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Giustiniano.: Il sogno di un impero cristiano universale

Giustiniano.: Il sogno di un impero cristiano universale

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Giustiniano.: Il sogno di un impero cristiano universale

Lunghezza:
617 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
19 dic 2017
ISBN:
9788899470302
Formato:
Libro

Descrizione

Imperatore “che non dorme mai”, Giustiniano ha unificato il diritto attraverso il Codex Iustinianus e numerose leggi (le Novelle); ha elevato molti monumenti, tra cui la basilica di Santa Sofia, capolavoro dell’arte bizantina; imperatore cristiano, ha adottato una politica offensiva nei confronti dei dissidenti religiosi, che fossero pagani o eretici; si è impegnato per definire la dottrina ortodossa, ha promulgato editti dottrinali, organizzato concili.
Al difuori dei confini, aiutato da generali di valore (Belisario, Narsete), Giustiniano ha difeso efficacemente l’impero dagli attacchi della Persia e dei popoli barbari. La riconquista dell’Africa e del Nord e dell’Italia, sottratte da Vandali e Ostrogoti, rappresentò un enorme successo. Se anche il suo lungo regno non fu privo di ombre –persistenza di divisioni all’interno della Chiesa, riconquiste effimere in Occidente-, è innegabile che Giustiniano abbia portato l’Impero romano al suo apogeo.
Editore:
Pubblicato:
19 dic 2017
ISBN:
9788899470302
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Libro

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Anteprima del libro

Giustiniano. - Pierre Maraval

aspettando i barbari

Collana a cura di Giusto Traina

Pierre Maraval

Giustiniano

Il sogno di un impero cristiano universale

Traduzione italiana a cura di Lucia Visonà

Pierre Maraval

Justinien. Le rêve d’un empire chrétien universel

© Tallandier Editions, 2016

This edition published by arrangement with L’Autre agence, Paris, France and Anna Spadolini Agency, Milano, Italy. All rights reserved. No part of this book may be reproduced or transmitted in any form or by any means, electronic or mechanical, including photocopying, recording or by any information storage and retrieval system, without permission in writing from the publisher.

Giustiniano. Il sogno di un impero cristiano universale

Prima edizione italiana – Palermo

© 2017 Maut Srl – 21 Editore

www.21editore.it

ISBN 978-88-994702-1-0

Tutti i diritti riservati

Opera pubblicata con il sostegno del Centre National du Livre

Progetto grafico e impaginazione: Luca De Bernardis

Immagine di copertina:

Wikimedia Commons - Barberini diptych, detail of one panel

Prefazione

I numerosi libri dedicati al regno di Giustiniano, spesso di proporzioni considerevoli, si concentrano soprattutto sugli aspetti politici, amministrativi e religiosi di questa era di transizione fra antico e Medioevo bizantino, concedendo ben poco alla personalità dell’imperatore. Con questa sintesi esauriente e aggiornata Pierre Maraval non fa eccezione¹. Resta quindi d’attualità il giudizio poco lusinghiero con cui Edward Gibbon chiude la narrazione sul regno di Giustiniano: Sarebbe difficile delineare il carattere di un principe che non costituisce l’oggetto più cospicuo dei suoi tempi². Pur apprezzandone le virtù morali e lo spirito di iniziativa, Gibbon non lo considera un imperatore degno di grandi lodi: non combatte in prima linea, è bigotto e vanitoso, e infine risente della nefasta influenza di Teodora (morta peraltro nel 548: Giustiniano le sopravvisse quasi vent’anni)³. Con simili presupposti, la scommessa biografica sembra già persa in partenza⁴.

Naturalmente Gibbon dipendeva da Procopio, storico di corte ma anche autore del feroce pamphlet Carte segrete (Anekdota), pubblicato solo nel 1623 (la prima traduzione inglese è del 1674)⁵. Nonostante l’evidente malignitas, lo storico di Cesarea ha avuto il sopravvento⁶; tentativi di riabilitare Giustiniano come quello del contemporaneo di Gibbon Filippo Invernizi sono poco più che curiosità bibliografiche⁷. Ma non possiamo certo condividere il quadro del tutto negativo delle Carte segrete, dove la corte di Costantinopoli appare il ricettacolo di ogni tipo di corruzione. Per converso, sarebbe insensato considerare Giustiniano un distillato delle virtù dei più grandi imperatori del passato romano: Augusto, prestando ciecamente fede a quanto indica Giovanni Lido⁸.

Pur consapevole dei problemi della documentazione, Charles Diehl è forse lo storico che più si è impegnato a ricostruire la personalità di questo balcanico venuto apparentemente dal nulla, che all’età di quarantacinque anni ascese al trono imperiale e per quasi quarant’anni fu l’uomo più potente del mondo, l’ultimo dei grandi imperatori romani, purtroppo in un’epoca di decadenza⁹. Ma i dati più o meno contraddittori delle fonti lasciano il suo profilo biografico in secondo piano rispetto all’opera politica, militare, legislativa e amministrativa. Per Diehl la sola qualità incontestabile di Giustiniano è quella di essere stato un grand laborieux, un gran lavoratore¹⁰ (un contrasto ideale con i rois fainéants dell’Occidente merovingio nel secolo successivo?). In questo modo si dava credito all’immagine, affermata nelle Novelle giustinianee e parodiata da Procopio nelle Carte segrete, di un principe insonne, continuamente attento alla sicurezza dell’impero e dei cittadini.

