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I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente: Ricordando Riccardo Lai
I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente: Ricordando Riccardo Lai
I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente: Ricordando Riccardo Lai
E-book431 pagine6 ore

I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente: Ricordando Riccardo Lai

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Info su questo ebook

Attraverso richiami alle vite vissute, alle amicizie, agli affetti, alle relazioni che si confrontavano in anni intensi e tumultuosi, le parole di chi interviene si offrono allo sguardo presente con sincera ricerca della verità e a volte con dolente scetticismo. Nei contributi di questo volume non emerge un nostalgico ripiegamento sul passato, tanto meno l’assurda convinzione di aver capito tutto; si fa spazio, al contrario, l’esigenza critica di cogliere quanto è ancora vivo di quel decennio e vale la pena di raccontare.
La consapevolezza di fare qualcosa di nuovo richiama quanto di bello c’è nella politica: fare impresa collettiva, convergere su un obiettivo nel rispetto delle differenze, avere e realizzare un progetto. Il taglio esplora la dimensione del territorio e rievoca l’orizzonte, comune a diverse generazioni, dei movimenti che legarono Sassari, la Sardegna e il suo oltre, “il Continente”.
Contro l’immagine dominante di una Sardegna tagliata fuori dal flusso delle idee di rottura e cambiamento che contagiarono il mondo intero, si delinea un’isola-laboratorio in cui, anche nella seconda metà degli anni Settanta, il “riflusso” è contrastato da una persistente volontà partecipativa e oppositiva.
Cardine di questa opera è il ricordo di un giovane compagno troppo presto perduto all’affetto di molti, alla politica e all’impegno civile.
Il libro consente di muoversi in libertà sui temi che più interessano e può essere letto dalla fine verso il principio o solo per segmenti senza che il suo filo conduttore rischi di perdersi per strada. La sollecitazione che muove dai contributi degli autori intende spingere il lettore a riappropriarsi del proprio tempo, ad accoglierlo senza incasellarlo schematicamente, andando oltre determinate velleità interpretative o superficiali identificazioni generazionali.
 
LinguaItaliano
EditoreCondaghes
Data di uscita7 nov 2017
ISBN9788873569305
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    Anteprima del libro

    I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente - Federico Francioni

    Federico Francioni

    Loredana Rosenkranz

    (a cura di)

    I movimenti degli anni Settanta

    fra Sardegna e Continente

    Postfazione di Elisabetta Addis
    ISBN 978-88-7356-930-5

    Condaghes

    Indice

    Presentazione

    Ringraziamenti

    Più che un saluto

    Giovani degli anni Settanta: gli studenti e gli operai nelle città

    Loredana Rosenkranz – Quegli strani studenti

    Antonietta Mazzette – La dimensione urbana dei movimenti

    Benedetto Sechi – Riconquistare un senso di comunità, riprogettare le nostre vite

    Carmen Anolfo – Un’esperienza di organizzazione collettiva per il lavoro: la lotta dei 285

    Vanni Tola – Il ritorno alla terra e l’esperienza dei giovani della 285

    Angelo Marras – Lavorare con i giovani è rivoluzionario

    Giancarlo Casalini – Tra lotte sociali e battaglie politiche. Ricordando Riccardo Lai

    Stefano Fiori – Riccardo Lai e il movimento del ‘77

    Femminismi

    Loredana Rosenkranz – Oltre gli anni Settanta: il movimento delle donne

    Alessandra Pigliaru – Una scommessa di libertà femminile. Conversazione con Annalisa Diaz

    Nora Racugno – Tracce del movimento femminista in Sardegna

    Maria Vittoria Migaleddu – Appunti di memoria

    Franca Puggioni – Da Alternativa femminista ai movimenti attuali

    Verso la politica organizzata

    Franca Chessa – Tra militanza politica e cooperazione sociale: il ruolo delle donne

    Bruno Canu – Dalle carrozzerie della Fiat al Consiglio comunale di Torino

    Franco Meloni – Le lotte di quartiere nei banchi del Consiglio comunale di Cagliari

    Gianni Piu – L’esperienza di un sindaco della sinistra extraparlamentare. Il caso di Pozzomaggiore

    Piero Carta – L’impegno politico continua nelle istituzioni. In onore di Riccardo Lai

    Francesco Carta – I movimenti degli anni Settanta e il diritto alla salute

    Antonio Budruni – Una sinistra politica e sociale nelle istituzioni algheresi

    Gianni Olla – L’eredità di Democrazia proletaria sarda

    Forme di s-comunicazione

    Valter Bruno Pallavisini – La nascita delle radio libere negli anni Settanta. Il caso di Radio Sassari Centrale

