bambini e umili contadini; di scempi, di rapine, di fucilazioni, di violenze ingiustificate. Vinse il più forte e il più violento, il Nord che inculcò in quegli uomini la legge del più forte. Ecco come in questi centocinquant’anni si sono rafforzati tutti i poteri criminali e violenti che si sono opposti allo Stato penetrando nello Stato stesso. Nuova teoria? No, solo una constatazione che tuttavia non è pura e semplice coincidenza.

È vero che sugli sconfitti, da più di un secolo, è sceso un velo, ma deve essere rimosso: a quegli eroi bisogna dare ufficialmente onore e dignità. A tutti i nostri eroi.

Questo non è stato fatto. Anzi secondo De Sivo, Gramsci, Alianello tutto è stato aggravato dalla guerra civile e da una arrendevole e vigliacca piaggeria di leccaculi e opportunisti di turno che resero più grande e triste la tragedia degli sconfitti, che a migliaia per sfuggire alla polizia piemontese cominciarono a emigrare o a rifugiarsi sui monti e nelle selve, diventando briganti.

Il Mezzogiorno d’Italia ancora non ha riscattato dall’oblio generale la giusta memoria storica di un popolo che è stato massacrato da criminali di guerra assurti agli altari dell’onore italiano quando invece dovrebbero essere condannati dalla storia e dagli uomini di un’Italia rimasta sempre divisa e mai risarcita di perdite, massacri, stupri, bombardamenti, uccisioni sommarie commesse da chi non ha rispettato né vincoli di sangue né credo religioso. Il Regno delle Due Sicilie fu invaso da avventurieri, opportunisti e traditori e dall’esercito piemontese zeppo di mercenari, senza alcuna dichiarazione di guerra. E i fratelli uccisero i fratelli.

Oggi il tribunale del mondo avrebbe passato per le armi i capi di quel massacro ed eroicizzato Franceschiello, il giovane Re Francesco II, eroe di Gaeta.

Noi diciamo che la grandezza del Duca di Calabria sta soprattutto nella decisione di abbandonare Napoli perché le sue ricchezze appartengono alle generazioni future e non devono subire le rovine dei bombardamenti di chi ha invaso un Regno pacifico e libero. Oggi Napoli mostra tutto il suo splendore monumentale e museale che ha poche città pari, in Europa e nel mondo, grazie alla fiera, saggia e cristiana arrendevolezza di un docile Re meridionale che era tagliato a misura storica per convivere, con le altre nazioni italiane, in una confederazione di Stati liberi e sovrani.

Il libro, che nelle prime pagine evoca e caldeggia la nascita di un grande movimento meridionale che ha trovato spazio e sostenitori in tutto il Sud e che mi spinge alla prefazione di questa seconda edizione, nel tratteggiare la romanzata ed eroica figura di Martummé e della sua sposa che moriranno proprio il giorno della consacrazione nuziale vuole rendere omaggio agli umili e ai diseredati, descrive i terribili avvenimenti che dal 1860 al 1870 videro i combattenti reazionari, chiamati briganti, issare sui municipi dei comuni napoletani il giglio borbonico e distruggere il vessillo sabaudo. Si piange per le gesta sanguinarie che seguirono senza requie, per una popolazione che, perduto il suo re, se ne era visto imporre un altro con la forza delle armi e con la falsa e leggendaria figura di un Garibaldi che poi, subito dopo Teano, fu ritirato amaro e pensoso a Caprera.

