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Il parruccaio di Maria Antonietta
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E-book266 pagine3 ore

Il parruccaio di Maria Antonietta

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Info su questo ebook

Quando morì il nipote del Re Sole, Luigi XV, il suo cadavere butterato dal vaiolo iniziò a decomporsi con una tale rapidità che fu necessario inumarlo di notte nella cripta della Cattedrale di Saint-Denis senza poterne mummificare il corpo, come era consuetudine. Quella stessa notte ha inizio l'avventura di Salamandre, che confeziona stupefacenti oggetti con le elitre opalescenti degli scarabei che raccoglie nelle campagne. Ancor prima della Rivoluzione questo personaggio nevrotico, ipersensibile, crepuscolare e alchemico si farà conoscere come il parruccaio più ricercato e anticonformista della capitale. Decadente, vizioso, consunto dalla fatica, drogato dal laudano e dall'oppio, Salamandre saprà sostituire la sua assuefazione con una morbosa passione per la più celebre di tutte le sovrane: Maria Antonietta. La incontrerà già prigioniera dentro la Torre del Tempio e ne diventerà devoto servitore, sino a seguirla fin sotto al patibolo. Surreale, documentato e sorprendente, questo romanzo è un grandioso affresco della Parigi della moda dell'Ancien Régime, un voluto omaggio a "Il profumo" di Patrick Suskind.
LinguaItaliano
Data di uscita16 nov 2017
ISBN9788868511630
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    Il parruccaio di Maria Antonietta - Alberto Frappa Raunceroy

    Alberto Frappa Raunceroy

    Il parruccaio di Maria Antonietta

    Prima Edizione - dicembre 2017

    ISBN 9788868511630

    © arkadia editore

    Ad Amasilia, Ermanno e Ferruccio Corrado,

    sfolgoranti di luce

    Chi potrà non fremere, pensando alle sventure che può

    causare una sola relazione pericolosa?

    Choderlos De Laclos, Le relazioni pericolose

    1

    La Capitale de la Nation Françoise est regardée depuis long-tems, comme la source & le modèle du goût dans les Arts d’agrément & d’utilité, comme dans les productions de l’esprit chez tous les Peuples de l’Europe…

    Le Cabinet des Modes, Paris 17**

    Il Tribunale Speciale Rivoluzionario impose di chiudere in fretta il fascicolo, classificando l’imbarazzante caso come quello di un semplice alienato con i nervi consumati dall’oppio. Charles-Henri Sanson, Provveditore alle Alte Opere di Parigi, grazie alla sua influenza e all’amicizia con diversi magistrati che avevano presieduto il vecchio tribunale dello Châtelet, ottenne da uno di questi che le indagini proseguissero in maniera riservata. Due funzionari di polizia furono spediti nella città nativa del condannato e interrogarono i pochi anziani che conservavano memoria del soggetto: si trattava di un caso fuori dal comune. Quanto scoperto fu trascritto in un verbale confidenziale ritrovato casualmente negli archivi della Conciergerie e costituisce sommaria ma verosimile ricostruzione di una vicenda che nessun cronista aveva riportato.

    Pare avessero iniziato a chiamarlo Salamandre a quattro anni perché sul viso gli era scurita una sinuosa voglia purpurea che, appena percettibile alla nascita, si era intensificata fino a diventare di uno sgargiante color vinaccia. La macchia partiva dal naso e attraverso le tempie strisciava fino al sommo del capo. Le orecchie sproporzionate germogliavano come petali cartilaginosi dalla corolla ossea del cranio e ai coetanei ricordavano le branchie dei girini di salamandra che si pescavano negli stagni.

    Quando un soprannome è azzeccato ti si attacca addosso come la rogna e non c’è verso di grattarlo via.