Certo, questa immagine non era troppo lontana dal vero. Nel corso del suo lungo regno, Giustiniano si adoperò instancabilmente per riaffermare la centralità dell’impero, sia sul piano militare che su quello istituzionale, già nei primi anni di regno. Fra le imprese notevoli si possono ricordare gli sforzi per consolidare le infrastrutture difensive, testimoniati da Procopio nel De aedificiis¹¹, e soprattutto l’opera giuridica, con una codificazione del diritto tuttora attuale. Ma Giustiniano non fu né il primo né l’ultimo imperatore laborieux; in definitiva, l’immagine fa parte di una serie di topoi¹², come quello (risalente a Cicerone) di timoniere della cosa pubblica che ritroviamo nel dialogo peri politikēs epistēmēs¹³.

Le stesse cautele vanno osservate esaminando i testi giuridici attribuibili a Giustiniano stesso, dove l’imperatore rivendica la perennitas e la validità delle leggi romane, confermando al tempo stesso il sodalizio fra l’autocrate e l’insieme dei cittadini, nell’apparente rispetto della tradizione classica. In realtà, come osserva Averil Cameron, Giustiniano si richiamava alla tradizione romana solo quando gli conveniva¹⁴; del resto, il rapporto fra princeps e cittadini era profondamente mutato, se non altro perché l’imperatore è ormai legge incarnata (nomos empsychos)¹⁵. Non a caso, per consolidare l’impero, Giustiniano (venerato come santo dalle Chiese orientali) dovette insistere sull’unità religiosa, perseguitando gli eretici e contrastando la cultura pagana con una serie di misure restrittive, tra cui il provvedimento di chiusura dell’Accademia neoplatonica (alcuni studiosi preferirono rifugiarsi nell’impero persiano, dove regnava da poco il monarca illuminato Khusraw I)¹⁶. Anche la cultura classica visse momenti difficili: ancora negli ultimi anni del regno vi fu una nuova persecuzione, accompagnata da un rogo di libri pagani¹⁷. Parallelamente, la cultura cristiana viene declinata a diversi livelli: tra gli esempi più curiosi vi è la Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, un trattato cosmologico che demolisce la tradizione scientifica in base ai precetti delle Sacre Scritture.

Al di là dei topoi da decodificare, ulteriori indizi sulla personalità di Giustiniano si possono forse riscontrare nei presupposti ideologici della sua politica, in particolare nella concezione di un impero inteso quale kosmos, contrapposto all’akosmia dei barbari¹⁸. L’universalismo di Giustiniano, che ben si adattava a una società di cittadini dove non vi erano più da tempo i peregrini, si fondava su un disegno utopistico, la cui testimonianza più evidente è il De aedificiis, che documenta interventi imperiali su ben 1.128 siti. Un esempio di particolare interesse si trova nel libro VI, dedicato all’Africa riconquistata ai Vandali: Procopio si sofferma sulla località costiera di Caput Vada (presso il capo Kapoudia, vicino all’attuale Chebba in Tunisia), in cui il nuovo ordine giustinianeo ha trasformato un arido borgo in una città fortificata vera e propria, dove i rustici (agroikoi), abbandonati gli aratri e la vita contadina, sono passati alla vita cittadina¹⁹. Al di là delle esagerazioni propagandistiche, dietro questo disegno utopistico si possono scorgere ragioni meno razionali. In effetti, circolava una tradizione sulle umili origini dell’imperatore (per il Procopio delle Carte segrete era un rustico, per Zonara addirittura bovaro e porcaio), che ha contribuito a consolidare l’immagine di un Giustiniano di oscura razza o di povero contadino illirico asceso al trono dei Cesari²⁰. Non sappiamo quanto questa tradizione fosse giustificata o tendenziosa; in fondo i territori di frontiera come i Balcani, popolati da soldati-contadini, fornivano da tempo gran parte dei quadri militari dell’impero, e del resto, pochi anni prima della nascita di Giustiniano, sul trono di Costantinopoli era salito addirittura il semibarbaro Zenone, un alto ufficiale di stirpe isaurica, proveniente dai margini dell’Anatolia. Non è quindi escluso che l’insistenza di Giustiniano nell’introdurre la civilitas presso i barbari e i marginali fosse un riflesso della sua esperienza personale di uomo di frontiera, che a dispetto delle origini modeste e rurali era diventato centro del mondo.

Giusto Traina

Introduzione

Le fonti

Molti sono i documenti del lungo regno di Giustiniano giunti fino a noi: innanzitutto testi legislativi promulgati dallo stesso imperatore, lettere che indirizzò a vescovi e al papa con le rispettive risposte; poi testi direttamente ricollegabili agli eventi stessi, atti di concili o di incontri tra vescovi, scritti teologici. Possediamo inoltre numerose opere storiche sotto forma di narrazioni elaborate, volte a imitare la tradizione storiografica classica, o sotto forma di cronache, che si limitano a elencare in ordine cronologico gli avvenimenti politici importanti e le catastrofi naturali, ma che non mancano di riportare aneddoti e ritratti di personaggi. Allo stesso tempo, disponiamo di testi redatti da alcuni degli attori della vita politica e culturale dell’epoca, come giuristi, diplomatici, poeti, teologi.

Le fonti primarie, gli storici, i cronisti

Tra le fonti primarie più importanti troviamo alcuni testi giuridici (il Codice giustinianeo, il Digesto, le Istituzioni, le Novelle) e amministrativi, tra i quali il Synekdemos di Ierocle¹, una lista di città e province dell’impero romano stilata tra il 1° agosto 527 e l’autunno 528, i verbali di diversi concili, provinciali o generali (tra cui quello del 553) e persino delle riunioni ecclesiastiche. Lettere di Giustiniano, dei papi e dei patriarchi sono conservate nella Collectio Avellana. Le Variae di Cassiodoro contengono le lettere ufficiali redatte dall’autore in qualità di magister officiorum o di prefetto del pretorio dei re dei Goti.

