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Il Rock è morto?

Il Rock è morto?

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Il Rock è morto?

Lunghezza:
649 pagine
10 ore
Pubblicato:
Nov 25, 2017
ISBN:
9788827522516
Formato:
Libro

Descrizione

Il rock italiano è morto? E’ la domanda più odiata che si sentono rivolgere i musicisti quando vengono intervistati e che molti appassionati di musica discutono tra loro. Perché viviamo in un momento storico in cui il rock sta soffrendo una certa impopolarità e sembra abbia ormai ben poco da dire, sebbene cerchi di evolversi accettando duri compromessi per stare al passo con i tempi. 

Il libro mette in luce lo stato dell’attuale scena rock del nostro Paese raccontato da musicisti, giornalisti, etichette discografiche, agenzie di stampa, promoter, organizzatori di festival.
Luca
Paisiello ha intervistato artisti che ancora oggi salgono sul palco ad intrattenere il proprio pubblico, tra questi molti come gli Afterhours, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Rats e i Verdena sono finiti dritti in classifica grazie al successo ottenuto con i loro dischi, altri come i Ritmo Tribale o i Timoria si son dovuti fermare dopo anni di concerti compiendo altre scelte, e dietro troviamo tante band sconosciute che propongono nelle nostre città buona musica, ma che fanno tanto fatica ad emergere.

In questo quadro quasi apocalittico, giornalisti, redattori e addetti ai lavori del comparto musicale riflettono su come gli italiani abbiano accolto il rock in una nazione da sempre legata a Sanremo e alla canzone d’autore. Luca Paisiello ci accompagna in un dialogo intimo con diversi personaggi che gravitano sulla scena rock italiana: loro l’hanno vista nascere, crescere e di certo non intendono vederla morire.

L'AUTORE
Classe 1970, Luca Paisiello è nato a Torino dove vive e lavora come consulente della comunicazione presso aziende, enti pubblici e professionisti. Ha coordinato e insegnato grafica editoriale, web e multimedia presso alcuni centri di formazione. Dal 2004 fa parte della redazione di RockShock.it.
Pubblicato:
Nov 25, 2017
ISBN:
9788827522516
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il Rock è morto? - Luca Paisiello

Il libro

Il rock italiano è morto? E’ la domanda più odiata che si sentono rivolgere i musicisti quando vengono intervistati e che molti appassionati di musica discutono tra loro. Perché viviamo in un momento storico in cui il rock sta soffrendo una certa impopolarità e sembra abbia ormai ben poco da dire, sebbene cerchi di evolversi accettando duri compromessi per stare al passo con i tempi.

Il libro mette in luce lo stato dell’attuale scena rock del nostro Paese raccontato da musicisti, giornalisti, etichette discografiche, agenzie di stampa, promoter, organizzatori di festival. Luca Paisiello ha intervistato artisti che ancora oggi salgono sul palco ad intrattenere il proprio pubblico, tra questi molti come gli Afterhours, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Rats e i Verdena sono finiti dritti in classifica grazie al successo ottenuto con i loro dischi, altri come i Ritmo Tribale o i Timoria si son dovuti fermare dopo anni di concerti compiendo altre scelte, e dietro troviamo tante band sconosciute che propongono nelle nostre città buona musica, ma che fanno tanto fatica ad emergere.

In questo quadro quasi apocalittico, artisti, redattori e addetti ai lavori del comparto musicale riflettono su come gli italiani abbiano accolto il rock in una nazione da sempre legata a Sanremo e alla canzone d’autore. Luca Paisiello ci accompagna in un dialogo intimo con diversi personaggi che gravitano sulla scena rock italiana: loro l’hanno vista nascere, crescere e di certo non intendono vederla morire.

Luca Paisiello

Il rock è morto?

Edizioni Rockshock

www.edizionirockshock.it

Tutti i diritti riservati

Prima edizione digitale: novembre 2017

Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo cosí come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore.

Indice

Copertina

Il Libro

Frontespizio

Edizione

Prefazione

Introduzione

Musicista si nasce o si diventa?

L’Italia è un Paese Rock?

Quei maledetti anni 90

Ritmo Tribale

Rats

Afterhours

Gigi Cavalli Cocchi: Ligabue, ClanDestino, CSI

Paolo Martella e i Quartiere Latino

Fluxus

Yo Yo Mundi

Perle per porci

La dura realtà del vivere di musica

Il grido disperato di mille bands

Emergenti… qualche anno dopo

Locali, please

Tribute band

Festival, non sagre di paese

Agenzie di promozione, uffici stampa e booking

Un salto nelle etichette discografiche

Il giornalismo musicale in Italia

Il rock è con le spalle al muro?

Il rock (italiano) è morto?

Detto tra noi

Ringraziamenti

L'autore

Prefazione

a cura di Briegel (Ritmo Tribale)

Il Rock è morto? No. E’ vivo e non morirà mai. Così come la musica. Di questo ne sono certo.

La ascolto da quando sono nato nel lontano 1966 e, dal 1974 circa, il rock è entrato prepotentemente nella mia vita e ancora oggi ne é parte integrante. Ascolto tonnellate di vinili, cd, K7 (sì, perché in macchina, oltre al lettore cd, ho ancora il mangia cassette, come si diceva negli anni settanta) ma anche mp3 con iTunes e Spotify, non potrei farne a meno. Mentre sto scrivendo nella mia stanza suona Rebel Rebel di David Bowie. Ho dato una guardata al pezzo successivo, Running with the Devil dei Van Halen… che diavolo stai ascoltando Briegel mentre lavori? La colonna sonora di Detroit Rock City, film che credo di avere visto solo io nei due giorni di programmazione nelle sale cinematografiche e di cui ho anche il DVD. Il film lascia a desiderare, ma la colonna sonora spacca.

Tornando al dunque, la fatidica domanda che dà il titolo a questo imponente libro-intervista che Luca Paisiello ha scritto raccogliendo notizie, informazioni e pensieri di tantissimi protagonisti della musica rock, alternativa, indie (chiamatela come volete, non cambia niente) nostrana e che state per leggere è vecchia almeno quanto il Rock’n’Roll che, da poco nato, è subito morto con Elvis. Ma anche (successivamente) con Never Mind the Bollocks, con i Police, con i Duran Duran, con i Nirvana, con i Take That e le Spice Girls (???) o forse solamente con Ligabue, per rimanere in casa nostra.

Gene Simmons, che con Lemmy, Paul Simonon, Steve Harris e Sid Vicious (o forse sarebbe meglio dire Glen Matlock) mi ha portato a suonare il basso, nel 2017 ha detto che il rock è morto per colpa di Internet a causa la condivisione dei file musicali. Nel 2014 un’altra icona rock ormai settantenne, Roger Daltrey, diceva la stessa cosa riferendosi alla pochezza degli artisti e delle band in circolazione, ma soprattutto alla mancanza di veri movimenti come furono quelli mod e punk nei grandi anni 60 e 70. Ma, con tutto il rispetto, Simmons e Daltrey sono dinosauri milionari che oggi sentenziano solo perché sanno bene che a breve la scaletta per salire sul palco sarà insormontabile e, ricordando i bei tempi andati, un po’ di gelosia per le nuove leve del rock forse ce l’hanno, probabilmente per un proprio punto di vista puramente anagrafico. I Foo Fighters del grande Dave Grohl, in disaccordo con il bassista dei Kiss, hanno risposto invece che il rock è ancora vivo e vegeto. Ma i Foo sono leggermente più giovani ed ancora all’apice della carriera.