    Come non fosse bastato, Jules-Henri Salamon, figlio di François, pettinatore di lana e stimato membro della corporazione dei cardatori del comune di Saint-Denis, poche leghe a nord di Parigi, aveva capelli fini, delicati e biondissimi, come fili di bava di ragno. Quella seta impalpabile luccicava al sole come oro e non dissimulava il nastro violaceo che gli percorreva il viso fin sotto la cute, lo faceva piuttosto risaltare come un rubino incastonato nell’oro.

    Se il sole evidenziava il suo marchio, gli occhi del ragazzo si vendicavano rifuggendone i raggi: l’iride azzurra con screziature viola, mal sopportava la luce e per questo poteva uscire solo all’alba o al tramonto. Come l’anfibio alchemico.

    Chi ne parlava non lo trovava brutto; era strano, indefinibile. Se bello fosse stato, sarebbe stato di un’avvenenza esotica che pochi avrebbero riconosciuto come certe nuove infiorescenze provenienti dalle colonie oltreoceano del Regno di Francia: la Martinica, la Guadalupa o la Louisiana.

    Col tempo imparò a infilarsi un berretto di lana per coprire quell’impronta d’infamia ma i suoi coetanei, è risaputo che i marmocchi non hanno pietà per chi è diverso da loro, si divertivano a rubarglielo e a passarselo tra loro.

    Jules-Henri non ci pensava su molto: si ribellava, li rincorreva, li graffiava e li mordeva poi si buttava per terra a quattro zampe raccogliendo il berretto sporco e impolverato. Sollevandosi sulle ginocchia, lo infilava in testa. Si calmava quando lo aveva calcato fino agli occhi come se il celarsi fosse stato risarcimento, un indennizzo per quelle umiliazioni. Allora i suoi compagni iniziavano a ridere e a urlare: «Salamon Salamandre… Salamon Salamandre!» Afferravano scope di saggina sottratte alle massaie e gliele fracassavano sulla testa. Non contenti, lo acchiappavano per braccia e gambe e lo trascinavano fino alla riva di un basso canale che attraversava il borgo. Puntellati i piedi lo facevano oscillare ritmicamente come un’altalena e, guadagnato lo slancio sufficiente lo gettavano nel punto dove l’acqua era più alta e la corrente più forte.

    Jules-Henri era pacifico e meditativo per natura ma non remissivo; quando doveva si ribellava e si faceva rispettare, tuttavia, se i suoi seviziatori erano troppo numerosi, non gli rimaneva che soccombere.

    Ai coetanei non badava: per lui erano solo i cuccioli delle bestie selvatiche che popolavano il borgo di Saint-Denis. Riguadagnata la riva, si incamminava verso casa grondante acqua e, quando era a distanza di sicurezza, si voltava e li guardava come non capisse. Li vedeva agire sempre in gruppo, sempre in sintonia come se le loro azioni, le loro persone, fossero state guidate da una sola testa. Lui no. Lui non aveva amici.

    Avvertiva la costante sensazione di camminare in direzione opposta a chi lo circondava. Quello che faceva sembrava sempre sbagliato agli occhi del suo prossimo.

    Da quale travaglio era stato espulso alla luce di un mondo che gli era così ostile ed estraneo? Il ventre che lo aveva generato non c’era più. Della madre talvolta gli appariva uno sfolgorio, come un’istantanea rifrazione di luce. Il barbaglio si palesava con l’immagine sfocata di una donna sofisticata ma semplice, regale ma estatica e con un’espressione di impotenza. Un’icona bionda e slavata come una regina normanna che rivedeva sempre attraverso un vetro spruzzato di gocce d’acqua in una giornata piovosa mentre seduta su una seggiola rattoppava dei calzini bucati dentro cui faceva scivolare un uovo di legno. Jules-Henri si sforzava di ricostruirne i tratti ma non riusciva a eliminare lo schermo che si frapponeva tra sé e quel ricordo. Solo l’espressione era chiara: un’impotente richiesta di aiuto di fronte al peso di una vita cui non riusciva a dare un senso o uno scopo. Quando scoppiava un temporale Jules-Henri, usciva nella corte paterna e si piantava davanti alla finestra, trapassando con lo sguardo l’impannata per vedere se la madre si delineasse sulla sedia.