Lo storico più importante del regno di Giustiniano è Procopio di Cesarea² (500-553 o 560 ca.). Nato a Cesarea di Palestina, in questa città (e forse anche a Gaza) ricevette la formazione classica e qualche nozione di diritto. Trasferitosi a Costantinopoli e divenuto assessor del generale Belisario, nel 527 accompagnò il suo protettore in Oriente, poi in Africa e in Italia fino al 540, facendo parte del suo stato maggiore con diversi compiti – segretario, ambasciatore, spia, ecc. Tra il 540 e il 546 risiedette a Costantinopoli; in seguito si dedicò forse a viaggi e, a partire dal 550, alla scrittura. Possediamo tre opere di Procopio, appartenenti a generi letterari molto diversi: la Storia delle guerre in otto libri (I-II: guerra persiana; III-IV: guerra vandalica; V-VIII: guerra gotica e guerre contro i barbari) è un’opera storica che ha per modello La guerra del Peloponneso di Tucidide, non soltanto nella fraseologia, ma in tutta la concezione storiografica con i suoi modi di pensare. Vi ritroviamo i lunghi discorsi attribuiti ai comandanti militari nei momenti che precedono le battaglie o agli alleati in occasione degli incontri diplomatici, per non parlare delle considerazioni dell’autore su il modo in cui la Fortuna si prende gioco delle vicende umane. Dio interviene negli eventi ed è un fattore in grado di spiegare il processo storico. I libri I-VII risalgono al 550-551, il libro VIII al 552-553. Le Carte segrete o Anekdota (i ‘non-editi’), opera circolata soltanto dopo la morte dell’imperatore, sono un panegirico all’inverso, un violento pamphlet presentato come appendice o persino come rettifica alla Storia delle guerre. La sua stesura risale probabilmente all’estate 550, ma l’autore ha potuto apportarvi delle aggiunte negli anni successivi. Il De aedificiis è un testo elogiativo che, attraverso il genere letterario dell’ekphrasis, enumera e descrive numerose costruzioni di Giustiniano presentate dall’autore, in conformità con l’ideologia imperiale, come le realizzazioni di un imperatore cristiano attento ai propri doveri; l’autore attribuisce spesso all’imperatore un ruolo di edificatore laddove questi è stato soltanto un restauratore. Per la stesura Procopio si è servito degli archivi ufficiali. La datazione antica, che colloca questo testo nel 550-551 o 553, sembra resistere ai tentativi di abbassarne la data al 558, o persino al 561, benché l’esistenza di una seconda versione più lunga possa lasciar supporre delle aggiunte posteriori. Recentemente Howard-Johnston ha avanzato diversi argomenti convincenti per la datazione della morte dello storico al 553; ciò spiegherebbe perché le Carte segrete e il De aedificiis siano rimasti incompiuti.

Procopio rappresenta una fonte indispensabile e le sue doti narrative sono innegabili, ma non è rappresentativo della sua epoca poiché scrive per un’élite ristretta, aristocratica e colta. Inoltre, non è sempre affidabile: l’evoluzione dei suoi sentimenti nei confronti di Giustiniano e Teodora – dall’ammirazione all’odio – o verso il suo protettore Belisario – dall’ammirazione alla disillusione – lo porta a una presentazione falsata degli avvenimenti e a giudizi spesso ingiusti sugli uni e gli altri. Diventa dunque particolarmente necessario completarlo e correggerlo con altre fonti, quando queste esistano. Nel leggerlo bisogna inoltre tener conto dello spazio occupato dalla retorica e ammettere che Procopio non è uno storico monolitico, strenuo oppositore del regime, nelle cui dichiarazioni bisogna sempre ricercare un pensiero nascosto che contenga inevitabilmente una critica contro l’imperatore o i suoi ministri (Greatrex). I dubbi avanzati sulla sua adesione al cristianesimo – si è voluto farne un cripto-pagano – non sembrano accettabili, anche se egli dimostrò in ambito religioso una tolleranza inconsueta per l’epoca³.

Agazia⁴ († 582), originario di Mirina, cittadina della provincia d’Asia, esercitava una professione giuridica a Costantinopoli, dedicandosi al contempo alla poesia; dopo la morte di Giustiniano scrisse cinque libri di Storie, considerati una continuazione della Storia delle guerre di Procopio. L’autore vi espone gli eventi, soprattutto militari, che vanno dal 552 al 558 – guerre contro i Goti, i Vandali, i Franchi e i Persiani – raccogliendo i racconti di testimoni oculari e facendosi tradurre fonti persiane (cosa che Procopio aveva trascurato di fare). L’autore di Cesarea è additato come modello, ma lo sguardo storico di Agazia è in realtà meno profondo: malgrado la pretesa aspirazione alla verità, la sua opera presenta un carattere retorico e poetico molto marcato e l’autore si preoccupa di trarre lezioni morali dagli avvenimenti riportati più che di analizzarne le cause.

Giovanni Lido⁵ nacque a Filadelfia in Lidia nel 491; nel 511 si trasferì a Costantinopoli dove fece carriera per quarant’anni nell’amministrazione prefettoriale (praefectianus) e insegnò letteratura al Capitolium. Scrisse numerose opere in latino, i trattati De mensibus, De ostensis, De magistratibus populi romani; quest’ultima è un’opera storica, ma di tipo particolare: simile in effetti all’opera di un giurista, mostra i segni dell’esperienza dell’autore nell’ambito dell’amministrazione. Pur lodando Giustiniano abbastanza di frequente, benché in modo superficiale, Giovanni Lido si permette di criticare vari aspetti della sua politica, non dissimilmente da Procopio, di cui era forse amico⁶. Su domanda di Giustiniano, Giovanni Lido aveva scritto una storia delle guerre persiane che non è giunta fino a noi.

Menandro Protettore⁷, membro della scorta di Maurizio, continuò l’opera di Agazia, di cui imita lo stile, per il periodo che va dal 557 al 582. Della sua opera restano frammenti, in particolare dei suoi rapporti di ambasceria, nella Suda e negli Excerpta, una raccolta di estratti composta sotto Costantino VII Porfirogenito (945-959).

