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La grande guerra di Clemente: Itinerarium Poësis in Deum

La grande guerra di Clemente: Itinerarium Poësis in Deum

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La grande guerra di Clemente: Itinerarium Poësis in Deum

Lunghezza:
886 pagine
8 ore
Pubblicato:
29 nov 2017
ISBN:
9788838246210
Formato:
Libro

Descrizione

Con tale contributo si intende offrire un ritratto di Clemente Rebora e della sua opera - poesie e prose liriche, Epistolario - con attenzione peculiare al periodo della Grande Guerra, autentico snodo esistenziale ed artistico. Ma l'intero suo corpus letterario, costante riferimento di queste pagine, rivela l'uomo Rebora e i significati attribuiti all'evento mondiale come all' "esserci". Emblematica e ossimorica scrittura, unitaria nell'ispirazione, è tessuta di ombre luminose e straziante amore per la vita, intesa quale inscindibile condivisione. Continuo il rispecchiamento tra il vissuto privato - degli stretti rapporti familiari, particolarmente con la madre e il fratello Piero; con l'amata russa Lydia Natus; dell'intimo legame di amicizia con Angelo Monteverdi, Antonio Banfi, Daria Malaguzzi, Lavinia Mazucchetti; del forte nexus con Sibilla Aleramo, Michele Cascella, Giovanni Boine, etc. - e la dimensione simbolica ed epocale della deflagrazione mondiale: accettazione rassegnata, orrore, esaurimento della psiche. Progressivo e risolutivo il superamento dell'io, nella dimensione della fratellanza universale, del "tu" vero dell'umano, del "Tu" di Dio.
Pubblicato:
29 nov 2017
ISBN:
9788838246210
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La grande guerra di Clemente - Fiammetta d'Angelo

FIAMMETTA D'ANGELO

LA GRANDE GUERRA DI CLEMENTE

ITINERARIUM POESIS IN DEUM

Copyright © 2017 by Edizioni Studium - Roma

www.edizionistudium.it

ISBN: 9788838246210

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

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Indice dei contenuti

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

PRELUDIO

I. IO E TU NEL TEMPO DELLA «VITA INESPLOSA» DI REBORA (1885-1914

II. VITA E PAROLE «ESPLOSE»: CLEMENTE REBORA E LA GRANDE GUERRA

III. «TRE DONNE INTORNO AL COR...» (1914-1919)

PARTE SECONDA

I. POESIE SPARSE E PROSE LIRICHE

PARTE TERZA

I. ITINERARIUM VITAE IN DEUM

II. ITINERARIUM POËSIS IN DEUM

BIBLIOGRAFIA

RINGRAZIAMENTI... NELLA LUCE DI CLEMENTE

CULTURA

Studium

108.

Letteratura / 13.

Tutti i volumi pubblicati nelle collane dell’editrice Studium Cultura ed Universale sono sottoposti a doppio referaggio cieco. La documentazione resta agli atti. Per consulenze specifiche, ci si avvale anche di professori esterni al Comitato scientifico consultabile all’indirizzo web http://www.edizionistudium.it/content/comitato-scientifico-0.

Alla mia mamma, la Tuttaluce

ai miei nonni e al mio papà, nella Luce

INTRODUZIONE

Italianista della scuola di Nino Borsellino e Achille Tartaro, Fiammetta D’Angelo è anche provvista di robuste radici classiche. Massimo dei voti all’università e, ciò che è più raro, anche al liceo (nel suo stile si indovina in filigrana la complessità del periodare latino e insieme la limpidezza di quello greco). E poi un palmarès di tutto rispetto, con un manipolo di abilitazioni e ben due dottorati, il secondo dei quali nel Paese basco: scelta difficilior rispetto alla solita Barcellona… Un gusto ‘peregrino’ che si riflette anche sui temi di studio prediletti, che siano il teatro pastorale di Chiabrera o il Parnaso in poesia: materie vecchie di quattro secoli, e autori caratterizzati da un’ardua semplicità di stile che si pone in parziale dialettica con il modello allora imperante del Marino.

Con questa premessa e questo curriculum, viene subito da chiedersi che c’entri la scelta di occuparsi ora di un poeta aspro e novecentesco come Clemente Rebora. Non basta che sia approdato al cattolicesimo come un altro degli autori cari a Fiammetta, quel Manzoni dalla mano che non pare aver nervi (così memorabilmente l’Ascoli) rispetto al quale Rebora è così diverso, per non dire antitetico. La risposta alla domanda si fa sempre più chiara man mano che si procede nella lettura di questo ponderoso volume, ed è una risposta semplice: l’amore, quell’amore a prima vista e totalizzante che prende i reboriani per l’oggetto del loro studio, e che durerà per tutta la vita. Fiammetta si è innamorata di Clemente e con tutte le forze ha deciso di servirlo, capirne sino in fondo le ragioni di lingua, stile, cuore, mente. Anche lei sulle tracce di quel segreto a cui si sono appassionati diversi altri ‘fedeli’.

Convinta, con Renata Lollo, della profonda unità della poesia reboriana e sulla scorta di una metafora di Giorgio Petrocchi (ma evocata anche dall’altro grande, Oreste Macrí), la nostra autrice ritiene di avere colto questo segreto in una vocazione inespressa verso l’alto, appunto un itinerarium verso un Dio che dapprima era «ignoto» come quello degli Ateniesi secondo san Paolo: ignoto ma ben presente… Beninteso, niente paccottiglia confessionale (che sarebbe del resto simmetrica a quella anti-confessionale che spesso qui in Italia dà così coraggiosa prova di sé), ma una tesi posta e perseguita con coerenza, che accompagna il lettore passo dopo passo a partire dagli esordi vergini di un poeta il quale non si perita, ventiquattrenne, di scrivere all’amica una frase come quella che dà titolo al primo capitolo di questo libro: «Mi alitò dentro una frescura mirabile; ed io foggiai il mio giardino». È quel senso di perfezione, quella «verghetta di cristallo» che – secondo una tarda testimonianza dello stesso poeta – ha sempre abitato nella sua coscienza. Ed è quel senso di una vita in armonia, una vita inesplosa, percepibile anche in un libro per altri versi teso e polemicamente espressionistico come i Frammenti lirici, la raccolta d’esordio (1913) ove – come ha ben mostrato Matteo Munaretto – è pure presente un cuore ontologicamente buono e inscalfittibile.

Gli ultimi testi di quell’esordio procedevano del resto verso un’intonazione più distesa e musicale, che sarebbe stata ripresa nei Canti anonimi (1922), ovvero la seconda raccolta – minuscola e intensissima – del Rebora cosiddetto ‘laico’, quella che precede di sei anni la conversione al cattolicesimo. In mezzo c’è l’inferno della Grande Guerra e l’incandescenza dell’amore per Lydia Natus, la piccola pianista russa dal viso di Madonna bizantina. Due avvenimenti diversamente decisivi per l’uomo e il poeta Rebora, tremendamente complicati anche da quell’aborto terapeutico scoperto dal prezioso lavoro d’archivio di Matteo Giancotti (lavoro purtroppo non menzionato dalla pur documentatissima cronologia del recente Meridiano Mondadori). Clemente ne esce disfatto e rifatto, pronto per una nuova tappa del suo itinerarium.

Non sorprende che proprio questo sia il periodo, intenso e magmatico, che Fiammetta D’Angelo ha scelto come oggetto principale del suo libro. Le fasi di passaggio sono sempre più intriganti per lo studioso di quelle pacificamente sedimentate (per quanto si possa usare il lemma «pacifico» per un autore costituzionalmente inquieto come il nostro Clemente). Proprio nei grandi testi della Guerra e a cavallo della Guerra – la peste moderna che come quelle antiche ha sconvolto e contaminato anche le anime, però rivelandone la verità più autentica – Rebora fa i conti con il passato e pone le premesse per il futuro. Ciò vale anche dal punto di vista stilistico, se è vero che in tali testi si perfeziona il meccanismo espressivo già sperimentato nei più tesi dei Frammenti lirici e – intanto – si prepara il vocabolario della seconda raccolta, i Canti anonimi: lo dimostrerà il commento prossimamente in uscita da Interlinea (la casa editrice reboriana per eccellenza, del resto inventata da quel Roberto Cicala che pure non è l’ultimo dei fedeli di Clemente). Certo, è un periodo che già è stato degnamente affrontato da studiosi di vaglia come – per citarne solo alcuni – Attilio Bettinzoli, Adele Dei, Paolo Giovannetti, Maria Caterina Paino; mentre quei testi sono stati adeguatamente commentati dallo stesso Matteo Giancotti e da Valerio Rossi. Qui però Fiammetta si trasforma in Arianna e insegue, nell’intrico di un’ormai affollatissima bibliografia, il filo di quell’ itinerarium che secondo lei conduce Clemente all’azzurro del Cielo. Un vero pellegrinaggio. Del poeta, certamente, ma in questo caso anche del critico: la Fiammetta a sua volta assetata di azzurro.