    Salvatore Sfodello – Gli anni Settanta, Leonardo Sole e l’esperienza di Pedru Zara

    Vittorio Sanna – Tra politica e sperimentazione teatrale. La storia di S’arja

    Carlo Pinna – Il Collettivo teatrale 25 aprile e altre esperienze

    Piero Marcialis – Riccardo giovane per sempre

    I conti col passato

    Giada Bonu – Gli anni Settanta e la memoria divisa

    Sandro Ruju – Dalla fabbrica alla società. La linea spartiacque del 1975-76

    Gianni Loy – Quel che conta è cosa fare adesso. Quel che conta è la speranza

    Federico Francioni – Le conquiste dei movimenti degli anni Settanta: oltre la controrivoluzione globale

    Interventi di Riccardo Lai

    Intervento al convegno Gli anni della Sir (Sassari, 1982)

    Morire così giovani nella città. Ricordo di Antonio Moroso

    Postfazione

    Nota di Igino Panzino

    I Curatori

    Gli Autori

    La collana

    Colophon

    Presentazione

    Federico Francioni – Loredana Rosenkranz

    Questo libro nasce da un convegno centrato sul ricordo di un giovane uomo e compagno, Riccardo Lai (1958-1982) tragicamente scomparso. La spinta emotiva era quella di colmare un vuoto: partendo da Riccardo, ma non solo per lui, si trattava di restituire le esperienze di un periodo - gli anni Settanta e particolarmente la seconda metà del decennio - controverso e ancora insufficientemente approfondito dalla ricerca storica.

    Nei confronti di quel tempo siamo stati reticenti, rinunciando a misurarci sullo scacco subito dalle istanze radicali proprie della politica dei movimenti studentesco e operaio, nel loro intreccio con la rivoluzione femminista, i cui effetti sono stati profondi e duraturi. Alzare il sipario sulla seconda metà degli anni Settanta, con atteggiamento aperto alla comprensione, ha significato prendere le distanze dagli stereotipi, primo fra tutti lo stigma anni di piombo, espressione comparsa per la prima volta nel titolo italiano del film Die Bleierne Zeit, di Margarethe von Trotta (Leone d’Oro a Venezia nel 1981). Eppure ci furono nei movimenti posizioni di ferma condanna delle azioni armate: in particolare fu inequivocabile quella espressa da Riccardo verso determinate pratiche e comportamenti individuali violenti.

    La prima parte di questo volume Giovani degli anni Settanta: gli studenti e gli operai nelle città prova ad avvicinarsi alla complessità del vissuto nella crisi socio-economica e riunisce punti di vista differenziati sulla rivolta di una generazione e sulla più generale rivoluzione culturale, riconosciuta da storici di orientamento diverso. Una sfida di carattere generazionale investì le relazioni familiari e tra i sessi, con durature ricadute antropologico-culturali. Ripensandone gli effetti, sarebbe sbagliato considerare gli anni Ottanta e Novanta solo come restaurazione e ritorno al privato. Nell’economia, nella società, nella scuola, nella cultura certi cambiamenti si sono mostrati duraturi: si vedano al riguardo i contributi di Carmen Anolfo, Antonietta Mazzette, Benedetto Sechi, Vanni Tola. Non sembri così marginale a questo riguardo l’esperienza della Legge 285 grazie alla quale molti giovani hanno trovato un inserimento e una collocazione lavorativa non precaria con una professionalità qualificata. La loro durissima mobilitazione ha pagato - eccome! - e ha aperto la strada all’espansione di servizi sociali e culturali indispensabili, come le cooperative di servizio, quelle per la gestione delle biblioteche e dei beni archeologici. Alla luce di queste esperienze, cooperativismo e mutualismo vengono riletti e attualizzati da alcuni contributi qui pubblicati, a riprova del carattere non reducistico che abbiamo voluto dare sia al convegno che a questo volume.