Pietro Patrizio⁸, diplomatico, poi magister officiorum di Giustiniano, è autore dell’opera Sulla costituzione politica, di cui una parte è conservata dal Porfirogenito nel Libro delle cerimonie, 84-85 (e probabilmente 86-95) e negli Excerpta.

Nonnosus⁹, diplomatico, ci ha lasciato un racconto delle sue missioni in Yemen e in Etiopia (533 ca.) riassunti da Fozio (Biblioteca, 3).

Giordane¹⁰, autore di origine gotica, risiedette a Costantino­poli dopo il 554 ed epitomò la Storia dei Goti di Cassiodoro.

Teofane di Bisanzio¹¹ ha consacrato al regno di Giustiniano alcune pagine della sua storia in dieci libri sugli anni 561-566; non ci resta che il riassunto di Fozio, Biblioteca, 64.

Cosma Indicopleuste¹², mercante, è l’autore della Topografia cristiana, che non è un libro di cosmografia, bensì un’esposizione teologica dell’universo, basata sulle Scritture. L’universo vi è ripartito in due spazi sovrapposti: quello inferiore riservato alla nostra condizione attuale, quello superiore preparato per la nostra condizione futura; insieme i due costituiscono le tappe dell’evoluzione umana. Cosma ha viaggiato molto e riferisce numerose informazioni concrete sulle relazioni commerciali dell’impero bizantino e dei paesi del Medio e dell’Estremo Oriente.

Anche gli storici arabi riportano diverse notizie sul regno di Giustiniano, in particolare sulle campagne in Persia¹³.

Numerose Storie ecclesiastiche, nonché alcune opere agiografiche, ci forniscono informazioni su questo periodo storico: Evagrio Scolastico¹⁴ (537 ca.-dopo 594), avvocato ad Antiochia, scrisse una storia in sei libri che copriva il periodo dal 431 al 593; il libro IV è dedicato all’epoca di Giustino e Giustiniano. Per gli eventi politici e militari, Procopio è la fonte principale. Evagrio è un sostenitore del concilio di Calcedonia.

Giovanni di Efeso (506-585)¹⁵, nato ad Amida, fu prima monaco, poi vescovo monofisita. Protégé di Teodora, fu ripetutamente incaricato da Giustiniano delle missioni più diverse. Scrisse una Storia ecclesiastica di cui resta soltanto il tomo III, relativo al periodo 575-585. Alcuni passaggi del tomo II sono noti grazie alla Cronaca dello Pseudo-Dionigi di Tell-Mahré (vedi oltre). Le sue Vite dei santi orientali, scritte verso il 569, descrivono le persecuzioni subite dai monaci delle regioni orientali.

Zaccaria il Retore¹⁶, giurista a Costantinopoli, poi vescovo di Mitilene, è autore di una Storia ecclesiastica che tratta degli avvenimenti dal 450 al 491 da un punto di vista monofisita; la sua Storia è inserita in una vasta compilazione che va dalla Creazione al 569. Una Vita di Severo di Antiochia è attribuita a Zaccaria di Mitilene¹⁷.

Teodoro il Lettore¹⁸, chierico di Santa Sofia, è autore di una Storia ecclesiastica in quattro libri sul periodo 439-527, di cui non resta che qualche frammento. È un sostenitore del concilio di Calcedonia.

Cirillo di Scitopoli¹⁹, monaco di San Saba del vi secolo, è autore di numerose Vite di monaci palestinesi, tra cui quella di San Saba.

Numerose cronache sono state redatte in quest’epoca e in quelle successive. Questo genere letterario, valorizzato nel iv secolo da Eusebio di Cesarea, divenne allora per gli autori cristiani un modo di presentare e interpretare il passato; sviluppatasi a partire dalle forme letterarie tradizionali (cronografia ellenistica, liste dei consoli), la cronaca si fonda su una concezione cristiana del tempo, su un’unitaria interpretazione cristiana della storia.

Giovanni Malala²⁰, antiocheno del vi secolo, retore o giurista, ci ha lasciato una Cronografia che dalla Creazione arriva al 563: si tratta del primo esempio tipico di cronaca cristiana bizantina, destinata a un pubblico di monaci e laici di scarsa cultura. Il libro XVII è dedicato al regno di Giustino; il libro XVIII, incentrato su Costantinopoli, a quello di Giustiniano. L’opera è favorevole a Giustiniano: gran parte delle informazioni derivano dalla propaganda imperiale ufficiale, largamente diffusa nelle città dell’impero. L’opera è scritta in una prospettiva cristiana (monofisita nei libri I-XVII, calcedoniana nel libro XVIII). La versione slava del x-xi secolo offre un testo più completo.

Giovanni di Antiochia²¹, un altro retore antiocheno del vii secolo, scrisse una cronaca dalla Creazione al 610 di cui resta qualche frammento, tra cui una narrazione della rivolta di Nika.

Marcellino Comes²² è autore di una cronaca che va dal 379 al 534, continuata da un anonimo fino al 548. L’autore, fedelissimo di Giustiniano, riflette l’opinione della corte.

Vittore di Tunnuna²³, vescovo africano, fu testimone e attore dello scisma dei Tre Capitoli; nel 564 fu rinchiuso in un monastero di Costantinopoli dove scrisse la sua Cronografia, che va dal 444 al 567.

Il Chronicon Paschale, redatto sotto Eraclio, copre il periodo dalla Creazione al 629. Spesso rappresenta una fonte unica sul regno di Giustiniano; per i primi anni del regno dipende strettamente da Malala.