Una prospettiva anagogica, dunque, che si giova delle già ricordate suggestioni dei due giganti Petrocchi e Macrí. Però mai forzata: l’autrice non interpreta cattolicamente il primo Rebora, ma semmai interpreta l’ultimo alla luce del primo (quante grossolanità sono state dette al riguardo da certi improvvisati reboriani della domenica!). Come faceva il gran Benedetto, si parva licet, anche lei ‘pettina’ tutta la documentazione e la fa fruttare, spesso – è vero – anche in un’ipertrofia di citazioni che forse sarebbe stato opportuno vigilare con un più severo filtro critico. Ma intanto le fa parlare e conoscere. E così, grazie a questo volume, lo studioso ha oggi una vera piccola ‘summa’ reboriana pronta all’uso, da far fruttare a sua volta quand’anche avesse in mente un taglio critico e un itinerarium differenti da questi.

Altro pregio del libro è la profonda, persino ossessiva, onestà con cui tutte le fonti sono trattate. In un periodo in cui è considerato normale appropriarsi del lavoro altrui, Fiammetta invece cita, ricita, stracita, tanto da rasentare il famoso eccesso di zelo da cui metteva in guardia il vecchio cinico Talleyrand. Lo stesso zelo che si nota nell’acribia delle analisi critiche e dei riferimenti documentali.

Si aggiunga che la gran mole dei dati non impedisce (anzi, forse la motiva…) la fluidità dello stile, quel discorso svelto con cui l’autrice vuole giungere subito alla meta per procedere rapida, sempre più rapida, nel suo pellegrinaggio. L’analogia e la paratassi diventano allora gli strumenti espressivi dell’effusione critica. Come in quelle pagine conclusive in cui è spremuto il succo del libro:

Il pianto, asciutto e muto, si degrada infatti in fango. [...]

Il fango, non più il pianto, manifesta l’ineluttabile. Il mondo psichico reboriano si traspone nella tragica esperienza della guerra. Muterà la percezione di sé: negli occhi e nel cuore, i soldati; nell’animo, sempre, familiari e amici. Riposa in loro, si spoglia del male-fango della trincea, dell’abbrutimento ugolineo.

Una paratassi incalzante frutto di una vera mimesi del critico nel suo autore. Con la conclusione, esplicita nel critico e implicita forse nell’autore:

L’acqua anelito, l’acqua impura, il pianto impossibile, l’acqua- fango, l’acqua omicida accompagnano la sofferenza del giovane Clemente, fino alla scoperta della Sorgente.

Gianni Mussini

PARTE PRIMA

«MI ALITò DENTRO UNA FRESCURA MIRABILE;

ED IO FOGGIAI IL MIO GIARDINO»

(A Daria Malaguzzi, 29 maggio 1909)

« Se a me fusto è l ’eterno ,

fronda la storia e patria il fiore,

pur vorrei maturar da radice

la mia linfa nel vivido tutto

e con alterno vigore felice

suggere il sole e prodigar il frutto;

vorrei palesasse il mio cuore

nel suo ritmo l’umano destino».

(FL I, 17-24)

PRELUDIO

«Cercai nell’universo lo spirito»: Clemente e il «Deus Absconditus»

Io vissi sino circa intorno ai diciannov’anni in un’ignoranza fanciullesca sebbene selvaggiamente esuberante; poi, in brevi mesi, si diradarono le nubi e vidi con sgomento tanto infinito. Fui premuto d’ogni parte di domande: mi levavo su con mille ali verso mete confuse; ricadevo in angosciosi furori o in torbide malinconie floscie, in scoramenti senza fine ove mi deprimevo con amarezze di voluttà sognando d’esser una creatura sciocca, imbelle come nessun’altra; e insieme avevo un orgoglio superbo quasi di baronetto spodestato. Fuori m’atteggiavo irto e increscioso, mentre nell’anima cominciava a salirmi un’onda di bene invincibile: per non saper essere buono vastamente amavo parere un intellettuale cattivo senza riuscirci [1] .

Così Clemente Rebora si racconta all’amica Daria Malaguzzi nella lettera del 29 maggio 1909: una vita nella costante ricerca della verità [2] . L’ Epistolario ci guida alla conoscenza profonda del dato biografico dell’Autore, in un’epoca emblematica: l’esistenza «si trasfigura nella pagina conservando, nella più elevata simbolicità, le ragioni umane della creazione». [3] Il volgersi delle vicende personali e storiche orienta la sua costante quête, anche artistica: la «acutissima attenzione prestata al suo intimo, al suo io recondito» e «bisognoso di purezza» coincide con una vivida tensione etica e trascendente, il cui approdo, sofferto, è «dolce nelle sue prospettive risolutrici». [4] La dicotomia tra l’animo e la realtà scardina in effetti l’idealismo; pone una domanda di senso: «Il contrasto s’accrebbe quando vidi più profondamente gli uomini, quando l’amore muggì chiuso in sé, quando non trovai nella vita quotidiana la rispondenza all’idea che ingigantiva; come un crogiuolo occulto consunsi tante bellezze invano». [5] Arduo il dialogo con la complessa interiorità, col mondo, un alterum pur amato e necessario. Scriveva Russi, nell’ormai lontano 1952:

Rebora, come poeta, ha scoperto a sé e alla sua generazione il dolore che ha per limite l’azione. L’azione in cui non si crede e alla quale difficilmente si partecipa, non perché non si abbia ardore e desiderio di viverla, ma perché se ne esce delusi non avendo trovato, nel suo compimento, la vastità di intenzioni che vi poneva la speranza. È la solitudine dell’uomo di fronte a se stesso, l’indecisione della volontà, nelle diverse alternative possibili: ora abbandonandosi all’azione, ora rifugiandosi nell’attesa, ora distraendosi nella contemplazione apparentemente disinteressata ed oggettiva delle cose [6] .

Avvicinarsi a Rebora implica dunque il ravvisare l’osmosi fra biografia e poetica. Il «significante», privo di una vera autonomia, fin dall’esordio dei Frammenti lirici (1913) svela il proprio carattere di «trascrizione fedele» dell’esperienza di sé e della storia, tale da richiedere, a chi voglia accedervi, una prospettiva non meramente estetica; nonché, in sinossi, il ricorso agli specula della teologia, della filosofia, dell’esistenza e dell’arte: un « itinerarium» coerente «nel logos che tende al Logos». [7] La parola, per Rebora, è sempre incarnata, ha bisogno di un tu cui riferirsi; giungendo, nei giorni della maturità, al Tu celeste. Di tale animosa esigenza si innerva l’«espressionismo» del poeta milanese, tessuto di «stile e sincerità emozionale»: imprescindibile, tanto più, l’approccio filologico, scandaglio dell’«unità complessiva» e diacronica del corpus poetico reboriano [8] .La varietas, anche dei testi del periodo della guerra, non cela l’idea di un’«arte» quale documento, individuale e storico insieme [9] .Lo «sconvolgimento» bellico interroga sull’«intesa tra l’uomo e la terra» [10] . Rebora denuncia l’orrore con radicalità: ascolta il verum, si fa voce sincera e purissima della res. Alle soglie della deflagrazione, così scrive ancora alla Malaguzzi nel 1909:

Ma dai rottami sbocciarono fiori d’ogni parte in un germoglio veemente; mi alitò dentro una frescura mirabile; ed io foggiai il mio giardino, ove passeggio pensoso di piccole e grandi cose anche ora, mentre gli steli si fanno alberi. Ebbi la vertigine filosofica che si placò in una grandezza di movimento armonioso; cercai nell’universo lo spirito e trovatolo lo seguii e lo seguo con fede altissima. Non è e non era misticismo da strapazzo o vuotezza vagabonda di filosofante, né altro; ma una cosa necessaria [11] .

L’anelito alla trascendenza è in principio «religiosità vaga», nel percepire «la presenza-assenza di Dio nell’uomo e nelle cose» [.12] Si tratta di una «poesia dell’Assoluto», intrinsecamente ermetica. [13] La ricerca torna sull’io, che ridisegna il tu. Il « Deus absconditus» «lo chiamava e non lo lasciava in pace»; nei «bagliori» che lo volgevano a «cercare in ogni atto il cuore nascosto dell’essere assoluto e infinito» [14] .

Mi convinsi che la bontà (Lei sa in qual senso io l’intenda), è l’unica realtà, alla quale l’anima si avvicina quando è più vasta, più divina e maravigliosa d’amore; che l’arte ci prepara ad accedervi e che in singolar modo la musica interpreta più da vicino e quasi direi la crea; e che il sollievo più possente della vita è l’aspirazione infinita a questa vastità che ci circonda, nel qual tendere è anche l’unica moralità [15] .