E in Italia? C’è chi dice che il rock in questo paese non sia mai esistito e chi afferma che sia morto dopo la grande stagione degli anni 70, dove imperavano PFM, Banco, Osanna, Balletto di Bronzo, Rovescio della Medaglia ed altri artisti di quel prog-rock italiano che riscuoteva grande successo in tutto il mondo, in particolare negli USA e in Giappone. Altri ancora sostengono che la vera onda di rock italiano si sia sviluppata tra la seconda metà degli anni 80 ed i primi anni 90 dove Diaframma, Litfiba, Timoria, Casino Royale, Ritmo Tribale, Rats, Negrita e tanti altri per la prima volta si accasavano con le major, girando in lungo e in largo lo stivale per suonare ovunque fosse possibile. Molti dei componenti di questi gruppi in quegli anni hanno imparato la geografia italiana e la posizione precisa di ogni singolo Autogrill, percorrendo migliaia di chilometri, spesso con furgoni alquanto improbabili ma indistruttibili, proprio come il Rock’n’Roll.

E’ stato un bel periodo quello, intenso ed importante per tutti i musicisti che ne hanno fatto parte. Concerti, dischi, contaminazioni musicali, collaborazioni fra artisti molto diversi fra loro. Sono nate amicizie vere, in quegli anni, ancora oggi ben salde.

L’ho vissuto di persona e sono felice per questo. Non nego che vivere la musica attraverso l’ultradecennale esperienza con i Ritmo Tribale, e poi i fantastici episodi con Megajam 5 e No Guru, senza contare le collaborazioni con i Rats, Francesco Renga e Paolo Martella dei Quartiere Latino, mi abbia in qualche modo aiutato nella formazione per la mia odierna professione di avvocato specializzato nel settore musicale, dove ho seguito artisti come Africa Unite, Extrema, Deasonika, Exilia, ma anche Mondo Marcio, Raige, Ensi, Clandestino, gli stessi Rats e diversi produttori, artisti, manager, autori, società di booking, editori musicali ed etichette indipendenti come Bagana Records, Trumen Company e tanti altri.

Penso che di gruppi italiani ce ne siano stati molti anche negli anni successivi e, ancora oggi, sono tantissimi gli artisti che incidono dischi e suonano ovunque credendo fortemente in quello che fanno. Ci sono, come sempre, quelli bravi e quelli meno bravi, quelli che piacciono di brutto e quelli che fanno cagare, ma continuerà ad esserci sempre un continuo ricambio generazionale.

Cambiano le prospettive dei musicisti perché il mondo della musica, come tutto ciò che ci circonda, muta continuamente e velocemente e, se si perdono opportunità, se ne aprono altre prima sconosciute, permettendo alla musica di diffondersi ovunque in modo sempre più veloce.

Personalmente penso che ritenere il rock vivo o morto non faccia differenza per chi fa musica e per chi l’ascolta. A riguardo ognuno ha la propria idea e le motivazioni per supportarla.

Ma morto o non morto, nessuno potrà impedire di ascoltare e suonare la musica rock.

Quello che conta è che la musica, che accompagna l’uomo fin dalla nascita, è viva e sempre lo sarà: cambia il modo di farla, di ascoltarla, di distribuirla, di venderla e di piratarla, ma Lei vive sempre con noi, non tradisce e non tradirà mai, e ci farà sempre divertire, saltare, amare, pensare o, semplicemente, sfogare. E così il rock, che continua a vivere in forme, suoni ed attitudini diverse grazie a tutti quelli che continuano ad ascoltarlo e, soprattutto, a suonarlo. In sottofondo, intanto, suona Doctor Rockter da The Crimson Idol dei W.A.S.P., alla faccia di chi riesce a farsi pippe mentali anche ascoltando Rock’n’Roll.

Keep the Faith!

Briegel a.k.a. Andrea Filipazzi

Introduzione

Nelle interviste fatte ai musicisti una delle domande più imbarazzanti è la seguente: il rock è morto?. I più rispondono inorriditi che no, il rock non è affatto morto, soprattutto quando a venire intervistata è un’icona di questo genere musicale che cerca eroicamente di tenerne in alto la bandiera. Dall’altra parte ne hanno dato l’estrema unzione diversi critici ed appassionati di musica attraverso articoli ed interviste su giornali, blog, forum, radio e, molto di rado a causa degli spazi ormai ridotti, in televisione.

Primi tra tutti Gino Castaldo ed Ernesto Assante su Repubblica, alfieri del giornalismo musicale italiano da sempre disponibili a concedere spazio nelle loro trasmissioni radio-tv agli artisti di vecchia data così come agli emergenti. Il primo fa il punto della situazione: Il rock? Latita, è assente, così come sta praticamente scomparendo dalle classifiche, lasciando il posto a un dominio pressoché assoluto del pop commerciale. Il suo illustre compagno riconosce che il rock è genere di minoranza, per pattuglie di appassionati, che godono di grandi musiche che, però, non ambiscono a cambiare l’esistente. Paolo Giordano su Il Giornale sostiene che il rock vecchio stile forse non sarà morto come sostengono in molti. Ma di certo è vecchio assai. O sulle pagine de La Stampa la cara Marinella Venegoni si domanda con ansia Cosa ne sarà del grande baraccone, nel giro di 10 anni, quando Bono avrà i capelli bianchi?.

Basta solo frequentare Facebook per trovare qualche utente che ne sentenzia la fine, con una sfilza di amici che si dividono tra opinioni contrastanti finendo talvolta ad insultarsi a vicenda quando si cominciano a paragonare i musicisti, a partire dalle battaglie verbali su Vasco non è rock. Se poi anche qualche artista rinomato come il singer degli Who, Roger Daltrey, parla di un rock arrivato ormai ad un punto morto, o Gene Simmons dei Kiss mette la pietra tombale attribuendo la colpa al file sharing illecito della musica attraverso internet, è chiaro che questa storia della fine del rock è bene o male sulla bocca di parecchie persone, scatenando accese discussioni e una ridda di giudizi senza però riuscire mai a trovare una ricetta per uscirne fuori.