    La parte Femminismi continua a scegliere la pluralità nell’inventario delle esperienze. Si alternano taglio autobiografico e volontà di documentare, segnati dal tratto comune del riferimento all’origine, quel nuovo sguardo sul mondo che ha fatto del personale - per migliaia di giovani donne e poi anche per i loro compagni di vita e di lotta - un fatto politico, del quotidiano l’essenza della realtà. Lo spaesamento e il senso di insufficienza percepiti nella propria vita erano condivisi nel piccolo gruppo di autocoscienza o nel collettivo e questo consentiva di scoprire la non unicità della propria incompletezza: lo spiega Annalisa Diaz, una delle figure magistrali del femminismo sardo, nell’intervista rilasciata a una femminista di oggi, Alessandra Pigliaru. Si attribuiva così valore a quel bisogno di autenticità, di interezza, ora situato nel luogo concreto di un corpo di donna, scoperto e narrato attraverso il rispecchiamento in altre simili. Gli interventi di Maria Vittoria Migaleddu, Franca Puggioni e Nora Racugno riflettono su questi nodi e ne misurano le conseguenze. Quella rivolta affermava categoricamente il primato del personale sul collettivo nella politica e ne cambiava il punto di partenza segnalando che nessuna rivoluzione può avvenire se non parte dal qui e ora della propria condizione: le relazioni dispari tra i sessi. La critica non riguardava solo le donne ma si rivolgeva alla generalità dei rapporti di potere che impedivano di pensare e agire in autonomia e faceva presa per questa sua ampiezza su migliaia di giovani di diversi strati sociali, in piccoli e grandi centri, ancora prima che il movimento delle donne acquistasse una dimensione di massa diventando anche un fatto mediatico. Il corredo fotografico che alleghiamo illustra significativamente la partecipazione sempre massiccia di giovani, donne e uomini di tutti gli strati sociali ai momenti di mobilitazione.

    L’esperienza degli anni Settanta fu riversata anche nelle istituzioni, come dimostra la sezione Dai movimenti alla politica organizzata, in cui si mette a fuoco il diffuso interesse di quei giovani a trovare una ricaduta degli ideali praticati nella militanza sui problemi concreti del vivere quotidiano delle donne e degli uomini di cui si prendevano cura, come testimonia l’intervento di Franca Chessa. Per altri militanti la capacità di confrontarsi con i problemi concreti nell’amministrazione di città e paesi, della Sardegna e non, dalle case popolari alla viabilità, dai cimiteri alle biblioteche, fu messa alla prova e ampiamente dimostrata nell’esercizio della carica di sindaco (testimonianze di Piero Carta e Gianni Piu) e di consigliere comunale (Antonio Budruni, Bruno Canu, Franco Meloni) in contesti a volte molto diversi tra loro. Questa vicenda non va enfatizzata, ma rimane comunque significativa di una cifra che accompagna gli anni Settanta, non disperdendosi completamente nei decenni successivi: ci riferiamo a quella diffusività della partecipazione e dell’attenzione critica alle dinamiche del potere, che ci vieta di ridurre quelle generazioni alla pratica di facili slogan e parole d’ordine abborracciate o violente.

    Un altro luogo comune che questo libro cerca di smontare è il carattere pervasivo e totalizzante del ritorno al privato, pur presente a partire dagli ultimi anni Settanta. Le pratiche del teatro in lingua sarda e di quello sperimentale nel contesto sassarese mettono in evidenza non certo una volontà di evasione, ma piuttosto un preciso impegno al cambiamento della società e una forte volontà di contrasto a fenomeni come la droga, l’individualismo e la frammentazione delle esperienze giovanili: si vedano i contributi di Salvatore Sfodello sull’opera del linguista e scrittore Leonardo Sole, di Vittorio Sanna sul teatro sperimentale, di Carlo Pinna su quello più spiccatamente politico. Un’altra esperienza fu rappresentata dalle radio libere, che aprirono a una dimensione ludica e politica insieme, svolgendo opera di catalizzatore dell’opposizione sociale e dimostrando l’ampiezza di interessi di quella generazione, il suo spaziare dalla musica leggera alla letteratura, al cinema, ai più minuti problemi della vita quotidiana, sia dei cittadini, sia delle amministrazioni locali. Valter Bruno Pallavisini testimonia i momenti di entusiasmo e la grande disponibilità dei collaboratori per le trasmissioni di Radio Nord sera e Radio Sassari centrale, la quale nacque intorno alla metà degli anni Settanta e chiuse le emissioni il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, e non solo per mera coincidenza. Una conferma, esplicitata in queste pagine, del danno che il terrorismo inflisse agli orizzonti di libertà di espressione aperti dai movimenti.

    Il volume si chiude con la sezione I conti col passato e comprende alcuni spunti di riflessione sull’eredità delle mobilitazioni di quel tempo. Gianni Loy, pur segnalando la difficoltà di consegnare una testimonianza da parte di chi è coinvolto nelle esperienze ricostruite, prova a nominare un legame di continuità tra il vissuto attuale e il portato ideale, personale e collettivo, di quegli anni. Sandro Ruju ricorda la crisi dello stabilimento petrolchimico del nord Sardegna, la decadenza del tessuto operaio di fabbrica, sorto faticosamente in dieci anni di lotte, e la sua trasformazione in una massa di lavoratori ormai percorsa da spinte corporative, richiamando a questo proposito la lungimiranza dell’intervento svolto nel 1982 da Riccardo in un convegno sul tema delle lotte nel polo di sviluppo (già apparso in un volume curato dallo stesso Ruju e qui riproposto).