Clemente individua la coincidenza tra verum et bonum. Ma tale scoperta, ancora laica, comporta un cataclisma della ragione [16] , angoscia spirituale di un’«assenza» e «oscurità»; tensione verso l’Altro, oltre ogni teorico e auto-compiacente «esistenzialismo» [17] . Padre Carmelo Giovannini ha richiamato, ad illuminare la vicenda di Rebora, le parole di San Paolo ai cittadini di Atene, alla vista di un altare, dedicato «al Dio ignoto»: «[...] quello che voi adorate senza conoscerlo io ve lo annunzio» [18] . Un sofferto iter: attraverso il «bisbiglio» di Dio, Gesù Cristo, prima «ignoto», si manifesterà al suo eletto scriba; «segnerà il ritrovamento del tutto nell’uno, la risposta ai mille angosciosi interrogativi esistenziali» [19] . Avverrà, comunque, nel tempo, e un argine va posto ad una lettura agiografica ante litteram. Ci è guida, in tal senso, Mussini [20] . La biografia di Rebora offre costanti e luminosi segni di rigore ascetico e di dedizione profonda ai familiari, agli amici, ai bisognosi. Ma tale modus vivendi si deve ascrivere in principio ad un’ascendenza mazziniana e laica; ad un afflato filantropico che lo lascerà poi inquieto nel cercare la «giustificazione del bene» [21] . Resterà sempre la «tensione», nella sua poesia, che, però, da «centrifuga» diverrà, alla fine dei giorni, «centripeta (il Centro spiega tutte le cose)» [22] . È vero che, già alle origini, il verso reboriano canta «il bisogno di avvicinarsi a Dio e, al tempo stesso, di sfuggirlo» [23] . Preludio inconsapevole alla futura vocazione religiosa, i componimenti giovanili indicano l’assenza di «sostanziale frattura» tra le stagioni pur molto differenti della scrittura poetica reboriana: «l’eroico furore dei versi profani» è sofferta «preparazione dell’amore divino nel finale misticismo» [24] . Lo stesso Rebora, scrivendo a Mario Costanzo, ebbe a dire, tra il 1954 e il 1955: «le confido che la sua lettera mi ha dato commozione di gioia per il caro slancio dell’anima sua e nell’apprendere che la poesia del mio itinerario le è stata d’aiuto nel ritorno alla Fede» [25] . Nel congedo dal viaggio terreno Clemente rileggeva anche la poësis quale attesa del Cielo. Il cosiddetto «odio di Dio» cui giungerebbe Rebora (o, meglio, il precario tentativo dell’io di definirne l’identità) appare «un modo di avvertirne la presenza» [26] . Testimonianza dello snodo poi definito dalla fede cattolica, due liriche dei Canti anonimi (1922), Dall’imagine tesa, con E giunge l’onda, ma non giunge il mare segnano la dualità tra terra e cielo e la limitata percezione dell’uomo nell’abisso dell’Assoluto [27] . L’io può essere ostacolo da «superare»; «vi si affonda» proprio nella ricerca di «una realtà più sostanziale dell’io stesso» [28] . Luce ad ogni passo, l’amoroso donarsi all’altro illumina anche il patire, pur nell’«incapacità di edificare qualcosa di stabile attorno al proprio sé» [29] .

Non si potrebbe spiegare tale processo, nella vita e nell’arte, se non nella generativa relazione tra l’io di Rebora e il tu, degli animi che seppe e volle incontrare, dei volti del mondo, naturale, sociale, culturale e storico, fino al Tu di Dio. Ecco, davvero, il fil rouge di queste pagine: ascoltare Clemente, anche nei suoi intimi accenti, significa ribadire che, fin dagli albori del vivere, le tante voci amate e vissute sarebbero state, in fondo, la sola voce del Tu che canta nell’io.


[1] E I, L.62, pp. 54-55.

[2] Così il fratello: «in mezzo alle deviazioni più varie, non mutò mai la sua rotta verso la ricerca di una luce di assolutezza ultraterrena» (Piero Rebora 1959, p. 80).

[3] Grisi 1971, p. 3.

[4] [4] Calori 1968, pp. 13-14.

[5] E I, L.62, p. 55.

[6] Russi 1952, p. 47.

[7] Mussini 2000, p. 55. [Sul concetto di «autonomia del significante» cfr. anche Mussini Rov 2008, p. 20].

[8] Mussini 2000, p. 55. La facies etica dello stile di Rebora è certa acquisizione. Segnalo, in proposito, Fontana 1961. Lo studioso, nell’analisi soprattutto dei Frammenti lirici, distingue tra la fiducia assoluta riposta dal giovane Rebora nell’«operazione letteraria» e, però, il fatto che il suo verso non si sia mai riconosciuto nel «culto della parola poetica pura» (Ivi, p. 39).

[9] FLG, p. 24.

[10] Grisi 1971, p. 3.

[11] E I, L.62, p. 55.

[12] Zapelloni 1968, p. 8.

[13] Apollonio 1959, p. 140.

[14] Muratore 1997, pp. 31-34.

[15] E I, L.62, p. 55.

[16] Valli 1963.

[17] Riva 1996, pp. 17-18.

[18] Giovannini 1977. Il riferimento all’episodio di Paolo di Tarso ad Atene in At XVII, 21-28.

[19] Zapelloni 1968, p. 9.

[20] Mussini 1994, n.3, p. 558.

[21] Mangiarotti 2010, p. 3.

[22] Mussini 1994, p. 557. Cfr. Fontana 1961, p. 42: «I contrasti, se un tempo davano vita a discorsi e fughe, con un moto orizzontale e centrifugo, ora, con un moto che potremmo dire centripeto e ascendente [...] si fanno gradini di elevazione spirituale».

[23] Russi 1952, p. 52.

[24] Bevilacqua 1964.

[25] Costanzo 1957. Scrivendo al fratello Piero da Stresa, nel giorno di San Francesco d’Assisi [4 ottobre] 1954, Clemente commenta così la testimonianza di Costanzo: «Ricevo in questo momento da Mario Costanzo [...] una lettera che mi ha sorpreso e commosso, perché in essa dice che la mia poesia – e in essa il mio itinerario spirituale – due anni fa l’avevano lasciato sbigottito: "e mi hanno risolto a un tratto un sacco di cose, e smantellato certe superbie ribelli di giovane letterato e insomma mi hanno aiutato nel ritorno alla fede dopo un periodo...". Oh la misericordia del Signore! Io che avevo provato un’indicibile angoscia – quando uscirono le Poesie – per terrore che alcuni passi potessero nuocere alle anime! ed ero corso dal mio confessore a Rovereto. Però, dopo la mia gioia, mi è venuto un penoso pensiero: come questo virtuoso Mario Costanzo (che mi si firma suo figlio) ha riesumato una mia poesia del 1914, intitolata Prima del sonno e pubblicata su un periodico di lettere e arti intitolato Stagione, in questa estate passata – così se invece qualcuno andasse a ripescare quei versi da me respinti con dolore e rossore (e che tu hai la bontà di convenire con me, escludendoli dalle Poesie) non potrebbero – lasciando la mia vergogna – esser nocivi per tali nobili coscienze, e coscienze di giovani?» (E III, L.834, pp. 531-532). Dopo la pubblicazione di Prima del sonno su «La Grande Illustrazione» II, 13, 1915, p. 16, Costanzo la fece comparire in «Stagione» I, 2, estate 1954, p. 1 e in Costanzo 1955 (PPT, p. 1067). I versi ritenuti non degni di visibilità (ed espunti) nelle Poesie dell’edizione Vallecchi curata da Piero Rebora [P47] sono forse quelli della terza e quarta parte di Movimenti di poesia [(E III, L.834, n.4, p. 532) e PPT, pp. 1062-1065].

[26] Russi 1952, p. 52.

[27] Prosperi 1971, p. 5.

[28] Montanari 1971, p. 6.

[29] Muratore 1997, pp. 60-61.

I. IO E TU NEL TEMPO DELLA «VITA INESPLOSA» DI REBORA (1885-1914

Parafrasando Rebora sulle orme di Mussini, la «fanciullezza», periodo della «vita inesplosa», appariva «compiuta armonia con la natura, armonia intatta da ogni compromissione con la storia e con le inevitabili miserie umane»: l’anima di Clemente, pur inquieta, era «persuasa» e «in piena sintonia con la vita», sentita quale «possesso presente» [1] ; il desiderio del tu diveniva richiesta di sostegno per una « adesione al mondo» [2] .

Venne la giovinezza, col suo impetuoso ritmo, cui si imposero, quasi in simultanea cesura, il coinvolgimento diretto nella Prima Guerra mondiale e la relazione con Lydia Natus, dal 1914. Ma precoci si erano manifestati, in Rebora, i segni di crisi interiore. E quando, nel tramonto dell’esistenza, Clemente si consegnò, malato, nelle braccia della «Mamma di Paradiso», ancora come bimbo espresse nei Canti dell’infermità il proprio pianto: tale la felice immagine donatami, nel corso di un dialogo, da Padre Umberto Muratore, suo prezioso biografo. Padre Ezio Viola, amorevole assistente e commossa vivida memoria del poeta sacerdote, ha dipinto così il suo ossimorico calvario: «Il Golgota non è più un luogo maledetto, ma un paradiso pieno di dolore, di quel dolore che è esigenza di condivisione», tra l’uomo sofferente e «il Sanguinante Cuore del Crocifisso» [3] . Una nuova nascita, a rinnovare la prima.