Il famigerato detto il rock è morto comparve già sulla rivista Variety nel 1954, lo aveva detto Sting appena lasciati i Police trentanni fa e lo hanno ribadito nel corso di questi anni e in diverse interviste artisti del calibro di Bjork, Lenny Kravitz, John Mellencamp o Piero Pelù, ammettendone l’avvenuta sepoltura. E se il rock è morto, figuriamoci come se la passano tutti quei gruppi della nostra penisola che due o tre sere alla settimana si riuniscono in sala prove con l’idea di produrre un certo tipo di musica. Quella sanguigna, adirata, verace voglia di urlare contro il sistema sociale, il malessere individuale, un amore combattuto, raccontando con distorsioni elettriche i propri tormenti interiori, i fugaci sogni, gli affetti smarriti. Un bisogno catartico di esprimersi con diverse variazioni rock, tuffandosi in ore e ore di allenamento musicale, inseguendo un’intesa con gli altri membri della band, allenandosi a suonare sempre meglio il pezzo, farlo più ricco, profondo, incisivo, allontanandosi dalla banalità di quattro accordi ripetuti e continuare a sperimentare. Litigare, abbracciarsi, farsi due conti in tasca e decidere di andare a registrare un demo per poi cercare qualche locale dove suonare. Serate spese a provare e riprovare, discutere, concludere con una birretta dal paninaro più vicino, salutarsi.

Questo libro racconta il rock italiano dal punto di vista di chi la musica la vive da vicino ogni giorno. C’è la voce dei musicisti che hanno scritto la storia del rock in Italia come gli Afterhours, Giorgio Canali, i Ritmo Tribale, i Verdena, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Rats, i Fluxus o chi ha suonato con Ligabue, nei Timoria, nei Prozac+... Ma anche quella di artisti emergenti che a livello locale provano ad uscire dalle cantine. Ci sono alcuni professionisti che lavorano in uffici stampa, agenzie di booking, festival musicali e redazioni che hanno espresso le loro opinioni in merito. E’ un’immaginaria tavola rotonda dove si incrociano i pensieri di tutti questi personaggi che si sono prestati a discutere su alcune domande sul tema. Non analizzerò a fondo la storia del rock italiano con tanto di schede sui gruppi, c’è già l’ottimo lavoro svolto da Gianni Della Cioppa nel suo libro Va Pensiero pubblicato da Crac Edizioni, o L’Enciclopedia della Musica Rock curata da Federico Guglielmi e Cesare Rizzi, o ancora Indypendenti d’Italia sempre a cura di Guglielmi con la collaborazione di De Angelis e Sangiorgi, senza contare Riserva Indipendente di Francesco Bommartini e il Dizionario del Rock diretto da Riccardo Bertoncelli e Massimo Cotto o, nello specifico, il libro di Alberto Campo dal titolo Nuovo? Rock?! Italiano! edito da Giunti, che rispolvera il periodo che va tra il 1980 e il 1996, dove in un’intervista del lontano 1984 troviamo dei giovanissimi Litfiba che rispondono così ad una domanda sulle loro prospettive: «Nonostante una giusta dose di pessimismo, crediamo che un futuro il nostro gruppo possa averlo». Ma un piccolo excursus su cosa sia il rock ce lo fa Xabier Iriondo, chitarrista degli Afterhours che da sempre ama esplorare e sperimentare nuove forme musicali e sonorità originali anche al di fuori della band, collaborando con diversi artisti e pubblicando dischi piuttosto personali.

Xabier Iriondo – Afterhours

«Io sono un grande appassionato di musica e ritengo che bisogna prima di tutto definire cosa è rock, perché questo è alla base di tutto. Il rock’n’roll è un movimento musicale che nasce negli anni 50, soprattutto come un movimento di rottura: non è nient’altro che l’accelerazione di una serie di musiche preesistenti come l’hillbilly, il country e via dicendo. I giovani di allora volevano qualcosa di più consono alla loro attitudine rispetto alle ormai datate forme pregresse. Questa nuova musica portò una ventata di freschezza e nuove possibilità. E’ evidente che questa matrice di trasformazione ha continuato a lavorare attraverso le generazioni successive (rythm’n’blues, soul, ecc), fino all’evoluzione nella musica beat e rockblues degli anni 60 in Inghilterra. Arrivò l’hard rock e negli anni 70 nacquero le tante derive legate alla psichedelia, alla sperimentazione e all’avanguardia che portarono tutti ad affrontare il rock sotto nuovi aspetti e lungo altre diramazioni. Senza ombra di dubbio in Italia il rock è arrivato tardi, agli inizi si imitava goffamente ciò che arrivava dall’America o dall’Inghilterra: Adriano Celentano che nei primi anni 60 scimmiottava Elvis ne è stato un esempio. Ma, in realtà, non c’è mai stato un modo per fare il rock italiano in quegli anni. Prima della seconda metà degli anni 70 e dei primi anni 80 avevamo un rock sotterraneo, non popolare. Quando negli anni 80 il rock italiano si è sdoganato al grande pubblico, per la prima volta una serie di band, che già da tempo suonavano nelle cantine, hanno avuto la possibilità di aprirsi ad un pubblico maggiore. I giovani italiani avvertivano il bisogno che quel rock fosse più vicino, scritto e cantato da band nostrane e non solo straniere. Io credo sinceramente che non si possa affermare che il rock è morto: in realtà c’è sempre stata un’evoluzione, una trasformazione musicale. Nei tempi che stiamo vivendo le nuove generazioni sono attratte da altre modalità musicali perché forse non è più il rock a incarnare la rottura. Oggi c’è maggiormente la volontà di seguire la parola, il ritmo, le sonorità elettroniche, ecco perché l’hip hop ha un grande seguito. Nell’ambito sotterraneo nulla è cambiato, c’è chi continua a fare propria la musica rock ma non c’è modo di sdoganarla, anche perché i media e la discografia che oramai è quasi morta si sono resi conto che il rock non muove i numeri del passato. La cosa principale è concentrarsi su quello che è la forza e la rottura di un movimento musicale. Se il rock’n’roll negli anni 50 era qualche cosa di rivoluzionario, di forte e di potente, ora non lo è più perché si è consolidato e si è in una certa misura anche standardizzato.»

Sono tanti i gruppi validi che spariscono dalla circolazione dopo un buon album e qualche tour nel Belpaese. Fin troppe band non hanno l’opportunità di uscire dai confini locali. Musicisti che hanno lavorato duro per mesi e che hanno ricevuto consensi da riviste di settore e da addetti ai lavori, manager appassionati di musica che bussano a porte spesso chiuse in faccia, partner che hanno creduto nel progetto sostenendo l’artista con ingenti risorse rapportate alle proprie possibilità. Nell’elenco dei vincitori degli ultimi anni della sezione gruppi emergenti di Arezzo Wave solo i Fast Animals and Slow Kids hanno avuto risalto nel panorama nazionale, senza contare il traino avuto dalla collaborazione con Andrea Appino degli Zen Circus. E parliamo di uno degli eventi per emergenti più conosciuti in Italia oltre ad Emergenza Festival, non una delle tante realtà organizzative locali come possono essere Torino Sotterranea, il Festival dei Gruppi Emergenti a Roma, il Mantova Band Contest o CastelVerdeRock nel cremonese, a cui si dà il merito di dare spazio a nuovi artisti ma che annaspano dentro feroci macchine burocratiche trovando difficoltà a reperire spazi, sponsor e visibilità.