    Il contributo della giovane Giada Bonu interviene sul tema cruciale e ancora bruciante che riguarda il lascito di quegli anni: una memoria non pacificata perché attraversata da fratture che fanno ostacolo all’assunzione della sua complessità. Le sue pagine si preoccupano di sondare, rispetto alla questione dell’esercizio della violenza armata, alcune delle ragioni che impediscono ancora «la definizione di un racconto condiviso».

    Pur ribadendo una ferma condanna delle pratiche politiche violente non possiamo rinunciare, ne siamo convinti, a questa esigenza che non riguarda solo i giovani di allora ma le istituzioni nel loro complesso.

    Ringraziamenti

    Questo volume nasce dal convegno Dai movimenti degli anni Settanta alla Sardegna di oggi. Ricordando Riccardo Lai, tenutosi presso l’Università di Sassari dal 29 al 30 novembre 2014, nell’Aula Magna del Dipartimento di Chimica e Farmacia. Dobbiamo la riuscita dell’iniziativa in particolare a Marco Cusimano, che ha trovato una sede adeguata per lo svolgimento dei lavori; a Benedetto Sechi che, come presidente di Legacoop Nord Sardegna e anche in seguito, ci ha accompagnato e incoraggiato nel percorso dall’incontro di Sassari al libro; a Salvatore Cubeddu, direttore della Fondazione Sardinia, con Legacoop organismo promotore del convegno. Determinante è risultato il sostegno, anche finanziario, assicurato dai soci delle cooperative Airone, Coop.a.s., Melis & C service, Ostricola.

    Per la ricerca delle foto e l’elaborazione delle immagini i curatori ringraziano: Loredana Camboni, Silvia Colombino, Salvatore Manca, Salvatore Masala, Bastiano Piras, Marcello Truddaiu.

    Un ringraziamento speciale a Pinuccio Lai e a Caterina Idili, nonché a Sebastiano Lai, fratelli di Riccardo.

    Più che un saluto

    Nicola Sanna - Sindaco di Sassari

    Quando Loredana Rosenkranz e Federico Francioni mi hanno illustrato il programma del Convegno ricordavano bene che anch’io, da ragazzino, ho conosciuto Riccardo, Riccardone, come lo chiamavamo. L’ho conosciuto e poi è scomparso nel modo in cui sappiamo: noi eravamo molto giovani e non ce lo aspettavamo. Sorprende sempre chiunque una scomparsa come quella di Riccardo, perché ti chiedi come si può coniugare quella grande energia che lui aveva con la decisione che assunse.

    Non facevo parte del movimento, come si diceva allora. Appartenevo alla Federazione giovanile comunista, eravamo quelli del Pci, quelli organizzati, quelli che avevano una certa cultura della politica, dell’organizzazione e quant’altro, mentre invece il movimento era un turbinio. Però (me lo ha ricordato soprattutto Giancarlo Casalini) in alcune occasioni, in assemblee, incontri, magari organizzati da noi o dal Pci, c’era Riccardo che voleva intervenire: un dirigente del partito gli voleva negare la parola perché non era un iscritto e quindi non poteva parlare in una assemblea di partito. Ebbene, Casalini mi ha ricordato che io, in una di quelle occasioni, dissi a quel dirigente: «Guarda che siamo in un partito democratico», ed effettivamente il Pci lo era. Insomma fui l’unico a difendere non tanto e non solo Riccardo, ma la libertà di esprimere un’opinione dissonante da quella del partito.

    In questi giorni, dacché mi è stato richiesto questo saluto, questo intervento, riflettevo su quegli anni: ero un ragazzino di 15-16 anni, politicamente impegnato come tanti della mia età. Quegli anni sono stati rivoluzionari, e non solo perché c’era una grande partecipazione nei movimenti, nelle assemblee: certo si studiava o si lavorava, ma quasi quotidianamente si frequentavano i collettivi o le riunioni politiche.