1. L’albero della vita

Clemente viene alla luce il 6 gennaio 1885, alle ore 17, «a Milano, in via Aldo Manuzio 15»; la famiglia risiederà poi in viale Venezia 12 (ora corso Venezia) [4] . Singolare la coincidenza tra il giorno di nascita e la solenne festa dell’Epifania, viva nell’animo del popolo lombardo, nel cui sangue erano «robuste tracce della religiosità impressa da santi quali Ambrogio e Carlo Borromeo». La convergenza di date, non sottolineata nel contesto familiare, sembrò operare nel segreto dell’anima. La famiglia era «di ceppo ligure-lombardo unificato in Milano» [5] , «di estrazione borghese, dalle forti e vive tradizioni risorgimentali» [6] . Il padre Enrico (1851-1935), di origine ligure, ma nato a Codogno (presso Lodi), sedicenne [7] sposò la causa garibaldina e partecipò alle battaglie di Monterotondo e di Mentana nel 1867; prigioniero delle truppe pontificie, corse il rischio della fucilazione «per decimazione» [8] . Si formò inoltre sugli ideali di Mazzini e Cattaneo, fino all’approdo massonico: nel 1868 entrò nella Loggia Abramo Lincoln di Lodi; poi nella Carlo Cattaneo di Codogno, ricoprendo a Milano e a Roma diversi incarichi [9] . Nel 1870 prese parte alla tentata insurrezione di Piacenza [10] . Dal circolo milanese Cattaneo si dimise, nel 1920, nel rilevare una lontananza del partito repubblicano italiano rispetto al «suo genuino programma, bolscevizzando [11] ». Personalità «solida» [12] , restò sempre patriota, vicino all’" humanitas illuminista; lavorò nella ditta di trasporti «Gondrand-Servizio derrate alimentari», con incarichi anche di dirigenza [13] . Sposò Teresa Rinaldi (1856-1936), figlia di Clemente, un medico di Codogno; di formazione cattolica, donna «intelligente e sensibile» [14] . Appassionata di recitazione, conobbe Enrico durante una rappresentazione. Componeva poesie; nelle «ricorrenze liete della famiglia», scambiava, tramite i divertiti figli, «messaggi in versi» con lui, fervido lettore e col diletto dello scrivere [15] . Entrambi amarono le arti. Teresa appoggiò Enrico, «repubblicano nel campo politico, e libero pensatore ( libero senza preconcetti e vincoli aprioristici di nessun genere) in tutti gli altri campi delle idee"» [16] . Il loro matrimonio fu anche religioso; i figli ricevettero il battesimo, di cui restarono a lungo inconsapevoli: la Grazia sarebbe fiorita diversamente [17] . L’innesto nella vita dello Spirito avvenne, per Clemente, l’8 gennaio 1885, nella Chiesa parrocchiale di Santa Francesca Romana: fu battezzato Clemente Luigi Antonio [18] . Un seme poi negletto, fino all’esonero, per volontà dei suoi genitori, «dall’insegnamento della religione» a scuola [19] . Presenti, nell’ humus familiare, le sementi pur fertili di valori improntati all’autenticità ed integrità della vita personale, relazionale e civile; ad una salda etica in ambito lavorativo, alla dimensione della solidarietà verso i deboli e gli ultimi. La famiglia apparteneva alla generazione che avrebbe legato il Risorgimento e la Grande Guerra e che si poneva nell’ambito del «gruppo lombardo di repubblicani mazziniani e cattaneani», operante, in tal senso, «insieme con radicali e socialisti turatiani» [20] . Anche Clemente fu libero di spirito e intenti, favorito dall’educazione «intimamente laica», di «larga apertura culturale» [21] , nel quadro, tra XIX e XX secolo, di un progresso materiale, ad opera di una borghesia «pur ricca di aspirazioni spiritualistiche» [22] . Tuttavia lo sviluppo industriale innescò forti ribollimenti sociali, cui si aggiunse, effetto sviante, il colonialismo [23] . Acefalo l’umanitarismo: deterioratosi, «dalle lontane origini illuministiche (il cosiddetto galantomismo ottocentesco)», si era ridotto a «puro moralismo», lungi da ogni «concezione o coscienza del trascendente», «quasi impotente e disorientato di fronte ai più vigorosi impulsi irrazionali e attivistici pronti a scatenare il caos» [24] .

Sette i figli di Enrico e Teresa. I cinque maschi riuscirono in diversi ambiti di studio: Gino (1875-1938), il maggiore, ingegnere, esperto in elettrotecnica, professore al Politecnico di Milano; Mario (1878-1925), «ottimo avvocato» [25] ; Edgardo (1879-1931), ragioniere; Clemente (1885-1957) e Piero (1889-1963), dediti alle lettere: Piero, anglista, «docente di italiano nelle università inglesi», e poi di letteratura inglese alle Università di Urbino e di Milano [26] . Le due sorelle, Maria (1883-1966) e Marcella (1891-1985), dopo gli studi superiori, «belle gentili liete», si preparavano «alla missione di spose e di madri» [27] : Maria diverrà moglie del medico Pietro Bonfanti; Marcella sposerà l’ingegnere Nino Carulli [28] . Con i Rebora, per trentacinque anni, la paziente domestica Giovanna.

2. Dall’hortus conclusus alla crisi

Un vivaio fecondo, la famiglia Rebora, e, in qualche modo, hortus che proteggeva e favoriva la crescita di ogni virgulto. Mancò però qualcosa allora, forse, a rinvigorire una ulteriore fioritura. Clemente frequentò la scuola elementare in via Felice Casati, dal 1892 al 1897: scarni ricordi; anziano, attribuirà il proprio disagio all’assenza di qualsiasi richiamo, in aula, «all’ aperuisti credentibus Regna coelorum», a Dio, dal momento che in famiglia, come a scuola, mancava il nutrimento spirituale ad una fame esistente fin dalla «germinazione battesimale» [29] . Traumatico, per la sua viva sensibilità, fu poi il noto episodio dell’immagine oscena, mostratagli da un compagno: «all’anima fu una rasoiata orrenda» [30] ; il «contatto con la malizia umana» recò violenza al «suo limpido cielo interiore». Splendido, invece, il legame con Paolo Santarone, «suo primo amico nella quinta elementare» [31] , e primo a presiedere, morto il poeta, l’«Associazione Amici di don Rebora» [32] . Rapporto privilegiato ebbe Clemente con la madre, amata teneramente, modello altissimo, trasfigurata già nelle lettere del periodo bellico, e poi, in seguito alla conversione al cattolicesimo, nella «Tuttabella», Maria Madre di Gesù. Saldo, in casa Rebora, il bene tra i suoi membri; una famiglia-albero della vita: «Mamma, zolla aria luce, / papà, tronco puro severo, / fratelli, miei rami e mio nido, / sorelle, mie foglie e mie gemme, / o nostro buon sangue soave / a vedere e a libare» [33] . Clemente, impulsivo e dolce, nello sguardo profondo, «da siciliano», era bello, «forte e sano d’aspetto» [34] . La «vitalità prorompente» lo conduceva spesso a voler «infrangere le regole sociali» [35] . In una pagina della sua biografia [36] Muratore ha tratteggiato la quotidianità del piccolo Rebora. Nelle giornate, trascorse «alternando meditazioni solitarie, brutti dispetti e grandi atti di generosità», non mancavano intemperanze: non voleva indossare «il gonnellino»; non gli piaceva il «proprio nome»; attentava alla quiete familiare commettendo «stragi di bicchieri in cucina»; spaventando la povera «sorellina Marcella», cui faceva «trovare la bambola impiccata»; mettendo a dura prova la domestica col correrle intorno; infine cavalcava, «in groppa alle sedie». Poi il Clemente più tenero: l’aiuto in casa, le «cascate di baci carezze e giochi irreali per riportare il sorriso sulla piangente e terrorizzata Marcellina», il rimorso per le proprie malefatte, lo studio del pianoforte. La mamma scioglieva dolori, «la paura dei ricorrenti incubi notturni»; lo guidava nell’esame delle birichinate commesse; gli ripeteva, dolcissima: «Clemente, non fare così!». Il padre lo rimproverava: Clemente si pentiva [37] . Sin da bambino gli scriveva. In una lettera, forse nel 1893, mostra apprensione per il fratello «Pierino», malato: «La mamma a [ sic] detto così che ho buon cuore ed animo! Adesso voglio mutar vita» [38] . Nel Natale del 1898 è la preoccupazione per la malattia del papà, cui rivolge l’augurio di godere la gioia della «corona» dei figli; mostra senso di responsabilità [39] ; enumera i peccati [40] . Cura dell’altro è dono di sé.