Chi fa rock in Italia raccogliendo un vasto pubblico, escludendo i Litfiba, la Nannini, i Negrita e i due grandi nomi capaci di riempire gli stadi, Vasco e Ligabue? Se incontro persone comuni e chiacchiero con loro per la prima volta di musica, spesso ho la conferma di quanto i nostri artisti non siano così conosciuti, quando alcuni dei miei interlocutori mi confessano di non avere nemmeno sentito parlare di Giorgio Canali o dei Tre Allegri Ragazzi Morti, dei Ministri, degli Zen Circus o del Teatro degli Orrori… Nomi dal discreto bacino di fans che in pochi dicono di avere sentito perlomeno citare. Eppure non si tratta di musicisti sconosciuti dell’underground, ma artisti che si sono ritagliati nel panorama musicale italiano un certo spazio grazie ai loro dischi e alle tournee in giro per il nostro paese. L’impressione è che salvo gruppi come Afterhours, Verdena o Marlene Kuntz che hanno consolidato la loro fama nel corso degli anni anche grazie a sufficienti apparizioni televisive al concerto del Primo Maggio o a Sanremo per far conoscere la loro musica alle masse, agli altri artisti non basta. Si ha la percezione che la popolarità di questi gruppi sia ben più bassa di quanto si possa immaginare, figuriamoci chi certi spazi non li ha mai avuti e di conseguenza ha meno possibilità che qualcuno possa seguire la loro musica e decidere se apprezzarla o meno. E quello che mi ha lasciato più perplesso durante alcune interviste è stato constatare che chi fa musica rock, cantando oltretutto nella nostra lingua, a volte è il primo a non avere nemmeno un’idea di chi in questo momento, in Italia, stia tenendo in alto quella bandiera di cui si parlava all’inizio.

Musicista si nasce o si diventa?

«A conti fatti, ci sono solo due persone al mondo alle quali devo tutta la gratitudine possibile. Sono i miei genitori. Credo che i soli responsabili del sentirci realizzati, fieri e orgogliosi della nostra vita, in pace con noi stessi ma soprattutto con gli altri, per ognuno di noi, siano queste due figure. Così come lo sono altrettanto quando le cose vanno male. Quando si è insicuri, timorosi di ferire, di deludere, di non essere all'altezza in ogni cosa che si fa, i responsabili sono sempre loro. Soprattutto in un mondo che ha alzato la competitività ad un livello mai visto. Quindi devo ringraziarli per non essersi mai opposti alle mie scelte, alle mie passioni, alle mie amicizie, anche se per loro potevano risultare tutte cose potenzialmente pericolose. Lo hanno fatto in modo del tutto naturale. Devo invece ringraziarli per essersi fidati di me e per non avermi mai visto per quello che volevano che fossi... ma sempre per quello che ero.»

Ulderico Wilko Zanni - Rats

Mentre leggevo questo post sul diario Facebook della voce e chitarra dei Rats, sempre molto disponibile a condividere pensieri e gentile nel discutere con i followers, mi sono messo nei panni di tutti quei musicisti che ho conosciuto, famosi e non, che hanno cominciato questo percorso artistico dedicando così tanto tempo a suonare da far salire non poche preoccupazioni ai propri familiari. Se da giovane imbracci uno strumento per la prima volta, un genitore non può che essere inizialmente contento di apprendere di questo tuo interesse artistico e culturale. Del resto è sempre meglio che saperti in giro a frequentare brutte compagnie, perdere tempo e combinare guai. Non passa molto tempo che un padre e una madre, pur con tutto l’affetto del mondo, si domandino quanto ci tenga il loro figlio prediletto a suonare seriamente la chitarra o il pianoforte, perché sono necessari pazienza, tenacia, passione e non tutti ne sono provvisti. Bisogna mettere in conto che imparare a suonare è impegnativo ma soprattutto costoso. C’è chi decide di comprare lo strumento in un negozio specializzato, acquistando solo il meglio, con il rischio di vederlo prendere polvere in cantina dopo qualche mese. C’è chi si indirizza invece ad un acquisto più oculato, magari cercando una chitarra in qualche mercatino dell’usato o da qualche altro coetaneo che ha deciso di abbandonare questo passatempo per disinteresse o perché lo trova davvero difficile. Anche chi è nato col talento ha bisogno di prendere delle lezioni da un maestro e si tratta di parecchi soldi da investire nella formazione musicale. Se uno decide di acquistare una montagna di metodi e di seguire dei corsi on line per diventare autodidatta deve valutare il denaro e la dispersione di tempo e di energie. Ci sono orari da rispettare per non disturbare il vicinato, e chi si innamora della batteria deve essere consapevole del bisogno di spazio: se non si hanno due metri quadrati da insonorizzare è difficile suonare cassa e tamburi nella cameretta, al contrario di chi per imparare chitarra o tastiera è decisamente agevolato. Senz’altro qualche genitore avrà pure avuto il piacere di aprire il portafoglio per soddisfare le esigenze del figlio, aiutandolo a coltivare una passione crescente, ed è anche un orgoglio vederlo poi mettersi in gioco con la propria creatività, se c’è del talento. Ma se poi si molla qualche rimpianto e delusione è lecito venga fuori.

Quando finalmente si hanno le basi per suonare e si trovano le persone giuste per mettere su un gruppo, bisogna affrontare il problema di dove riunirsi per cominciare a sincronizzarsi, provare le cover e scrivere i primi pezzi. Finché un chitarrista strimpella a casa sua i costi sappiamo che sono pari a zero, ma anche un semplice trio deve avere un luogo dove poter provare la stessa canzone più volte. Le soluzioni sono due: o si ha una cantina discretamente insonorizzata, o si deve affittare una sala adibita alle prove. Più tutto il tempo che ci vuole per combinare qualcosa. E i genitori che escono dalle proprie tasche la paghetta per affittare la sala giustamente cominciano a diventare irrequieti. E’ chiaro che le preoccupazioni economiche in famiglia scemano non appena un musicista non professionista diventa autosufficiente, ma non i dubbi che porta mamma e papà a scuotere la testa e sentirsi dire Ma perché perdi tempo a suonare?. Fortuna che qualcuno riesce anche a comprendere che la musica, oltre a far socializzare le persone, è soprattutto terapeutica, perché aiuta a liberarsi dallo stress e a mettere da parte i turbamenti per qualche ora.

Finché suonare a livelli non professionali è un hobby che rimane tale tra un lavoro per guadagnarsi il pane e una famiglia da crescere, per i genitori e fidanzate non è un grosso problema, laddove sussistano i giusti equilibri. Ma quando i risultati faticano ad arrivare è chiaro che ad un genitore monta l’apprensione di capire cosa stia combinando il proprio figlio, alimentando lo scetticismo con mille domande anche quando realtà musicali emergenti cominciano finalmente a raccogliere i frutti al secondo o terzo disco. In Mamma, non è l'ora di Dormire Wilko ha questo dialogo immaginario con un genitore che non crede che la musica possa essere un vero mestiere, e in questa canzone i Rats cantano "Mamma è un lavoro come un altro, io sono un altro." E’ una canzone autobiografica ma vale per chiunque ami fare un mestiere che lo renda libero e felice. Non tutti hanno la fortuna di seguire un percorso autonomo quando trovano un padre o una madre che ti vorrebbe realizzato diversamente.