E forse anch’egli dovette ripensare le mobili tende e i percorsi valli e interrogarsi sulla vera gloria o sulla infame persecuzione. I posteri che sentenziano siamo noi. E se la sentenza è ardua, tuttavia noi stiamo con Gramsci, con Alianello e tutti i grandi nomi della vera storia postrisorgimentale non per piangerci addosso, ma per ritrovare nelle nostre radici, nel nostro passato, la forza di ridare grandezza al nostro Mezzogiorno, spiegando a noi stessi e agli altri, soprattutto a quelli che hanno insegnato nelle scuole di ogni ordine e grado la leggenda e non la storia, che occorre ritrovare la verità per costruire un avvenire migliore e occorre avere il coraggio di dire la verità su quegli anni dell’Ottocento borbonico per capire che siamo stati oggetto di oscura rapina, e che anche oggi siamo oggetto di altrettanto oscuri disegni.

Rendendo giustizia ai vinti riscopriremo con più vigore il nostro orgoglio di uomini del Sud, perché dalle ceneri del passato rinasca l’orgoglio dei nostri figli meridionali comunque, anche se spièrti nel mondo… con i loro nonni e i loro genitori, per una patria grande e piegata, per un pezzo di pane nero, ma con meno lacrime… dei loro eroici antenati.

Nell’immediato futuro dovremo saper riscoprire nei valori politici e religiosi di Don Sturzo l’essenza vera della politica sociale e dovremo capire che Gramsci, in carcere per il suo comunismo, talvolta dimenticato, talvolta oscurato, sempre perseguitato da fascisti e sabaudi, era su molti temi di riforma sociale vicino al politico cristiano.

Tutti insieme dovremo essere capaci di dare speranze e certezze ai nostri figli, la possibilità di un lavoro dignitoso e duraturo, la capacità di discernere nella scala dei valori le cose serie da quelle più caduche e fuggevoli; in concreto, più creatività e non solo concerti e discoteche.

LE MONETE

Le monete degli antichi Stati italiani al momento dell’annessione ammontavano a 668 milioni così ripartiti:¹

Il Regno delle Due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.

DAL PRIMO CENSIMENTO DEL REGNO D’ITALIA DEL 1861 LA POPOLAZIONE OCCUPATA

ALTRE NOTIZIE

In tutto il Regno coloro che esercitavano professioni liberali erano 534.485; gli impiegati della pubblica amministrazione erano 130.597. Nell’esercito e nella P.S. 240.044 addetti. I proprietari erano 604.437; i domestici 473.574.

IL NUMERO DEI POVERI

LE MAGGIORI CITTÀ

¹ Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze, Pierro, 1903, pagina 292.

I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD

IL REGNO DELLE DUE SICILIE

Nella notte di Natale del 1130, l’antipapa Anacleto II incoronò Ruggiero I il Normanno re delle Due Sicilie, incoronazione confermata poi da papa Innocenzo II nel 1139. La denominazione Regno delle Due Sicilie, derivata dal fatto che i Reali Domini al di qua (Citra) e al di là (Ultra) del Faro (Stretto di Messina) si estendevano appunto al di qua e al di là della Sicilia, fu approvata con Statuto dell’11 dicembre del 1816 e confermata con atto del 26 maggio 1821.

Il 13 febbraio del 1861, con la capitolazione della fortezza di Gaeta, finì il glorioso Regno che aveva fatto dell’Italia meridionale uno Stato autonomo e indipendente. Federico II, il più grande imperatore che l’Italia abbia mai avuto, innalzò il Regno al sommo fastigio di Stato moderno nella semibarbarica Europa. Federico II, affondando la sua cultura nella grandezza di Roma, garantì libertà e giustizia al suo popolo promuovendo progresso, benessere e cultura e fu modello per tutti gli altri stati d’Europa nel XII e XIII secolo.¹

Benedetto Croce ci fa sapere che il "Burckhardt lo definì primo stato opera d’arte dove per prima si ebbero una legislazione civile, una amministrazione e una finanza ordinata, dove per prima governavano sovrani che erano uomini di stato; dove per prima si affermò l’idea di monarchia assoluta, laica e illuminata. Da sempre le nostre terre videro gli iura civitatis e il 14 dicembre 1483 Ferrante d’Aragona largì la magna charta dei diritti del

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