3. La crescita: papà Enrico, il «Signor Carlo» e le famiglie amiche dei Rebora

Papà Enrico offriva «ai figli» il terreno «di una critica politica severa e continua atta a creare in casa un’atmosfera di singolare attenzione storica e di passione nazionale. Cuore, sollecitudine reciproca, festosità erano il fortunato retaggio di quella famiglia» [41] . Piero, suo fratello, individuava nella condivisa «temperie ottocentesca» dei Rebora la base per il «volo» di Clemente, in cui tuttavia cresceva il disagio: idealismo e razionalismo liberale non potevano colmare la sete dello spirito, il desiderio, ignorato, di una seria formazione in proposito [42] . Intanto germogliava «sul tronco di abitudini e di affetti instaurati nei primi anni» [43] ; si era affezionato molto al «signor Carlo» (Galbusera), il contadino che viveva con la famiglia vicino ai laghetti formati dall’Adda, a Calolzio: «un raro esemplare di dignità e spiritualità popolana», e che, nei mesi estivi dal 1896 al 1899, gli fu vicino, «maestro e guida» [44] . Modello di ricerca di armonia col mondo, ritratto nella seconda lirica dei Canti anonimi, l’umile mentore gli svelava la bellezza della natura [45] .Considerato infallibile, se lontanamente contraddetto il verbo del caro amico da mamma Teresa, pronta era la replica: «No, mamma, l’ha detto il Signor Carlo!» [46] . Clemente spariva, cercato invano dai cari, per poi comparire arso di sole, coperto di polvere e scarmigliato, gli occhi luminosi per il contatto con il creato e con animi semplici ed autentici. Si immergerà sempre nei paesaggi alpini «dal colle di Tenda alla Carnia», nel travaglio delle «meditazioni, cercando di indagare il mistero della vita umana». In una lettera al fratello Piero, del 18 aprile 1921, riferirà tale desiderio anche ad «un’esigenza di equilibrio: un bisogno di trovarci a parità fra l’altezza interna e l’altitudine esterna» [47] . Tuttavia, «sotto la luce dell’eterno», nemmeno gli «intensi bagni ecologici e quegli affetti familiari» erano in grado di colmare «l’anima di un ragazzo, al quale veniva negato il pane spirituale» [48] . Il futuro lo raggiunse, nell’inconsapevole purezza del primo innamoramento; nel sentore, invece, della precarietà dell’esistere. La mutevolezza dell’umore alternava entusiasmo e vitalità a fasi di desolazione; fiorente e sano nel corpo, debolissimo e fallace nello spirito. Quasi «allodola, a un tenue filo avvinta» [49] , si divideva tra slanci di idealismi e ricadute, estraneo al mondo: « ho sbagliato pianeta!» [50] ; l’animosità contrastava talvolta con la freddezza dei doveri, anche sociali [51] . Notava Bo, a proposito di questa frase, pur in nuce, «un tratto da segnare, la discordanza di interessi con quelli che sono gli interessi comuni, i premi dei nostri giochi»; non lo rendeva felice un «traguardo posticcio»: quel suo «tormento» si sentiva forse già privo del nome dell’«eternità» [52] . Nei conflitti interiori si acutizzava poi il dissidio col padre, e la sua sete non placata. Adolescente, durante una cerimonia di commemorazione di defunti massoni, sentì una volta l’ Ave Maria di Gounod, commentando poi: «era per il patetico, ma signoreggiava i cuori la Madonna e a me lasciò il solco» [53] . Rivelava i propri limiti caratteriali, allontanandosi, talvolta, dal contesto familiare [54] . La divergenza di orizzonti tra padre e figlio si intravede anche dalla mappa delle letture. Enrico era cresciuto con Cattaneo, Mazzini, il Cosmos dell’Humboldt, Foscolo, Guerrazzi; tradusse l’ Esprit nouveau di Edgar Quinet (1896) [55] e curò, nel 1915, un’antologia di scritti cattaneani; collaborò a riviste politiche vicine a posizioni repubblicane [56] . Clemente avvertì presto «la crisi di quella cultura e dei suoi valori» [57] . La lettera al padre del 22 ottobre 1909 [58] , durante l’elaborazione della Tesi di Laurea, è «un capolavoro di contrasto generazionale»; palesa «la ricerca divergente di entrambi per fondare la propria identità» [59] . L’intera «opera poetica di Rebora è segnata da un lungo sforzo di liberazione dalla problematica di una simile eredità», per giungere al certum divino, e ad «una risoluzione poetica in una quasi mistica» [60] . Contribuirono alla crescita umana e intellettuale di Clemente anche le famiglie Monteverdi e Banfi, come ricordava Daria Malaguzzi [61] . I Monteverdi condividevano con i Rebora l’appartenenza «alla migliore borghesia usa allo studio ed alle professioni superiori». I Banfi, quasi «clan impenetrabile», di origine milanese, nutrivano una profonda devozione religiosa: si recavano, in alcune festività, come il Natale, «in corpo alle funzioni», riempiendo una chiesa, i padroni e i domestici. Di salda tradizione napoleonica, a causa delle «espropriazioni dei beni ecclesiastici», i Banfi avevano rilevato «un ampio convento francescano», che li ospitò per diverse generazioni [62] . L’anelito patriottico innervò dunque le tre famiglie. L’«atmosfera risorgimentale» fluiva alla gioventù prepotente, quanto «forse insospettata». Gli studi universitari, «una preparazione spirituale nuova», nell’imminenza della guerra, avrebbero generato reazioni diverse.

4. Rami verso l’infinito: gli anni universitari tra amicizia e ricerca

L’università ebbe per Rebora inizio nel 1903. Lasciata la facoltà di medicina di Pavia dopo aver frequentato le lezioni di anatomia, scelse l’Accademia scientifico-letteraria di Milano [63] , amando sempre anche la filosofia. Suoi compagni di studio (e di aula) e fraterni amici, Daria Malaguzzi Valeri, Angelo Monteverdi, Antonio Banfi (futuro marito di Daria); in un legame meno stretto Bianca Somaini, Sebastiano Giacomelli, Giuseppe Perini [64] . Dall’autunno 1905 prestò servizio militare per dodici mesi [65] . Nell’estate 1906 fu nel «66° Reggimento Fanteria, 8° Compagnia a Sabbio Chiese (Brescia)» [66] . Bilancio sconfortante, a causa dell’esperienza in sé, e del proprio malessere: si sentiva «una cosa senza idee che soffre» [67] ; lo dominava «una strana speranza amara, quasi con un desiderio di sciagure che abbiano la potenza di decidere qualchecosa [ sic] di me e del mio avvenire senza tentennamenti: o nelle tenebre o nella luce» [68] . La «vita bellica» [69] , con la sua «noia», non lo fece desistere dagli studi: elesse la Malaguzzi quale «paziente guida», mentre fluttuava tra «esaltazione e abbattimento» [70] . Nel racconto di anni memorabili, proprio l’amica rammentava la disposizione dei posti nell’aula: le «signorine» al secondo banco e gli amici Rebora, Monteverdi, Giacomelli e Banfi al terzo banco. «Così, quando io mi voltavo, avevo subito, nel mio sguardo, Clemente che, pronto, alzava gli occhi dalle sue carte»: un «rapporto particolare», davvero «completamente e assolutamente fraterno» si stabilì con Rebora, del quale la Malaguzzi richiamava l’avvenenza [71] . Sul volto dell’amico era «la sua indole»: un «sorriso dolce e aperto, che rivelava un’anima buona e pronta a soccorrere, confortare, condividere i fremiti interiori degli altri»; percepiva però la propria bellezza in modo contrastante: talvolta ne era contento; talvolta, invece, sentiva forte l’opposizione tra il proprio aspetto e la vita in travaglio [72] . Il suo «strano autoritratto, a volte ironico, a volte triste, a volte allegro», lo mostrava come «un tipo curioso che gli amici devono tenere un po’ in briglia»; privo di fiducia riguardo al proprio «avvenire accademico» [73] . Contraddittorio: gli anni del servizio militare furono «tristi e selvaggi»; agli esami si presentava, sì, ma: «dirò ciò che saprò, o starò zitto» [74] ; in caso di insuccesso, la denuncia [75] . E ancora: «Sono vuoto, piatto, incolore, amorfo, simile in tutto ad un abito smesso»; titanico: «Mi sono impegnato in una lotta poderosa, che mi stremerà presto; un disinganno atroce mi attende... Io so già che non farò nulla mai; ma ho dovuto agire così» [76] . Rubò anche «l’unico 30/30 della giornata» [77] ; ma viveva «ormai dedito alla mala vita... del pattinaggio, in una cosciente incoscienza spaventosa dell’avvenire» [78] . Al contempo si diceva «assorto in un’atmosfera di intensa spiritualità o stanco come una buona creatura stanca; sfidato, talora, ma con mitezza» [79] . Amabile e bello, Clemente. Perfino, ormai, nel calvario degli ultimi tempi, ebbe a dire: «Sì, sì... gli occhi, tutto l’insieme andrà bene, ma la mia realtà interiore è ben diversa» [80] . Nonostante la dolorosa idea di sé, già negli anni accademici con il «gruppetto di giovani» stabilì una consonanza di anime. I sodali della «Paglia» [81] si riunivano spesso all’Università, nella «saletta rossa», dove si studiava, ci si confrontava anche su temi di attualità, come raccontava Daria Malaguzzi:

I nostri discorsi non toccavano mai le nostre vicende personali, ma riguardavano le nostre esperienze di studio: eravamo tutti in una tensione ad altissima tonalità, non avevamo altro interesse profondo che non fosse nella sfera dello spirito e in quella della cultura. Non voglio lodare i tempi andati, però posso assicurare che non ho mai più avvertito in altre creature la tonalità che aveva la nostra cerchia di allora e che del resto era riccamente diffusa a preparare una generazione che poi fu quasi tutta falciata dalla guerra. Io, Rebora, Monteverdi eravamo molto presi dagli studi letterari, ciascuno però con tendenze particolari; Giacomelli era un vero enciclopedico; Banfi, che si raccoglieva quasi gelosamente in ricerche filologiche, doveva finire nella speculazione filosofica [...]; Rebora, al più vasto studio delle letterature intese come comprensione della vita degli uomini, univa una passione alla poesia più alta e una vera vocazione alla musica.