Wilko - Rats

«E’ a cascata, è una cosa che esiste da generazioni, ed è destinata a non risolversi mai, a rimanere così, perché si creano anche famiglie dove una persona arriva da un altro tipo di genitorialità oppressiva, quella che deve decidere tutto per il figlio: quale vestito mettersi, quale scuola fare, chi sposare, chi frequentare. C’è sempre questo virus che circola nella famiglia, quindi entra in gioco l’autostima, i complessi che purtroppo sono sempre in agguato per i nostri figli. Sto scoprendo che siamo rari, nella mia vita incontro persone che hanno delle difficoltà perché hanno avuto alle spalle famiglie che li hanno messi in difficoltà. Ho avuto questa grande fortuna di avere due genitori che nonostante potessero ritenere potenzialmente pericolose certe cose che facevo, o amicizie che frequentavo, o ambienti nei quali stavo, mi hanno lasciato libero. Non dimentichiamo che la mia adolescenza si è svolta in un periodo in cui in Italia girava più eroina che tutto il resto, era devastante, bastava allungare la mano e te la ritrovavi lì. Loro si sono fidati, hanno avuto la capacità di capire che per me scegliere significava farlo fino in fondo, e probabilmente avevano l’intimo sentore che le cose che loro temevano che facessi, non le avrei fatte. Non si sono mai permessi di dire Ma cosa vai a suonare?. Io a 15 anni andavo allo Small a Pieve di Cento, locale dove per legge non potevo nemmeno entrare, e tornavo a casa alle quattro di mattina da solo perché ero stato a suonare. Eravamo una manica di ragazzini, il più vecchio aveva 17 anni, non avevamo la patente, Red Ronnie ci veniva a prendere a casa e ci portava a suonare, ma i miei non mi hanno mai detto niente, vedevano questa sorta di frenesia e incapacità di perdere l’idea di non suonare. Il punto è che crei insicurezza e senso di inadeguatezza quando non permetti loro di scegliere, di autodeterminarsi. Sai bene che un errore è costruttivo quando a pagarne le conseguenze sei tu in prima persona. I miei mi hanno anche lasciato sbagliare.»

Credo sia impossibile a questo mondo trovare una persona che non abbia mai avuto una canzone per la testa, un qualsiasi brano che ipnoticamente sia stato in grado di riempire una parte della giornata. Che sia allegro o malinconico non importa, almeno una volta nella vita un brano musicale ci è rimasto impresso quanto una buona lettura, un quadro meraviglioso, una foto straordinaria o una scena toccante di un film. Canzoni che diventano colonne sonore della propria esistenza, con le voci dei cantanti ad accompagnarci a braccetto per tutta la vita attraverso musiche e parole che sembrano scritte da ognuno di noi, per quanto intensamente le facciamo nostre. Alcuni all’improvviso rimangono letteralmente folgorati dal dio della musica quando si manifesta attraverso un artista visto per la prima volta in televisione o diffuso dalle note di una radio, influenzando per sempre le loro vite e scegliendo la strada del musicista, del promoter o del redattore, come testimoniano alcune persone intervistate che hanno dato voce a queste pagine.

Wilko - Rats

«Io sono totalmente frutto della filosofia del Do It Yourself che aveva il punk del 77, quella del fatevelo da soli, dai dischi ai vestiti. Vidi questo brevissimo spezzone di concerto trasmesso da Michael Pergolani che faceva l’inviato a Londra in una trasmissione bellissima di Renzo Arbore alla fine degli anni 70. Avevo 13 anni e con i miei genitori tutte le domeniche guardavamo questa trasmissione dove c’era Benigni, la Rossellini (che non faceva ancora la modella ma la parte della giornalista molto dimessa), Andy Luotto e Michael Pergolani, l’esperto di musica. Ad un certo punto Pergolani porta questa troupe televisiva all’interno di un locale dove suonavano i Vibrators. Era domenica, io il giorno dopo chiesi a mio padre se mi accompagnava da Mati Dischi in via Farini a Modena a comprare il loro disco. Ho chiesto poi a mio padre di comprarmi una chitarra per il mio compleanno, uno strumento molto economico perché era giusto non investire più di tanto. Io da quella volta iniziai a suonare e non ho mai più smesso. Ho visto i Vibrators e ho detto lo faccio anch’io, sono diventato musicista per quel motivo. Ho cercato gente che fosse convinta di quella filosofia, che sapesse che non bisognava essere dei Paganini per suonare, dei fenomeni assoluti, ma che bastava un minimo di perizia perché c’era un altro tipo di urgenza, quella di comunicare. Non di far vedere e sentire quanto eravamo bravi a suonare ma di far vedere come eravamo. E l’unico modo per farlo sapere era quello di metterci a suonare. Come dicono gli americani, per me la musica è sempre stata the whole thing. E’ stato tutto, suonarla, ascoltarla, parlarne. Se non c’è la musica in ogni sua forma per me non è una giornata. E pensa che ho la fortuna di lavorare in un negozio di strumenti musicali dove sento suonare, dove posso suonare, dove posso parlare di strumenti, di frequenze, di hertz, di note, di intervalli, di crome e biscrome. Sono un uomo baciato dalla fortuna dalla nascita, anche il mestiere che faccio adesso, che non è più quello del musicista professionista, è un mestiere che adoro e avere questa fortuna nel 2016 è difficilissimo. Io vedo un sacco di gente frustrata, vedo degli zombie a causa del lavoro, perché fanno un mestiere che non gli piace.»

Enrico Molteni – Tre Allegri Ragazzi Morti

«Sono cresciuto a Pordenone ed ero appassionato di musica straniera quando i Tre Allegri Ragazzi Morti hanno cominciato a suonare girando la provincia. Prima ancora di entrare nella band mi sono reso conto ascoltando i loro primi lavori che si poteva anche cantare in italiano senza per forza essere paragonati a tutta quella roba che si ascoltava in radio e che non mi piaceva. Avevo iniziato a suonare la chitarra e come spesso succede ho preso a suonare il basso perché nei gruppetti che frequentavo volevano tutti suonare la chitarra. Dovendosi dividere i ruoli ho accettato di buon grado di mettermi al basso, continuando a suonare nel tempo questo strumento. Quando sei un ragazzino la chitarra ha più appeal perché la puoi suonare anche da solo, mentre con il basso serve un gruppo. Oggi non cambierei affatto. Noi dei Tre Allegri Ragazzi Morti siamo dei musicisti un po’ strani, abbiamo sempre suonato più per un’idea che per la tecnica fine a se stessa, io e Davide non siamo dei collezionisti di strumenti né abbiamo pedalini con effetti, non siamo virtuosi, siamo veramente basic. Ma quando suoniamo tutti assieme e c’è feeling è davvero bello, mi piace.»

Diego Galeri - Timoria, Miura, Adam Carpet

«E’ accaduto molto naturalmente, ho sempre provato sin da bambino attrazione nei confronti della musica, ricordo che ogni tanto mi capitava di avere per le mani dei vinili e suscitavano in me un effetto magnetico. Da allora mi è sempre piaciuta la musica rock, quella suonata dalle band come i Kiss, gli AC/DC, gli Iron Maiden, i Deep Purple... i classici che allora erano la contemporaneità. Uno dei primi vinili che arrivò in casa, per caso, fu Highway To Hell che era appena stato pubblicato dagli AC/DC, poi crescendo ho ascoltato e mi sono appassionato a moltissimi altri generi e oggi ascolto di tutto. La prima cosa che mi veniva in mente ascoltando i dischi era quella di emulare il batterista, inizialmente ho studiato chitarra classica ma con scarsi risultati, poi ho iniziato a suonare la batteria e non ho mai più smesso.»