    Da dove nasceva tutta quella partecipazione? Adesso possiamo fare qualche valutazione di carattere storico: sono gli anni in cui si è avviato e si stava manifestando completamente il boom economico e un benessere materiale che smontavano alcuni paradigmi della vita grama dell’operaio e del contadino. Si cominciava ad assaporare non dico il lusso, ma quel tanto o quel poco di benessere che prima era negato a molti e che derivava dal lavoro. Attraverso l’aumento dei salari e degli stipendi crescevano i consumi e tutto ciò entrava in contraddizione con la dimensione della politica, poneva le basi per una possibile critica al modello di sviluppo dominante. Questi cambiamenti ci aiutano a capire la nascita dei movimenti ecologisti e per la sostenibilità ambientale. Emergendo nuovi bisogni, non solo di tipo consumistico ma anche di partecipazione democratica, bisognava anche organizzarsi, non bastavano più i soli principi della Carta costituzionale. Si realizzavano le Regioni a Statuto ordinario, i Decreti delegati, i Consigli di fabbrica e tutti quegli organi di rappresentanza che davano la possibilità di partecipare e decidere nei luoghi di studio e di lavoro. Insomma cominciava ad affermarsi quella vasta partecipazione democratica che non era più solo movimento, ma anche ingresso nelle istituzioni. Tutto nasceva dalla rivoluzione giovanile del Sessantotto: accanto al benessere sociale maturavano le contraddizioni di quel modello di sviluppo; si delineavano quel quadro di riflessioni, la necessità di programmi e di idee che poi, col passare degli anni, divennero patrimonio della Sinistra nel suo insieme (per usare un termine più largo possibile, nonostante il nostro Renzi, anche lui figlio di quel grande movimento progressista in grado di attraversare tutte le fasce sociali e tutte le formazioni politiche). La storia italiana è stata resa più ricca e vivace da tutti coloro che fecero parte di quei movimenti e che andarono poi a dirigere partiti, organizzazioni di sinistra, ma anche altre formazioni politiche; magari oggi te li ritrovi schierati col centro-destra.

    La categoria dei giovani è stata inventata negli anni Sessanta: erano i giovani che in quegli anni e in seguito hanno contestato e organizzato. Ripenso alla mia esperienza: ero giovanissimo, più giovane di quei ventenni, venticinquenni, che questa categoria, di essere loro i giovani, se la sono portata dietro sino a oggi, pensando di continuare a essere giovani come prima. La Sinistra italiana, a differenza della Destra, in genere non è riuscita a promuovere, in questi anni, un gruppo dirigente che venisse sempre più rinnovato. Invece il centro-destra molti giovani li ha promossi sul campo, pensiamo, anche solo dal punto di vista dell’immagine, agli Alfano, alla Prestigiacomo ecc. Limitandomi al caso di Sassari, ho visto dei miei coetanei diventare consiglieri regionali in partiti del centro-destra, con un’età media inferiore a quella che avevano i miei compagni eletti, più grandi di me di cinque, dieci, quindici anni. Questo è un punto che voglio evidenziare, sollecitato anche da alcune assemblee popolari, non promosse da organizzazioni di sinistra, con tanti giovani. Peraltro situazioni più vicine a noi, per esempio il movimento di Libera, coinvolgono nella protesta sociale e nel volontariato molti giovani.

    Benedetto Sechi ha sostenuto che, quando fu varata la Legge 285, c’erano circa un milione di giovani disoccupati al di sotto dei 27 anni. Questo dato veniva sempre messo in relazione all’organizzazione delle cooperative della Legge 285. Il paradosso oggi qual è? Che a fronte di una situazione di emergenza dovresti avere chissà quale rivoluzione, chissà quale protesta e non vedi nascere movimenti che si organizzano contro un sistema che non genera lavoro: un altro elemento che ci dobbiamo spiegare, perché non è detto che si lotta di più quando si sta peggio.

    La storia degli anni Settanta, per chiudere rispetto a ciò che dicevo all’inizio, dimostra che quelle battaglie si sono verificate nella condizione economica di un Paese in crescita che, certo, metteva in evidenza molte contraddizioni. Oggi siamo in una fase di decrescita, che non è intelligente (per alludere all’attuale dibattito e alle polemiche su crescita e decrescita) ma è comunque determinata dal sistema economico-finanziario internazionale. Ci aspetteremmo quindi il nascere di nuovi movimenti, presenti in altri paesi, che oggi stanno vivendo un momento di crescita, con innovazione anche nei sistemi di partecipazione democratica.

    Giovani degli anni Settanta: gli studenti e gli operai nelle città

    Quegli strani studenti

    Loredana Rosenkranz

    Di memorie, di storia, d’oblio. Ricordare collettivamente l’amico e compagno Riccardo ha significato aprire una condivisione dolorosa ma non solitaria. Sono riaffiorate nell’occasione memorie di giovani donne e uomini che in quegli anni si spesero, come lui, per iniziative segnate dalle passioni e improntate all’autonomia politica. Diversi ostacoli hanno reso incerto il nostro ritorno a quegli anni.