La Cronaca di Zuqnin, o dello Pseudo-Dionigi di Tell-Mahré, opera di un monaco di Zuqnin, vicino ad Amida, parte dalla Creazione e arriva al 775; la terza parte (488-571) è costituita dal riassunto della Storia ecclesiastica di Giovanni di Efeso.

La Cronaca di Giorgio Monaco risale al ix secolo e si estende fino all’842; utilizza Malala e Teofane.

La Cronaca di Giovanni di Nikiu, vescovo monofisita dell’Alto Egitto vissuto alla fine del vii secolo, va dalla Creazione alla conquista araba dell’Egitto; è nota soltanto nella sua versione etiopica.

La Cronografia di Teofane Confessore²⁴, composta nel ix secolo, copre il periodo che va dal 284 all’814; utilizza Procopio e Malala, del quale conosce una versione più completa di quella che ci è giunta. L’opera contiene anche elementi originali.

La Cronaca universale di Giovanni Zonara, primo segretario dell’imperatore, poi monaco, redatta nell’xi secolo, si estende fino al 1118; utilizza fonti antiche.

La Cronaca di Giorgio Cedreno arriva al 1057 ed è una compilazione di fonti antiche.

Esistono inoltre numerose Cronache in siriaco, composte tra il vi e il xii secolo²⁵.

Altre fonti

L’Antologia palatina contiene numerosi epigrammi in esametri, spesso riproduzioni di iscrizioni, che ci forniscono informazioni sugli autori o sulle circostanze di costruzione di alcuni monumenti e costituiscono allo stesso tempo dei testi di propaganda.

Romano il Melodo²⁶ è autore di contaci, inni che venivano recitati durante le funzioni. Questi componimenti ci istruiscono sulle pratiche religiose, ma sono anche legati all’attualità: possono essere stati commissionati dall’imperatore stesso e veicolano la sua propaganda ideologica e politica.

Corippo (Flavius Cresconius Corippus)²⁷ è un poeta africano che, nei primi anni della seconda metà del vi secolo, scrisse lo Iohannis, epopea in otto libri in esametri dattilici sulle gesta di Giovanni Troglita, generale dell’esercito bizantino nel periodo 529-548. Nell’epoca in cui scrive l’autore, l’Africa si trova impoverita dalla riconquista, sono riprese le rivolte dei Mauri e tra i vescovi africani aleggia il malcontento per la politica religiosa di Giustiniano; Corippo si sforza di giustificare la presenza delle forze imperiali. È altresì autore di un Elogio di Giustino II.

Paolo Silenziario²⁸, contemporaneo di Agazia, è autore di poe­mi, tra cui le ekphraseis di Santa Sofia e dell’ambone.

Particolarmente abbondante in questo periodo è la letteratura teologica²⁹. Tra gli scrittori ortodossi (calcedoniani o neocalcedoniani) ricordiamo Giovanni di Cesarea, Leonzio di Bisanzio, Giovanni di Scitopoli, Ipazio di Efeso, Facondo d’Ermiana. Tra i monofisiti, l’autore più importante è Severo di Antiochia, il quale ci ha lasciato numerosi trattati polemici e dogmatici, centoventicinque omelie e quattromila lettere. Delle opere di Giuliano di Alicarnasso restano otto frammenti. Oltre a testi di grammatica e di filosofia, Giovanni Filopono ha redatto diversi scritti teologici³⁰.

Molteplici sono le fonti numismatiche, epigrafiche, papiracee e archeologiche e gli scavi e le scoperte moderne continuano ad accrescerne il numero³¹.

Il contesto storico e geografico del regno di Giustino e di Giustiniano

L’impero romano e i suoi vicini

Quando Giustino sale al trono, nel luglio 518, l’impero romano è circoscritto alla parte orientale, con capitale Costantinopoli, ma porta il nome di Romania e continuerà a chiamarsi così fino all’xi secolo³²: in effetti quelli che, a partire dal Rinascimento, furono definiti Bizantini si designarono sempre con il nome di Romani. La divisione amministrativa del territorio imperiale – effettuata da Diocleziano alla fine del iii secolo, al momento dell’istituzione della Tetrarchia, e mantenuta da Costantino e dai suoi successori – era diventata definitiva dopo la morte di Teodosio (395), quando due imperatori avevano governato

separatamente la parte occidentale e la parte orientale, pur mantenendo la finzione di un impero unitario. Nel corso del v secolo, il susseguirsi di invasioni nella parte occidentale aveva portato, nel 476, alla scomparsa dell’imperatore di Occidente. Sul suo territorio si erano stabiliti dei regni indipendenti dall’autorità romana, anche se non tutti avevano completamente spezzato i legami giuridici con l’imperatore: in Africa settentrionale si era formato il regno dei Vandali, in Italia e in Dalmazia quello degli Ostrogoti, in Spagna quello dei Visigoti, in Gallia quello dei Burgundi e dei Franchi, il cui re Clodoveo aveva ricevuto nel 507 il titolo di console onorario (e forse di patrizio)³³ e aveva conservato quel che restava dell’amministrazione romana.

La lista di città e province dell’impero romano stilata da un certo Ierocle tra il 1° agosto 527 e l’autunno 528 indica che, all’inizio del regno di Giustiniano, l’impero contava 64 province e 935 città (o 912 secondo i calcoli moderni). Le province erano ancora quelle istituite dalla riforma amministrativa di Diocleziano, con qualche modifica (alcune erano state divise); erano raggruppate in diocesi, che facevano parte di una prefettura. All’inizio del regno restavano soltanto due prefetture: nella parte europea, situata a sud del Danubio, le due diocesi di Dacia e Macedonia costituivano quel che restava della prefettura dell’Illirico, con capitale Tessalonica; talvolta però essa era messa sullo stesso piano delle altre diocesi dell’impero. La diocesi di Macedonia comprendeva le province di Macedonia, Tessaglia, Acaia (Corinto), due province d’Epiro; la diocesi di Dacia le due Dacia, la Dardania, la Prevalitania, la Mesia I, alle quali si aggiungeva una piccola provincia di Pannonia – quanto rimaneva dell’antica Pannonia II che, prima del 476, rientrava nella parte occidentale dell’impero – con le città di Sirmio e Bassiana. La frontiera settentrionale della parte europea dell’impero era costituita dal Danubio; a occidente, il confine con il regno ostrogoto corrispondeva all’incirca all’attuale confine tra Serbia e Bosnia.