Ciascuno di noi viveva dunque in un massimo di tensione spirituale e pareva quasi che per noi la vita materiale non esistesse, e questo benché nessuno di noi cercasse una posizione di trascendenza: si viveva dunque in tono di spiritualità altissima, in certo modo anche pericolosa poiché quella tensione doveva prima o poi trovare una sua consistenza [82] .

«Un periodo meraviglioso, quello, per Clemente: era tutto luce, serenità, tensione verso la ricerca dell’infinito» [83] . Viaggiatore dello spirito, Rebora considerava «la cultura» come anelito ad «una realtà che superasse la realtà stessa» [84] . Lo scioglimento progressivo del gruppo lo avrebbe quindi molto rammaricato [85] . Intanto frequentava concerti e componeva, senza trascrivere le proprie improvvisazioni, motivo di dispiacere per suo fratello Piero [86] . Sul finire del 1906 decise di approfondire la teoria musicale, seguito dal maestro Carlo Delachi [87] . La musica, dichiarava il I gennaio del 1907 a Daria Malaguzzi, è chiave interpretativa della perfezione universale [88] . Il I febbraio, ancora all’amica, esprimeva, in toni da « Stürm und Drang», l’esaltazione derivante dall’ascolto del Tristano e Isotta di Wagner e «la fonte regina della mia angoscia perenne, il tormento lusingatore e vano!» [89] . Nella medesima lettera si riferiva allo studio della musica, espressione dell’antitesi di un’anima [90] . L’esperienza durò fino all’estate 1907 [91] ; riprese, in modo smorzato, nel mese di settembre [92] . In chiave armonica interpretava ogni vissuto di arte o intelletto: «la poesia, se mi vuol vincere, deve fluire profondamente musicale» [93] . Nell’estate 1908 ammise un impegno sempre meno costante; salde, però, la «dolcissima gioia sempre e rinnovata commozione» regalate dalla musica [94] . Clemente cercava in essa la nobiltà morale e il trascendente: amava non tanto Wagner, pur consentaneo al gusto dell’epoca e da lui percepito fortemente nel periodo prebellico, ma Bach, Beethoven, e Chopin, «evasione alla nostra pretesa di libertà» [95] . Intanto ognuno degli amici offriva il proprio contributo: Banfi quello della assoluta preparazione da 30 e lode fisso; Monteverdi quello dei «giochetti mnemonici»; Rebora era invece noto per via di «grane interminabili e divertenti: portava nella musica anche la linguistica». Nella citata lettera del 29 maggio 1909 era ancora l’identità tra bontà dell’anima e sinfonia musicale, via e specchio di essa [96] , paradigma e figura di un percorso esistenziale orientato verso l’Alto. Dichiarerà in seguito Clemente che nei grandi autori essa «diventa quasi donazione di carità» [97] . Ricorda Muratore la frequentazione, da parte di Rebora, della Scala di Milano, spesso entrando gratis, «grazie alla bonaria complicità di un custode»; nonché la sua collaborazione, nel 1908, ad una pubblicazione straordinaria, non pervenutaci, dedicata al medesimo illustre teatro. Interessante, tuttavia, il suo articolo Gli spettatori dell’ultimo piano, comparso sulla rivista La Scala – Stagione 1910-1911 [98] : dall’alto del loggione, detto comunemente «piccionaia», Clemente osserva l’umanità brulicante nel teatro in ogni fase dello spettacolo, commentando: «Quanto a me, sono innamoratissimo di quell’altura: e non già (Dio me ne liberi!), per economia...». Lo sguardo dalla «piccionaia» ricorda il suo animo, vòlto al cuore dell’uomo. La Malaguzzi [99] dichiarava, a proposito del legame tra gli amici della «Paglia»: «Si finiva ad essere molto leggeri di spirito [...], eravamo veramente giovani e così limpidi che tutto era lieve e trasparente attorno a noi»; atmosfera mantenuta, dopo la separazione fisica tra i componenti del gruppo, dalla corrispondenza epistolare. Le letture, inoltre, erano state, fin dall’inizio, nesso costante. Anzitutto l’elezione di un autore si faceva assoluta: lo si studiava «per trarne tutta la vitalità». Così fu per il Leopardi dello Zibaldone; Dante, «derrata quotidiana»; Shakespeare, e poi le «diatribe» su Dostoevskij e l’«estasi per Tolstoi» che, nella Sonata a Kreutzer, aveva indicato la via di una «eticità controllata». Infine « Guerra e Pace era la sponda favorita ai nostri ritrovi»; ma poi anche l’incontro con Goethe, con Heine. Sovente, durante la stagione autunnale, il fortunato simposio era ospitato a Catell’Arquato, dimora dei Monteverdi, dove si era accolti in modo squisito; spesso Angelo dilettava gli amici con le «preziosità della lirica francese», letta da lui magnificamente; Daria polemizzava e Clemente «sorrideva». Dove guardava? Quel sorriso si volgeva forse ad altro orizzonte: «Rebora, in fondo si scostava da noi»; il suo era un «piano letterario con discrete punte etico-filosofiche»; la «trascendenza» fu «la mèta di tutta la sua vita». Gli amici avvertivano, nel suo interiore moto, un pericolo celato, ma Clemente raggiungeva sempre «un riconquistato equilibrio»: una «realtà spirituale in una zona differente» dalla loro. Lontano dagli animi era Nietzsche, quando dominato da «germanica truculenza», sentita come prosopopea; non amato fu D’Annunzio, nel suo «trionfale ritorno» proprio in quegli anni. Significativi, invece, almeno per un po’, Bergson, per l’immersione nel « moi profond» e nel volersi liberare da «varie contingenti sovrastrutture»; Romain Rolland, «quasi un’improvvisa conquista umana», smentita dalla Grande Guerra. Proust, pur studiato, apparve ben presto «un lavoro di meraviglioso artigianato». Muratore ha delineato la profondità dell’indagine di Rebora [100] . Costante l’amore per il Socrate dei dialoghi platonici, con le domande sul senso dell’esistenza, «al fondo dell’essere». Il suo percorso si univa comunque al disagio dell’animo. Allergico all’erudizione e all’«hegeliano spirito di sistema», a quanto era affidato alla memoria; avverso ad una patria quasi macchina bellica; vicino, invece, alla contemplazione della bontà dell’uomo, Clemente era spesso in conflitto coi familiari; né riusciva, con gli amici, a celare i dissidi interni. Il « Deus absconditus» lo premeva; insoddisfatto dei propri studi, anche quando gli esami andavano bene, e con la perenne sensazione di essere inconcludente. Nel deserto del cuore lo sostenevano «potenti elevazioni di spirito»; «momenti terribili ed affascinanti, quasi compenso all’ostinato sforzo di raschiare il fondo dell’essere: boccate d’aria fresca, venature di luce», tali da dettargli consolazione e nuovo vigore. Percepì «la bellezza e la bontà infinita in cui convergono, quasi in esaltante concerto, le creature tutte dell’universo»; «il valore redentivo del sacrificio»; l’inestimabile quid di ogni uomo. Allora il dolore acquisiva il senso del dono all’altro e dell’attesa di un Altro, per ora sconosciuto. L’eternità inconsapevole si alternava al grigio, alla sofferenza, al sentirsi incompreso. Peculiare il modo in cui si accostava alle persone, soprattutto se del gentil sesso. A Daria Malaguzzi, il 3 novembre 1908, in una bella missiva cui rinvio [101] , descriveva le differenze tra uomini e donne, a proposito della concezione dell’amore: un ritratto acuto e, nella «media», l’immagine del giovane uomo, come «un educato mascalzone», e di «moltissime signorine scaltre e... ingenue», che ne restano ammaliate. Un sentimento sottoposto ad una logica economica e prosaica; la sconfitta degli afflati puri, e la rassegnazione del cuore, tramandata soprattutto in linea femminile. Ma esiste anche chi, sosteneva ancora Clemente, «si drizza da questa consuetudine e batte una via propria, isolato naturalmente o con radi richiami gentili»; chi è se stesso, con coraggio; chi vive con animo buono e sereno, con l’«acciaio di un entusiasmo per la rivelazione di qualcosa d’immenso che intuisce nelle cose». Si sentiva vittima dell’amore come di «un bagliore folle, in un enorme tramonto sull’acqua»; eppure chiuso e privo di «audacia»; solo, nella scelta di non recare offesa ad alcun animo femminile e, invece, nella realtà di ferite forse inflitte dalla sua ritrosia [102] . Con medesimi toni, il 29 luglio 1909, diceva alla stessa amica di aspirare ad un amore puro e delicato; preoccupato, sempre, dell’animo altrui [103] . Nella lettera del 28 marzo 1911 l’amicizia si palesava altissima forma d’amore: «esser capace di giovare a chi n’ha bisogno e ne è degno»; auspicava di essere adoprato «come una cosa che possa esserLe utile nei momenti difficili; se no, a che si riduce la divinità dell’amicizia?» [104] . Alta la sua concezione dell’amore: un «ascetismo stoico» quale «decisione di non contaminarsi con brutture ritenute indegne dell’uomo»; preludio nascosto al voto di castità pronunciato anni dopo [105] . Lo sguardo di Clemente vedeva ogni donna come «una limpida sorgente di amore, luce, eroismo». Appariva egli stesso, invece, al mondo femminile, anche nella sua fisicità, ravvisata da Lavinia Mazzucchetti in una mattina del gennaio 1908, presso Porta Magenta, dove si pattinava. «Mi venne vicino, a testa bassa, con un gran berretto di pelo alla russa». Descrizione etica:

Ma che rigoglioso e meraviglioso esemplare della pianta-uomo è stato il Rebora di quegli anni, fra il 1908 e il 1915! A me pare che fosse meno bello di quel che ci dicono i ritratti del tempo: c’era una certa sproporzione tra la persona e la testa poderosa, però gli occhi dominavano e incantavano, la originalissima parlata, più scherzosa che patetica, sorprendeva e avvinceva. Comunque egli fu seducente senza mai conoscere atteggiamenti da seduttore. Era anzi sin troppo candido nel non avvertire il pericolo di incendio, che talvolta il suo innocente fuoco suscitava in anime femminili incerte nel distinguere tra fraternità e attrazione amorosa. Era pulito, schietto, devoto coi vecchi, forte coi meno forti, arguto o patetico a seconda dei casi. Certo che era un ragazzo anormale nel senso migliore del vocabolo, se confrontato con i giovanotti normalissimi del suo tempo. Sapeva mantenersi riservato e insondabile in certi suoi dolorosi meandri depressivi, ma era capace anche di improvvisa effusione sincerissima, e quindi a sua volta confidente e confessore nato per le nostre problematicità, per le nostre ore di sfogo [106] .

Il contrasto tra la fiorente bellezza e il patimento interiore corrispondeva a quello tra apparenza e sostanza delle cose; la realtà andava scandagliata e amata nella verità [107] . Vacillava il senso di sé e del mondo; crollavano la retorica vuota, le teorie idealistiche, la concezione del progresso. Resisteva la quête, condivisa con gli amici, contro ogni dispersione [108] . «È un bene grandissimo», scriveva a Daria Malaguzzi il 17 marzo 1907 [109] , che «alcuni spiriti», insieme, superino «ogni mutabilità di destino»; «ogni transitoria espressione di vita», e siano «uniti nella bellezza perenne delle aspirazioni, delle elevazioni, del dolore, della gioia, di ciò che ci è di più intimo e non si dirà mai, ma che di lassù s’intuisce tacitamente!». Continuava:

Io per me quando, toltomi dallo schifo delle oblique miserie, libero l’anima, selvaggia leonessa indomabile, verso le altre anime belle nell’infinito, benedico le più tremende angoscie, tutti i mali e tutti i dolori; essi solamente in fine fanno di noi medesimi una divinità; in quest’infinito solo noi, solo pochi, si purificano contemplando meraviglie inenarrabili; i vili e gli inetti non possono più toccarci. Io, vede, a dispetto della meditata e convinta certezza che nulla mai potrò significare, [...], non dissecco la fonte occulta dai rivoli d’azzurro e di fuoco; quando l’anima mi rapisce in alto io non temo più nulla e nessuno; né cattivi, né codardi, né mediocri, mi possono più nuocere con le loro ferite. Ma queste ascensioni sono possibili quando altre anime si associano alla nostra.

Solo il forte riconoscersi tra spiriti eletti faceva emergere il senso dell’esistere. La verità, intuita, non incarnata, lasciava invece l’animo desolato. Rebora interrogava il mondo, anche intellettuale e culturale, come un tu, da cui attingere luce. Risultò pertanto difficoltosa la Tesi di Laurea: il vecchio mostrava le proprie crepe; ma il nuovo non era ancora nato.

5. Tra aneliti e potatura: la Tesi di Laurea su Giandomenico Romagnosi

La Tesi di Laurea di Rebora, dal titolo Linee e aspetti dell’insegnamento civile di G. D. Romagnosi, fu discussa il 30 gennaio 1910, relatore lo storico Gioacchino Volpe, figura di rilievo nell’Accademia Scientifico-Letteraria: ne scrisse l’autore all’amico Monteverdi lo stesso giorno [110] . La ricerca sottolineò, nel filosofo, «l’acuto impegno intellettuale, la complessa sensibilità di illuminista e di romantico, il fervore che animava i postulati di giustizia sociale ed economica» [111] , fino all’inverarsi, in ogni ambito della vita pubblica e civile, di una fede laica. Un «educatore politico», attento ai valori dell’Italia, e al porre la conoscenza quale base necessaria all’azione [112] . Pur avendo Rebora scelto Romagnosi in quanto figura vicina alla formazione culturale e familiare ricevuta, si trovò di fronte ad una travagliata stesura. In una lettera del 1946 al fratello Piero definì tale impegno «un’atroce macerazione» [113] . Il lavoro risaliva all’inizio del 1909: fu svolto «senza partecipazione» [114] . Dopo l’estate del 1908, forse su indicazione di Volpe, il laureando aveva cercato la guida di illustri studiosi ed eminenti personalità; in tale fase, ricostruita da Dei, seppe intuire il nesso stretto tra Romagnosi ed il suo tempo [115] . Rivolgendosi a Benedetto Croce il 16 dicembre, gli chiedeva, con grande umiltà, «qualche traccia bibliografica e soprattutto alcuni elementi di metodo»; il 30 dicembre, indirizzato dallo stesso Croce, replicava l’istanza a Giovanni Gentile, ancora scusandosi per la «noia» arrecata. Scrisse, l’8 gennaio 1909, ad Arcangelo Ghisleri, amico di famiglia, nell’idea di poter ricevere «qualche libro introvabile del tempo», utile ad illuminare «la corrente politico-filosofica del principio del XIX secolo»; nonché indicazioni inerenti «l’argomento». Nella lettera di nuovo a Ghisleri del 2 aprile manifestava l’intento di reperire specifici saggi [116] , e delineava, quale importante discrimen, l’esigenza di porre Romagnosi in un quadro ampio, stante, invece, il «male comune a quasi tutti i giovani filologi che sanno – almeno all’ingrosso – quasi tutti i pettegolezzi dell’antichità, ed ignorano senza nessun rammarico il maraviglioso risorgimento nostro». Nelle parole tratte dalla medesima missiva, i cardini del progetto di Rebora appaiono nitidi: il ravvisare l’«avvampante crogiuolo di idee e di uomini che fu la prima metà del XIX secolo». Soprattutto, nonostante «l’asperità mortificante delle sue vesti e l’aridezza quasi forzata di certe sue pagine», emerge il ritratto, il tu in sfondo, di Romagnosi: «una mente vastissima», dotata, talvolta, di profetismo, «non tanto per l’originalità delle idee (che gli fluttuano dall’enciclopedismo), quanto per l’opera di purificazione sintetica, per il senso dell’unità del tutto, per lo sforzo di semplificare lo scibile sino a renderlo direttamente attività pratica» [117] .

Il 30 aprile 1909 manifestava a Gentile un precipuo orientamento, relativo alla «dottrina dell’incivilimento». Pur tra «le molte oscillazioni di questa teorica incompiuta», essa gli sembrava «nel suo culmine esaurire tutta la civile filosofia», idest, per così dire, «il filo d’Arianna rivelatore delle leggi perenni ed universali alle quali l’umanità deve attenersi per il suo bene». Fine di queste disposizioni, da seguire «a puntino nella loro necessità», «l’armonioso accordo tra l’io e il non io (queste son quasi sue parole), tra il mondo delle nazioni e il mondo della natura; accordo non immobile, ma nascente via via da una continua evoluzione risolventesi in successivi equilibri». Una sapienza in fieri, insomma, caratterizzata da una «opera di purificazione sintetica in ogni disciplina trattata»; dalla visione unitaria di una realtà pur complessa; dall’intento di rendere intellegibile la scienza, traducendola in azione. Suoi limiti, invece, «certa fraseologia antipatica torbida di curialismo»; «certo inutile ingombrante drappeggio logico», e il tributo, un po’ aprioristico, alla «corrente filosofica venuta di Francia»; mentre Romagnosi si avvicinerebbe sovente al «criticismo kantiano». La richiesta posta a Gentile anticipava un’indagine sul tema dell’incivilimento in qualche «pensatore postromagnosiano», come nei «diretti discepoli».