    In primo luogo il fatto che solo di recente cominciano a farsi strada nella storiografia sull’Italia contemporanea studi storici di spessore scientifico riguardanti gli anni Settanta e in particolare l’annata settantasette, che ne è stata uno snodo importante. A questo riguardo si è recentemente proposta, tra le altre, una diversa impostazione metodologica che lascia sullo sfondo le testimonianze e le interpretazioni per lavorare sulle fonti documentarie (Falciola 2015, 14). Tale lavoro di ricerca – è stato segnalato – manca persino da coloro che parteciparono ai movimenti: «Da parte nostra c’è stata finora debole risposta e dobbiamo farcene colpa soprattutto noi che abbiamo scelto allora il terreno della storiografia come terreno di azione. Ci siamo troppo attardati nella memorialistica, esasperando un certo soggettivismo. Invece è proprio il momento di riprendere il respiro dello storico e guardare di nuovo quel decennio dall’osservatorio del presente» (Bologna 2015). Le storiche hanno segnalato questa insufficienza anche per la ricerca sul femminismo (Bertilotti, Scattigno 2007, IX).

    La storia degli anni Settanta, lacunosa e inconclusa, testimonia inoltre le difficoltà dell’indagine nell’affrontare la nostra contemporaneità, come se il disaccordo con essa avesse reso affannosa la presa di contatto con la realtà dei fatti, con gli slanci e gli scacchi del desiderio di liberazione, per coloro che hanno attraversato il decennio. Per alcuni e alcune una sorta di disgusto ha bloccato il dialogo con quelle esperienze facendole estranee, ma il lavoro della memoria e dell’immaginazione può cercare una convergenza tra il bisogno di trasmettere e quello di comprendere ciò che è stato dimenticato, rimosso o negato e favorire la distanza da ciò che è ancora troppo vicino. Sarà possibile così accettare le insufficienze della nostra indagine, poiché in fondo si attinge a ciò che è accaduto, che noi abbiamo fatto accadere e che sta lì, irrevocabile, a consentire di tracciarne la storia (Arendt 1985, 105-111).

    Appaiono infine ancora trascurati i fattori interni alle rotture generazionali, forse dovuti al trauma irrisolto provocato dall’orientarsi di una parte del movimento verso le azioni armate. L’oblio che si è disteso su quel periodo non è tutto salutare, derivando da un comportamento semi-passivo e semi-attivo, di fuga rispetto a ciò che non è andato a buon fine, di delusione sulla efficacia della militanza, che tanta parte aveva nella vita di chi agiva nei movimenti allora e di incapacità di accordo sulle valutazioni relative all’uso della violenza, che evidentemente non era più solo fascista o di Stato. C’è speranza invece che lavorare sulle fratture critiche – di cui solo alcune recano il segno della sconfitta e della frustrazione – consenta al presente di agire sul passato, liberando l’accesso alla continuità dei ricordi e contribuisca a livellare il gradino presente nel nostro immaginario, che ci ha reso indifferenti o comunque incapaci di reagire alla negazione della storia collettiva di quegli anni.

    Riflettendo poi sul vivere in Sardegna si potrebbero vedere nello spaesamento delle comunità locali – frammentate territorialmente e in parte depotenziate da conflittività dispersive – gli esiti di una memoria incapace di riconoscere il ruolo ricoperto, nei movimenti sociali degli anni Settanta, dalle generazioni che abitano in maggioranza l’Isola (quelle del ‘68 e del ’77). Al contrario dobbiamo anche a quella eredità la vitalità di movimenti esistenti e resistenti nella nostra Regione, in modo non dissimile da altre Regioni italiane: articolati nel retroterra e non più prevalentemente urbani, essi mettono a fuoco il valore delle culture e dei saperi locali e i bisogni vitali di sopravvivenza: i beni comuni, la sovranità sul territorio, da fruire e non consumare, la riorganizzazione dei piccoli centri dove la vita, con l’impoverimento medio della popolazione è più sopportabile anche se lo spopolamento è una minaccia costante. Contenuti nuovi per l’identità nostra, che si innestano su antichi presupposti e vedono, accanto alle precedenti, nuove generazioni in campo agire politicamente in modo innovativo con un’idea di opposizione e resistenza partecipativa, di presidi sul territorio e di azioni concrete per farlo produttivo, preservandolo e rendendolo fruibile a tutti. Nuove tematiche ed esperienze che attivano processi di restituzione di dignità al passato e aprono a una possibile riconciliazione, nella quale i molti soggetti della memoria potrebbero forse riconoscersi e accettare la condivisione in una rappresentazione storica (Ricœur 2003, 649-717).