Tiziana Govoni – Mumble Rumble

«Io sono una dagli ascolti molto ampi, ho cominciato con Lucio Battisti, David Bowie e Lou Reed e da lì ho ascoltato molta new wave anni 80, crossover, rock, grunge e nu-metal negli anni 90. Ho rivalutato successivamente la musica punk ma ho ascoltato parallelamente anche la classica, così come oggi ascolto rock ed elettronica.»

Gian Maria Accusani – Prozac+, Sick Tamburo

«Sono nato in una famiglia di musicisti e ho iniziato a studiare musica a 6-7 anni. Da allora ho sempre pensato che ciò che avrei voluto fare da grande sarebbe stato il musicista. La chitarra l’ho iniziata a suonare molto in là nel tempo, ma è la batteria lo strumento che ho studiato da quando avevo circa 10 anni, e lo considero ancora il mio strumento principale. La chitarra l’ho presa in mano semplicemente perché, suonando la batteria, dovevo stare sempre un po’ troppo dietro alle idee degli altri. Così ad un certo punto mi sono detto: Adesso faccio quello che voglio io

Alcuni dei musicisti che fanno parte degli Afterhours hanno raccontato come hanno iniziato ad avvicinarsi alla musica e quali sono stati i loro primi passi con chitarra e batteria. Manuel Agnelli in una trasmissione condotta da Paolo Bonolis ha rivelato che da piccolo amava la Polacca n° 6 di Chopin e andava a rubare i dischi a suo padre per ascoltare la musica classica, non trovando nel pop nulla di simile tanto da disgustarlo a quel tempo. Sua madre lo accompagnò undicenne ad acquistare il suo primo disco, Let It Be dei Beatles, definendo The Long and Winding Road l’anello di congiunzione tra la musica classica e il pop per i suoi arrangiamenti molto sofisticati, la cura delle armonie e le melodie fortissime. Anche il chitarrista Xabier Iriondo e il batterista Giorgio Prette mi hanno parlato di quando hanno iniziato a prendere confidenza con i loro strumenti.

Giorgio Prette – Afterhours, Todo Modo

«Interiormente mi ha spinto la necessità di creare qualcosa di mio, anche solo come una forma di sfogo, in quel periodo della vita. Questo, unito all’amore per la musica, mi ha portato a trovare in qualche modo vari pezzi di batteria e a montarmene una nella cantina dell’appartamento dei miei genitori. Non sapevo fare niente, ho imparato tutto da solo ascoltando i pezzi attraverso un radiolone in cuffia, cercando di seguire le canzoni che mi piacevano anche se non ero capace di suonare la batteria. Mi bastava ogni giorno imparare qualcosa, ricevendo una piccola gratificazione quando ottenevo dei risultati oltre che a ricavarne del divertimento. Da lì semplicemente tutto il resto è stato iniziare a conoscere persone e sonicchiare con qualcuno, perché la storia è poi fatta di incontri.»

Xabier Iriondo – Afterhours

«Mi sono approcciato alla scena musicale milanese (Ritmo Tribale ed Afterhours in primis) quando avevo 16-17 anni. Per me il rock italiano erano queste band che già all’epoca mi avevano illuminato. Nell’87-88 andavo a vedere i loro concerti e mi dicevo Caspita! Posso anche ascoltare delle band italiane che raccontano delle cose con il linguaggio musicale del rock!. E questa cosa prima di allora non l’avevo quasi percepita, sentita, non mi era arrivata o comunque, prima di allora, ero troppo giovane per cercarla e trovarla. Sono stato folgorato dal punk e dal rock e mi sono avvicinato immediatamente alle forme di energia e di trasporto che queste band riuscivano a trasmettere, raccontando l’inquietudine della mia adolescenza.»

Artisti che hanno fatto la storia della musica sono da sempre stati una fonte di ispirazione, partendo da Elvis fino ad arrivare a Kurt Cobain, nel bene o nel male hanno determinato la nascita di intere scene musicali generazionali, capaci di celebrare i miti stessi rievocandoli nelle loro canzoni. Bob Dylan con Blonde on Blonde pubblicò il primo doppio album rock quando la sua svolta elettrica aveva diviso i fans, scossi dalle melodie non più fatte dalla sola chitarra acustica. C’è una fila di musicisti che ha omaggiato Dylan attraverso le loro canzoni, da David Bowie (Song for Bob Dylan) a Cat Power (Song to Bobby), Syd Barret (Bob Dylan Blues), Belle & Sebastian (Like Dylan in the Movies) e i Wilco (Bob Dylan 49th Beard). Sono artisti affermati che in qualche modo hanno sentito di dover qualcosa ad un personaggio che si è meritato persino un prestigioso Premio Nobel. Ma anche certi dischi epocali hanno aperto la strada a diversi generi musicali, come In the Court of the Crimson King, primo lavoro dei britannici King Crimson, che ha fatto da apripista al progressive rock. Gigi Cavalli Cocchi, storico batterista di Ligabue e dei CSI, ha sempre amato questa branca musicale tanto da creare un festival dedicato al prog in quel di Reggio Emilia.

Gigi Cavalli Cocchi – Ligabue, ClanDestino, CSI, Mangala Vallis

«Ho sempre avuto un senso innato per il ritmo, e poi è arrivata la folgorazione definitiva: il mio primo concerto rock. Si trattava del gruppo in cui cantava Peter Gabriel negli anni 70, i Genesis. Vedere Phil Collins dietro quei tamburi fu una vera e propria rivelazione e mi fece capire cosa avrei voluto fare nella vita.»

Le storie di come sia iniziata l’avventura musicale di tanti artisti sono molte e spesso curiose, ma il minimo comun denominatore è l’ispirazione venuta da qualcuno che ha cantato o suonato un brano precedentemente. Tommy Massara è un chitarrista dai suoni davvero potenti, duri, estremi e non nasconde di essere stato rapito da una famosa band di New York esplosa negli anni 70, spiegandomi come gli è venuta l’idea di imparare a suonare la chitarra.

Tommy Massara - Extrema

«Io da piccolo mi sono avvicinato ai Beatles perché mio papà era un grande appassionato di musica, ma ascoltavo anche Santana e Miles Davis. Quando ero alle scuole medie è arrivato questo compagno, con il quale ci sentiamo ancora oggi, che mi fa: Tommy, tu devi assolutamente ascoltare i Kiss. Era il 1979 e da lì ho sbroccato. Ai tempi giocavo a tennis e non suonavo ancora, così assieme a mio fratello li imitavamo suonando le racchette davanti allo specchio. Ho poi deciso di prendere lezioni di chitarra, ascoltavo Kiss, Neil Young, Led Zeppelin e dovrò ringraziare sempre mio papà per avere avuto un discreto gusto musicale. Poi c’è la passione verso la musica rock. E’ vero che io sono un metallaro, ma se fatta bene a me piace tutta la musica e non mi sono mai precluso a degli input interessanti dall’esterno.»