6. Nuovi faticosi germogli

Permaneva, nel giovane Rebora, un’adesione tuttavia parziale e tiepida all’argomento: «Ma bisogna che rinsavisca per intricarmi nel groviglio giuridico-ottimistico romagnosiano», scriveva a Monteverdi il 6 settembre 1909 [118] . Studiò da agosto a Loveno, presso Menaggio, sul Lago di Como: mesi di pericolosa astenia, talvolta timore di non saper dominare il campo della sua opera. Alcuni momenti di svago: escursioni in montagna, sere trascorse in un’osteria; visite ad una famiglia di contadini; il vocio festante di bimbi, colonna sonora del diurno studio; mancava il pianoforte [119] . Utile, questo sforzo? Dopo una visita del fratello Edgardo, probabilmente, giunse alla frattura col padre che, scontento del suo modus vivendi, forse se ne era lamentato con lui, tra il 7 e il 14 ottobre; si colloca in questa circostanza il tentativo di procurarsi un malanno mortale ingerendo funghi velenosi [120] . Il 22 ottobre, nella citata lettera-capolavoro, scriveva al genitore: «Io veggo che la natura, della quale la ragione non è che interprete umilissima, ha le sue bufere e le sue convulsioni»; sentiva idealmente vicino Romagnosi nella «giovinezza tempestosa di idee e di sentimenti» [121] . Una malattia della mamma e della sorella, una zia morta: quanti motivi di sofferenza [122] ! Lo stato d’animo con cui Rebora visse la Tesi di Laurea, in « concordia discors con le idee paterne», può rappresentare, più in esteso, «una forma di resistenza al razionalismo postilluministico ancora operante alla fine dell’Ottocento», in «formule» che oscillavano, ad esempio, tra «la crociana religione della libertà, il rigoroso attivismo gentiliano e il prezzoliniano pragmatismo o misticismo irreligioso» [123] . Crisi quasi generazionale. Evidente comunque, nel profondo intimo disagio, il senso di una tenace ricerca, decisiva per il destino di Clemente [124] , determinato a concludere il proprio lavoro, in virtù dell’insegnamento degli Eroici furori di Giordano Bruno, di «tenere accesa l’anima sempre», pur nella difficoltà [125] . Nella frattura fra vita ed idee, seppe ritrovare buona lena e acume: la Tesi, di circa quattrocento pagine, fu terminata e il 24 novembre 1909 lo annunciava agli amici, non senza qualche disorientamento, e malinconia per la lontananza di Monteverdi e di Banfi [126] . Nella missiva a Boine del 2 dicembre esprimeva l’assenso alla proposta dell’amico di elaborare, in veste di «libretto», il proprio contributo su Romagnosi, e di pubblicarlo nella collana «Cultura dell’anima», diretta da Papini, per l’editore R. Carabba di Lanciano [127] . Boine scriveva in proposito a Papini il 7 dicembre: caldeggiava la volontà e l’entusiasmo di Rebora, che, riconosceva, non erano esenti da una lettura di Romagnosi forse idealizzata [128] ; del resto anche il Prof. Gioacchino Volpe aveva ipotizzato di affidare lo scritto alla casa editrice Laterza. Il 28 dicembre 1909, con metafora digestiva, Rebora lamentava a Monteverdi una dilazione burocratica: «Di lauree non se ne parla: l’Accademia dorme nel sapore ghiotto di pingui digestioni ed è naturale che non se ne interessi» [129] . Il tópos fagico [130] riguarderà, nelle lettere coeve alla Grande Guerra, il mondo militare, retoricamente affaccendato, intento a digerire i soldati al fronte. La Laurea venne, intanto, e con Lode [131] . Nel corso dell’estate del 1910 Clemente si dedicò alla revisione della Tesi in vista della «stampa»; ma era dominato da «esaurimento» e «completa freddezza» rispetto a quella ricerca, pur eletta in passato [132] . Ancora Boine lo guidò, quale possibile sede editoriale, verso la «Voce» di Giuseppe Prezzolini, cui Rebora scrisse il 13 gennaio 1911, inaugurando così una importante collaborazione [133] .

7. Eppure, i fiori: disegno ed esiti della ricerca su Romagnosi

Nella medesima lettera del 13 gennaio 1911 al direttore della «Voce» è il piano del lavoro, diviso in capitoli, indicativi della progressione del pensiero di Rebora sull’opera di Romagnosi, vista quale corpus di «lacerti sparsi del XVIII sec.», forieri di nuove vie, di sviluppi, soprattutto dal 1830 al 1860.

Dopo la prefazione, l’introduzione illustrava il contesto della nostra tradizione civile e politica, terreno in cui poté manifestarsi il «fenomeno romagnosiano». Seguiva un «capitolo riguardante la biografia interiore del Romagnosi», inerente alla «ignorata sua funzione di educatore e foggiatore di caratteri sani seri operosi»; in esso emergeva «l’elemento di vitalità e traduzion pratica» pur celato da certe gravezze teoriche o utopistiche. Rebora avrebbe poi affrontato, nel primo di altri due capitoli, il «sugo del suo pensiero enciclopedico», nella sua vivezza, pur mescidata a pletorica produzione con «immani scorie»; nel secondo, l’analisi dell’«insegnamento politico, critico e costruttivo» del «pensatore emiliano». In un ulteriore capitolo l’indagine era invece rivolta alla «storicità del suo pensiero»; all’«atteggiamento di fronte al problema religioso ne’ suoi rapporti con la laicità dell’organismo sociale e politico (il suo giansenismo risentito come economicità, socialità e politica)»; ma anche alle spinte contrastanti delle istanze del pensiero di Romagnosi: «fra il patriota e il teorico socialista, tra il fine particolare nazionale e il generale morale e civile, etc.». Un capitolo finale avrebbe chiarito sia «le vicende del romagnonesimo in Italia – massime dal 1830 al 1860», sia il suo dissidio con l’idealismo cattolico (Rosmini etc.), con l’eticismo mazziniano etc., in un viluppo di pensiero puro e di fini pratici (risorgim. nazionale etc.)». A «guisa di appendice», la definizione di «alcuni elementi nutritori» del pensiero di Romagnosi, in primis l’apporto di Vico. Il modo di procedere di Rebora mostrava la volontà di illuminare un mosaico complesso, in cui dominava una costante: la relazione tra protagonisti ed attori nel contesto del mondo. Ancora un tu, stavolta della storia coeva al Romagnosi. Rispetto all’immersione in tale denso flusso, lo stesso autore, nella lettera del 16 gennaio 1911, annunciava a Prezzolini una necessaria epokè temporale: avrebbe elaborato il proprio testo durante le «venture vacanze estive», causa il cogente impegno delle 26 ore settimanali di lezione scolastica [134] . Intanto entrava nel merito dei contenuti, affermando di aver voluto delineare «l’influsso pratico e teorico, diretto e indiretto del maestro, su grandissima parte del movimento a lui posteriore». Ancora a Prezzolini inviava, da Treviglio, il 7 marzo, il saggio G.D. Romagnosi nel pensiero del risorgimento ( sic) per un’eventuale pubblicazione sulla «Voce», con la proposta di poterlo far uscire «a puntate», data la sua vastità [135] . Ma «La Voce» non mostrò disponibilità nei confronti dell’estratto della Tesi di Rebora, che lo affidò allora alla «Rivista d’Italia», dove uscì nel novembre 1911 [136] . Era «una soluzione provvisoria e di compromesso», come mostra la dedica apposta dallo stesso Rebora su una copia del proprio estratto, donata alla Malaguzzi: «A Daria Malaguzzi Valeri / quest’urto del mio passo» [137] . Egli inoltre esprimeva a Monteverdi, il 22 febbraio 1913, il progetto di redigere un volume trattando nuovamente la personalità di Romagnosi. La prospettiva eletta non sarebbe stata, tuttavia, di tipo storico, orientamento di necessità subordinato ad «un enorme studio di biblioteca». Rebora avrebbe piuttosto delineato il filosofo «in sé e per sé», nel suo «pensiero essenziale»; limitato, del resto, Clemente, anche dalle proprie precarie condizioni psicofisiche [138] . Ancora il 25 aprile scriveva a Prezzolini nell’idea di far comparire sulla sua rivista «una noterella circa un passo del Romagn.[osi] dove è sostenuto l’ insegnam. libero» [139] . Sottolinea Dei [140] non soltanto il rifiuto, da parte del direttore della «Voce», della proposta di Rebora [141] , ma anche della sua «recensione» alla nuova edizione di La mente di G.D.

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