    Essere giovani nella crisi. La situazione finanziaria ed economica dell’Italia nel 1976 era molto difficile, qualcuno parlava di bancarotta: la lira aveva perso un quarto del suo valore rispetto al dollaro, dopo la caduta d’inizio anno, la recessione persisteva, il calo del PIL si avvicinava al 4% per la prima volta dall’ultima guerra, il deficit pubblico era fuori controllo. Davanti a questo disastro il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer si rivolse alla Democrazia cristiana, il maggiore partito conservatore, per proporre un’alleanza tra comunisti e cattolici in nome di un bene politico superiore. Fin dal 1973, successivamente alla caduta del governo socialista in Cile, il segretario aveva ipotizzato la sua idea di compromesso storico e la conseguente necessità di aprire un’altra via di sviluppo economico: il superamento graduale del capitalismo attraverso l’introduzione di elementi socialisti nell’economia, un nuovo ordine basato sull’austerità, i valori collettivi e la cooperazione, da realizzare attraverso un nuovo patto tra le forze politiche che avevano i maggiori consensi nel Paese (Berlinguer 1975, 609-639). Una proposta che valse a mettere un partito ancora di classe al centro della scena politica nonostante l’ostilità degli alleati per il suo avvicinamento all’area di governo. Era vitale in questa strategia, che puntava a ottenere il riconoscimento di forza indispensabile al governo del Paese, impedire la deriva autoritaria di una parte della DC e dei ceti medi. Sul piano sociale essa era ormai inattuale per le mutazioni intervenute sia nella DC, diversa da quella che aveva collaborato a scrivere il compromesso costituzionale, sia nella stessa base del Partito comunista, attratta dai successi materiali e dal modello consumistico come il resto della società italiana: «per l’italiano medio, la visione puritana di Berlinguer poteva essere rispettata, ma non era certo augurabile» (Ginsborg 1987, 482). In realtà quasi tutta l’attenzione del governo di solidarietà nazionale, scaturito da quella visione, fu poi dedicata alla lotta al terrorismo. A sostegno del nuovo patto il PCI, che nel ’75 aveva votato contro la Legge Reale sull’ordine pubblico, dava l’appoggio al governo per il suo rinnovo e sui temi cruciali per i giovani – il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria – non intervenne. Qualsiasi opposizione alla linea di sostegno al governo era scambiata per atteggiamento deviante, estremismo sovversivo (Ginsborg Ivi, 512).

    Alle ragioni politiche che dividevano il PCI e una parte dei giovani si aggiungevano quelle sociali ed economiche. La disoccupazione crescente riguardava ormai sia il settore manuale che intellettuale, sempre meno distanti tra loro perché chi studiava non aveva prospettive d’impiego oppure era occupato in attività precarie e marginali. L’insieme di queste criticità nel ’77 toccava anche il movimento dei non garantiti (Lerner, Manconi, Sinibaldi 1978): segregati nelle Università, «sospesi tra precarietà dello studio e precarietà del lavoro, sembrano trovare allora un’ultima occasione collettiva prima della dispersione nei molteplici rivoli della marginalità o dello inserimento: ne approfittano con il linguaggio dell’irriverenza e al tempo stesso con una violenza che nasce al confine tra frustrazione e disperazione» (Crainz 2013, 41). Sarebbe però fuorviante interpretare la nuova ribellione solo alla luce della violenza politica e trascurare la novità dell’affermazione di un’identità giovanile che era stata rimossa nelle mobilitazioni studentesche e operaie del decennio precedente (Lumley 1998). In quest’ottica si lascerà da parte la pur rilevante questione delle lacerazioni indotte dalle pratiche di violenza nel confronto interno al movimento per concentrarsi su alcune tematiche e comportamenti rivelatori, anche nella nostra realtà, del suo sentirsi strato sociale escluso dalle forme della rappresentanza e da quelle di espressione esistenti nel sistema politico.

    I giovani prendevano atto della realtà mutata, dominata dalla scomposizione del lavoro e delle figure sociali, dei progetti e degli stili di vita e sembravano avere la premonizione che l’inganno di un welfare dallo sviluppo illimitato sarebbe rovinato sulla loro generazione, diventata l’unica sponda su cui canalizzare, almeno provvisoriamente, la domanda di identità, dato che i referenti sociali del ruolo professionale o della formazione intellettuale si andavano allontanando o perdevano significato (Cavalli e Leccardi 1997, 782). Meno ideologizzati rispetto alla generazione precedente, in molti esigevano lo standard di vita per cui i padri avevano lavorato, insieme a luoghi di socialità e di produzione culturale propri e autogestiti. Le azioni del movimento partirono perciò dai bisogni reali, autoriduzione del biglietto per i concerti e occupazione di spazi abbandonati, spesso pubblici, nelle grandi come nelle piccole città. A Sassari un centinaio di giovani, che protestavano per il prezzo troppo alto del biglietto, tentarono di entrare gratis al concerto degli Area nello stadio della Torres. Nonostante l’intervento della polizia con cariche e lacrimogeni, gli scontri durarono sino a notte fonda (La Nuova Sardegna 1977).