    Quando il padre se ne accorgeva, si avvicinava, gli mollava una sberla e lo ricacciava in casa ancora fradicio e tremante. Giunse alla conclusione che alla gente desse fastidio che pensasse. Forse riflettere troppo era sbagliato.

    Certo per il suo vecchio era così.

    Non sapeva se lo amasse o meno. A dire la verità, non sarebbe stato in grado di definire l’amore. Udiva gli adulti parlarne in relazione al cuore. Aveva osservato Marie-Rose, un’alsaziana dai capelli fulvi, seni prosperosi e la faccia piena di efelidi che il padre si era portato in casa per le faccende domestiche, sventrare le galline e le capre. Non riusciva a capacitarsi di come quei piccoli muscoli rosso-scuro avrebbero potuto ospitare sentimenti. Alla prima occasione, aveva sottratto i cuoricini dei polli e dei conigli, li aveva sezionati con attenzione e scrupolo. Dentro non ci aveva trovato nulla.

    Disperato e rabbioso, con le mani rosse di sangue, aveva lanciato i brandelli di carne contro un muro: gli adulti mentivano, parlavano per ammazzare il tempo o per mettersi in mostra.

    Quanto al vecchio, non parlava proprio.

    Una sera, poche settimane dopo la morte di sua madre, lo aveva visto trascinarsi in camera Marie-Rose. L’aveva sposata il mese successivo. Non avevano perso tempo; poco dopo era arrivato un altro figlio: il fratellastro di Jules-Henri. Dopo il parto la servente si era trasformata nella padrona di tutto. In qualche modo doveva averli infastiditi perché gli sposi avevano deciso di mandarlo a dormire in una stanza, un ripostiglio, sopra la stalla delle capre. Nella sua vecchia cameretta avevano piazzato la culla del neonato: una sorta di cesta ovale di vimini dal cui manico scendevano veli di mussola.

    Il giorno del trasloco avvertì un sentimento, non al cuore, ma nell’intrico delle budella, acquattato come un verme solitario che gli sottraesse sostanze vitali. Attendendo che venisse buio accese una candela di sego e scese dalla scala a pioli per andare a dormire con le capre. Gli fecero migliore compagnia degli uomini e si beò della loro mansuetudine e del loro calore.

    L’odore delle bestie gli divenne presto famigliare come quello della paglia, dei finimenti di cuoio e dell’olio usato per ammorbidire le pelli. Parlava con loro mentre si stendeva a dormire sulle balle di crine di cavallo su cui aveva allargato uno strato di lana di capra: «Vorrei vedere il suo. Il cuore del piccolo bastardo.» Lo diceva passando la punta di un coltellaccio per raschiare il nero sotto le unghie.

    All’alba si alzava per dare il fieno agli animali, poi si recava prima di tutti in laboratorio e sfilava le sbarre di ferro dalle porte e dalle finestre di legno.

    «Siamo cardatori da generazioni», diceva con orgoglio il padre François.

    Il procedimento per la lavorazione della lana era lungo e complesso. Le fibre arrivavano legate e compresse in balle enormi, su carri trainati da bestiame. Dopo i giorni in cui veniva effettuata la cernita e la divisione per spessore e finezza iniziava il lavaggio in grosse vasche piene di urina animale. Terminata l’asciugatura, iniziava la fase sfiancante della battitura.

    Veniva fatto tutto a mano; un lavoro di braccia molto faticoso necessario a liberare le fibre dalle impurità e dai corpi estranei. Seguiva quello lungo e paziente della cardatura in cui si univa ai venti operai che lavoravano per suo padre.

    Salamandre afferrava con le piccole mani le impugnature di due assi di legno irte di chiodi e le sfregava una contro l’altra. Poco alla volta l’ammasso di fibre si districava e si separava in mezzo a nuvole di polvere che gli ricoprivano il corpo e la testa bionda; gli otturavano bocca e naso. Macchinari ne esistevano ma non potevano essere usati per ottenere fibre destinate alla filatura perché possedevano denti grossolani e un’azione troppo energica le avrebbe gonfiate, rompendo e tranciando i filamenti.