Tra i gruppi più recenti che hanno condizionato la musica negli anni 90 come un fulmine a ciel sereno ci sono stati i Nirvana, alfieri di quel movimento grunge che ha stravolto il rock in quegli anni. Molti dicono che Cobain e soci sono riconosciuti impropriamente come padri del grunge, perché prima di loro c’è stato un movimento hardcore, post-punk e garage che ha saputo gettare le basi raccolte prima dai Mudhoney, poi da Soundgarden e Screaming Trees. Ma certamente furono i Nirvana a rendere il grunge una moda, anche se è spiacevole definirlo così. Raniero Federico Neri, voce e chitarra degli Albedo, ricorda bene come la musica di Kurt Cobain e Dave Ghrol sia penetrata nella sua pelle quando era un adolescente. E poco più tardi i derivati del grunge e dell’alternative rock avrebbero fatto presa anche su Feffa D’Ambrosio, cantante dei disciolti Freyja.

Raniero Federico Neri - Albedo

«Nel 1993 avevo 13 anni, sono cresciuto ascoltando i Nirvana e con la loro esplosione sono stati il mio primo concerto. Purtroppo non ho avuto fratelli maggiori o padri giovanili che mi facessero ascoltare musica di questo tipo, per cui dopo ho recuperato quello che potevo. A Milano c’era il filone del nuovo punk e quando andavo al Liceo giravano le cassette dei Punkreas, che a me non sono mai piaciuti. Oppure c’era la scena politicizzata dei 99Posse e dei Centri Sociali che non ho mai apprezzato più di tanto. Io e molti compagni andavamo a cercare musica estera. La scena dei Ritmo Tribale e degli Afterhours che c’era a Milano io la vedevo davvero come alternativa, era sì conosciuta ma si rivolgeva ad un pubblico più adulto. Agli inizi degli anni 90 per un quattordicenne era difficile arrivare a conoscere un gruppo emergente a Milano, senza internet e senza una radio che passasse una loro canzone. I Nirvana ero andato a vederli perché su MTV giravano i video, e quando uno non ha il fratello che ti passa la cassetta dei Joy Division è molto difficile che tu venga a sapere degli Afterhours. Il rock straniero è molto energico, pestato, suonato in un certo modo. Noi come Albedo siamo sempre stati a metà tra la tradizione della canzone italiana con un testo importante e queste bordate di suoni incredibili con chitarroni e batterie giganti. Ricordo che negli anni 90 mancava l’aspetto più musicale, sempre chiuso in se stesso nel ricercare, mentre di là ti arrivava Nevermind come un treno senza che ci fosse da dare chissà quale spiegazione.»

Feffa D’Ambrosio - Freyja

«La musica mi ha catturato sin da bambina. Nelle sere d'inverno mio nonno suonava l'armonica davanti al camino, questo aveva su di me un effetto ipnotico. Verso i 6 anni è arrivata la mia prima chitarra giocattolo dove ho imparato i primi due accordi e, da quel momento, non ho più smesso. Alla fine degli anni 90 ero un’adolescente che immagazzinava di tutto: Radiohead, Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam, Queen, Alanis Morissette, Anouk, Dream Theater... l'elenco è abbastanza lungo. L'idea di mettere su una band è arrivata più tardi, nel 2000, cominciai a suonare con degli amici per divertimento. Poi le jam session hanno pian piano fatto prender forma ai nostri primi inediti.»

Negli anni 80 nel paese di mia madre, un piccolo centro abitato dell’Abruzzo con non più di 150 anime, la musica rock difficilmente vi riusciva ad arrivare, non fosse per me e mio cugino di Milano che scendevamo giù dalla corriera come barbari cantando Siamo Solo Noi tra i pastorelli locali. Spinto dalle musiche popolari delle sagre paesane del circondario, un ragazzo del posto si era messo a suonare la fisarmonica, che non è certo uno strumento da disprezzare tant’è che non sono pochi gli artisti della musica leggera italiana che ne hanno fatto uso in qualche loro disco, come Fabrizio De Andrè, Ivano Fossati o Beppe Carletti dei Nomadi. Gianni Morandi ne fece addirittura una celebre e malinconica canzone di successo in La Fisarmonica. Mentre noi giravamo le cassette di Vasco sul mangianastri, questo ragazzo abruzzese si era innamorato di questo strumento cominciando a suonarlo per passione grazie alla musica folkloristica con cui era cresciuto fin da bambino, scoprendo che poteva andare in altri paesi a fare nuove amicizie quando lo passavano a prendere per suonare alla Festa della Cuccagna o alla Sagra della Porchetta. Se suonare è una vocazione, soprattutto se hai il germe della creatività che scorazza dentro l’anima, fare musica è soprattutto uno strumento di aggregazione, e lo sanno bene due chitarristi dagli stili differenti che sulle spiagge romane hanno passato le estati nelle notti d’agosto suonando la seicorde in qualche falò notturno.

Corrado Maria De Santis – Eva Mon Amour

«Spesso mi sono chiesto perché la chitarra? La ragione è da ricondurre ad una vecchia Hofner di mio padre che girava per casa ed era abbastanza scassata, la prendevo per gioco e da lì è nato il sentimento per lo strumento. Il fascino di musicisti come David Gilmour e Syd Barrett mi ha avvicinato ad un percorso portandomi ad approfondire anche in maniera scientifica la musica, attraverso lezioni prese con veri e propri maestri di chitarra. Da queste esperienze di laboratorio sono passato a suonare con gli amici: le prime band, i primi concerti, fino a fare passi più importanti senza allontanarmi dall’idea di divertimento che mi ero fatto, con questa voglia di suonare che avevo addosso. Attraverso il piacere di condividere la musica ho conosciuto alcune persone carissime tra cui Emanuele Colandrea e Matteo Sannicchio, con cui ho condiviso un’evoluzione professionale con i Cappello a Cilindro prima e gli Eva Mon Amour poi.»

Gabriele Mangano - Yattafunk

«Tenevo in mano le bacchette ancora prima di saper camminare perché avevo mio padre che suonava la batteria a livello amatoriale. Sono poi passato alla tastiera quando lui aveva iniziato a fissarsi con quello strumento. Poi c’è stato il basso, mentre con la chitarra ritmica ho trovato la dimensione definitiva. L’ho studiata parecchio e ho notato che suonare e cantare insieme è difficile, ma non saprei immaginare la mia vita senza uno strumento in mano.»

Ma non solo i musicisti ad avere una grande passione per la musica. Dietro ad un disco e ad un concerto ci sono migliaia di persone che lavorano nel settore senza avere per forza mai suonato uno strumento. Anche loro sono andati ugualmente matti per qualche artista. C’è chi scrive di musica, chi gestisce la comunicazione delle band, chi cerca di piazzare una data e chi prova a far conoscere il valore di un artista in giro. Oggi queste persone fanno con molta partecipazione un mestiere legato alla musica dopo essere stati attratti da ragazzi dalle radio che sapevano trasmettere emozioni o perché la passione l’hanno ereditata dai genitori o da qualcuno più grande di loro.