La prefettura d’Oriente comprendeva tutto il resto, ovvero le diocesi di Tracia, Asia, Ponto, Oriente, Egitto. Della diocesi di Tracia, nella parte orientale dell’impero, facevano parte le province di Scizia, Mesia II, Tracia (Filippopoli), Emimonte, Rodope ed Europa; non vi rientrava invece Costantinopoli, che aveva uno statuto a parte. La diocesi d’Asia era costituita dalle province situate a ovest e a sud-ovest dell’Asia Minore (Asia, Ellesponto, Frigia I e II, Lidia, Pisidia, Licaonia, Panfilia, Licia, Caria, Isole); le città più importanti erano Efeso, Smirne, Iconio. La diocesi del Ponto raggruppava le province dell’est e del nord-est dell’Asia Minore: Bitinia (con le città di Calcedonia, Nicomedia, Nicea), Onoriade, Paflagonia, Galazia I e II (Ancira), Cappadocia I e II (Cesarea, Tyana), Elenoponto (Amasea), Ponto Polemoniaco (Neocesarea), Armenia I e II (Sebaste, Melitene). La porzione dell’antico regno di Armenia divenuta romana alla fine del iv secolo, chiamata Armenia interiore, era amministrata da un comes. La diocesi d’Oriente era costituita dalle province di Cilicia I e II (Tarso), Cipro, Isauria, Siria I e II (Antiochia e Apamea), Eufratesia (Hierapoli), Osroene (Edessa), Mesopotamia (Amida), Fenicia I e II (Tiro, Emesa), Palestina I, II, III (Cesarea, Scitopoli, Petra), Arabia (Bostra). La diocesi d’Egitto comprendeva la provincia d’Egitto (Alessandria), l’Arcadia, le due province di Augustamnica, di Tebaide e di Libia.

Nella parte asiatica, l’impero aveva per vicino, lungo il confine orientale, il regno persiano dei Sasanidi. Dalla fine del iv secolo, la frontiera tra le due potenze restava abbastanza stabile: a nord essa attraversava l’antico regno di Armenia che, nel 387, era stato diviso tra i due imperi; la parte più grande, situata a est, era diventata la Persarmenia, mentre l’Armenia romana era costituita dal quarto occidentale dell’antico regno. Sulle rive del mar Nero, il regno di Lazica (la parte occidentale dell’attuale Georgia, chiamata anche Colchide) rivestiva talvolta il ruolo di vassallo di Roma, talvolta della Persia, così come la vicina Iberia. Più a sud, Nisibi e una parte della provincia di Mesopotamia erano andate perdute durante la disastrosa spedizione di Giuliano del 363. Da Nisibi, la frontiera si dirigeva in pieno sud, attraverso il deserto giordano, fino al golfo di Eilat/Aqaba; la penisola del Sinai faceva anch’essa parte dell’impero³⁴. Questa frontiera, in parte scandita da fortezze³⁵, non era statica e talvolta può essere difficile determinare cosa facesse parte dell’impero e cosa invece rimanesse all’esterno³⁶. A sud dell’Eufrate, ai bordi del limes che attraversava il deserto transgiordano, si estendevano gli emirati rivali di Arabi nomadi, i Lakhmidi, vassalli della Persia, e i Gassanidi, in parte cristiani e foederati di Bisanzio; entrambi ricevevano sovvenzioni dall’impero. La diocesi d’Egitto era costeggiata a sud dai regni dei Blemi e dei Nobati.

A nord del Danubio e del mar Nero risiedevano, in maniera più o meno stabile, diversi popoli barbari: Franchi, Alamanni, Gepidi, Eruli, Turingi, Longobardi, Slavi, Bulgari, Anti, Avari, Unni, Alani (le fonti spesso faticano a distinguere gli uni dagli altri e li chiamano anche Sciti o Geti). Alcuni popoli erano riusciti a installarsi nell’impero in qualità di foederati, ma la maggior parte vi compivano incursioni occasionali a fini di saccheggio. La politica imperiale tentava di evitare questa situazione tramite dei pagamenti, ma si trovava spesso obbligata a intraprendere delle guerre contro i barbari.

Nell’Africa settentrionale, il regno vandalico occupava il territorio dell’antica prefettura d’Africa; era cinto a sud da tribù maure più o meno indipendenti.

Le regioni che formavano l’impero presentavano un’enorme varietà etnica e linguistica: si parlava greco a Costantinopoli, in Grecia, negli ambienti colti di Asia Minore, Siro-Palestina o Egitto, ma in Asia Minore esistevano ancora dialetti locali, in Siro-Mesopotamia si parlava siriaco e si diffondeva sempre più l’arabo, in Palestina c’era l’aramaico, in Egitto il copto.