    La fatica era un po’ lenita solo durante la scardassatura delle imbottiture destinate ai materassi; in quel caso era permesso ricorrere alle macchine.

    Le lane cardate dalla ditta Salamon venivano vendute a tessitori, tappezzieri e materassai ma il padre ci teneva a riservare le più fini ai parruccai di Parigi che le usavano per le creazioni alla moda.

    «È questione di prestigio», gli ripeteva.

    Si usava indifferentemente il crine di cavallo o la lana poiché i capelli umani costavano molto.

    A dieci anni, Jules-Henri lavorava più di suo padre: dalle sei del mattino fino a quando suonava l’Ave Maria dalle campane della cattedrale di Saint-Denis. I rintocchi bronzei annunciavano che la giornata era terminata.

    Il più delle volte, spossato, si sedeva a mangiare un po’ di pane nero, fagioli stantii bevendo latte di capra, addormentandosi con il capo reclinato sul tavolo. Nemmeno il vecchio sapeva cosa combinasse la notte, trafficando tra mille attrezzi e materiali e, a dirla tutta, non gli importava proprio. Gli bastava che il giorno successivo fosse fresco e riposato.

    Ma puntualmente Jules-Henri al mattino lavorava come un somaro senza bisogno di essere bastonato. Con una pervicacia demoniaca e con un’energia che l’età non bastava a spiegare.

    Il lavoro era la sua droga, la fatica il suo anestetico; la mancata considerazione da parte del prossimo faceva parte della sua vita come il respiro al punto che, anche nei giorni di festa, non tollerava riposo.

    La continua attività, il furioso occupare ogni minuto dell’esistenza non calmavano tuttavia il turbinio della sua mente; malamente lo rallentavano.

    Osservava tutte le forme di vita, animali e vegetali e quello studio stimolava pensieri che vagavano come cani randagi in meandri, corridoi e anfratti della mente. Esplorava ogni stanzetta delle idee, apriva cassetti inesplorati e la fantasia gli regalava un mondo fatto a misura dei suoi desideri. Il confronto tra il suo stato reale e quello che avrebbe auspicato lo rendeva furioso. Il paragone generava desiderio, il desiderio frustrazione e la frustrazione uno stato di perenne insoddisfazione e malinconia.

    La domenica tutti cercavano di dimenticare la propria vita: gli operai di suo padre la trascorrevano dilapidando i magri guadagni nelle taverne di Saint-Denis. Bevevano e si ubriacavano. Litigavano e venivano alle mani. Era il giorno delle sfuriate in famiglia e delle violenze.

    Era stato proprio di domenica che un operaio che lavorava con lui aveva picchiato suo padre. Un’altra domenica uno stipettaio ebanista si era impiccato a una corda all’insegna del Drago Rosso.

    Avvertiva l’urgenza di evadere. Non suonavano ancora le campane della prima messa che già vagava attraverso prati grassi e gonfi di rugiada o appiattiti dagli sfalci. Si lordava i piedi di fango saltando fossi e canali; s’infiltrava nei boschetti cedui che circondavano Saint-Denis.

    Gli odori di aprile e maggio lo eccitavano all’amplesso con la natura. Come un segugio spronato alla caccia girava per i sentieri dove proliferavano essenze e fiori e si fermava a osservare tutto: una pianta di lavanda dalle infiorescenze assediate da insetti, una talpa sbudellata dalla pala di un contadino, una lucertola immobile su un muro ad assorbire i raggi del sole, ma anche gli orbettini d’argento o i colubri neri che i contadini ammazzavano schiacciandoli con il tallone pensando di fare bene.