    Nel frattempo cambiava il contesto, ancora influenzato in parte dall’onda lunga del biennio ‘68-’69: comparivano nuove associazioni, come Magistratura democratica e Psichiatria democratica, si mobilitavano settori sociali specifici e delle professioni, come i docenti delle scuole secondarie, in lotta per la formazione e la stabilizzazione, i ricercatori precari dell’Università, gli iscritti alle liste della Legge 285 per l’occupazione giovanile. Tra la fine del ’76 e il ’77 nell’area giovanile sassarese erano presenti alcune pratiche di movimento ed esperienze di associazione in centri e collettivi, che innovavano le modalità di aggregazione del precedente decennio. Fin dal principio, a seguito della circolare Malfatti del 3 dicembre 1976 e delle notizie sul progetto di riforma, preparato dal governo delle astensioni, che rimettevano in discussione alcune conquiste del ’68, gli studenti misero a fuoco le preoccupazioni per il destino di precari e di possibili lavoratori emarginati, oltreché per il depotenziamento del valore degli studi. Un documento approvato dall’assemblea di Giurisprudenza scriveva: «[...] è quasi superfluo dire che la politica governativa si muove nel senso di risolvere la crisi con un costo minimo per il padronato e i sacrifici per i lavoratori. Pertanto far corrispondere o programmare, in questa situazione, il numero dei laureati secondo le esigenze dello ‘assetto produttivo’, non significherebbe altro che limitare in un qualsiasi modo l’accesso all’istruzione. Si tratta di lottare contro la linea dei sacrifici perché vi siano investimenti secondo l’esigenza dei lavoratori nel campo produttivo e dei servizi sociali» (Tuttoquotidiano 1977).

    A Cagliari Giovanni Maria Bellu nel riferire su un’assemblea di Ateneo la vedrà dominata dalle incertezze nell’organizzare «l’ennesima sfilata mentre è latente – nella confusione e nella disperazione – la consapevolezza di molti giovani che qualunque riforma, anche la migliore, non permetterà loro di trovare un lavoro stabile e sicuro, un ruolo definito in una società che, per le strutture che si è data, li esclude» (Tuttoquotidiano 1977). Lo spettro della precarizzazione e della disoccupazione toccava anche gli insegnanti non stabilizzati dell’Università che partecipavano con gli studenti a occupazioni e scioperi per tutto il mese.

    La mobilitazione universitaria seguiva inoltre l’annuncio del Ministro del lavoro di dati sconvolgenti che prevedevano nel 1977, per la prima volta, 700.000 nuovi disoccupati, in buona parte laureati. Studi governativi ipotizzavano inoltre la cifra di 2.200.000 giovani, tra disoccupati e inoccupati nella fascia tra 14-29 anni, il 30% della forza lavoro. Per gli studenti in cerca di laurea provenienti da famiglie operaie o contadine – che non avevano intenzione di ritornare indietro e di accettare un lavoro qualsiasi – non sembrava esserci speranza. Erano quelli che Asor Rosa avrebbe definito la «società marginale dei ceti improduttivi, i parcheggiati in Ateneo, i laureati con un diploma-che è solo un pezzo di carta», i disoccupati; una società residuale che non avrebbe potuto integrarsi nella rappresentanza politica, alla quale l’intellettuale comunista considerava possibile l’accesso solo per la prima società, quella dei ceti produttivi, con al centro la classe operaia (Asor Rosa 1977). Quello che è accaduto invece più tardi è sotto i nostri occhi: la prima società è diventata numericamente minoritaria e, nell’arco di due decenni, anche politicamente residuale (Cappellini 2007, 134).

    Tuttavia, già alla fine di quegli anni, la perdita della centralità operaia nell’economia acquistava evidenza nella coscienza soggettiva. Il procedere ancora affiancato dei due movimenti, operaio – soprattutto dei metalmeccanici, più attenti alle dinamiche giovanili – e studentesco, non consentiva illusioni: l’epoca dei contratti d’oro e dell’espansione sociale della forza operaia era finita, il movimento del ’77 non cercava la sua continuità in quello operaio ma piuttosto si specchiava nella sua debolezza e le figure sociali dei due movimenti si somigliavano sempre di più: i giovani operai, mutati dalla acculturazione e dai modelli di consumo nell’epoca mediatica, erano più simili ai loro coetanei studenti che ai padri; vestiti allo stesso modo, amanti delle diversità, non si identificavano con il lavoro ma se ne distaccavano, perché ormai il lavoro non era sicuro e la fabbrica non era più luogo da cui attingere l’identità politica (Rossanda 1997, 11). Nei cortei essi rimandavano di sé un’immagine ironica e allusiva: caricature del padrone, campanacci e

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