Costantinopoli³⁷

La capitale dell’impero era Costantinopoli, la Nuova Roma, scelta nel 330 da Costantino che aveva sostituito all’antico nome, Bisanzio, quello di città di Costantino (Konstantinou polis)³⁸, ma Giustiniano preferiva chiamarla città regale o la nostra felice città. La presenza dell’imperatore, dell’amministrazione centrale e di due eserciti le conferiva una grandissima importanza politica. Era la città in cui gli abitanti delle province si trasferivano per far carriera nell’amministrazione, in cui gli scambi culturali ed economici erano più ricchi. All’epoca, Costantinopoli contava più di 400.000 abitanti (secondo alcuni, persino più di 600.000). In questa città di lingua greca risiedevano numerosi latinofoni, originari dell’Illiria, dell’Italia o dell’Africa³⁹, ma vi si sentiva parlare anche armeno, aramaico, gotico, copto ed etiopico, arabo e persiano, per non citare gli idiomi del nord del Danubio propri di piccole comunità che spesso si stabilivano nello stesso quartiere.

Situata su una penisola che sorge tra il mar di Marmara e il lungo braccio di mare del Corno d’Oro (Keras) che si apre sul Bosforo (lo stretto che separa il mar di Marmara dal mar Nero), la città occupava una posizione strategica e commerciale di prim’ordine. Quattro porti, due sul Corno d’Oro, due sul mar di Marmara, ne assicuravano l’approvvigionamento, favorendone le relazioni commerciali. Divisa da Costantino in quattordici regioni, dopo la fondazione del 330 aveva conosciuto una notevole espansione. Sotto il regno di Teodosio II erano state costruite delle nuove mura, a circa 800 metri da quelle di Costantino, lunghe 6 km e alte 11 metri. Terminata nel 413, la cinta muraria era stata predisposta per la difesa con un fossato largo e profondo, un terrapieno, un muro esterno separato dal muro interno da un altro terrapieno. Il muro interno era a sua volta munito di un camminamento per la ronda e di novanta torri e vi si aprivano dieci porte. A circa 65 km dalla città, le Lunghe Mura – che si estendevano dal mar di Marmara al mar Nero – costituivano un’ulteriore protezione; la loro costruzione risaliva a prima del 469 ed erano state rinforzate nel 597 sotto Anastasio: larghe 3,30 metri e alte 5, si estendevano per circa 45 km.

Il centro della città era costituito dalla piazza degli Augusti (Augustaion), su cui sorgeva il Milion, replica del miliario aureo di Roma, che rappresentava il punto di partenza di tutte le strade e voleva indicare che Costantinopoli, come Roma, era chiamata a divenire il centro del mondo. Vi si potevano vedere, posate su colonne, le statue degli imperatori e delle imperatrici: di Elena, che aveva dato il suo nome alla piazza, di Costantino, di Teodosio e di sua moglie Eudocia, di Leone; Giustiniano fece aggiungere la propria statua e quella della moglie Teodora. A nord-est della piazza, circondata da portici su tutti e quattro i lati, si innalzava la Grande Chiesa, Santa Sofia (iniziata sotto Costantino, terminata sotto Costanzo e ricostruita da Teodosio II); a sud-ovest si trovavano le terme di Zeusippo, ornate con statue provenienti da tutto il mondo greco, e il palazzo del senato; a sud-est si ergeva il Gran Palazzo imperiale⁴⁰, al quale si accedeva attraverso le porte bronzee che davano il nome alla Chalke, il grande vestibolo a cupola dove vegliavano le guardie delle scholae con la spada sguainata. Le pareti del vestibolo, di cui fortunatamente Procopio ci ha lasciato una lunga descrizione (non ne resta più niente), erano ornate di mosaici raffiguranti le vittorie di Giustiniano; la parte inferiore dei muri e il pavimento erano in marmi policromi, e soprattutto bianchi; la grande presenza di statue rendeva il luogo una sorta di museo⁴¹. Il Gran Palazzo propriamente detto si elevava su una serie di terrazze su più livelli tra l’ippodromo e il mare: si trattava di un vasto complesso composto da sale di guardia ornate di portici (quelle degli excubitores, dei candidati, delle scholae, vicine alla Chalke, sbarravano l’accesso al cuore del palazzo), di palazzi indipendenti (quello della Magnaura – dove l’imperatore riceveva gli ambasciatori –, quello di Dafne, di Ormisda, di Placidia), di sale di riunione, tra cui quelle del Piccolo e Gran Concistoro e quella del Gran Triclinio (o Tribunale dei xix letti, in origine una sala da pranzo), di chiese, bagni, cisterne, cortili, scuderie, giardini, alte terrazze scoperte da cui si vedeva il mare. Il palazzo aveva inoltre un accesso diretto a un porto privato. Ogni imperatore aveva aggiunto a questo insieme le proprie costruzioni senza curarsi dell’armonia generale: il Gran Palazzo era insomma più il Cremlino che Versailles.

L’Augustaion dava a ovest sull’ippodromo⁴² che, come indica il nome, era inizialmente destinato alle corse di cavalli. Queste erano state introdotte in Oriente abbastanza tardi, poco prima del iv secolo, e avevano sostituito sia i giochi di gladiatori sia le manifestazioni propriamente sportive che si svolgevano precedentemente nei ginnasi. Queste manifestazioni, insieme con le associazioni che le organizzavano, erano scomparse per mancanza di fondi pubblici, mentre le corse di cavalli avevano continuato a esistere perché beneficiavano del patrocinio imperiale. Poiché il personale dell’ippodromo e l’organizzazione delle corse erano interamente sotto il controllo dell’imperatore, esse si svolgevano soltanto su sua decisione ed erano accompagnate da spettacoli di ogni sorta: esibizioni di animali esotici, spettacoli comici, tableau vivant, acrobati, pantomime, ecc. Le autorità vedevano di buon occhio corse e spettacoli perché esse fornivano al popolo una valvola di sfogo a possibili contestazioni e, allo stesso tempo, canalizzavano nei giovani le energie potenzialmente distruttrici frutto dell’inattività.