    Indugiava a studiare i piumosi cadaverini dei passeri e dei merli che una pioggia violenta o colpi di vento facevano cadere a terra. Era lì, dove la natura, come una Parca crudele, aveva misteriosamente e spietatamente tranciato il filo di quelle vite, che trovava la sua pace. I piccoli regni li chiamava.

    Da lì non riusciva a muoversi: si sfilava un sacco dalle spalle e si stendeva sul terreno in modo che i suoi occhi potessero osservare da vicino il brulicare di insetti richiamati dall’odore della decomposizione. Sollevava delicatamente quei leggeri corpi e provocava un terremoto.

    Era un tumulto, un’esplosione di minuscole vite. Le silfe, con le loro ampie elitre di colore cupo fuggivano infilandosi nelle fessure del suolo. I saprini, dal dorso lucido color ebano trottavano via abbandonando il cantiere; i dermesti dalla livrea rossa punteggiata di nero tentavano di prendere il volo, ma ubriachi del putridume ingurgitato, si rovesciavano sul dorso esponendo il candore immacolato del ventre.

    La caotica frenesia lo ipnotizzava e lo incatenava alla visione di centinaia di bestioline che dissodavano la morte a favore della vita in una misteriosa e incessante offerta alla Creazione. Non si sarebbe pasciuto di quelle osservazioni se altre meno ripugnanti non lo avessero distolto e sviato.

    Un ronzio sordo lo faceva voltare verso i fiori dai caldi colori e si deliziava del volo goffo di coleotteri che si infiltravano facendosi strada nel morbido spazio tra un petalo e l’altro inebriandosi di sostanze zuccherine senza conoscere il significato della temperanza ma ingozzandosi come se quella fosse stata l’unica giornata della loro vita.

    Solo il venire meno della luce, l’umidità della rugiada e il dolore alla schiena riuscivano a staccarlo dall’universo alchemico dominato da leggi immutabili dove non trovavano posto passioni o vizi ma solo il costante ripetersi di riti e liturgie crudeli. Sapeva allora che doveva riguadagnare il posto tra gli uomini che, soli, conoscevano l’arte spietata di farlo soffrire.

    La giornata terminava sul sagrato della cattedrale; si sedeva sotto guglie e statue e dagli scalini osservava passare le carrozze da cui scendevano ricchi borghesi o aristocratici. Erano vestiti con marsine di velluto o raso ricamate con alamari a filo d’oro e indossavano tricorni bordati con piume di struzzo. Anche loro avevano livree diverse a seconda delle specie e dei ruoli che ricoprivano, ma non obbedivano a leggi immutabili quanto all’arbitrio della superbia.

    I sogni di Jules-Henri scomparivano col buio, quando dopo cena i ragazzini di Saint-Denis uscivano sulla piazza a giocare. Gli passavano accanto e gli urlavano: «Salamon… Salamandre! Salamon… Salamandre!»

    2

    Saint-Denis e Parigi, 10 maggio 1774

    Gli operai avevano terminato di stivare le balle di lana sul barcone e coprivano il carico con teloni cerati che assicuravano ai bordi con corde annodate saldamente ad anelli di metallo.

    Nubi scure si addensavano da nord: non si poteva mai sapere. E poi il vecchio François Salamon li aveva minacciati che se la merce si fosse deteriorata non avrebbe dato loro un soldo per il trasporto.

    Un paio di barcaioli avevano terminato e, accesa la pipa, inveivano contro i ragazzini che salivano e scendevano dalla chiatta rincorrendosi. Poco oltre, un nugolo di mocciosi stava ripescando dalla Senna la carcassa di un gatto dopo che un paio di loro si erano divertiti ad annegarlo dentro un sacco riempito di sassi.

    Gracchianti massaie inginocchiate e curve sopra lavatoi dimenavano opulenti posteriori su e giù sfregando i panni sulle tavole marce e scivolose. Di tanto in tanto sollevavano la biancheria fradicia per sbatterla con forza. A intervalli intonavano antiche canzoni e scoppiavano in allegre risate.