Franco Zanetti – Rockol

«Da piccolo guardavo i varietà del sabato sera che era l’unica cosa che in famiglia mi lasciavano vedere in televisione - a parte la TV dei Ragazzi il pomeriggio - perché le altre sere dovevo andare a dormire presto, e alla fine erano gli unici spettacoli televisivi su Raiuno in cui ogni tanto c’era qualche cantante. Quando hanno regalato un radiogrammofono a mio papà, a Natale, lui ha comprato un’opera lirica, due dischi di Luciano Virgili con le canzoni degli anni 30-40, quelli della sua giovinezza, e un Ep di musica ballabile. Il primo 45 giri che ha comprato su mia richiesta è stato Sapore di Sale di Gino Paoli. Ho ascoltato molto la radio, in particolare il programma di riferimento di Radio Rai Per Voi Giovani presentato da Renzo Arbore, dove passava la musica che le altre radio non trasmettevano. Ho cominciato a comprare dischi, ho cominciato anche a registrarli, facendomeli prestare dagli amici più benestanti, con un registratore Geloso che avevano regalato a mio padre e che gli avevo sequestrato io. Possiedo ancora 600 bobine di Gelosino con 1200 Lp registrati. Era diventato un interesse vivo, una cosa alla quale dedicavo tre-quattro ore al giorno, quando il mio unico impegno obbligato era solo studiare e avevo molto tempo libero. I primi dischi che ho comprato erano i 45 giri di pop italiano degli anni 60, ho cominciato a capire che poteva esserci un altro modo di fare musica con qualche canzone particolare, prendi Nel Cuore, Nell’Anima di Battisti, o la stessa Azzurro di Celentano era una canzone estiva diversa da quello che circolava. Poi mi hanno regalato il 45 giri di Penny Lane dei Beatles con Strawberry Fields Forever come lato B ed è stata l’illuminazione, con quella musica che piaceva a me e poteva piacere anche ai miei genitori. E quindi potevo difenderla con loro, non potevano più dirmi Ma questi qua gridano o Questi qui fanno solo rumore, e da lì mi sono fatto tutta la discografia del quartetto di Liverpool. Per quanto riguarda invece il mettermi a suonare uno strumento, non so suonare nemmeno il clacson! La teoria, condivisibile, è che il critico musicale dovrebbe almeno saper suonare e leggere la musica. Io non mi sono mai considerato un critico, ma solo un cronista. E ne sono contento. Come i giornalisti che si occupano di calcio e che da giovani giocavano, in genere ti resta questa piccola invidia per quelli che ce l’hanno fatta mentre tu no. Io invece, che non ho mai voluto fare il musicista, mi sento equanime quando valuto i dischi, non penso mai Io questo l’avrei saputo fare meglio anche se mi dispiace non saper strimpellare il pianoforte perché mi sarebbe piaciuto suonarmelo in casa per me e cantarci sopra. Ma dicono che non è mai troppo tardi, quindi può darsi che lo imparerò a suonare.»

Elisabetta Galletta – Ultra PR Agency

«E’ stata una strada che probabilmente avevo già segnata dalla nascita… perché quando avevo 12 anni avevo la fissa di raccogliere tutti gli articoli dei miei gruppi preferiti (su tutti, come tutte le adolescenti, i Duran Duran, gli Spandau Ballet e gli U2). Sono cresciuta andando a tantissimi concerti e ho tuttora i biglietti che avevo comprato da fan. Ho vissuto a Londra e quando sono tornata in Italia ero indecisa tra iniziare una carriera nei viaggi o nella musica, le mie due grandi passioni. All’Università mi ero iscritta a Lingue ma poi durante un corso di perito turistico ho conosciuto una ragazza che lavorava in un’agenzia di spettacolo che mi aveva indicato un’etichetta (e uno studio di registrazione), che cercava una persona da assumere e così è iniziata la mia esperienza. Ho imparato tutto quello che si poteva fare in un’etichetta e in uno studio di registrazione, per cui ho visto tutto il percorso del prodotto, dalla nascita alla promozione. Ho iniziato a collaborare con un altro ufficio stampa per molti progetti importanti, e da lì in avanti ho iniziato ad occuparmi di ufficio stampa e promozione insieme a grandi agenzie, lavorando soprattutto su tour e festival, crescendo gradatamente fino ad aprire l’agenzia (TuttiPromossi, e ora Ultra).»

Nora Bentivoglio – Fleisch Agency

«Io sono cresciuta con i Jane’s Addiction, i Pixies, i Melvins e andando indietro nel tempo ho ascoltato molto gli Animals, i Jefferson Airplane, i Pink Floyd. Non disdegnavo un certo tipo di pop, sono stata fan accanita dei Queen e di Michael Jackson, ma venivo proprio da un’area che non contemplava assolutamente la musica italiana, il cui primo disco che ho ascoltato è stato uno degli Ustmamò perché cantavano in dialetto e io ingenuamente pensavo fossero, come dire, baschi! Ho ascoltato tanta world music e musica sudamericana come Cesaria Evora, ma sentivo di tutto. Il primo disco italiano che ho ascoltato volutamente, comprato e amato è stato Ko De Mondo dei CSI, Il Vile dei Marlene Kuntz e Così Vicini di Cristina Donà.»

Erika Grapes – E-Grapes Promotion

«Da piccola volevo fare la giornalista e la musica è sempre stata molto importante per me, mi ha proprio accompagnata. Alle scuole medie la prof aveva scoperto che avevo una voce da soprano e mi ha messo nel coro come voce solista. Lì avevo capito di avere un po’ di talento. Lei mi ha spronato a fare il Conservatorio ma ho scelto le lingue straniere e ho iniziato a cantare a 19 anni in alcuni gruppi di amici. Quando ho iniziato a lavorare mi sono costruita le basi per fare questo lavoro perché non mi sono mai fermata in un posto, anche se avevo un contratto a tempo indeterminato o la possibilità di crescere con carriere differenti. Ho sempre preferito collocarmi su marketing, comunicazione ed editoria prima di finire in ambito musicale, sviluppando delle competenze, scrivendo comunicati stampa e impostando campagne per aziende di livello. Nel frattempo seguivo i concerti perché andavo a vedere i Festival, ascoltavo molta musica e avevo amici dentro questo settore.»

Veronica Drago - Rockon

«Io mi sono avvicinata alla musica grazie al mio maestro di italiano delle elementari. In classe ci faceva leggere Il Signore degli Anelli, era un gioco bellissimo, e ci seguiva anche in educazione artistica. Durante le lezioni ci faceva ascoltare gli Oasis, i Beatles, le Spice Girls e i Prodigy, musica disparata in totale libertà. Mi sono appassionata da lì e sono cresciuta a pane, Nirvana, Run DMC e Spice Girls, abbracciando un po’ tutto senza tapparmi le orecchie. Ho sviluppato una passione per l’ambito hardcore, mi piacevano i Korn e tutta la scena crossover.»

Stefania Clerici - Rockon

«Ho sempre coltivato la passione per la musica, potessi

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