L’ippodromo costeggiava a ovest una parte del palazzo; poteva contenere 50.000 spettatori e costituiva uno dei luoghi importanti della vita politica e sociale dell’epoca: in occasione dei giochi o di altre manifestazioni ufficiali, il popolo poteva vedere l’imperatore, seduto nella loggia imperiale, il kathisma, sul lato orientale dell’ippodromo (a esso l’imperatore accedeva direttamente dal palazzo), acclamarlo al momento della proclamazione, celebrare le sue vittorie, dialogare con lui, esprimere soddisfazione o lamentele e persino insulti. Il protocollo si sforzava di ritualizzare questo dialogo e di ridurlo ad acclamazioni lanciate da un mandator e ripetute dalla folla (il Libro delle cerimonie le presenta dettagliatamente in varie circostanze)⁴³. Tuttavia giochi e manifestazioni non costituivano l’unica funzione dell’ippodromo, dove potevano tenersi anche numerosi atti di amministrazione e di giustizia.

Dalla piazza dell’Augustaion si dirigeva verso est una larga strada chiamata Mese, costeggiata da portici a colonnata sotto i quali erano installati negozi e intervallata da piazze (forum) a cui si accedeva tramite archi in marmo. Al loro interno si innalzava una colonna o un obelisco: il foro di Costantino, con la statua dell’imperatore sulla colonna di porfido (fino a questa piazza la Mese veniva chiamata la Regia), il foro di Teodosio o Forum Tauri, il Forum Bovis, il foro di Arcadio; al centro di quest’ultimo si elevava la colonna monumentale del suo fondatore, alta 43 metri: in cima era collocata la statua di Arcadio, su una piattaforma raggiungibile attraverso una scala a chiocciola di 233 scalini. Dopo la piazza, al Philadelphion – un incrocio ornato da una croce monumentale eretta da Costantino, da statue di Costantino, di sua madre e dei suoi tre figli – la Mese si biforcava: a sinistra si dirigeva verso la Porta Aurea, a sud-ovest della città, da dove partiva la via Egnazia, la strada per Tessalonica; a destra invece continuava dritta fino alla Porta di Carisio o di Adrianopoli, aperta nelle mura teodosiane, passando vicino alla chiesa dei Santi Apostoli, il luogo di sepoltura degli imperatori. Oltre la Porta di Carisio, sulla destra, in prossimità del Corno d’Oro, Pulcheria, la sorella di Teodosio II, aveva fatto edificare la chiesa di Santa Maria (o meglio della Theotokos) delle Blacherne, molto venerata dai Bizantini, che nel 473 aveva ricevuto un abito della Vergine; nelle vicinanze era stato costruito un palazzo imperiale.

La città possedeva molte altre statue provenienti da diverse regioni dell’impero, talvolta fin dall’epoca di Costantino. Tra gli edifici pubblici, si contavano otto stabilimenti di bagni e fontane, ben approvvigionati tramite acquedotti, e numerose cisterne, tra cui la famosa Cisterna Basilica a colonne, ancora visibile. Un gran numero di chiese, oratori, martyria si elevavano un po’ dappertutto, in centro e nei sobborghi – probabilmente a centinaia: più di ottanta possono in effetti essere attribuiti con certezza a quest’epoca. Aveva contribuito a rendere Costantinopoli una nuova città santa la presenza di reliquie bibliche provenienti dalla Palestina (tra cui quelle della Croce, conservate nel palazzo) e di reliquie di martiri fatte arrivare da tutte le regioni dell’impero, e anche da oltre le frontiere – fatto che aveva reso questa raccolta un vero e proprio progetto politico⁴⁴. Anche i monasteri erano numerosi: conosciamo per quest’epoca settantacinque monasteri maschili, tra cui quello degli Acemeti, sulla costa asiatica del Bosforo; molti erano anche quelli femminili. Infine, si contavano in città numerosi ospizi e ospedali, gestiti dallo Stato o dalla Chiesa.

Nella parte orientale, le altre due grandi città dell’impero erano Antiochia, capitale della diocesi d’Oriente, e Alessandria, capitale d’Egitto; entrambe avevano più di 100.000 abitanti. Tessalonica, che si era sviluppata soprattutto dalla metà del v secolo e si trovava allora nel pieno della sua prosperità, era la quarta città per importanza, ma presentava una popolazione molto più ridotta. Tra le altre grandi città che avevano conosciuto una notevole crescita tra il iv e il vi secolo possiamo citare Efeso, Apamea, Emesa e Gerusalemme. Ognuno di questi siti era dotato di edifici monumentali, vie porticate, piazze ornate da statue, bagni, teatri ed era circondata da solide fortificazioni; molte possedevano anche un ippodromo. Il cristianesimo aveva lasciato il segno: le istituzioni caritative controllate dalla Chiesa e i monasteri erano presenti in gran numero.

A Costantinopoli come in altre grandi città dell’impero, il popolo, o piuttosto coloro che erano chiamati demoti (che facevano parte del demos, la popolazione della città), era diviso in fazioni⁴⁵. I demoti in realtà rappresentavano solo una parte della popolazione, costituita, per quel che riguarda la capitale, dai discendenti di quanti vi abitavano o vi si erano trasferiti al momento della fondazione di Costantino e avevano ricevuto dall’imperatore il privilegio dell’annona, ovvero la distribuzione gratuita di pane; a questi si aggiungevano quanti erano proprietari di un’abitazione. I loro capi, i prōtodēmotai, formavano una sorta di élite. I demoti costituiscono un unico raggruppamento, indifferente al colore, ma, come dice Procopio, in ogni città, fin da tempi antichi, la plebe è divisa nelle fazioni degli Azzurri e dei Verdi, le fazioni chiamate anche colori. Da un punto di vista professionale, quattro colori erano in competizione: gli Azzurri, i Verdi, i Bianchi e i Rossi, ma i più importanti erano gli Azzurri e i Verdi, dal momento che i Bianchi si alleavano con i

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