    Due pontili più in là, un paio di borghesi e un prete stavano contrattando servizi particolari con giovani marinai desiderosi di arrotondare la paga.

    Un bastardino con la zampa rotta, passò incespicando. Urinò su un ammasso di corde e qualcuno gli assestò un calcio.

    Jules-Henri udì un guaito mentre si sedeva. Lasciò pencolare i piedi dall’orlo della barca, infilò una canna nello specchio d’acqua e iniziò a rimestare sulla superficie componendo cerchi concentrici.

    Marie-Rose gli aveva fatto il bagno in un mastello, lo aveva strigliato con una spazzola di crine e lavato con un mattoncino di sapone. Dopo averlo asciugato gli aveva infilato una camicia pulita di suo padre: gli stava larga, quindi l’aveva fatta passare sotto le brache rabboccandone le maniche. Jules-Henri passava e ripassava il tessuto sul naso fiutando sentori di lavanda.

    Calzava scarpe di cuoio con grosse fibbie in similoro sopra calze di cotone. La giovane matrigna gli aveva anche calcato un tricorno sulla testa. «Così non spaventerai Monsieur Vaubert», aveva riso.

    Di solito la merce veniva spedita senza controlli ma, dal momento che i Vaubert gestivano la migliore bottega di parrucche di Parigi, dove vendevano anche profumi e ciprie, nastri e fazzoletti, Salamon padre aveva ritenuto opportuno far scortare la lana da suo figlio.

    Salamandre era eccitato ed emozionato.

    La navigazione fluviale scivolò senza intoppi e prestissimo furono in vista della capitale del regno. Procedendo placidamente controcorrente passarono sotto il Pont Royal e il Pont Neuf al cui lato era addossata la mole della Samaritaine un volume su cui si arrampicavano titanici condotti di metallo attraverso i quali si pompava l’acqua per i parigini.

    La chiatta fu ancorata sotto i fornici del ponte di Notre-Dame: una borgata sospesa sopra arcate di pietra su cui restavano aggrappate come per miracolo abitazioni a quattro o cinque piani, le une addossate alle altre.

    Vista dal basso, dalla Senna, la città accentuava la sua verticalità: era un intrico di torri, torrioni, cupole e campanili, guglie, contrafforti, archi e archetti, cuspidi e tetti crivellati da milioni di camini. Aghi e spilli che pungolavano il cielo e sembravano volersi unire a esso tramite i fumi che ascendevano dai comignoli come filo per imbastire.

    Al di sotto di quel labirinto, le rive del fiume brulicavano di una vita propria. Nel pieno centro della città più grande d’Europa, casupole fatiscenti si protendevano su spiaggette fangose su cui crescevano moli e porticcioli suddivisi da pali e banchine di un verde-viscido, assaliti da migliaia di imbarcazioni di tutte le misure. Fogne, discariche e canali riversavano liquami neri, rossi e marroni nella Senna, intorbidandone l’acqua e ammorbando l’aria.

    Cumuli di rifiuti stratificati accanto a depositi di legna, calce, mattoni, marmi ma anche uova, carni, verdure e merci deperibili di ogni tipo attiravano milioni di ratti e gabbiani accanto a cui convivevano i parigini del fiume. Era un’esplosione di vita nei suoi aspetti più fetidi e rivoltanti.

    Il sole era tramontato e l’umidità della sera entrava nelle ossa.

    Jules-Henri guardò all’insù provando un capogiro. Al di sopra delle titaniche arcate vedeva le case i cui piani, appoggiati uno sopra l’altro come strati di una torta troppo ardita, parevano sul punto di franare; incombevano con l’arroganza di cattedrali di marzapane. Abbaini, balconi e poggioli sporgevano sul fiume con equilibrio instabile e incosciente. Il corso dell’acqua rifletteva quei giochi statici rattoppati da antiche facciate a graticcio.

    Uno dei marinai lanciò un urlo. Qualche istante di attesa e un’imposta a livello della

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